malindiNon ricordo se fosse stato di mattina o di pomeriggio.
Ricordo che faceva caldo e che, probabilmente, era il mese di novembre.
Novembre 2002.
Ero nel mio locale con clienti e amici, a chiacchierare e a svolgere quello che era da sempre stato il mio compito : public relations.
Mi è sempre piaciuto stare tra la gente e parlare del più e del meno.
Essendo io in una cittadina prettamente turistica ed essendo il mio un bar ristorante e discoteca, la clientela, locale e non, era quasi sempre lì per divertirsi con amici e per ascoltare della buona musica africana.
Erano gli anni in cui i locali erano sempre strapieni di kenioti e turisti. Bei tempi!
Mentre ero intenta a fare due conti in cassa, mi accorsi della presenza di una donna ferma al’ingresso del locale.
Era tutto aperto, non avevamo porte, ma lei sostava lì davanti come se fosse in attesa di qualcuno.
Ci fu uno sguardo tra me e lei e la riconobbi subito.
Era una mia affezionata cliente. Era anche la fidanzata, oltretutto, di un cliente-amico inglese, residente qui a Malindi.
Avendola riconosciuta, mi avvicinai e mi accorsi che aveva qualcosa tra le braccia.
Sembrava un pacco avvolto in un pareo. Uno di quei parei coloratissimi.
Lei non era giriama, non apparteneva alla tribù della costa, ma era abituata a indossare i parei dei giriama come tutte le donne della costa.
Lei era una luhya, una tribù del nord.
Quando fui proprio accanto a lei, mi guardò e, con una lacrima che le rigava il viso, mi disse: “mama Dona, puoi aiutarmi?” Guardai bene e la sorpresa fu enorme.
Il pacco che avevo da lontano visto non era altro che il suo piccolo bimbo di nove mesi avvolto in un pareo e che, certamente, non era dei più puliti che lei potesse avere.
Che cos’ha?, le chiesi.
La risposta fu di quelle che ghiacciano il sangue: “si è ustionato.
Le dissi quindi di seguirmi e di andare sul retro del locale, dove avrei potuto constatare quanto fosse grave o meno l’ustione.
Chiesi ad un’amica di venire con me.
Casualmente, e fortunatamente, era infermiera ed aveva lavorato anche presso il centro grandi ustioni nell’ospedale della sua città.
Non essendo medico, io avrei potuto vedere e cercare solo di capire, mentre lei era sicuramente più preparata di me e capace di confermarmi quanto grave fosse l’ustione stessa.
La ragazza adagiò il corpicino del piccolo Reece – questo era il suo nome – su un tavolo del locale.
Reece era bellissimo e lo conoscevo bene, visto che qualche volta lo aveva portato con sé.
Aveva solo nove mesi e, assurdo a dirsi, non lamentava nessun dolore. Forse era talmente provato che ormai non riusciva più a piangere.
Togliemmo il pareo dal corpo di Reece e io saltai indietro sconvolta.
Reece era ustionato sul 90% del corpo.
Mi uscii spontanea una parolaccia in italiano, anzi, in siciliano, e urlai alla ragazza : “ma che XXXXX ha fatto ?? Come ha fatto??
Mentre cercavo di capire, rimasta impassibile davanti a quello che per me era uno scempio, la mia amica era già all’opera e cercava di controllare e verificare tutte le parti del corpo del piccolo. Lei era abituata, mentre io avevo visto solo ustioni di piccolissime misure.
La mamma di Reece fu solo capace di dirmi che era quasi caduto (disse così, “quasi”) dentro una pentola di acqua bollente.
Ma quando è successo?” le chiesi.
Pochi giorni fa“, mi rispose.
La domanda successiva fu logica: “e che hai fatto finora ? Non sei andata in ospedale?
Mi disse che era andata e che le avevano dato una pomata da mettere sulle ustioni.
Non potevano ricoverare Reece perché lei non aveva i soldi per farlo.
Qui, purtroppo, occorre pagare la degenza e le cure e, seppur all’ospedale di Malindi non siano costosissime, sono pur sempre somme che spesso, specie di fronte a problemi molto gravi, la gente non riesce a racimolare.
La soluzione è quindi sperare in Dio e nell’aiuto di qualche conoscente.
Esattamente così aveva pensato lei, venendo da me.
Mama Dona è musungu e amica. Mi aiuterà?
E certo: devo. O tuo figlio morirà per certo.
Reece era veramente in uno stato pietoso.
Gran parte del corpo era già infettato e gonfio e, tra sangue e materia, era veramente difficile per me poter fare qualcosa.
Ma Reece era forse fortunato? Sicuramente sì. Aveva trovato una donna, la mia amica, che di ustioni era ben pratica e che avrebbe fatto, con la mia collaborazione, tutto il possibile per salvargli la vita.
Decidemmo, quindi, di metterci in macchina e di andare a casa mia.
Là avrei avuto medicinali, pomate, garze di paraffina ideali per le ustioni, e garze per poter poi coprire il corpo e far sì che il bimbo non si infettasse con la polvere, che è facile si attacchi ad un corpo così martoriato.
Arrivati a casa, Reece fu adagiato sul tavolo della mia cucina e spogliato del suo pareo lercio.
Io e la mia amica iniziammo a pulirne il corpo con acqua e amuchina. Era l’unica soluzione che immediatamente trovammo tra i medicinali.
Quello fu un momento straziante.
Reece iniziò a urlare.
La mamma era impassibile perché si fidava di noi.
Inizio così la grande speranza del recupero.
Non si può morire a soli nove mesi per una distrazione.
Non è accettabile morire in questo modo spaventoso.
Dovevamo fare di tutto.
La cura di Reece continuò nei giorni successivi.
Ogni giorno Reece veniva portato a casa e si sottoponeva, con grande dolore, a pulizia delle ferite e applicazione di pomate e garze. Aveva talmente tante garze che lo ricoprivano che, a fine operazione giornaliera, sembrava quasi una mummia imbalsamata.
Dovemmo anche dare degli antibiotici per fermare e far regredire le infezioni del corpo.
E fu una grande fatica spiegare tutto bene alla mamma. Dosi e orari. Senza sgarrare.
Che gran fortuna avere i medicinali.
Medicine che la stessa mia amica portava o inviava dall’Italia.
Non era la prima volta che mi capitava di curare ustioni sui bambini, ma mai ridotti in quello stato.
La mia amica partì per l’Italia. La sua vacanza terminava e io, ormai, che le avevo fatto sempre da assistente, avevo imparato come portare avanti la cura. Allo stesso modo con cui lo aveva sempre fatto lei.
Continuai a curare Reece per altri due mesi.
Calcolando che venne da me la prima volta a novembre 2002, credo che la cura finì a gennaio o febbraio 2003.
Ecco, Reece per me è rinato nel febbraio 2003.
Reece era guarito. Erano rimaste solo delle piccole tracce dell’ustione. Ma era cosa da poco.
Il suo gomito destro e il suo ginocchio destro avevano un tantino la pelle raggrinzita, ma Reece era in perfetto stato e ormai era un bambino di un anno decisamente in salute.
Mi piacerebbe sapere dove sia finito. Dove si trova e cosa faccia ora.
Oggi lo immagino un bel ragazzotto africano, alto e in ottima forma.
Purtroppo infatti, pochi mesi dopo l’incidente, si trasferì al nord con la sua mamma, visto che nel frattempo il rapporto tra lei e l’inglese era finito. La ragazza, sola e senza famiglia sulla costa, era tornata dalla sua famiglia di origine.
A volte penso: chissà se Reece ricorda ancora quanto gli è successo.
Chissà se potrà raccontare a qualche amico che due muzung, quando era ancora in fasce, gli hanno salvato la vita.
Lunga vita a Reece e alla sua mamma che, sicuramente, avrà sofferto moltissimo per quanto successo al suo bimbo nell’anno 2002.

ps : Muzungu vuol dire uomo bianco.

malindi

concorso-letterarioConcorso Letterario a tema expat “Le paure ed il coraggio delle Donne” aperto fino al 31 luglio 2017.

2 commenti
  1. Gastone
    Gastone dice:

    Ciao, credimi non importa dov’e’ Reccel , e non importa dove’e’ la Mamma, importa sapere dove sono persone come Te per preenderne esempio……Grazie.

    Rispondi

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