Accademia, questa sconosciuta

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Il mondo dell’Accademia, checché se ne dica, è davvero una realtà a parte. Pur avendo già avuto esperienze di insegnamento in ambito universitario, ritrovarmi catapultata in questa realtà, tre anni e mezzo fa, mi ha lasciata spesso piena di dubbi e in balia di perplessità di ogni genere.
A questo, si vanno ad aggiungere un relatore poco comunicativo e indeciso, ed una burocrazia trasparente quanto inclemente.
Insomma: ecco le tre cose che avrei voluto sapere, prima di decidermi per un percorso di dottorato.

[Piccola premessa: Questo, ovviamente, non riflette l’intero universo Accademico. Per quanto ho avuto modo di comprendere confrontandomi anche con altri dottorandi, però, ne descrive un buon 70%.]

La passione è importante ma non basta.

Joshua Fields Millburn e Shawn Mihalik sono i creatori della pagina How to write better. Una delle prime cose che vi troverete davanti, curiosando tra i loro mille utilissimi appunti, è una frase che dice: “Le capacità, senza disciplina alcuna, non servono a nulla”.
Ecco, lo stesso principio vale per l’amore per quello che fate: se avete la (s)fortuna di esercitare un lavoro che amate davvero tanto, ne avrete davvero bisogno.
Alzarsi ad una certa ora, prepararsi ed uscire per andare in biblioteca oppure semplicemente cambiarsi e mettersi a scrivere in cucina, spesso, farà la differenza tra un paio di ore spese in maniera produttiva ed un pomeriggio passato a stalkerare le compagne di liceo su Facebook. Been there, done that.

Non aspettatevi plausi di alcun genere. 

Il mio relatore era estremamente parco, quando si trattava di farmi complimenti. Ammettere che, per una volta, avevo centrato esattamente la questione pareva costargli caro. In tre anni e mezzo di odissee, onestamente, credo sia successo una o due volte. Forse.
Allo stesso modo, tutto ciò che gli presentavo, spesso in tempo record, veniva visto da lui come “il mio dovere”. Ho dovuto imparare a non aspettarmi incoraggiamenti né complimenti e, lo ammetto, ogni tanto un “va bene” oppure un “continui così” non mi sarebbe dispiaciuto sentirli.
Credo sia anche per questo, insomma, che incoraggio anche il corsista meno dotato ad andare avanti a testa alta. So bene, infatti, quanto sia difficile farlo senza nemmeno una mezza parola di sostegno.

Spesso avere un piano è la peggiore delle idee possibili. 

Vi faccio un esempio. Robin è dottorando in Queer-Cinema con una tesi sulla rappresentazione dei transessuali nel cinema moderno. Manco a dirlo, non ha la benché minima idea di quando consegnerà. Con uno stoicismo che invidio, va avanti così, paragrafo dopo paragrafo.
Io avevo una precisa scaletta: l’argomento X mi avrebbe richiesto tot mesi, quello Y ne avrebbe richiesti un paio di più e via discorrendo.
Secondo voi quale dei due sta avendo il maggior successo?
A questo, poi, si aggiunge il fatto io mi sia presentata con un tema iniziale che, durante i primi sei mesi, è stato sottoposto a N revisioni.  A pochi passi dalla fine del mio percorso accademico, giusto per non farmi mancar nulla, mi sono anche sentita dire “Ah, ma io pensavo scrivesse di tutt’altro”.
Insomma, avere un piano preciso e sistematico, spesso, non aiuta. Soprattutto se la persona che dovrebbe affiancarvi non ha, per prima, le idee chiare.

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Suppongo che, a questo punto, vi sia sorta spontanea una domanda: “Ma chi te lo ha fatto fare, se ti lamenti così tanto?”

La risposta breve è: “nessuno”. Quella un poco più esaustiva sarebbe: “Il mio dannatissimo senso del dovere, che non era soddisfatto del titolo di Laurea Magistrale”.
In ogni caso, giusto perché siete voi, vi svelerò un piccolo segreto: dal 1. Aprile 2018 ho smesso di essere una dottoranda.
Ho riflettuto a lungo, dormito poco e pianto un pochettino, prima di prendere la decisione di interrompere la mia carriera universitaria. A gennaio ho scritto al mio relatore, l’ho ringraziato, seppur a denti stretti, e mi sono congedata senza, però, aver consegnato alcunché.
Qualche tempo fa, vi scrissi che spesso ciò di cui abbiamo bisogno sono 20 secondi di coraggio o di incoscienza. Io mi sono concessa tre settimane di riflessioni, qualche discussione con gli amici, una seduta di psicoterapia e ore di meditazione prima di prendere un bel respiro e cliccare su “invia”.

Mi dispiace? Sì. Me ne pento? No.
Dopo avergli inviato praticamente l’intero lavoro ed essermelo visto recapitare indietro con l’annotazione “riscrivere daccapo”, ho detto basta.
Ho passato mesi a scrivere di malavoglia, ho perso la mia proverbiale passione per quelle autrici che, davvero, ho sempre venerato e ho messo la mia salute, non solo fisica, a rischio. Ad un certo punto ho deciso di chiudere la partita e, in barba alle carte che avrei perso, lasciare il tavolo alle mie condizioni.
Dopo una premessa forse un poco lunga ma necessaria, vi lascio quelle che sono le mie considerazioni in merito ad una vicenda che, nel bene e nel male, mi ha permesso di chiudere conti che avevo in sospeso, porte che altrimenti sarebbero rimaste socchiuse e mi ha fatto iniziare un capitolo tutto nuovo della mia esistenza. Se decidete di intraprendere questo genere di carriera, tanto di cappello. Decideste, allo stesso modo, che non fa per voi, chapeau. 

A pensarci bene, veniamo permanentemente bombardati con messaggi quali “non mollare mai”, “arriva sino in fondo”, “non darti per vinto”.

Spesso, però, aggrapparsi ad un qualcosa che non funziona -sia questo qualcosa un lavoro, una carriera di tipo accademico o, perché no?, una relazione- fa più male che lasciar andare.
Inoltre, l’unica cosa alla quale non occorre mai rinunciare e che non occorre mai, proprio mai, compromettere, è la nostra integrità. Noi siamo più importanti di un titolo di studio, di una busta paga più alta e di un appartamento di lusso. La nostra essenza, le nostre passioni, ciò che ci muove e commuove, il nostro “io”: queste sono le cose importanti.
Tutto il resto è banale coreografia, sono inutili decorazioni.
Cosa ne sarà di me?
Onestamente, non lo so. Sto letteralmente ricaricando le batterie, facendo pulizia mentale ed emotiva, cercando nuovamente quel centro che, per un poco, avevo perso. Nel frattempo lavoro le mie 120 ore (minime) al mese, accompagno turisti di qua e di là e vado avanti.
Non ho intenzione di tornare in Italia, quello no, ma prima o poi potrei pure ripartire. Chi lo sa? Se c’è una cosa che, mio malgrado, ho dovuto imparare è questa: anche la miglior pianificazione ha dei limiti.
Spesso, insomma, più siamo precisi e pignoli nel pianificare, più fragile diventerà ciò che stiamo, faticosamente, cercando di costruire.
A questo punto, insomma, credo che andrò avanti così: “giorno per giorno, sempre ballando“. Mica male come piano, no? 😉 fiori-ciliegio-rinascita
“This is the recipe of life
said my mother
and she held me in her arms as I wept
think of those flowers you plant
in the garden each year
they will teach you
that people too
must wilt
fall
root
rise
in order to bloom”
(Rupi Kaur)
3 commenti
  1. Isabella
    Isabella dice:

    Ciao Samanta, da laureanda magistrale ti mando tutta la mia solidarietà.
    Continua a fare quello che stai facendo con passione, che è il vero nutrimento per l’anima. 🙂

    Rispondi
  2. Claudia
    Claudia dice:

    Come ti capisco! Il dottorato è stato la mia vita per quasi 4 anni – anni di solitudine e di autonomia, dato che il mio relatore si trovava all’estero e serviva a poco e niente – ma, a tesi consegnata, sono arrivati i problemi e ancora oggi, a più di un anno dalla consegna, ancora non so se questo benedetto titolo arriverà mai. Ormai me ne sono fatta una ragione purtroppo!

    Rispondi

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