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Mi chiamo Luigina (per tutti e da sempre Lui), ho 40 anni, sono una prof universitaria e vivo a Sheffield, nel Nord dell’Inghilterra.

La mia esistenza un po’ nomade e’ iniziata molti anni fa, quando ero ancora adolescente. Ho lasciato l’Italia definitivamente 16 anni fa.

Crescendo in un piccolo paese dell’Italia centrale non mi sono mai veramente sentita “a casa”: i miei interessi, le mie ambizioni e le cose che mi piaceva fare e indossare erano sempre immensamente diverse da quelle di quasi tutti i miei coetanei. Ho amici italiani, naturalmente, ma sono pochi, ed alcuni di loro se ne sono andati a loro volta. Quando il sabato sera tutti i ragazzi e le ragazze della mia eta’ andavano a popolare i bar e le discoteche locali, io mi immergevo in un libro, o andavo a sentir suonare musica che non passava ne’ alla radio ne’ alla TV.

La mia salvezza già’ allora fu una cosa chiamata “inglese”: quando iniziai a studiarlo già’ alle medie lo vidi come uno strumento di libertà’ e di conoscenza. Visto che il livello dell’inglese scolastico in italia e’ abbastanza basso, mi dedicai fin dall’inizio allo studio indipendente. Mi buttai si tutto quello che mi permetteva di imparare bene l’inglese ai tempi pre-internet: i pochi film in lingua originale alle varie biblioteche della zona, registrarmi per vari “amici di penna” internazionali per scrivere in inglese, e provare a leggere i miei primi libri in inglese, dal “Canto di Natale” di Dickens a “Cime Tempestose”. Vedevo l’ inglese come la chiave per poter capire la musica che amavo e i film che ammiravo, e come il passaporto per uscire dai confini di un posto che mi stava andando sempre più’ stretto. Per fortuna i miei (anche se sono sempre state persone immensamente diverse da me, molto attaccate alle loro origini e alle loro abitudini) hanno sempre capito che avevo bisogno di altri spazi, e mi hanno sempre incoraggiato.

Il primo grande viaggio l’ho fatto all’eta’ di 15 anni, negli Stati Uniti, attraverso uno scambio culturale organizzato dal mio liceo. Dopo i primi giorni in compagnia degli insegnanti e degli altri studenti italiani, mi ritrovai da sola con la famiglia che mi ospitava ed un sacco di curiosità’ e domande reciproche. Quell’esperienza mi ha segnato profondamente: non solo perché’ ho incontrato persone a cui sono tutt’ora legatissima, ma perché’ ho finalmente avuto l’opportunità’ di vedere un modo di vita diverso da quello che conoscevo. Non l’ho mai considerato “migliore” di quello Italiano – ogni paese e ogni cultura, ora lo so, hanno i loro pregi e difetti – ma ho iniziato a capire che il posto dove si nasce non determina necessariamente la nostra vita, e che la’ fuori c’e’ un grande mondo pieno di persone, storie e posti interessanti da esplorare, e di prospettive da cui vedere la realta’. Un’ altra cosa che ho imparato da quella prima esperienza e’ che adoro viaggiare da sola. Non mi ha mai fatto paura, anzi: mi ha sempre dato un senso di libertà’ e di infinita possibilità’, come se l’essere semplicemente io ad avventurarmi in un posto “altro” mi rendesse più aperta verso gli altri e verso nuove esperienze.

Ho continuato a passare dei periodi negli Stati Uniti ogni anno, e mi sono avventurata anche in Inghilterra e in Francia prima dei 18 anni. Quando arrivò il momento di scegliere l’università’, pensai seriamente di trasferirmi a studiare negli USA, ma il costo delle rette universitarie mi spavento’ e decisi di rimanere in Italia fino alla laurea e di partire subito dopo. Mentre stavo finendo la tesi e avevo già’ iniziato a cercare opportunità’ di lavoro negli USA con l’idea di appoggiarmi ai miei amici almeno all’inizio, mi si presento’ un’altra opportunità’. Un professore irlandese in sabbatico nel laboratorio dove stavo facendo la tesi cercava un ricercatore per andare a lavorare nel suo gruppo a Limerick in Irlanda. Sapeva che stavo cercando di lasciare l’Italia e sapeva che parlavo e scrivevo bene in inglese e mi offri’ il lavoro. All’inizio fui combattuta, dopo aver passato così’ tanto tempo a pensare agli Stati Uniti e non sapendo assolutamente nulla dell’Irlanda. Ma l’offerta era troppo buona per lasciarla passare: avrei lavorato da subito, con uno stipendio decente e con una persona di grande esperienza. Se l’Irlanda non mi fosse piaciuta, un anno sarebbe passato in fretta ed intanto avrei potuto mettere da parte dei risparmi per poi trasferirmi negli USA.

In un freddo giorno di gennaio  sbarcai a Limerick, e l’anno inizialmente programmato ne divennero 13. L’Irlanda mi ha dato delle possibilità’ che in Italia non avrei mai avuto: un piccolo paese in grande trasformazione sociale ed economica che mi ha permesso di studiare fino al dottorato con una buona retribuzione e di crearmi poi una carriera accademica internazionale. Il mio primo progetto di ricerca includeva 6 paesi europei, il secondo 4. Il gruppo dove lavoravo aveva 30 persone da tutto il mondo, dalla Cina alla Colombia. Molto presto ho iniziato a conoscere bene svedesi, britannici, danesi, austriaci…E col tempo a spostarmi velocemente per le strade familiari di Stoccolma, Copenhagen, Vienna, New York e Londra.

Ho sempre considerato il mio lavoro un grande privilegio e un grande regalo: non mi ha dato solo i mezzi per vivere, ma mi ha insegnato che il mondo e’ come un grande libro aperto di fronte a noi, e che conoscerne una sola pagina e’ semplicemente uno spreco. Aver insegnato a studenti da tutto il mondo ed avere loro notizie da 5 continenti sui loro traguardi e progetti è una delle cose di cui sono più orgogliosa.

Ho anche scoperto che il mondo e’ pieno di persone simili a me – che si sono sempre sentite i muri di casa star stretti. L’Irlanda del boom economico, con giovani da tutto il mondo che sbarcavano a lavorare nell’”Isola di Smeraldo”, e’ stato uno straordinario punto di incontro e di scambio. Sono molto attaccata all’Irlanda e mi e’ dispiaciuto andarmene tre anni fa, quando la crisi economica irlandese mi ha costretto a cercare lavoro altrove. Anche se ci torno varie volte l’anno, gli USA alla fine non sono mai diventati la mia casa e, una volta presa la decisione di andarmene dall’Irlanda, ho anche deciso di tentare di rimanere in Europa per non essere troppo lontana dai miei genitori. Trasferirmi in UK non è stato un cambiamento difficile, grazie alla lingua e alla vicinanza culturale e geografica.

Mi chiedo spesso dove sia “casa” per me, e la risposta e’ che -sinceramente – non lo so. “Casa” e’ una parola complicata: chiamo l’Italia “casa” per definizione e per abitudine, ma anche Sheffield (una citta’ operaia, accogliente e incredibilmente vitale che già adoro) e’ la mia casa. E ovviamente l’Irlanda (tra l’altro, patria del mio compagno): girare per Limerick, Cork o Dublino e incontrare i miei amici più’ cari e’ sempre un ritorno a casa. Quando sono negli Stati Uniti seduta sul divano a bere un te’ insieme ad una delle mie più care amiche a raccontarci le ultime novità mi sento a casa.

Forse non ho una vera casa, o forse per me casa e’ una rete di posti, persone e memorie che mi porto dietro ovunque.

Sogno e penso in inglese, e scrivere e parlare in italiano mi risulta un po’ difficile, soprattutto quando sono fuori dall’Italia. L’Italia non mi e’ mai mancata molto (a parte la mia famiglia e gli amici più’ cari), ed anche le difficoltà’ incontrate agli inizi, come giovane donna sola in una terra sconosciuta, non me l’hanno mai fatta mancare. Credo che i suoi ritmi lentissimi di cambiamento sociale  e il suo relativo isolamento (dovuto in gran parte alla lingua e all’analfabetismo digitale) siano le cose a cui non potrò’ mai abituarmi. Nell’ultimo anno ci ho passato vari e difficili mesi per stare vicino al mio papà arrivato alla fine della sua vita, e mi sono chiesta mille e mille volte se ci sarei mai tornata.

La risposta credo me l’abbia data lui con una delle ultime cose che mi ha detto prima di andarsene: “Buon Viaggio”. Mi conosceva bene.”

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