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Ore 11 del mattino, Arnhem, Olanda.

Il sole splende di nuovo, forte, lucido, insistente, quasi estivo.

Era da più di un mese che ogni mattina i miei occhi, ancora chiusi e intorpiditi dal sonno, venivano inaspettatamente accarezzati da un caldo raggio di sole.

Che strano, mi dicevo.

Forse è il segno che devo rimanere qui, in questa città.

Forse è l’Olanda che mi sta dando dei segnali e mi sta disperatamente implorando “resta qui, non te ne andare, non ritornare in Spagna, dammi una possibilità. Una possibilità di farti capire che valgo anche io la pena, che la tua felicità può essere anche qui, dove il cielo è un più grigio e l’abbraccio è più raro”.

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Il sole bacia Arnhem

Il sole splendeva anche venerdì scorso, appena ho aperto gli occhi era lì. Ancora lì, sempre lì. Come ogni mattina.

Ma quel venerdì ero triste, nonostante il sole, da cui dipende il mio umore.

Nonostante la luce che irrompeva nella casa e mi coccolava l’animo.

Mi sono svegliata con una singolare angoscia e una pacata malinconia. Le attribuivo entrambe  al ritorno in patria  di un amico conosciuto qui durante i miei mesi da expat. Ma era troppo acuta e profonda, quella tristezza, per essere dettata da una semplice partenza.

Quel venerdì il sole ha scintillato su nel cielo blu per ore, fino al fatidico messaggio.

Nonna è andata via, ho letto tra un audio e l’altro della chat.

Dopo un lungo mese e mezzo di cielo nitido e chiaro, come quello che sovrasta la nostra arida terra calabrese, le nuvole e il grigiore erano ritornati padroni.

Non può essere stata solo una coincidenza, no. Mi rifiuto di credere ciò.

 Ore 11.25, Arnhem.

Ho mangiato uno yogurt e ho fatto una doccia.

Sotto l’acqua bollente ho ripensato, con rimorso, a tutte le cose che avrei potuto fare. Avrei potuto prendere quel maledetto telefono che accorcia questa maledetta distanza e chiamarti più spesso, per sentire la tua voce acuta e sempre più fievole proferire le solite raccomandazioni, con tono ammonitorio e dolce allo stesso tempo.

Ho pensato che avrei potuto fregarmene di non spendere quei due maledetti soldi messi da parte, sempre troppo pochi, e prenotare un volo per correre da te.

Darti un ultimo abbraccio, accarezzare la tua morbida pelle segnata dal tempo e dagli anni di dedizione familiare.

Ho pensato a quanto fosse maledettamente vero quel detto che dice di non procrastinare, di non rimandare mai a domani qualcosa che potresti fare oggi, perché domani potrebbe essere troppo tardi. E adesso ho paura, nonna.

Ho paura di non averti dimostrato abbastanza il mio affetto in questa vita terrena. Ho paura di non avere trascorso abbastanza tempo con te. Ho paura di dimenticare la tua voce e la tua risata, i tuoi occhi sempre vispi e attenti.

Ho paura di sentirmi in colpa, quando ritornerò a sorridere. Ho paura di vedere quei fiori accanto alla tua foto appassire, morire, lasciarmi poco a poco, come hai fatto tu.

Non sapevi, nonna, che lasciandoci così all’improvviso avresti seminato lacrime e dolori?

Che avresti rotto il legame più forte che ho con la terra che mi ha dato i natali? Che avresti tolto il senso e la ragione più autentica al mio ritorno annuale in quel paesino in collina, che ora perde colore, sapore, motivazione? Due case vuote nel paese in cui sei nata sono troppe da sopportare.

Il tuo letto è ancora lì, perfettamente sistemato. I tuoi documenti sono ancora in ordine nella lucida borsetta nera da cui tiravi fuori cinque mila lire per i tuoi nipoti. Il telefono è ancora funzionante, sul gelido marmo del comodino, quel telefono a cui rispondevi sempre più di rado, sempre con meno forze ed energie. Perché tu eri pronta a partire per questo lungo viaggio, ma noi noi.

Ore 11.50, Arnhem.

Ho messo la tua sciarpa, quella fucsia bucherellata, quella che hai filato con le tue stesse mani tremanti.

È l’unica cosa che conservo di te in questa nuova città. Oggi la tengo stretta al collo, la tengo stretta al cuore. La porterò con me, anche quando le temperature saranno più miti, perché dovrò pur appigliarmi a qualcosa.

Ho inserito il nome di quella chiesa su Google Maps e sono corsa giù per le scale con la paura che chiudesse prima delle 12.

Mi sono ritrovata di fronte a quella chiesa la cui foto conservavo da qualche parte nell’album del mio telefonino. Finora le chiese erano state solo oggetto della mia fame turistica. Mai avrei pensato che un giorno, non troppo lontano dal mio trasferimento in terra straniera, avrei sentito il bisogno di mettere piede dentro una di esse.

Ricordo ancora il mio periodo da cattolica fanatica, una fede che avevo coltivato con parsimonia ed affetto grazie  a te, nonna. Noi due sedute su quelle vecchie sedie di legno e paglia, sull’uscio di casa. Un rosario in mano,  sgranato dalle tue mani curve e solcate dalle prime rughe, e dalle mie piccole dita di bambina che crede, che ci crede con tutto il suo cuore che lassù un Dio esiste. Perché nonna ha detto così, che Dio esiste, e che l’onore e il rispetto e la fede sono i valori più importanti.

Poi, vedi nonna, le cose cambiano nella vita. Si diventa più grandi, si sperimentano le prime delusioni, i primi dolori dell’esistenza. Guardi gli occhi di tua madre sempre tristi, e ti domandi se veramente possa esserci un Dio in questo mondo. Un mondo che porta tanta gioia e poi ti sbatte in faccia una pena così grande da non sopportare più la vita.

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E oggi i ricordi affiorano incessantemente.

Ricordo  quando andavamo a messa assieme con Tina e il momento più atteso per me era la frase  “andate in pace”.

Significava che ci saremmo dirette al bar vicino e che ci avresti comprato le patatine San Carlo da 50 centesimi di lire.

Ricordo i pomeriggi passati a “fare la salsa”, come la chiamiamo noi al sud, a  preparare la passata di pomodoro in casa, nel vecchio sgabuzzino buio e umido.

Mentre voi grandi schiacciavate i pomodori con i rivoli di sudore che scorrevano tra i seni e sulla fronte, e noi piccoli che imbottigliavamo il risultato, e ci illudevamo di aiutare, e di essere grandi. Ricordo le tue raccomandazioni sul comportarsi dignitosamente in pubblico, rispettare mamma e papà, volerci bene, stare attenti.

E quando mi chiamavi “caminante”, viaggiatrice, ogni volta che ti annunciavo un viaggio pensavo: “non potrebbe esserci termine più azzeccato per definirmi”.

Ricordo, infine, le cene nella casa di campagna degli zii, e tu seduta su una poltrona a vigilare ogni nostro movimento.

Ricordo il pane con salsiccia e maionese che mi preparavi nei torridi pomeriggi d’estate, quando tornavo tutta sporca e piena di ferite per le ripetute cadute in bici con i vecchi amici. Ricordo il mio primo libro letto sulla tua poltrona grigia, con una tazza di latte caldo.

Ricordo.

È questo quello che mi hanno detto tutti. A breve il dolore se ne andrà così di fretta com’è venuto, a breve ti verranno a far visita l’accettazione e la rassegnazione e, sempre a breve, non ti rimarranno solo che caldi e affettuosi ricordi.

Ed è proprio così. È l’una e mezza oramai e io mi ritrovo qui, seduta su questa panchina di fronte all’imponente portone chiuso di una  Chiesa olandese.

Alla mia destra si estende una piazza sconfinata, che non ho mai visto fino ad ora. Perché non ci sono mai stata? Mi chiedo.

Dovevo essere mossa dal dolore per riscoprire nuovi luoghi, per rendermi conto che alle dodici rintocca la campana, che la gente si siede a chiacchierare in piazza anche qui nel profondo nord, e che c’è un po’ d’Italia ovunque.

Ci voleva questa, per rendermi conto che puoi riconoscere le facce dei tuoi cari in quelle di perfetti sconosciuti che ora ti sorridono timidamente dall’altro lato della panchina. Forse più tardi mi perderò tra le strade deserte e sconosciute, per riscoprire nuovi posti, per riscoprire me stessa e pensarti ancora un po’.

Oggi non ho nient’altro da fare, oggi sono libera. Libera di piangere, di sentirmi sola e triste, libera di ricordare e tenere viva la memoria di te.

Libera di comporre il tuo numero di casa e fingere che tu non stia rispondendo perché sei in bagno.

Libera di pensarti ancora viva, laggiù al Sud, seduta su quell’uscio, dietro quella porta, con le mani incrociate e il rosario in mano.

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Nonna

Il sole non mi abbandona neanche oggi, mi brucia le guance, tanto è vivido e intenso.

Mi tiene al caldo il cuore mentre butto giù questi pensieri, mentre alle mie spalle scorrono veloci accenti non familiari, mentre penso che ora  mi è tutto più chiaro.

Quel sole che ha bussato alla mia porta per così tanti giorni, che mi ha accompagnato in questo turbolento trasferimento, che mi ha lasciato solo per un attimo, quando tu hai deciso di andar via… Quel sole, che ora è ritornato a splendere, eri tu, nonna.

Eri e sei tu, che mi dai forza e coraggio per andare avanti con rispetto ed onore, come hai sempre voluto.

 

 

 

 

 

 

1 commento
  1. Fabiola
    Fabiola dice:

    Cara Rossella,
    un testo bellissimo per il quale pure la tua dolce nonna ne sarebbe andata orgogliosa ( e in qualche angolo di cielo sono sicura che lo è)

    Ti mando tanta forza e un caro abbraccio.
    Fabiola

    Rispondi

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