Animali, maestri di vita

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Ho sempre adorato gli animali.

Ricordo che a nemmeno otto anni, con la scuola, andammo a visitare una cascina in riva al fiume e la proprietaria ci permise di tenere in mano un pulcino di pochi giorni. Non era particolarmente bello, sapete? Non lo era, perlomeno, nel senso noiosamente tradizionale del termine. Ai miei occhi, però, il becco un po’ incrostato e le zampe gracili contribuivano a renderlo l’animaletto più meraviglioso dell’intero paese.

Ho trascorso un fantastilione di ore in compagnia dei vari animali domestici che mi hanno accompagnata in questi anni: dal primo cane all’età di sei anni, passando per un’infinità di pesciolini rossi, qualche gatto ed ora le bestioline del Centre dove lavoro come volontaria.

Ho riempito vuoti, emotivi e non, correndo con loro per campi che, ai miei occhi di bambina, sembravano estendersi per infiniti chilometri.

Soprattutto, e me ne rendo conto soprattutto ora, ho imparato un sacco di cose, ho assimilato lezioni di vita che spesso diamo per scontate ma che, invece, dovremmo tenere strette.

Lavorare a stretto contatto con questo ammasso di zampe e piume colorate, insomma, mi ha concesso la possibilità di fare un check-up generale e rendermi conto che, davvero, c’è sempre almeno una lezione di cui fare tesoro.

Al solito, poi, le grandi verità non sono nascoste tra le righe di un tomo pesante e un po’ polveroso ma in quegli sguardi curiosi e un po’ buffi che non smettono mai di seguirci.

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Ho imparato ad essere più paziente.

Trascorrere una manciata di minuti in più di fianco all’ingresso del recinto ed attendere che Bambina, una splendida capretta tripode, superi la soglia mi ha ricordato il valore, spesso dimenticato, dell’aspettare, del prendersi tempo per le cose che contano.

Mi ha insegnato ad essere indulgente nei confronti delle debolezze altrui, in un modo tutto nuovo e, lasciatemelo dire, persino rinfrescante. Mi ha insegnato, poi, ad esserlo anche nei confronti di me stessa perché se, in un giorno di pioggia, non esco a rastrellare i recinti non casca mica il mondo. Tutt’al più, il giorno seguente dovrò stare attenta a dove metto i piedi.

Ho imparato a fermarmi un istante in più.

Poco dopo il mio arrivo, mi sono soffermata ad osservare Cheeky, uno dei due esemplari di Ara ararauna ospiti del Centre, diventare sempre più aggressiva. La colpa, come spesso accade da queste parti, era della moltitudine di persone che, incuranti e probabilmente incoscienti, sfilava davanti al suo serraglio, picchiettava la rete e se ne andava fischiettando.

L’unico essere umano che riusciva a darle da mangiare senza venire attaccato era Dan che, invece di correre a colazione, passava decine di minuti di fianco alla rete ripetendo “Ola” e propinandole noccioline. Vedendo Dan e Cheeky interagire, mi sono ricordata di quanto sia importante dedicare il nostro tempo al rapporto con il prossimo, coltivandolo e prendendocene cura senza dare mai nulla per scontato; anche se a volte questo significa saltare colazione e passare una manciata di minuti a ripetere “Ola”.

Sto scoprendo il valore della fiducia.

Sono estremamente diffidente nei confronti del prossimo e ho mille riserve nei confronti del mio interlocutore, questo lo sanno tutti. Vedere con che abbandono un suricata si è seduto sulle mie ginocchia nella speranza di un grattino sotto il mento mi ha fatto rivalutare questo tratto della mia personalità. Sorridere di un topino di campagna che si siede sulla mia mano e decide di esplorare il mondo da lì, ormai, è diventata una consuetudine quasi quotidiana. Gli animali, da questo punto di vista, sono spesso incredibili, sapete?

Ti osservano con quegli occhi che, da soli, sono più eloquenti di mille discorsi e, dopo averti soppesato un istante, decidono se fidarsi o meno di te. Ti annusano le mani, danno una nasata contro le nocche e decretano se chiamarti amico e meno. A volte, sia ben chiaro, decidono pure che la pappa non è di loro gradimento e ti prendono a musate sinché cadi in terra. 😉

Sto imparando a lasciare andare. 

A volte, nonostante tutte le cure e tutto l’amore del mondo, non c’è nulla da fare. È triste, spesso infuriante, ma l’unica soluzione è accompagnare i nostri piccoli amici animali oltre l’arcobaleno cercando di rendere sereno questo ultimo loro viaggio.

Ho trascorso una notte quasi insonne, svegliandomi ogni tre ore e cercando di idratare e nutrire, almeno un poco, un cucciolo malato. Lo tenevo stretto, gli carezzavo il pelo e gli sussurravo che tutto sarebbe andato bene perché era un cucciolo incredibilmente amato e perché era al sicuro. L’ho tenuto stretto sino alle sei e mezzo del mattino quando, tra la disperazione e il sollievo generale, ha lasciato questa terra con un ultimo sospiro. L’ho sepolto in mezzo ai fiori, incapace di concludere la sua esistenza in mezzo ai sacchi dell’immondizia. Non era giusto.

Ho imparato che lasciare andare, a volte, significa chiudere gli occhi e inghiottire il magone, sapendo che, sino all’ultimo istante, quel cucciolo è stato amato, protetto, curato al meglio delle mie capacità. Portarlo nel cuore è soltanto un altro modo per continuare ad amarlo come meritava.

Ho imparato e sto imparando un sacco di cose, seduta in un prato in mezzo a capre, uccelli tropicali e oche. Ho imparato ad entrare in contatto con un’altra parte di me, una alla quale non parlavo da anni. Non so se sia la famosa “parte migliore di me” (cit.), forse sì oppure no. Questo, suppongo, devo ancora scoprirlo.

E ora scusatemi, ma devo correre a preparare le patate dolci altrimenti chi li sente, i suricati?

 

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