arrivederci-jena-bosco

E poi ci sono gli arrivederci.
Non mi piace parlare di addii, né mi piace il senso definitivo di quelle cinque lettere, quindi: Arrivederci, Jena. Non è un addio, il nostro.

So già che tornerò, almeno un paio di volte, per scoprire cosa ne è stato di amici, conoscenti e colleghi, per concedermi una birra ed un abbraccio.

Scherzando, Franziska ed io ci siamo persino ripromesse di ritornare tra un anno, giusto per accertarci che il nostro appartamento condiviso non sia esploso nel frattempo.
Oggi riparto. Dico “arrivederci” e lascio questa cittadina che, per quasi cinque anni, ho chiamato casa e che, per sempre, rimarrà uno dei posti che più amo al mondo. Mi rimetto in marcia verso nuove avventure, nuovi obiettivi, nuove domande alle quali trovare una risposta.

Con uno zaino e poco più in spalla, dopo il downsizing del secolo, insomma, inauguro un nuovo capitolo di questa mia vita un po’ matta, giusto alla soglia dei trent’anni.
Se mi guardo indietro, credetemi, mi si riempie il cuore di gratitudine. Per tutto quello che ho potuto vivere, per le mille emozioni che questo posto mi ha regalato, per le mille e una cose che ho imparato, perché Jena mi ha salvato la vita.

Lei, con le sue stradine in porfido e i Bratwurststände ad ogni angolo. Lei, città così giovane eppure dall’aria un po’ vintage. Lei, con i suoi concerti un po hipster ma dove puoi ballare e ridere e cantare a squarciagola. Lei, con quelle mille contraddizioni che, una volta comprese a fondo, te la fanno amare ogni giorno un po’ di più.

Qualche giorno fa, Robin ed io abbiamo sorriso del fatto che le nostre “grandi manovre” iniziano lo stesso giorno e che, uniti da un filo a volte sottile ma sempre presente, rinasceremo un poco anche insieme. È un pensiero che mi fa stare bene, questo. È l’ennesimo pezzo un po’ sbilenco di un puzzle altrettanto bizzarro ma che, davvero, non cambierei per nulla al mondo. A ben pensarci, di tutto quello che mi è successo da quando sono arrivata qui cambierei ben poco. Forse nulla perché, come direbbe Federica: “le coincidenze non esistono”.

Mi piace credere sia davvero così e che tutto quello che ho visto, sentito, provato mi abbia fatta crescere almeno un pochettino.
Insomma, arrivederci Jena. Arrivederci, grazie e, chi lo sa, a (non troppo) presto. Perché certi amori fanno giri immensi e poi ritornano. Amori indivisibili, indissolubili, inseparabili“. 

Domani inizia la mia mini-vacanza italiana prima della (ri)partenza.

Mi sveglierò a casa dei miei genitori, maledicendo quei tre gattoni che pure adoro perché, davvero, al pelo dappertutto non sono proprio più abituata.

Mi sveglierò, già lo so, in un bozzolo di lenzuola, copriletto e il-Cielo-solo sa-cosa-ancora, rimpiangendo l’essenziale praticità di quel piumino leggero che, ora, ho lasciato in cantina chiuso in una valigia che non so nemmeno se recupererò mai. Mi sveglierò al suono di “vuoi un caffè come si deve, oppure quell’acqua sporca che bevete là?”. Mi sveglierò, guarderò il mio zaino e sorriderò di questa mia piccola casetta mobile, delle pazzie che a volte ci concediamo e delle possibilità che queste ci regalano. Mi sveglierò, sorriderò e penserò a Jena, alle sue case colorate e ai suoi prati verdi che mi hanno vista correre, cadere, rialzarmi e correre di nuovo.

Penserò alle mille possibilità che questa città mi ha dato e alle mille che, ora, mi aspettano da un’altra parte, in un piccolo angolo di mondo che, almeno per un po’, chiamerò casa. Casa, proprio come Jena.

To make an end is to make a beginning. The end is where we start from.
[Creare una fine significa creare un inizio. La fine è il nostro punto di partenza]
(T. S. Elliot)

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