uluru-australiaAvevo scritto un post sui visti australiani e su come sia difficile ‘restare’ in Australia.

Proprio due giorni fa mi scrive un vecchio amico che lavora in banca a Milano e mi chiede se sia difficile trovare lavoro in Australia.

A parte che l’Australia è gigante e ogni stato è a sé stante, ma soprattutto il problema non è in questo caso trovare lavoro, ma convincere lo stato australiano a farci restare.

Molte persone arrivano con il famoso Working Holiday Visa e, molto spesso, lo step successivo è quello dello Student Visa, che ti permette di formarti e lavorare un tot di ore alla settimana. E dopo?

Non si sa, perché il governo cambia regole in continuazione.

Conosco persone che hanno iniziato questa trafila, ma poi il governo ha deciso di abbassare il limite di età per quelle determinate figure professionali e siccome, nostro malgrado, l’età avanza per tutti, adesso si ritrovano a dover cercare altre soluzioni.

Non c’è nulla di scontato e nulla di semplice.

Vi racconto la mia storia d’amore con il Dipartimento di Immigrazione.

La chiamo storia d’amore, ma è più una storia di una grande passione, in senso letterale: una sofferenza.

Bando alle ciance. La nostra storia inizia circa cinque anni fa, quando decido di trascorrere un anno del mio dottorato in un laboratorio australiano.

Primo enorme vantaggio: l’università che mi ospita ha una persona (Linda) che si occuperà di tutti i miei documenti, che farà da tramite e mi ricorderà le scadenze.

Mio marito invece, ancora ventinovenne e non ancora mio marito, opta per un Working Holiday.

A parte il numero infinito di documenti da recuperare, condito da esperienze surreali negli uffici di una piccola città di provincia in cui forse nessuno era mai partito per l’Australia se non da semplice turista negli ultimi 50 anni, tutto fila liscio.

Quando, dopo 12 mesi, decido di estendere il visto per altri 12 mesi e aggiungere mio marito come “second applicant” di nuovo tutto bene, ma la pressione inizia a farsi sentire: dobbiamo dimostrare che siamo una coppia stabile.

Iniziamo a raccogliere foto insieme, cartoline mandate allo stesso indirizzo (sì, per fortuna c’è ancora chi manda cartoline!), contratto di affitto con entrambi i nomi, conto in banca co-intestato.

Persino lettere di amici e parenti che confermano la natura del nostro rapporto. Per la prima volta ho iniziato a sentirmi burocraticamente nuda: tutti gli affari miei erano in una cartella di Dropbox e in una busta sigillata.

L’avventura vera inizia con il famoso visto 457, recentemente revocato dal governo Turnbull per ‘proteggere’ i lavoratori australiani.

Ma anche qui la meravigliosa Linda mi sostiene in ogni passo, anche se si scorda di dirmi che, siccome non sono madrelingua inglese, devo sostenere un esame di lingua.

Ormai è comunque tardi e mandiamo tutti i documenti così come sono, sapendo che verremo comunque contattati per aggiungere quest’ultimo documento.

Un’altra volta mi sento testata, spogliata ed esaminata, ma alla fine va tutto bene. Sorrido alla assurdità di questo esame e a quanto poco sia rappresentativo delle effettive abilità nella lingua inglese, ma vado avanti per la mia strada.

Ah, assurdità per assurdità, evidentemente il funzionario che ha esaminato il mio fascicolo è stato poco accorto perché nessuno mi chiede i risultati dell’esame e il visto arriva anche prima dei risultati. Inizio ad entrare nel mood…

Presto mi rendo conto che, per avere una situazione più normale in Australia, ho bisogno di un visto permanente.

In questo modo non solo avremmo accesso al sistema sanitario nazionale, ma significherebbe anche molta più libertà lavorativa: potrei accettare posizioni part-time, contratti da enti che non siano il mio attuale sponsor, potrei pure non lavorare per un periodo superiore ai 60 giorni senza essere cacciata a casa a calci nel sedere.

Potrei inoltre accedere ai finanziamenti per la ricerca australiani.

Insomma, tutto sarebbe molto meno stressante. Iniziamo le procedure e non vi annoierò con valutazioni dei miei titoli tramite enti esterni che si fanno pagare a peso d’oro e fiscalità ridicole.

Non vi annoierò raccontandovi  di punteggi minimi che cambiano improvvisamente quando compi 33 anni. Non riempirò questo post di lamentele e di piagnistei, perché, sapete che vi dico? Che andrà tutto bene – e ne sono convinta.

Che vivo in Australia anche perché la qualità di vita è migliore di quella che avevo in Italia, che lavoro in Australia perché il mio lavoro qui mi rende felice, ma che non lascerò che sia un ufficio immigrazione ad intaccare la mia felicità.

E se non sarà Australia, sarà Europa. Se non sarà Europa sarà Italia. E se non sarà Italia, pazienza, rifaremo di nuovo le valigie e sorrideremo a un nuovo sole che sorge.

Avevo una maglietta quando ero adolescente, aveva una sola piccola scritta bianca su fondo verde scuro e diceva “Non mi avrete mai come volete voi”.

Non so se alla fine sono diventata come volevano loro o no, ma di una cosa sono certa: non mi toglieranno mai il sorriso.

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2 commenti
  1. Solare
    Solare dice:

    So bene di cosa parli perché anche noi siamo passati dalla lunga trafila per avere il visto di residenza permanente prima e poi dopo 4 anni finalmente la cittadinanza. Esami e prove burocratiche a volte surreali e assurde, visite mediche tipo fossimo cavalli da tiro ma anche tanti ritardi e attese snervanti, tanto che io alla fine neanche ci volevo venire più in questo paese bruciato dal sole. Alla fine abbiamo vinto noi ma anch’io penso che gli australiani siano un po’ nevrotici con tutti questi cambi di rotta continui e improvvisi che lasciano le persone li a galleggiare nell’attesa e nell’incertezza. Perfino gli stessi australiani pensano che il loro governo da questo punto di vista sia troppo duro ma così è. Brava, tu non ti arrendere😉

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    • Valeria - Adelaide
      Valeria - Adelaide dice:

      Ciao Solare! Come ho scritto anche in un commento su FB, più che nevrotici tendo a pensare che siano scelte che strategicamente vengono messe in atto quando la classe politica al potere ha bisogno del sostegno della popolazione, un po’ di (in)sana demagogia, insomma. Ho purtroppo sentito molti Australiani di origine italiana immigrati negli scorsi decenni supportare queste restrizioni e mi ha fatto davvero tanto male. Non so se è così ovunque, ma a me sembra sempre che noi Italiani abbiamo la memoria davvero cortissima 🙁

      Rispondi

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