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Sei anni fa mi ritrovai con una laurea in Psicologia, un’abilitazione alla professione di Psicologo e una borsa di dottorato per 4 anni. Unico inconveniente: non avevo un tutor. Tutto al contrario di quello che capita alle persone normali, insomma. Così lessi le pagine personali di tutti (!) i docenti di Psicologia di Milano Bicocca e feci una lista di quelli con cui, per un motivo o per l’altro, potevo condividere i miei interessi. Arrivai a selezionarne tre e fissai  un appuntamento con ciascuno di loro: un professore un po’ all’antica ma con cui avrei potuto proseguire la mia tesi della Magistrale, una professoressa molto materna e rassicurante, e un ricercatore giovane che non aveva mai avuto dottorandi prima di me. Quest’ultimo (francamente il numero 3 nella mia lista dei preferiti) iniziò il colloquio dicendomi: “Prima di tutto vorrei sapere come ti sentiresti all’idea di andare un anno in Australia”. Niente, mi aveva conquistata.

Così al terzo anno di dottorato io, il mio coraggioso fidanzato (oggi mio marito), due bagagli a mano e due valigie ci imbarcammo per il viaggio più lungo della nostra vita. Meta: Adelaide, che a me evocava solo il Grand Prix che mio papà guardava quando ero piccola. Era il 3 febbraio 2016, due mesi più tardi il Consiglio Accademico ricevette la mia richiesta per estendere il mio periodo all’estero a 24 mesi.

Dopo il dottorato mi venne offerto un contratto per proseguire la mia ricerca come post doc per 12 mesi. Poi altri 12 mesi. Ad oggi si prospettano altri 12 mesi e, in tutto, fanno quattro anni che viviamo quaggiù.

Mi chiamo Valeria, vivo ad Adelaide (South Australia) con il mio fantasmagorico marito, lavoro come ricercatrice alla University of South Australia  e mi piacciono le sfide (e non mi piace perdere, quindi, quando succede, sono una lagna).

Gli articoli scritti da Valeria

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