Autrici e lettrici: intervista a Daniela

Una delle autrici di Donne Che Emigrano all’Estero ha incontrato una delle lettrici. Un incontro ricco e intenso, di emozioni e confidenze reciproche

margherita-daniela

Margherita e Daniela

Io e Daniela ci siamo conosciute online qualche anno fa, grazie a Donne Che Emigrano all’Estero.

Lei leggeva gli articoli che io pubblicavo e, con grande generosità e sensibilità, condivideva le sue esperienze da expat e non.

Poche settimane fa, in occasione di una sua vacanza con la famiglia in Irlanda, ho pensato che sarebbe stato bello conoscerci personalmente.

E così lo abbiamo fatto.

È stata una bellissima giornata, ricca di tante belle emozioni e soprattutto di chiacchiere.

Ecco cosa mi ha raccontato!

Quando avete pensato di espatriare di nuovo?

Nel 2013, quando è venuta a mancare mia madre. Eravamo diretti in Canada, ma i casi della vita ci hanno fatto rinunciare. La nostra domanda per il Permanent Residency for Self Employed era stata rifiutata all’ultimo minuto, pare perché non avevamo fornito sufficienti nomi e prove dei benefici di cui il Canada avrebbe usufruito attraverso il nostro business, cioè un’agenzia di traduzioni. A quel punto io avevo già dato le dimissioni dal mio lavoro in Italia, quindi abbiamo optato per Detroit, essendo mio marito americano e la sua famiglia vive proprio lì. Io però ho faticato da subito. Gli Stati Uniti, che ho visitato per sedici anni in vacanza, non sono mai stati nelle mie corde. Li sento lontani da me come principi, come valori, come cultura. Vivere lì mi ha dato conferma di ciò che pensavo.

Cosa ti spingeva verso il Canada, invece?

Intanto c’era la voglia di cambiare e poi il pensiero che la vita è breve e il mondo è grande. Bisogna vivere più esperienze e vite possibili e soprattutto aprire questa eventualità anche ai nostri figli. Loro comunque hanno la fortuna di avere il papà americano, hanno la cittadinanza americana; ma all’epoca non erano bilingui e non avevano quell’apertura mentale che l’aver vissuto da un’altra parte ti dà comunque.E io volevo che fossero cittadini del mondo! Il Canada univa due cose: i miei suoceri erano vicini, e la mentalità del paese, per certi versi, è più europea, c’è un social welfare, sono più solidali meno consumisti ed individualisti degli Stati Uniti.

Un pregiudizio che hai confermato in questi due anni e mezzo di esperienza americana?

La vita lì si limita al microcosmo familiare. Per me l’amicizia, per esempio, è molto importante. In Italia ho amicizie profonde e durature. Negli Stati Uniti dovevi prenotare le serate con gli amici un mese prima e spesso all’ultimo momento venivano cancellate.

Una cosa che ti ha invece stupito in positivo?

C’è un grandissimo rispetto della cosa pubblica, ma anche della natura, nonostante si tratti di un popolo di individualisti. Questo poi lo insegnano ai loro figli. I parchi sono tenuti benissimo, i bagni pubblici brillano, la carta igienica non la ruba nessuno. Ma ciò che mi porto nel cuore sono le little free libraries. Si tratta di piccole casettine collocate in parchi, di fronte a casa o lungo le strade, che contengono libri e chiunque ne può usufruire. In Italia non sarebbe pensabile perché uno passa e si porta via tutto.

Cosa vi ha spinto quindi a tornare?

Faccio mea culpa, perché da subito ho fatto fatica ad integrarmi e a sentirmi a casa. Mio marito ci voleva provare seriamente. Poi con il tempo anche lui ha capito che, anche economicamente, avremmo avuto problemi ad avere una qualità della vita decente. Lì o sei molto benestante o sei molto povero!

I bimbi hanno faticato ad inserirsi?

No, per niente. Noi, però, abbiamo scelto con molta cura dove vivere. All’inizio abbiamo vissuto nei classici Suburbs che sono molto alienanti, soprattutto per me che vengo da una città, dove la gente si incontra per strada, in piazza, in chiesa. Questi erano gruppi di case, che si danno nomi di cittadine ma che non hanno nulla di tutto ciò, nessuno cammina, usano la macchina per andare ovunque. Io mi sentivo molto sola, lì. Quindi ci siamo spostati in una cittadina che si chiama Ann Arbor. Si tratta di una cittadina universitaria, molto carina, con più possibilità di fare amicizia, anche per i bambini, che sono andati in una scuola pubblica e si sono ambientati subito. All’inizio gli è stato affiancato un supporto, soprattutto per la scrittura e la lettura, perché l’inglese lo parlavano già. Poi sono andati avanti con le loro gambe, e hanno fatto molto bene!

Non sentivano la mancanza dell’Italia?

Sì, mio figlio più grande mi diceva che gli manca Genova, ma anche i suoi amici, la focaccia, il pesto, andare al mare e il calcio, perché lì giocano, prevalentemente, altri sport.

A te cosa mancava?

Gli amici e la cultura. Ahimé il livello culturale, anche in una città universitaria, considerata la più educata d’America nelle classifiche, è diverso da quello europeo, si percepisce proprio un approccio diverso. Quando ho vissuto a Londra l’Italia non mi mancava per esempio. Gli americani sono molto ingenui, un po’ come i bambini. Hanno una storia molto recente, quindi stanno ancora crescendo a livello culturale. Ma hanno la brutta abitudine di credersi migliori, quindi sono un po’ arroganti.

Siete arrivati con Obama e andati via con Trump, che differenza hai notato in questi due anni e mezzo?

Tanta. Noi stavamo in una bolla. Si percepiva un po’ meno direttamente sulla nostra pelle, perché Ann Arbor è una città molto progressista, quasi new age come atteggiamento, molto giovane e con il 95% di sostenitori democratici. Ma in altri posti questa situazione ha creato delle spaccature anche all’interno di famiglie. Capisco anche il perché di questi dissidi. Tu cresci con persone che credi abbiano i tuoi stessi principi e invece realizzi che preferiscono eleggere un Presidente sessista, razzista, omofobo e che tiene i bambini separati dalle loro madri.

A distanza di un anno pensi che tornare sia stata la scelta giusta?

Sì! Credo che tornare in Europa sia stata la scelta giusta. L’Italia è stata la scelta più sensata, pur non avendo famiglia, però avevamo un supporto culturale, linguistico, degli amici e anche un lavoro. Quando abbiamo iniziato a valutare un ritorno mio marito ha spedito dei CV e ha trovato in pochissimo tempo. 

Nessun rimpianto?

No.

È una scelta definitiva?

No! Per noi le scelte definitive non esistono. Ci teniamo aperte altre possibilità di espatrio, possibilmente in Europa e magari in un paese di lingua inglese, per evitare di imporre ai bambini anche una terza lingua, proprio ora che stanno alle scuole elementari entrambi. Io penso che un espatrio ti dia più di quello che ti toglie, però: un piccola trauma i bambini lo vivono. Allora vorrei che, almeno dal punto di vista linguistico, miei figli fossero sereni.

Che lingue parlate in casa?

Per lo più, purtroppo, italiano. Da quando siamo tornati mio marito si sforza di parlare più inglese con loro ma gli rispondono in italiano, perché ora, per loro, è l’italiano la lingua predominante. Io gli parlo in italiano, anche perché quando parlo in inglese mi dicono che lo parlo male.

daniela-margherita

Daniela e Margherita

Sono fluenti?

Sì abbastanza, qualche errore certo lo fanno, tipo “sono andato a vedere lo”.  Qualche amico in Italia gli dice che parlano strano, per via dell’accento inglese.

Si sentono americani? Italiani? Metà e metà?

Penso metà e metà. Forse il grande si sente italiano mentre il più piccolo si sente più americano, anche perché lui ha vissuto in America negli anni in cui si sviluppa il linguaggio.

Cosa vorresti che ereditassero dalle culture americane e italiane?

Vorrei che ereditassero dalla cultura americana la capacità di pensare che tutto è possibile, che puoi fare qualunque cosa tu ti senta di fare e che il cielo è il limite. Dalla cultura italiana, vorrei imparassero il concetto di solidarietà e quello di giustizia sociale, che in America ho trovato abbastanza assenti, ma che per me sono fondamentali.

Quindi questo ti ha spaventato della cultura americana. Invece cosa ti spaventa di quella italiana?

Non vorrei che ereditassero il concetto di furbizia inteso come voler fare le scarpe all’altro. Non mi piace la modalità italiana, a volte, di piegare la legge o le regole del vivere comune per accomodare le nostre esigenze personali.

Tuo marito ha vissuto due anni a Londra e sedici anni in Italia. Tu hai vissuto due anni a Londra poi due anni e mezzo negli Stati Uniti. Chi si è adattato di più o più facilmente?

Senza dubbio mio marito. Lui è un americano atipico, anche se non voglio generalizzare; l’America è grande, ci sono persone di tutti i tipi. Però lui ha sempre avuto un po’ di Europa nel sangue ed è sempre stato critico su certi aspetti della cultura americana, gli stessi di cui parlavamo prima, tra l’altro. Considera però che lui ha passato 16 anni a Genova, che è l’esatto contrario del Michigan: quindi più sporca, con la gente chiusa, problemi a parcheggiare. Mentre a Detroit tutto pulito, tutti che ti sorridono e salutano. Ecco perché, dopo tanto tempo, aveva necessità di fare un’altra esperienza negli States e l’Italia cominciava a stargli stretta, nonostante in quegli anni si sia adattato bene.

Quindi questa esperienza americana gli è servita anche ad apprezzare l’Italia di nuovo?

Certamente. In questi due anni e mezzo ha visto cosa veramente apprezzava dell’Italia senza concentrarsi sulle cose di cui era saturo.

Quando hai iniziato a leggere Donne che emigrano all’Estero?

Nel 2014 quando stavamo progettando l’espatrio. Mi servivano informazioni, ma in particolare mi interessava il punto di vista femminile di expat nel Michigan, possibilmente con figli. Ho trovato quello che cercavo, soprattutto le risposte relative al lato emotivo dell’espatrio. 

In cosa pensi potremmo migliorare, come sito dedicato all’espatrio?

Forse, se proprio mi ci fai pensare, la possibilità di inclusione, nel senso, per chiunque, anche di una lettrice. Poter lasciare solo un breve post, non necessariamente dover diventare autrice e scrivere un articolo. Ci sono altre pagine che te ne danno la possibilità.

L’abbiamo anche noi: c’è la Chat room di Donne che emigrano all’estero.

Ottimo! Allora mi avete fregato. Non c’è nient’altro che potete fare per migliorare.

C’è qualcosa che avresti voluto che ti chiedessi ma non ti ho chiesto?

No direi che è stata un’intervista completa. Aggiungo solo che, se qualcuno sta pensando di trasferirsi, consiglio di fare delle ricerche prima di spostarsi, valutare la lingua che si va ad imparare. Io ho sempre amato i paesi scandinavi per esempio, ma la lingua è particolarmente ostica, quindi ho rinunciato. Poi bisogna considerare anche le opportunità lavorative in base alla specializzazione. Per quanto riguarda i figli, non abbiate paura di traumatizzarli. Non sono d’accordo quando sento che dipende dal bambino. I bambini ci sorprendono sempre, sono delle spugne, e per loro è un arricchimento, un grande dono.

Grazie Daniela. In bocca al lupo per tutto.

Crepi!

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi con chi vuoi