Il 2 agosto è nata la mia terzogenita, la mia piccola canadesina. E’ stata un’esperienza eccezionale sotto tutti i punti di vista, che ho deciso di riportare su Donne Che Emigrano all’Estero. Insieme alla mia storia, vi darò un po’ di info utili riguardo la gravidanza e il parto a Vancouver.
 
Qui, la prima parte della storia.

figlio-vancouver

A partire dal terzo mese, finalmente, iniziai visite regolari dal ginecologo.

Anzi, ginecologa. Fui subito molto colpita dall’approccio umano di questo medico (e poi di tutti gli altri coinvolti nel parto).

Le sue prime domande furono tutte rivolte a capire non tanto il mio stato fisico, quello lo si poteva verificare con le analisi e la visita, ma quello emozionale.

Ogni volta che ci vedevamo iniziava con il chiedermi come stavo, se ero felice, se mi sentivo in qualche modo depressa e sin dall’inizio mi ha chiesto se avrei avuto aiuto dopo il parto, se la mia famiglia pensava di raggiungermi, se potevo contare sull’appoggio di qualcuno.

Ogni visita si concludeva con una “hai qualcosa da chiedermi? Fammi tutte le domande che vuoi”.

Al quarto o quinto incontro ha iniziato ad abbracciarmi, che per i canadesi è una specie di miracolo, ossessionati come sono dal private space.

Un altro modo per tenermi su di morale, per stabilire un contatto, per farmi capire che mi potevo affidare.

Normalmente si fa una visita ogni 20/25 giorni circa il secondo trimestre, e una ogni 2 settimane al terzo, per poi intensificare i controlli nell’ultimo mese.

Le ecografie, che in in Italia siamo abituate a fare continuamente, sono solo 3, massimo 5, incluse la morfologica e la flussimetria.

Si fanno tutte in laboratori esterni specializzati ed i risultati vengono riferiti solo al medico, sarà con lui e solo di persona, che ne potrete discutere.

C’è un test genetico di routine che viene fatto fare sopra i 30 anni (sotto tale età non so) ed è coperto dall’assicurazione base.

Ce n’è anche un altro, più ad ampio spettro e con un margine di precisione impercettibilmente superiore, che costa circa 400 dollari. Entrambi sono semplici prelievi sanguigni.

La famosa amniocentesi (probabilmente fatto salvo casi particolari) normalmente non si pratica più.

Il tempo è trascorso relativamente veloce, ho lavorato serenamente fino al compimento dell’ottavo mese anche se tra i banchi e la lavagna non ero agile come al solito.

Ho affrontato con una prospettiva decisamente diversa il mio impegno lavorativo, stavolta, senza il panico da “e dopo?”.

I miei colleghi e soprattutto il mio capo mi hanno supportata sin dall’inizio.

Non mi sono dovuta scontrare con pregiudizi o problemi, niente mobbing, battute cretine o sottili ironie circa la presunta fine della mia carriera.

Cose all’ordine del giorno in Italia, o sbaglio?

Qui la legge, ma ancor di più la coscienza sociale, ti tutela.

La maternità dura 12 mesi, estensibili a 18 (da poco in British Columbia).

Il mio posto mi verrà conservato così come ogni aumento che venisse eventualmente dato durante la mia assenza mi verrà automaticamente riconosciuto.

Ma non è solo lo Stato, è il sentire comune che fa molto la differenza, come dicevo.

Per fare un altro esempio è stato proprio il mio capo ad organizzare per me un babyshower a sorpresa con i miei colleghi, io che pensavo di non volerne fare mi son trovata davvero felice di essere festeggiata con affetto da tante persone.

Anche i miei studenti sono stati carissimi ed ho ricevuto regali e innumerevoli biglietti d’auguri come non avrei immaginato.

Giunta alla mia “due date“, il termine della gravidanza, avendo programmato una C section (cesareo) mi sono recata in ospedale con mio marito, mio padre e la mia carissima amica Silvia.

Il Burnaby Hospital non è rinomato quanto il Children’s ma la struttura nuovissima del reparto e la professionalità del personale sono da primo posto, a mio parere.

Come ho anticipato è stato un parto in rosa, anestesista, pediatra, infermiere e ginecologa, tutte donne e tutte di origini diverse.

Indiane, cinesi, iraniane.

Non sono stata un solo minuto senza che una di loro non mi parlasse o mi tenesse la mano.

Prima dell’ingresso di mio papà in sala, quando stava per iniziare l’operazione e la mia tensione era alle stelle,  la mia ginecologa si è piegata su di me e mi ha detto due o tre volte “stai tranquilla, ci prenderemo buona cura di te della tua bambina”.

Che grande cosa sentirsi sostenute anche a livello emozionale! Non sei solo un numero, un paziente, sei una persona.

Tutto come sapete è andato bene, ho trascorso la permanenza in ospedale in una grande camera privata con bagno, un letto per me e uno per mio marito.

La bimba è stata sin dal primo momento con noi, pasti e assistenza ottimi, il costo di questo trattamento è stato… udite udite: un totale di 30 dollari, circa 25 euro.

Sono stata dimessa al terzo giorno su mia richiesta (sarei potuta restare di più se non mi fossi sentita pienamente in grado) ma, prima di uscire dall’ospedale, è obbligatorio seguire un’ora di corso durante il quale un’infermiera ti informa su una serie di procedure e dà consigli sulla gestione del neonato nei primi giorni a casa: cosa fare quando piange, che tipo di letto deve avere, ogni quanto deve mangiare, come identificare velocemente possibili problemi di salute, di che colore devono essere le pupù.

Il tutto è supportato da molto materiale illustrativo.

Durante la lezione vieni anche informata che il giorno successivo la tua dimissione verrai contattata da un’altra infermiera, la quale verrà a farti visita a casa per darti una mano e, soprattutto, verrà a vedere come stai, come ve la cavate insieme tu e il nuovo arrivato.

Non sei sola.

In effetti il giorno dopo ho ricevuto questa chiamata a cui hanno fatto seguito ben 4 visite!

Eva, la mia giovane infermiera, ci è venuta a trovare a casa, ha pesato mia figlia, ha visitato me, ha controllato il suo lettino, ci ha osservate e dato aiuto nelle fasi dell’allattamento al seno, e soprattutto ha parlato con me.

Ha parlato molto con me, cercando ogni volta di capire se ero troppo stanca, se il bonding, il legame con la mia bambina, stava avvenendo se il mio equilibrio emozionale e mentale fosse buono.

Allattamento al seno e depressione post partum sono i due focus principali dell’assistenza post natale.

Mentre per il secondo a mio parere non si fa e non si parla mai abbastanza, riguardo al primo ho trovato un certo integralismo ed una rigidità che hanno messo in difficoltà molte mamme.

Ma su questi due temi varrebbe la pena di scrivere un post a parte.

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