Quando emigriamo, i nostri figli subiscono le nostre scelte nel bene e nel male.

Credo sia giusto spendere due parole sull’apprendimento della nuova lingua per i bambini che arrivano in un nuovo paese, anche per tranquillizzare i genitori a questo proposito.

Prima di tutto, i bambini non hanno bisogno di un insegnante come succede per noi adulti: sono più svelti ed hanno bisogno di meno attenzioni. Però una guida è necessaria, anche se l’opinione comune prevalente è che non lo sia.

Per loro la prima scoperta è che la lingua straniera è una tra le possibili lingue con cui si può comunicare ed io, come genitore mi addentrerei  nel concetto, quando è possibile, con mio figlio, anche per rifletterci sopra, o anche solo perché è bello scoprire insieme.

Inoltre lo tranquillizzerei, dicendo che le lingue straniere si possono imparare, portando ad esempio amici e conoscenti che ne conoscono più di uno. Aggiungerei che imparare le lingue è come un gioco.

Quindi, questi sono i primi tre fattori che considererei con mio figlio/figlia da più punti vista: ci sono tante lingue al mondo (scoperta da fare insieme), le lingue s’imparano e l’imparare stesso può essere un nuovo gioco magari da fare anche insieme.

Infine, considerando anche l’età del bambino, farei delle considerazioni sociologiche: noi siamo italiani ma anche europei e la globalizzazione di tutto e tutti è ogni giorno sempre più con noi, quindi imparare un’altra lingua ci aiuta a sviluppare meglio la nostra identità e a cavarcela in questo mondo sempre più complesso.

Certo, un’argomentazione del genere non si può sostenere con un bambino di sei anni, ma quelli più grandicelli magari hanno bisogno anche di un commento sociale che spieghi loro la complessità della realtà in cui viviamo e presenti lo studiare le lingue straniere come un bisogno profondo e pratico al contempo.

Si parla spesso di bilinguismo e a me fa piacere ma le discussioni, a mio avviso, non sono complete se non si introduce un altro termine: bilinguità.

Il bilinguismo è un dato sociale, è una condizione personale ed è vissuta da coloro che sviluppano anche una personalità bilingue.

In questo caso non si conoscono solo più lingue, non si agglutinano capacità comunicative di vario tipo, ma si vive in più lingue. Le lingue che si conoscono diventano parte del proprio mondo, e prendono parte ad un modo tutto personale di concettualizzare la realtà. Questo poi non toglie che sul piano strumentale se ne usi più una che un’altra.

Tornando a bambini, noi genitori dobbiamo sapere che vi è un periodo critico entro il quale le lingue vanno imparate, e si usa in questo caso l’espressione di spazio neurologico: è quindi meglio introdurre le lingue precocemente di modo che vi sia un apprendimento totale.

Un altro fattore di cui noi genitori dovremmo conoscere l’esistenza è che la conoscenza di due o più lingue arricchisce a livello cerebrale: detto in maniera più biologica, significa che il cervello dei bambini bilingue è più bilaterale, la dominanza del bambino bilingue è meno rigida e l’emisfero destro svolge un ruolo più importante nella rappresentazione dei due codici.

Quindi far imparare le lingue ai nostri figli non può essere che un bene e li modifica anche a livello fisico, cerebrale. Visto che viene modificata la struttura cerebrale, si capisce il perché più piccoli i bambini vengono introdotti alla lingue e meglio è, proprio perché in giovane età il processo di lateralizzazione non è terminato.

Quando si parla di bilinguismo, bisogna inoltre introdurre altre due nozioni fondamentali: quella di periodo critico e quella dell’interdipendenza delle lingue.

Con il passare degli anni si perde la possibilità di imparare una lingua perfettamente dal punto di vista fonetico: più giovani si è, più rapidamente s’impara una lingua e più si è sensibili a livello fonetico. Quindi due sono i fattori in gioco: rapidità e capacità di riproduzione fonetica.

Anche se si parla di periodo critico generalmente e comunemente, in realtà i periodi critici sono due. Fino a tre anni si acquisisce una pronuncia perfetta e vi è un ottimo sviluppo di tutte le abilità linguistiche. Prima vi muovete con i vostri pargoli e meglio è. Dai quattro agli otto anni l’acquisizione della pronuncia è ancora perfetta ma i bambini faticano di più, ovvero vi è un maggiore sforzo celebrale.

Abbiamo adesso parlato dei periodi critici: volevo ora sottolineare che vi è un altro periodo ancora, buono per imparare le lingue, tra gli 8 e i 20-22 anni. Si chiama periodo sensibile. In questo periodo si raggiunge una buona competenza ma la performance nella lingua che si sta apprendendo di solito non passa per quella di un madrelingua.

Ricapitolando, vi sono tre periodi: due periodi critici e un periodo sensibile.

Da sapere è anche che le lingue sono interdipendenti tra loro: si tratta del principio di interdipendenza linguistica. Detto in maniera semplice, quando impariamo un’altra lingua, la capacità di elaborare quella che già conosciamo cresce, perché le lingue sono tra loro connesse. Solitamente questo principio viene spiegato con la metafora dell’iceberg. Da fuori un osservatore vede solo le punte degli iceberg (che per analogia sono le lingue che si parlano). Gli iceberg sono tra loro collegati anche se non si nota esternamente, sott’acqua vi è uno strato di ghiaccio che forma la loro base; anche nella realtà linguistica vi è questa forte relazione tra le lingue che conosciamo. Per questo ogni nuova lingua imparata ci aiuta a rafforzare quella che già conosciamo.

Per quanto riguarda quello che si deve cercare in una scuola o in un insegnante, qui scrivo una lista di fattori utili anche se mi rendo conto che è difficile trovare una scuola ideale.

Prima di tutto, quando si insegna una lingua nuova a scuola bisogna utilizzare un approccio flessibile, perché ogni bambino ha uno stile cognitivo e di apprendimento e chi redige le lezioni non se ne può dimenticare, anche se, a mio avviso, questo avviene spesso. Poi bisogna cercare di conoscere i bambini per quanto possibile, perché ogni pargoletto viene da esperienze di vita diverse e si porta con sé un bagaglio da cui si può anche partire.

Un insegnante che non ci tiene a conoscere i suoi alunni perde in partenza. Poi ci sono tempi e ritmi personali, a volte si verifica anche un periodo silenzioso (soprattutto nell’acquisizione di una seconda lingua in terra straniera, intendo). La didattica si deve basare sulla sensorialità, quindi tutti i sensi devono essere stimolati e connessi con ciò che si apprende. Ad esempio si possono imparare i nomi delle piante e dei fiori che ci sono in giardino che i bambini annusano o toccano. Si possono portare a scuola i teddy bear e farli parlare nella lingua che si sta apprendendo.

Un’altra parola chiave è motricità: i bambini si devono muovere, non possono stare fermi al banco come zucchine tutto il tempo.

Se, saltando, si imparano le addizioni e sottrazioni, lo stesso si può fare con la lingua straniera. L’ultima parola chiave da ricordare è gioco. Qui bisogna fare una distinzione fra games e play e la distinzione mi viene meglio in inglese. La didattica deve essere ludica e sottolineo la parola ‘deve’. Ciò non significa che bisogna per forza riempire la didattica di games (giochetti e giochini). La lucidità è un modo di essere e di insegnare e se non ce l’hai non puoi lavorare con i bambini, anche perché il gioco è la dimensione naturale della vita infantile. Poi vi è sempre la biologia che ci dice che se c’è ansia non si impara, ma se c’è piacere si produce noradrenalina che aiuta la memorizzazione.

Ancora una volta spero di essere stata d’aiuto.

Credo che una conoscenza di questo tipo non debba solamente essere confinata agli insegnanti ma debba essere parte del bagaglio culturale di ogni genitore, per aiutare i nostri bimbi a vivere la loro infanzia e a imparare.

2 commenti
  1. Margherita
    Margherita dice:

    Articolo interessantissimo. Da mamma espatriata con due bambini bilingue e da insegnante di italiano a stranieri non posso che condividere e ringraziarti per le cose che hai scritto.

    Rispondi

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