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Arco di Trionfo, Barcellona

Arco de Triounfo, Barcellona

Scrivo questo post in metro, per distrarmi.

Ognuno piange il suo dolore e la sua paura.
Sono seduta e sento che il panico mi invade la gola.
Ci guardiamo tutti intorno.

Ci si guarda negli occhi, oggi.

Alcuni hanno lo sguardo triste.
Altri indagatore: scrutano, cercano un segno, un indizio di colpevolezza.
Altri sembrano rassegnati: i condannati che, oggi come sempre, prendono la metro e vanno in centro.

Siamo vulnerabili.

Sento la mia pelle trasparente e sento che mi vedono dentro.
Mi sto rivestendo di metallo perché mi voglio proteggere.
La paura mi fa venire da piangere ad ogni respiro. Ed ogni respiro è un sospiro bloccato.
Inizio a scrivere e penso ad altro.
Un ragazzo si distrae leggendo un libro, però poi si ferma con lo sguardo fisso nel vuoto.
Qualcuno legge le notizie sul nuovo attentato a Cambrils.

A Barcellona splende il sole oggi.

Splende il sole sui corpi delle vittime, sul nostro essere ciechi dietro a un video, sui nostri terrori e sui nostri pregiudizi.
Splende il sole sulla nostra necessità di accusare il diverso, di trovare un colpevole, perché non si può morire così.
Splende il sole sull’odio di questa gente e di tutta l’umanità, la quale sembra purtroppo che senza odio non possa proprio vivere.

Oggi vado a fare le visite al Palau della Musica Catalana.
Con chi ci sarà. Con chi verrà.

Forse invece di gridare “Goodmorning everybody!”, entusiasta come sempre, avrò la testa più bassa.

La voce sará meno acuta e più sussurrata e, magari, nel regalare un po’ di me, cederò e mi uscirá una lacrima.

Ad ogni spiegazione, nominando la Rambla o il Teatro Liceo, sono al punto di rompermi e scoppiare in pianto.

Mi ricordo di quello che è successo, che tutti sapevamo che sarebbe accaduto, prima o poi, anche qui.

E adesso è realtà.

E allora, forse, ci faremo un pianto tutti insieme.

Io, i turisti giapponesi che a volte mi fanno impazzire quando non mi capiscono, gli argentini con le loro mille domande, i russi con quella loro espressione dura in viso, i francesi che mi esaminano come se stessi affrontando un esame all’università.
Piangeremo insieme per quelli che non ce l’hanno fatta e anche per noi, per quello che siamo diventati o siamo sempre stati, perché ci siamo salvati ieri, perché non eravamo lì.

Siamo dei sopravvissuti. Non posso e non voglio immaginare il dolore atroce di chi è sopravvissuto ai propri cari, morti in quest’orrore. Fa troppo male.

Forse alcune vittime avevano seguito la mia visita guidata poche ore prima, e gli avevo lasciati con “Enjoy the beautiful Barcelona!“.

Magari hanno trovato la morte.

Altri invece avrebbero avuto la visita con me oggi e avranno perso la bellezza del mondo per sempre.

Magari hanno trovato la morte.

Oppure stanno lottando per sopravvivere.

Come l’amico di Chulami, un ausiliare delle visite. Il suo amico è ricoverato in ospedale e gli amputeranno la gamba. Chulami è di razza indiana ma originario delle isole Canarie. Mi racconta che stamattina in metro due persone si sono alzate e hanno cambiato posto per non sedere vicino a lui.

Questo è anche quello che fa paura: che tutto questo sia il pretesto per ulteriore odio.

Alle 12.00 rispetteremo un minuto di silenzio. E ci abbracceremo, chissà, dietro dei timidi sorrisi che tornano a nascere.

Della sala del Palau si dice che sia come un giardino senza la notte, vibrante di luce.

A Barcellona, anche oggi, splende il sole.

Ma nei nostri cuori, c’è una nuvola spessa e scura.

Palau-della-Musica

Palau della Musica, Barcellona

7 commenti
  1. Giovanna Tinti
    Giovanna Tinti dice:

    terribilmente bello il tuo articolo, finalmente mi sono uscite quelle lacrime che ancora non riuscivano a sgorgare trattenute da,rabbia e sgomento.
    Ti abbraccio
    Giovanna – Oman

    Rispondi

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