Io sono qui anche grazie alla mia mamma.

Certo, se dovessi analizzare i fatti, direi che sono venuta a Barcellona perché innamorata di un ragazzo spagnolo, che successivamente ho partecipato ad un Progetto Leonardo imparando la lingua e trovando un lavoro, e che infine mi sono stabilita qua.

Se invece parlassi di emozioni, di quell’energia che mi ha spinto a lanciarmi in una nuova esperienza, allora dovrei parlare di mamma, della tranquillità che mi ha trasmesso nel prendere questa decisione. C’è chi parte perché scappa, chi è in cerca, chi è stanco, chi segue qualcosa/qualcuno e chi ha cento altri motivi. Io sono emigrata poiché, da curiosa quale sono, mi chiedo continuamente com’é svegliarsi la mattina e fare la spesa in un posto diverso, con facce diverse, con in bocca una lingua da scoprire e sapori inaspettati. Ancora oggi è un tema di conversazione con il mio compagno; non nego che in futuro, magari solo per pochi mesi, mi piacerebbe cambiare nuovamente.

Però, mettendo da parte le belle parole e i grandi propositi, devo riconoscere che quando mi spostai qua ero la ragazza di Alberto da 4 mesi, rinscemita dall’innamoramento e dalla dopamina, per cui non pensavo ad altro che non fosse seguire il profumo di colui che amavo e vedere i colori tra cui era cresciuto. Mi avesse detto che viveva al Polo Nord ci sarei andata.

Eh si, è proprio così: ora, quando mi chiedono il perché del mio trasferimento, rispondo che Barcellona è bellissima, che si vive bene, che non è poi così diversa dall’Italia, etc etc. Però aggiungo anche sempre un “mi è andata bene”, come se quella decisione non l’avessi presa io, ma al contrario mi ci fossi trovata, potendo solo ringraziare di essere capitata qui e non in un’altra triste periferia.

foto barcellona aerea

Era il 2012, arrivai qui a gennaio lasciando la mia vita come sospesa, in pausa. Mi buttai nel Progetto Leonardo interrompendo una felice convivenza appena cominciata con due amiche attrici, abbandonando spettacoli rodati, nuovi progetti e il corso di Beni Culturali all’Università di Milano (di cui continuai a sostenere gli esami, prendendo un’infinità di aerei). E allo scadere del progetto, della durata di tre mesi, cominciai man mano a smuovere i veli amorosi che mi avevano annebbiato la vista fino a quel momento per prendere contatto con la realtà, in modo più razionale, ponendomi delle domande.

Convivevo ed ero felice, ma la data del volo di ritorno che si avvicinava segnava il ricominciare della mia vita milanese e della relazione a distanza, fatta di check in online, conversazioni via skype e abbracci ai controlli sicurezza. Avevo paura, non volevo lasciare quella che era diventata la mia nuova quotidianità.

question-mark-457456_640D’altra parte però avevo mille dubbi: sapevo che restare in Spagna avrebbe significato rinunciare almeno inizialmente al mio lavoro como attrice, privarmi delle mie amiche e delle mie “sicurezze”, oltre al classico timore che se la relazione di coppia non fosse andata bene tutto, forse, sarebbe stato fatto per niente.

Durante l’ennesimo elenco su skype di dubbi, timori e sensi di colpa, che intervallavo a infiniti “non so, dovrei, e se poi?…” mia mamma, con in viso un’espressione di straordinaria calma e serenità, mi interruppe semplicemente dicendo:

“Sei felice lì? Ami questo ragazzo? Si?!  E allora piantala, rimani lì, e prova a viverci!”

Rimasti di stucco e le riposi: “Sai che sono poche le mamme che direbbero una cosa così alle loro figlie?”. E lei, con gli occhi più vivi che mai:

Ma io voglio solo la tua felicità”.

Quindi è anche questa frase, l’emozione di quel momento, che mi fa pensare di aver fatto la scelta giusta. Ho potuto seguire il mio istinto, senza che nessuno me lo facesse pesare attraverso rifiuti, ricatti emotivi, brutte facce o cose del genere.

Oggi qui, domani chissà! E grazie anche al mio papà, che magari più silenziosamente, mi sostiene ed é contento per me, perché, come gli piace definirci, siamo una famiglia di “sempre insieme in luoghi diversi”(N.B. Mio fratello vive ed ha famiglia a Istanbul).

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