bed-&-breakfast-indiaVi ho lasciate qualche mese fa, dopo avervi raccontato come sono sbarcata in India per lavoro, accolta da quello che sarebbe diventato il mio futuro capo, un ragazzotto bello alto proveniente dal Rajasthan, lo Stato che mi aveva fatto innamorare dell’India due anni prima durante un viaggio di soli 12 giorni.

Vi ho raccontato di come mi avesse messa a sedere in ufficio, per osservare il lavoro altrui ed imparare il concetto di “pazienza”, senza il quale, in India, sei morta.

E badate bene che “pazienza”, almeno per noi espatriati provenienti dall’Occidente, non significa sopportazione all’estremo – mentre per gli indiani, che hanno un livello molto, ma molto più elevato di pazienza può significare “all’infinito”.

Vi ho raccontato anche di quanto sia difficile ottenere un regolare visto di lavoro in India, a causa della politica di conservazione della specie, come amo chiamarla io- e considerando il miliardo e passa di indiani, direi che il Governo applica una linea corretta. Orbene, qualcuna di voi mi ha chiesto che fine avessi fatto, come mi mantengo, insomma se lavoro o vado a rubare – come si dice a Napoli ed ecco in breve gli ultimi tre anni della mia vita da espatriata in India.


Il primo anno e mezzo quindi ho lavorato presso un Tour Operator, specializzato per viaggiatori italiani.

Inizialmente non ne sapevo nulla, ma non dovendomi occupare dell’aspetto tecnico, ho potuto concentrarmi su altro come l’attenzione al cliente, la corrispondenza via mail, la gestione del sito internet dell’agenzia, il blog, l’aggiornamento degli itinerari. Insomma una gavetta che mi è stata poi utile dopo. Conoscere gli italiani e conoscere i viaggiatori italiani sono due cose diverse ed inoltre l’agenzia non vendeva pacchetti preconfezionati ma si elaborava un itinerario specifico in base alle richieste del viaggiatore così come alle sue esigenze.

E così impari a capire cosa può piacere e cosa no, quando proporre un itinerario più naturalistico piuttosto che di stampo culturale, capisci se proporre una meravigliosa guesthouse in un’antica casa del maharaja oppure se è preferibile un albergo a 5* con la piscina privata sul balcone. Poi ci sono stati una serie di eventi che mi hanno fatto chiudere una porta ed aprirne altre. Tra queste l’idea di aprire un piccolo B&B proprio a Delhi, qualcosa di intimo, con un feeling indiano ma dove i viaggiatori in transito per turismo o per lavoro potessero sentirsi a casa…lontano da casa. È nata così Outland, la mia compagnia indiana, con lo scopo di accogliere i visitatori in India e poter condividere con loro il mio sapere su questa terra meravigliosa, ma più ancora i miei sentimenti, le dritte sul mercato più conveniente, sul thali più appetibile, sulla night life della Capitale, su come cucinare il pollo al curry che in realtà non è il curry come lo intendiamo noi (la miscela di spezie si chiama masala e la parola curry vuol dire salsa, quindi se ordinate un chicken curry vi arriverà un piatto di gustosi bocconcini di pollo in salsa accompagnata da chapati o roti)

Al momento sono in una fase di pausa, o stallo se vogliamo, in quanto le regole per aprire una guesthouse o B&B sono complicatissime in India. In particolare, essendo io un’expat ho due scelte: la prima – ovvero quella che ho seguito io – è aprire una compagnia in India con almeno 2 soci, e poi una guesthouse che prevede regole differenti, come ad esempio il fatto che l’edificio debba trovarsi in una strada larga 18 metri e questo, ovviamente, limita moltissimo la scelta. La mia scelta di aprire un’azienda e quindi una guesthouse è stata dettata dal fatto che non avrei potuto optare per la seconda, ovvero aprire un B&B a mio nome.

Questo perché non solo non sono indiana ma…non sono sposata! Eh si perché in India il cosiddetto Bed and Breakfast (che qui viene pronunciato bread and breakfast) è riservato alle “famiglie indiane”, ovvero nuclei di almeno 2 persone legate da un qualsiasi legame familiare, marito e moglie, fratelli, genitori e figli e questo perché l’idea di base del B&B è quella di fornire al viaggiatore un valore aggiunto, ovvero lo spirito indiano, la tradizione, usi e costumi della famiglia indiana e non un semplice appoggio per la notte.

Va da sé che questo comporta una serie di facilitazioni tecnico-amministrative che rendono il percorso di apertura del B&B molto più semplice rispetto alla Guesthouse, ritenendo sufficiente, oltre che basilare, la presenza di una “famiglia”. Devo ammettere che il concetto in sé mi piace molto e d’altronde mi piacerebbe poter fornire un servizio simile, magari però con la variante che posso intendere meglio le esigenze di un viaggiatore italiano. Inoltre, c’è da dire che le facilitazioni concesse dal Governo indiano, in questo caso dal Ministro del Turismo, hanno anche un secondo scopo: di fatto, moltissime famiglie indiane posseggono grandi abitazioni, formate da più stanze, anche a causa del concetto di “famiglia allargata”.

Questo comporta che, una volta che le donne della famiglia lasciano la casa paterna per raggiungere quella del marito o una diversa abitazione, le camere da letto dell’abitazione sono praticamente inutilizzate. Ecco quindi che, grazie alla presenza di centinaia di migliaia di espatriati – nonché di locali – che si recano a Delhi per lavoro o per studio, il proprietario dell’appartamento decide di affittare la stanza e spesso a cifre superiori al valore intero dell’appartamento, producendo un reddito di tutto rispetto. Il tutto, ça va sans dire, esentasse! Orbene, il Governo – che ha le mani un po’ ovunque – regolarizzando la questione dei B&B per “famiglie indiane” e facilitandone l’attività con tasse inferiori, permessi superveloci ecc ecc. ha ottenuto la propria fetta di tasse da un’attività sin troppo remunerativa.Ciò, ovviamente, non va a mio favore perché, in sintesi, non sono sposata ad un indiano e non posso che aprire una guesthouse a nome della mia azienda, con tutti i pro e i contro del caso (per ora non ho trovato ancora i pro, ma vi aggiorno! )

Tutti questi mal di testa comunque derivano anche dal fatto che l’attività per arrivare al mio sogno è eseguita rigorosamente nei limiti imposti dalla Legge perché oltre al fatto che penso di essere una persona onesta e mi piace fare le cose come si deve, non ho di certo voglia di impelagarmi in questioni legali per poi ritrovarmi la porta dell’india chiusa in faccia. Tuttavia, vi lascio immaginare che volendo, in cinque minuti, si potrebbero ovviare tutte queste problematiche, come diciamo qui… “alla maniera indiana” che poi è la stessa di altri popoli in cui il soldone fa chiudere anche più di un occhio.

Eccomi care Amiche, alla soglia dei miei tre anni in India che cerco in tutti i modi di realizzare il  piccolo sogno del mio Bed & Breakfast e nel frattempo, si continua a viaggiare e far viaggiare, con il lavoro di agente di viaggio per un altro tour operator, così da poter imparare sempre di più su questo paese meraviglioso e poter un giorno, raccontare ai miei ospiti le mie esperienze di viaggio ed ascoltare le loro, davanti ad un ottimo chai e magari anche un caffè.

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