bambini-zero-tre-anni-bilinguiDa 0 a 3 anni: bilingui precoci, ritardi e lingue mischiate


Oggi torniamo su un argomento discusso: la soglia entro la quale si parla comunemente di “bilingui“. Per bilingui si intende in genere il bilingue precoce ovvero quel bambino esposto a due o più lingue dalla nascita. Gli studiosi non sono concordi sulla soglia oltre la quale il bilinguismo non viene più considerato precoce. Chi dice 3 anni, chi la estende a 4. Sicuramente esiste una soglia, forse anche individuale, entro la quale l’introduzione di una seconda lingua viene elaborata dal bambino come la lingua materna. Tutti sono concordi nel dire che i primissimi anni di vita siano fondamentali per l’apprendimento di una seconda lingua a livello di lingua madre. Questo è dovuto alla straordinaria plasticità del cervello di un bambino che permette la facile formazione di connessioni neuronali. La plasticità va poi progressivamente riducendosi fino all’età adolescenziale. Si è potuto anche constatare che durante i primi anni di vita il processo di apprendimento linguistico segue un percorso di memorizzazione diverso rispetto ad età più avanzata. Imparare una seconda lingua in quella fase significa seguire quello stesso processo di memorizzazione della lingua materna, quindi le aspettative di raggiungere una padronanza più completa sono più elevate. 

Parlare di padronanza linguistica è comunque piuttosto generico. Una lingua è composta da vari aspetti che andiamo ad analizzare nel dettaglio considerando la nostra prospettiva bilingue.

A livello fonologico l’apprendimento precoce di una lingua comporta notevoli vantaggi poiché quello fonologico, ovvero la pronuncia, è uno di quegli aspetti che il nostro cervello riesce ad elaborare alla stregua della lingua materna solo entro un certo arco della vita, oltre il quale la pronuncia acquisterà in genere il cosiddetto accento straniero.

Per quanto riguarda la grammatica vi sono degli aspetti che possono essere appresi anche nel corso della vita, altri che si fissano prima e la loro rielaborazione resta aperta solo entro un breve arco di tempo. Prendiamo ad esempio le preposizioni: quando noi da adulti impariamo una lingua straniera le preposizioni sono un elemento che crea spesso disagio e che rappresenta un ostacolo a volte difficilmente insormontabile. Le preposizioni sono uno di quelle categorie grammaticali che si fissano in tenera età e che difficilmente sono rielaborabili in seguito. Anche i bilingui precoci in certi casi possono presentare lievi carenze e ritardi nell’uso corretto delle preposizioni. Questo è un aspetto che va curato maggiormente rispetto al coetaneo monolingue.


Il lessico invece è una di quelle categorie linguistiche che resta aperta per tutta la vita. Memoria permettendo, possiamo continuare ad imparare vocaboli nuovi per tutta la vita. Dunque anche nei bambini bilingui il lessico può continuare ad ampliarsi all’infinito.
Una precisazione va fatta in questo senso. Dai test sui bambini bilingui precoci è emerso che il loro bagaglio lessicale, ovvero il numero di parole conosciute, risulta più ridotto in ciascuna lingua rispetto ai coetanei monolingui. In realtà però se si sommano i concetti conosciuti in entrambe le lingue il numero è pari, se non superiore, a quello dei coetanei monolingui. Dunque non si tratta di una vera e propria riduzione di vocabolario, ma di una conoscenza suddivisa tra le lingue conosciute. Del resto, se pensiamo all’apprendimento di una lingua straniera da adulti ci renderemo conto che conosciamo vocaboli legati a determinati ambiti in base alle esperienze che ci hanno permesso di apprenderli. Non sapremo parlare di finanza in una lingua, a volte anche nella lingua madre, se non ci è mai capitato o servito di imparare i vocaboli legati a questo settore, mentre conosceremo la terminologia finanziaria nella lingua in cui abbiamo studiato o utilizzato la finanza. Per i bilingui precoci è lo stesso: è necessario tener conto di questo fatto quando si formulano le aspettative riguardo alla crescita di un bambino bilingue; il bilingue non è un traduttore simultaneo, non è la somma di due monolingui, è una persona che vive con due lingue. Questo lo vedremo ancora più avanti quando parleremo di miti e pregiudizi sul bilinguismo.

Alla luce di quanto detto finora, nel nostro progetto linguistico familiare è opportuno tener conto del fatto che i primissimi anni di vita del bambino possono essere fondamentali. Mi preme qui ricordare che, nonostante i numerosi test condotti, studi e teorie formulate, è sempre necessario tenere presente l’individuo. Ognuno è diverso e geneticamente qualcuno è più portato per determinate attività rispetto ad altre. Per le lingue è lo stesso, ciò non significa che non si possa imparare, ma ognuno avrà anche risultati in base alle proprie predisposizioni e al proprio carattere. Anche all’interno dell’universo «lingua» ci può essere una maggiore predisposizione alla comprensione orale, a quella scritta, alla produzione orale o scritta, alla riproduzione fonetica, insomma ciascuno di noi ha caratteristiche diverse che si manifestano anche nell’apprendimento linguistico, anche se precoce. 

Il ritardo linguistico


Nell’ambito di tali differenze individuali rientra anche un margine di ritardo linguistico in alcuni bambini. E’ vero che in genere le prime paroline compaiono verso i 12-13 mesi, è altrettanto vero che alcuni bambini parlano più tardi. Nel caso dei bilingui, se questo avviene, tendenzialmente si attribuisce il ritardo alla presenza di più lingue. L’idea che il bambino debba elaborare più codici linguistici fa sì che un adulto ragioni con la logica che conosce, ovvero la fatica che comporta imparare una lingua straniera. Per il bilingue precoce, tuttavia, imparare due lingue simultaneamente non è uno sforzo, avrà sì più informazioni da elaborare ma il procedimento sarà lo stesso per entrambe le lingue, quindi non si tratta di uno sforzo in più. In realtà, anche per questo, dobbiamo considerare che ognuno è diverso e, accertatisi che non vi siano ritardi dovuti a deficit effettivi, il bambino imparerà a parlare come gli altri. Probabilmente avrebbe parlato più tardi in ogni caso, anche se fosse stato esposto  ad una sola lingua, ma il bambino può aver bisogno di soffermarsi più a lungo in una determinata fase dello sviluppo del linguaggio rispetto ad altri coetanei senza essere per questo meno intelligente. Non si tratta di una gara, come purtroppo a volte genitori e educatori dimenticano, ma si tratta di offrire opportunità ai propri figli in termini non solo professionali, economici, sociali, ma anche e prima di tutto emotivi, identitari, culturali. Se si tiene ben presente questo obiettivo primario si procederà con maggiore serenità all’educazione bilingue dei nostri figli. 

L’importante è essere convinti di questo e non farsi prendere dall’ansia. Anche quando noi adulti impariamo una lingua straniera attraversiamo una fase detta «del silenzio», durante la quale ascoltiamo, immagazziniamo, cerchiamo punti di riferimento. Questa fase può essere più o meno lunga a seconda dell’individuo e delle sue caratteristiche: c’è chi ama produrre immediatamente utilizzando i pochi elementi a sua conoscenza, magari per fissarli meglio nella memoria, e chi ama ascoltare in silenzio e scrivere lunghi elenchi di parole che rielaborerà poi a casa. Le differenze individuali, sia nella predisposizione genetica che per carattere, determinano il metodo di apprendimento di ciascuno. Una persona poco loquace per natura non sentirà questo bisogno impellente di esprimersi neanche nella lingua straniera e sarà soddisfatto di ascoltare e capire. 

Cosa accade se il bambino mischia le lingue?

Ampi studi dimostrano che le fasi dello sviluppo del linguaggio nei bambini bilingui sono le stesse che nei bambini monolingui. Nei bilingui si inseriscono alcune specificità dovute alla loro condizione. Quando compaiono le prime parole, il vocabolario dei bilingui include in genere parole di ciascuna lingua. Sia in bilingui che in monolingui si è osservato l’uso di strategie di comunicazione analoghe, come ad esempio il ricorso alla generalizzazione: se un animale a quattro zampe si chiama cane, tutti gli animali si chiameranno cane.

Quando emerge la fase della combinazione di due parole, i bilingui potrebbero mischiare le due lingue. Niente paura, ciò può accadere e può anche protrarsi nel tempo, l’importante è che ciascun genitore continui ad essere coerente nella comunicazione. Se il genitore mischia, trasmette al bambino il messaggio che mischiare è una forma comunicativa efficace e alimenterà così questa abitudine. Il bambino ha una capacità innata di distinguere tra le sue lingue e con il tempo le separerà da solo. La terza fase dello sviluppo del linguaggio interesserà invece la produzione di frasi più lunghe e complesse.

In tutte le fasi i bilingui tenderanno a produrre gli stessi errori dei monolingui, come la difficoltà di pronuncia di lettere o gruppi consonantici più ostici (la ‘r’ o la ‘gl’) oppure la tendenza ad applicare forme regolari anche in presenza di forme irregolari. “Sono moruto” come diceva Pulcinlla! Altri errori sono tipici dei bilingui, come ad esempio applicare una regola di una lingua all’altra. I miei figli bilingui italiano-olandese hanno entrambi passato la fase in cui mettevano in italiano il verbo alla fine della frase, tipico di alcune strutture sintattiche germaniche:’Sono a letto andato’… la situazione si è normalizzata in pochissimo tempo parola di linguista e di mamma di bilingui!

supporto
5 commenti
  1. Katia
    Katia dice:

    Ho trovato molto interessante e utile questo articolo. Mi aiuta a guardare con meno severità le aspettative linguistiche sul mio secondo genito: concepito e nato in contesto linguistico bilingue Franco- italiano fino ai suoi 2 anni e mezzo, immesso in monolingusimo italino fino ai 6 anni, introdotto nel contesto anglofono dai 6 ai 9 e rientrato in regime solo Italiano da un anno. A scuola lamentano “povertà lessicale” ma per me la sua ricchezza sta nel poter leggere e scrivere ed esprimersi in 3 lingue, a 10 anni, con una forte prevalenza di correttezza e padronanza in italiano, una pronuncia impeccabile in Inglese e Francese, una difficoltà come per i suoi coetanei ad essere preciso nell’ortografia, di per se impegnativa, in Francese, ed una sporadica imprecisione nell’Inglese scritto. Ad ogni modo, senza attirare le invidie di madri italiane che investono somme importanti in programmi di pluringusimo infantile e tutor privati, so che i miei figli hanno già assimilato in una qualche misura altre due lingue e che l’acquisizione ai livelli cosiddetti “scolastici” di altre lingue seconde, nei Paesi in cui hanno vissuto (Tedesco, arabo, Afrikaans, Zulu) avviene in modo più diretto ed “indolore”.

    Rispondi
    • Giovanna Pandolfelli
      Giovanna Pandolfelli dice:

      Ciao Katia, grazie del tuo commento. Come ho scritto, il lessico nei bambini bilingui sembra più povero perché alcune parole possono conoscerle in una lingua ma non nell’altra. Agli occhi di un monolingue ovviamente quella determinata parola manca all’appello del vocabolario che un bambino dovrebbe conoscere a quell’età. Pero’ non è detto che il bambino non la conosca in una delle sue altre lingue e comunque sta poi a noi genitori, educatori a colmare le lacune. Per farti un esempio mio marito ha sempre parlato in olandese con nostra figlia (scolarizzata in olandese in Lussemburgo) ed io sempre italiano, pero’ la bambina ad un certo punto non conosceva le parole tipiche per le femminucce: molletta, treccine, coda, insomma quello di cui mio marito non parlava con lei, mentre le conosceva in italiano. Accortici della lacuna abbiamo provveduto a rimediare e poi lei crescendo ci ha pensato anche da sola ed ora corregge il papà (in olandese): Non sono codini questi sono treccine!

      Rispondi
  2. Rossella Squillace
    Rossella Squillace dice:

    Articolo interrssantissimo! Ma ancora mille domande mi frullato nella testa. Per esempio: qual è il metodo, la maniera più spontanea per insegnare ai bambini le due lingue? Un giorno si parla olandese e l’altro giorno italiano? O la mamma madrelingua italiana parla ai figli con la propria lingua prima e il padre, a sua volta, fa lo stesso? Inoltre vorrei sapere se vale la pena inserire una terza lingua (nel mio caso lo spagnolo) di cui si ha una padronanza C1-C2, o se così si rischia di esagerare. Grazie!

    Rispondi
    • Giovanna Pandolfelli
      Giovanna Pandolfelli dice:

      Cara Rossella, grazie per aver condiviso con noi la tua esperienza e i tuoi dubbi. Nel mio post sulle possibili strategie http://donnecheemigranoallestero.com/strategia-linguistica-familiare/
      leggerai alcune delle proposte più comuni tipo ciascun genitore parla la propria lingua oppure lingua minoritaria in casa. Cambiare lingua ogni giorno confonderebbe il bambino il quale crea un vero e proprio legame tra lingua e la persona che la parla (person-language bond). Tieni conto anche del contesto in cui vivete, che lingua si parla e in che lingua è o sarà scolarizzato il bambino? Quanto alla terza lingua, personalmente terrei conto del legame che avete con lo spagnolo: avete parenti, amici stretti, possibilità di frequentare persone o paesi ispanofoni? Allora potrebbe valerne la pena ma per te diventa un impegno maggiore. Comincerei con il circoscrivere lo spagnolo ad un’attività specifica, cantare, o un gioco in particolare, un pupazzetto che parla spagnolo, oppure in presenza di una persona specifica (un’amica con cui parli spagnolo). Spero di esserti stata utile. Fammi sapere se hai altre domande.

      Rispondi
      • Rossella Squillace
        Rossella Squillace dice:

        Mi hai illuminato, Giovanna, con questo commento. Leggero e approfondirò questo argomento che mi affascina e che mi riguarda da vicino. Grazie

        Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi con chi vuoi