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Devi darmi almeno qualche piccolo indizio, solo per sapere cosa devo mettermi, ti prego“, avevo implorato la mia amica al telefono, quasi piangendo.

Ci risiamo.

Il sabato del villaggio.

L’eterna, paranoica questione del rito della vestizione.

Il drammatico punto interrogativo prefestivo e festivo di ceti abbienti e meno abbienti.

L’incognita stagionale di fashion victims, trend setters, modaioli, hipsters, fricchettoni, street stylers, bloggers e popolo urbano del pianeta globalizzato.

Una serata, spesso, può essere compromessa a causa di un look errato.

Nulla di chic: un jeans, una maglietta con qualche grafica fica, un po’ di colore, via dal solito nero, magari un berrettino, con frontino, ricordiamoci che in the city fa ancora freddo e il tuo piercing è ancora in… dai, forza… muoversi”.

P. si era congedata da me con una certa fretta umoristica.

Adorabile Purvi.

Una tonnellata di consigli alla moda distillati e concentrati in un metro e settanta di morbide curve sensuali e accattivanti.

Che fatica compiere gli anni, però.

In mattinata ho sentito mia mamma che mi ha chiamata per farmi gli auguri.

Donna mai troppo sdolcinata, con un acuto senso dell’umorismo in grado di fare concorrenza al mio; fisicamente dimostra circa dieci anni in meno rispetto alla sua età anagrafica.

Le uniche sue concessioni estetiche sono la frangetta anni ottanta alla Sandra Mondaini e un paio di occhiali da sole giganti.

Alla Sandra Mondaini.

L’unica sua concessione cosmetica è lo spesso strato di crema “notte” che si stende sul viso ogni giorno diligentemente, prima di coricarsi.

Mia madre.

Tutto su mia madre.

Come il film.

E’ vergognoso come spesso una donna di 60 anni possa essere persino più positiva della figlia.

Mia mamma.

Una delle poche persone a non criticare il mio status di single a 37 anni.

In realtà, oggi, forse per la prima volta, l’ho odorata un po’ cupa, forse nostalgica.

Non la biasimo.

E’ faticoso per lei essere la mamma di una figlia donna come me. Dispersa in giro per il  mondo. Un po’ zingara, un po’ pazza, a tratti immatura, a tratti irrecuperabile, a volte, forse, eccessivamente trasgressiva.

Auguri tesoro“, mi ha detto la mamma al telefono.

La conversazione è continuata come da copione. Ogni volta la mamma, come quasi tutte le mamme presenti nella faccia di questo piacevole pianeta, mi infarcisce di dati, nomi, cognomi, soprannomi e situazioni che poco hanno a che fare con i miei interessi e il mio storico italiano.

Pazienza.

Posso sopportare tutto questo.

Ho imparato a lasciarla parlare, a non interromperla. Intanto mi prendo il mio tempo, e i miei spazi. Vago con la mente e penso agli affari miei.

Figlia screanzata.

Naturalmente lei è consapevole della mia distrazione. Ogni tanto mi intrometto nel suo monologo sillabando un  “’” o un “ma dai…? ”. Fanno sempre fare bella figura e tolgono dai pasticci.

Quasi sempre. Non quando si parla ad una mamma. Alla mia mamma.

Lo ammetto. Parlare delle vite altrui, di persone che ho dimenticato dopo il mio trasloco negli Stati Uniti o che non conosco affatto, non mi interessa assolutamente.

D’altra parte, a volte sono io a raccontarle fatti e episodi che non possono attirare la sua attenzione. Sussiste fra noi un certo equilibro ombelicale.

Tutto su mia madre tuttavia non è tutto su mia figlia.

Ci sono tantissime cose di me che mia mamma non conosce, e io faccio del mio meglio  per mantenerla ignara.

La farei preoccupare inutilmente. La farei disperare , e non è questo che voglio per mia mamma.

Dopo aver esaurito i suoi racconti locali e strettamente autoctoni oggi, la mamma, dal nulla, mi ha particolarmente  spiazzata con una frase di chiusura che ha creato in me quel certo tuffo al cuore.

“Allora, passa un bel compleanno, tesoro. Bea, mi sembra impossibile che tu non riesca a trovare nessuno che ti voglia bene“.

Avrei potuto ribattere in mille maniere, avrei potuto commentare placidamente come Dio comanda, oppure, semplicemente, avrei potuto fare una battuta cretina e ci saremmo ritrovate a ridere insieme a crepapelle, come fanno due amiche di lunga data.

Invece ho scelto la via più breve. Come al solito. Questa sono io.

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Me ne sono stata zitta.

Purtroppo quella frase altisonante mi è rimasta intrappolata in testa per tutto il giorno e non sono riuscita a buttarla fuori da me.

E’ rimasta piantata nelle radici della mia mente a suggellare in modo insindacabile il mio status.

Ancora sinlge a 37 anni. Completamente single. Da sola. Punto.

Una cosa almeno avrei potuto dirla al clone di Sandra Mondaini.

Mamma, ti voglio bene”.

Non ci sono riuscita.

Mia madre è stata più furba di me.

Con il senno di poi, ripercorrendo ogni parola della sua sentenza, ho capito che la mamma mi ha detto che mi vuole bene usando strategicamente una frase magica e spostando il fulcro del discorso su  un altro soggetto, anziché su di lei.

Ma io, grazie al mio acuto potere intuitivo, sono riuscita a leggere fra le righe, fra le sue righe.

La battuta della mamma potrebbe essere così tradotta:

Bea, ti voglio bene. Non capisco come non esista al mondo uno straccio di ragazzo qualsiasi pronto a volerti bene come te ne voglio io.

Grazie Sandra.

Volevo dire,  grazie mamma.

Grazie per aver sollevato il problema e per non averlo risolto. Per non essere scesa nei particolari e per non avermi fatto una domanda, quella domanda. Grazie  per aver proclamato una sentenza che non aspetta nessuna risposta.

Ma, soprattutto, grazie mamma,  per volermi bene.

Così come sono. Anche con le mie mezze bugie, e con le mie mezze verità, anche con le mie verità mai dette.

Con le mie ossessioni, con le mie dipendenze.

Non potevo dire a mia mamma che ci sono i miei mille amici a volermi bene. Non avrei colto il punto della sua affermazione.

Non potevo dire che sto bene così. Avrei detto ancora una volta una bugia.

Non potevo dire a mia madre che mi concedo subito, che concedo subito il mio corpo, perché non riesco a farne a meno.

Non potevo dire a Sandra che  in questo modo non offro il tempo materiale agli uomini di potermi conoscere, né tantomeno di volermi conoscere, né di imparare ad apprezzarmi fuori dal talamo d’amore, né offro loro la possibilità di considerarmi una persona con cui parlare, discutere, confrontarsi, e alla quale trasmettere emozioni, con cui condividere del buon cibo, film interessanti e canzoni importanti.

Mamma, perdonami.

Non posso raccontarti tutto questo. Non sta bene.

Una mamma non deve sapere queste cose.

Una mamma non può accettare che il suo stesso sangue e la sua stessa carne vengano mescolati alla carne e al sangue di qualsiasi altro o di cento altri qualsiasi, che entrano ed escono dal mio corpo senza ascoltare il suono della mia voce ed il battito del mio cuore.

Non darò mai questo dispiacere all’unica mamma che ho.

Stai tranquilla mamma. Puoi ancora continuare  a vivere con la mia immagine di ragazza incontaminata, pulita, ancora profumata di talco.

jeans-smalto-converseGiungo alla stazione del treno  inseguita da una scia di Dolce e Gabbana light, il mio stesso profumo.

Indosso un paio di very skinny jeans dal denim molto scuro e una semplice t-shirt nera con una grafica color prugna disegnata da un mio amico artista.

Il cappuccio della mia felpa viola preferita sbuca birichino dal colletto in lana del mio giubbotto da biker. Non porto gli stiletti, stasera, niente tacchi: voglio accontentare Purvi. Ai miei piedi tengo le mie Converse All Star, ormai stracciate, usurate, consumate, senza tetto, l’unico paio di Converse che possiedo.

Non ho stirato i capelli. Ho creato dei grossi ricci artificiali che mi scendono lungo la schiena, e mi sono legata una sottile striscia di pelle sulla fronte, dando vita ad  uno stile lasciato al caso, un po’ hippy e un po’ surfista seducente, appena uscita dalle onde.

Purvi mi aspetta alla fermata di Green Point Avenue.

Mi sento così bassa, che quasi quasi rimpiango di non aver indossato i miei usuali dieci centimetri di tacco.

Sembro una piccola cosa, un folletto un po’ perplesso, e i miei capelli toccano il pavimento, fra un poco.

I miei occhi sono sproporzionati alla mia statura, tanto da rendermi  la caricatura di un personaggio manga giapponese alla Candy Candy.

Wow , Bea… sembri molto più giovane con le All Stars ai piedi”,  Purvi mi schiocca due baci sulle guance non appena mi vede.

Grazie Purvi.

“Allora, intanto, entriamo nel primo Starbucks a farci un caffe’….e poi vedrai”.

P. Continua a destare la mia curiosità. Sempre di più.

Non conosco molto bene il quartiere di Green Point. Non lo frequento. Ho qualche amico che abita qui, ma non sono amici così intimi da andare a trovare.

E’ una zona occupata da una comunità prevalentemente polacca.

Non vedo Starbucks in giro.

Alla fine entriamo in un minuscolo  coffee shop dove ci si puo’ sedere su comode poltrone rosso fuoco.

Io e Purvi ordiniamo due cappuccini e appoggiamo le enormi tazze su un tavolino basso in legno scuro.

Purvi apre la sua minuta borsa vintage di Chanel ed estrae un sacchettino di plastica.

“Che compleanno sarebbe mai senza i pasticcini, eh?” e mi offre un biscotto enorme con i pezzettini di cioccolata.

biscotto-marijuana

Se non fosse una mia cara amica penserei che fosse una pazza.

Non ci metto molto a capire.

Sono troppo esperta per arrivarci tardi.

Fiuto l’aroma della marijuana.

Mi appoggio la superficie ruvida del dolcetto sulle narici e inspiro vittoriosa l’odore dell’erba. Biscotti confezionati con pura maria. Una delizia.

Purvi ha portato due biscotti, uno per me,  e uno per lei.

Sorseggiamo i nostri caffè bollenti e sgranocchiamo queste due prelibatezze.

Non si tratta di una novità. Purvi ha un amico americano di origini marocchine che custodisce una ricetta per la preparazione di dolcetti a base di droghe leggere. Ogni tanto io e Purvi ci concediamo questo vizietto.

Che figata P., aspetta che ti rendo i soldi…”- mi rivolgo a lei con un tono di gratitudine e ammirazione.

Non pensarci neppure. Questo e’ il mio regalo di compleanno”- mi risponde P. Con un sorriso persino più lungo dei miei capelli.

La ringrazio.

Mi sento commossa.

Mi spiace anche un po’. So quanto costano questi biscottini, non sono affatto gratuiti, e Purvi, come me, non naviga certo nell’oro.

Accetto con vera gratitudine il regalo della mia giovane amica, e mi immergo avida nella dolcezza dell’impasto alle erbe.

La differenza fra fumare uno spinello e mangiare un pasticcino con la droga leggera è che, nel primo caso, il raggiungimento dello stato di estasi avviene in modo più veloce. Ma, nel secondo caso, quella stessa droga risulta essere  più forte,  e gli effetti sono leggermente diversi.

Per me il fumo dalla canna è più leggero, invece il cibo con la maria mi fa provare sensazioni particolari, non solo a livello mentale, ma anche fisico. La mia testa si alleggerisce e le mie gambe si flettono.

Gli odori e i rumori intorno a me risultano ovattati, mi sembra quasi di essere rinchiusa dentro un recipiente sottovuoto. Potrei essere all’interno di una bolla di sapone o di una sfera di cristallo, o potrei trovarmi dentro ad una bottiglia di vetro. Isolata dagli stimoli esterni. Come se i suoni , le voci, i colori e gli odori raggiungessero  la superficie del contenitore ma non fossero in grado di entrarci, si fermassero, e rimbalzassero, per poi  ritornare  indietro al punto di partenza.

Mi sento veramente in un microcosmo.

Nessuno mi più portare via, nessuno può prendermi, nessuno può ferirmi o farmi del male.

Dai B., andiamo… voglio portarti in un posto”, la voce di Purvi mi fa uscire dal mio guscio.

Lasciamo il bar e Purvi mi scorta fino alle porte di un condominio alto e un po’ malmesso.

Il biscotto comincia a fare effetto.

Potrei sollevarmi con le mie All Stars, adesso, potrei volare fino in cima al tetto di questa costruzione. Potrei improvvisare un numero di break dance. Potrei far suonare vecchi dischi in vinile dietro la consolle del vecchio caro studio 54. Potrei tenermi aggrappata al collo di un cavalluccio marino.

Potrei potrei. Potrei tutto.

Mamma, mi vedi? Sono felice. Mamma, mi senti, mamma?

Purvi mi sta parlando seriamente. A lungo. Troppo seriamente , e troppo a lungo.

Bea, ultimamente mi ripeti che non sai se vuoi rimanere qui ancora. Mi dici che ti senti un po’ zingara. Potresti essere qui o altrove, per te non cambierebbe nulla. Mi dici che non vuoi invecchiare qui. Non vuoi allevare i tuoi figli qui. Spesso, troppo spesso, ultimamente, mi dici che devi fare tutto da sola. Mi chiedi se ne vale la pena. Ti lamenti della gente che puzza e viaggia con te negli scompartimenti del treno. Ti lamenti del tuo appartamento che sta cedendo, perché ha vissuto troppo a lungo e ha visto troppe cose, come il Papa. Tu dici. Ma poi ti riprendi quasi subito. Sorseggi il tuo Cosmopolitan e ti fai una risata. Balli da sola davanti allo specchio, mentre ti tiri a lustro per l’evento della serata. Riesci a mangiare un muffin senza distruggerlo. Vabbè, adesso parlo così a vanvera perché il biscotto sta facendo effetto. Bea, non voglio che tu lasci New York adesso, sarebbe troppo presto. Non avrebbe senso. Ho pensato di mostrarti una cosa. Una cosa speciale. Chissà che,  una volte per tutte,  tu riesca a capire dove sei e, soprattutto, che tu riesca finalmente a capire che ne vale la pena. Perché sei tu Bea, speciale, per questo ne vale la pena. New York è l’enorme metropoli delle coincidenze, è come un telefono senza fili, un minestrone ben riuscito, un’onda che si muove con te, e che tu puoi domare. Non lasciarti trasportare dalle inquietudini. Tu puoi essere forte abbastanza per respingerle queste inquietudini. Bea…”.

“Ti prego P., basta. Ho capito. Solo tu. Solo tu puoi. Sei veramente un’amica per me. Grazie”,  replico secca e succinta.

Esattamente come con mia madre stamattina. Stasera avrei potuto dire a Purvi che le voglio bene.

Non lo dico.

Come sempre. Per fortuna lei è così intelligente da non prendersela.

Io e P. saliamo le ripide rampe di scale che ci portano sul tetto dell’edificio.

I tetti di New York sono i tetti delle favole.

Gli stessi tetti dove i gatti fanno l’amore. A volte anche le persone.

Ricevo una sorta di flash, di scintilla della rimembranza.

L’ultima volta ero venuta a Green Point per assistere ai fuochi d’artificio del 4 luglio. Da un tetto molto suggestivo di un edificio dimesso.

Purvi ha ragione. E’ una filosofa. Come la mamma stamattina.

Ci troviamo all’aperto, adesso, e siamo più alte del cielo.

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Da qui riesco a vedere lo specchio di acqua scura, l’East River, calmo e tranquillo.

Oltre il fiume sorge la parte est di Manhattan, dell’isola che c’è.

Le luci di downtown, di Soho, e quelle dei quartieri hip del Lower East Side danzano insieme seguendo una coreografia sincronizzata.

Se rivolgo i miei occhi a Nord,  incrocio i tetti bassi delle case del Queens, riesco quasi  a scorgere il mio appartamento in Astoria.

Se sposto la mia visuale verso Sud, posso catturare le cime tempestose di qualche loft di Williamsburg.

Se dirigo il mio sguardo verso Sud-est, posso scorgere le casine di Buswick dove qualche musicista ribelle sta improvvisando uno stacchetto per gli amici intimi.

E’ meraviglioso.

Purvi ha ragione. Grazie Purvi.

Vedi mamma??

Sono al centro del mondo. Non posso lasciare il centro del mondo. Tutti vorrebbero vivere e respirare nel centro del mondo, almeno una volta,  nel corso delle loro vite.

Non porto i tacchi, eppure  mi sento smisuratamente alta, adesso, e il mio cuore si gonfia. Di immenso.

Come nelle fiabe e nei film a lieto fine.

“Grazie Purvi… non so cosa dire. In effetti, mi sento molto meglio, quasi quasi ho capito cosa voglio fare..“ finalmente riesco a dare un po’ di soddisfazione a P.

In realtà, sto mentendo di nuovo perché non ho capito cosa voglio fare.

La verità è che mi sento molto meglio. Questa vista mozzafiato mi ha curato gli occhi e anche il cuore.

Improvvisamente, sento il rumore cupo di una porta che sbatte; mi giro per capire cosa stia succedendo, un po’ impaurita e ancora avvolta dal tepore languido dell’aroma dell’erba.

Bea……..tantiiiiiiiiiii auguuuuuuuuuuuuuuriiiiiiiiiiii!”

Riconosco la voce alta e sottile di Andy.

E li vedo.

In questo preciso istante  i miei amici fanno capolino dal portone, all’unisono.

Ci sono tutti.

Andy, Merrill, Ann, altri amici meno vicini a me, e poi amici di amici, persino qualche fratello o sorella minori lasciati in libertà fine settimanale e qualche cugino timido.

Mi trovo su uno splendido tetto di New York.

Da una parte, un paesaggio di stelle che mi abbaglia con la sua lucentezza, la sua grandezza e la sua unicità. Dall’altra parte, un crogiolo di voci acute, felici e ridenti, che mi intrattengono con il loro calore e la loro spensieratezza.

Il mio compleanno. Il mio meraviglioso compleanno a New York.

Domani devo raccontarlo a Sandra Mondaini.

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Racconto facente parte di una collezione di storie autobiografiche newyorkesi “Diario di un filo di perle” scritte dall’autrice Alessandra G. e concesse  per la pubblicazione sul web a “Donne che Emigrano all’Estero”.

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