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Il mio primo mese da “BRITISH GIRL”

Il mio primo mese da “BRITISH GIRL”

Storia di un’au pair siciliana trasferitasi in UK

di Barbara Luna Libera Maimone


<Sono felice!> –  questo è ciò che rispondo quando mi viene chiesto come mi trovo qui.

Per me la felicità rappresenta tutto, io dico sempre che la felicità è una conquista quotidiana, nel senso che ogni giorno c’è sempre un motivo che mi rende felice ed ogni giorno bisogna conquistarsela…la felicità. Ma c’è stato un periodo in cui non mi sono proprio sentita felice. La scelta di trasferirmi in Inghilterra non è stata di certo improvvisa, ma a tratti sofferta e ben ponderata.

Oggi voglio raccontarvi una storia, quella del mio primo mese qui ad Epping, nell’Essex, e di come soprattutto sono arrivata a questa decisione. Il perché ha un solo nome: passione.

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Chi sono?  – Mi chiamo Barbara, ho 25 anni e della Sicilia ho praticamente tutto, a parte la carnagione che mi provoca eritemi solari e mi costringe ad indossare t-shirt bianche di cotone e creme per neonati sotto l’ombrellone. Mi sono laureata in Giurisprudenza lo scorso Novembre, e di intraprendere le strade più gettonate proprio non mi andava: non era quella la mia passione, io Giurisprudenza la scelsi perché mi fornisse una preparazione al diritto, allo studio ed alla vita che fosse per me un nuovo punto di partenza per la mia vera Passione. Il giornalismo.

Ma come può una ragazza farsi strada in Italia? Ho trascorso giorni, mesi a chiedermi cosa fare, perché parlare 3 lingue non basta. Scrivere non basta. Ero diventata la copia peggiore di quel che non avrei mai desiderato, le mie giornate scorrevano fra “posso fare questo” e “non ha alcun senso far quest’altro”. Sentivo l’esigenza di un cambiamento, ma non l’accettavo. Per chi, come me, ama fortemente il suo Paese e sente che da quell’amore deve arrivare il positivo cambiamento, abbandonarlo significa tradirlo, lasciarlo a se stesso, fuggire via, lasciare che siano altri ad occuparsene. Poi ho iniziato a capire che rimanere in quel piccolo paesino di provincia, senza nemmeno un amico con cui prendere un caffè al pomeriggio, di certo non mi avrebbe portata a nulla.

Fra le urla poco gentili ma molto efficaci di mia Sorella, la negatività di mia Mamma e l’assoluta incondizionata ed anche un poco surreale fiducia di mio Papà, ho iniziato a darmi da fare. In silenzio.

Dovevo partire, dovevo iniziare a vivere il mondo. Dovevo fare un salto, quello che un anno prima mi aveva lasciata coi piedi fermi, rinunciando all’Islanda, ad oggi l’unico rimpianto della mia vita.

Ho iniziato ad informarmi e sono stata aiutata e circondata da persone cordiali, disponibili, oneste nel fornirmi le risposte a tutte le domande che avevo bisogno di porre, generose. Qual era la soluzione più adatta a me?

Io desideravo  vivere la cultura britannica, quella vera, quella della daily routine, non quella di una megalopoli da quasi 9 milioni di abitanti. E volevo ardentemente restare in Europa, perché devo scoprirla, voglio conoscerla.

Ragazza alla pari –  Che cosa??? Io non sapevo nemmeno cosa fosse una ragazza alla pari. Ma era questa la mia strada. Il modo migliore per conoscere davvero una nuova cultura, che avevo visto molte volte da adolescente, che non potevo vivere da straniera, ma da sua cittadina, da sua parte integrante. Mi sono iscritta ad un sito e mi sono descritta, come se a parlare non fossi io. Ho chiacchierato con decine e decine di famiglie su Skype, perché io da brava sicula non è che mi fido di una chattata. La risposta è arrivata una sera, in un certo senso nemmeno ci speravo. Avevo rifiutato così tante proposte. Poi ho incontrato loro, sì quelli che adesso – mentre batto le mie dita sulla tastiera – stanno in cucina scrivendo auguri di compleanno, viziandomi di gelati a menta e cioccolato e donandomi attimi di pura felicità. Avevo appena chiuso la videochiamata con loro, uscii dalla camera dicendo ai miei: “Sono loro. Domani le scrivo, le dico che per me è ok, se va bene per loro non cerco più. Parto.”; così – dopo solo un mese dall’iscrizione a quel sito – mi sono ritrovata in un’altra Nazione.
Avevo fatto tutto in silenzio, con la sola complicità e l’immenso appoggio dei miei e di mia sorella. Dovevo comunicarlo ai nonni ed alla zia, ed alle mie cugine. Non dimenticherò mai la faccia di mia Nonna, mi commuove ancora adesso. Ero a pranzo da lei, mi guardò e mi disse: “A noi dispiace che vai via, ma siamo felici per te!”. I miei nonni, che Grandi Nonni. Loro che mi hanno insegnato che
per vivere bisogna anche partire, ventenni, con una bambina di poco più di un anno (mia Mamma) da lasciare, con una valigia di cartone in due da riempire e costruire da lì – dai sacrifici di una realtà che passava dalla vita di campagna alla fabbrica – quella che oggi è la mia più grande fortuna: l’insegnamento che mi hanno donato, la fortuna che mi hanno permesso di godere.


british-girlLa partenza –
 L’aereo ha ritardato per ben due volte, e la mia colite spastica non mi ha mollata nemmeno in fila per i controlli. Non mi sono lasciata turbare, non potevo piangere salutando la mia famiglia. Nei momenti più duri, ho voluto sempre mostrarmi rigida e razionale. Io partivo per la felicità, per costruire il mio futuro.

Ma ho ceduto…  quando l’aereo è decollato da Catania – la Mia città – mi sono lasciata andare alle lacrime che uscivano dal mio viso, mentre accanto una signora mi fissava chiedendosi se ancora esistessero persone con la paura di volare. Sì, ma non ero io. Io stavo volando, e non ero triste. È solo che quando lasci la Sicilia, come fai a non sentire che già ti manca? Avevo l’Etna sulla destra, il mare alle mie spalle, gli agrumeti appena sotto me.


L’arrivo –
 Sono arrivata ad Epping, un paesino di 11 mila persone, considerato “Londra ma non Londra”, molto green, con una foresta imponente e capolinea a Nord Est della Central Line. In aeroporto, quell’odore di Inghilterra che avevo lasciato 9 anni fa, che sentivo di nuovo dentro le mie narici: stavo respirando aria nuova.

Lì Jack, il mio hostdad e Cole, un bambino di 6 anni dallo sguardo furbo e dolcissimo, che mi ha abbracciato tanto forte da cadere per terra. E poi siamo arrivati a casa, quella che adesso considero davvero la mia terza casa: Tania, la mia hostmum neozelandese, era fuori ad aspettarci; in cucina c’era Ava, 10 anni, la più bella bambina ch’io abbia mai visto, che preparava un disegno su tela per me, rimasto ancora dietro il bollitore in attesa che lo colori.


La full immersion –
 Il mio primo mese qui è stato una full immersion completa, in ogni senso. Il mio carattere mi ha portata, sin da subito, a vivere tutto con occhi da abitante, ma pur sempre una straniera in una terra che stavo iniziando a far mia. Compresa la guida on the left side.

Chi mi conosce sa che guidare non è proprio il mio punto forte, ma dovevo imparare anche qui, dove i guidatori non sono per niente pazienti e disciplinati, con le macchine più a centro di strada che sulla sinistra, o quelle prime volte salita dal lato passeggero: dov’è lo sterzo?

Ho attraversato mezzo Essex in quelle ore di lezione, me lo sono goduta a pieno, anche se credevo che i tir stessero per venirmi addosso, ricordandomi poi è che solo la guida on the left side. I parcheggi rimangono ancora un problema, tanto che quando porto Cole a karate quell’enorme supermercato tedesco diventa il mio miglior alleato: quanto spazio per fare manovra!

Essex

Au pair life – Ho rivisto alcuni amici che non vedevo da anni, che la comicità della vita ha fatto sì che ritrovassi in un’altra nazione. Hoconosciuto la burocrazia e la maleducazione delle signore anziane negli uffici pubblici, che meno sanno più ti accusano di non sapere. Ho imparato che anche qui le strade ed i marciapiedi hanno le buche e che non sono mai riparate a regola d’arte. Che la gente è ossessionata dai furti in casa e ne ha ben motivo. Ho visitato un parco giochi che i nostri in confronto sono centri educativi, ho percorso a piedi il molo più lungo al mondo di Southend-on-sea, ed ho capito che l’ombrello fa solo peso in borsa perché se piove non serve a nulla. Non serve a loro, che girano come se nulla fosse coi capelli bagnati ed 8 gradi al sole; non serve a me, che tanto il vento lo spezza in due. Ho visto l’entusiasmo negli occhi della gente, perché dire “Italia” o “Sicilia” è un sorriso che esplode, e non è nessun luogo comune che siamo convinti loro abbiano nei nostri riguardi. Ho capito anche quanto sia stata fortunata a frequentare la scuola italiana, quanto importante sia stato “il bastone e la carota”, quanto mi abbia formata il “prima il dovere, poi il piacere”.

Mi piace elogiare il mio Paese e mi piace anche chiacchierare dei suoi aspetti più o meno negativi con criticità. Mi piace guardare la TV in inglese e dire una frase accorgendomi subito dopo d’aver sbagliato il tempo verbale. Mi diverte guardare le persone godere di quei 20 gradi in infradito e shorts, mentre io passo solo dal maglione di lana a quello di cotone. Mi piace sentirmi a casa, in questa famiglia che mi ha offerto e mi offre tanto: “noi investiamo su di te, perché tu investi su di noi”. Mi piace e mi soddisfa sentirmi parte di un progetto della mia vita che è un’esperienza.

I sentimenti dell’abbandono – Ma come mi sento verso il Paese da cui sono andata via? Mi sono sentita in colpa, come una che ha scelto la via più facile.

Poi ci ho riflettuto: andare via non è facile. Sono uscita fuori dalla campana di vetro che non mi calzava più comoda, ed ho iniziato a responsabilizzarmi concretamente, non idealmente. Mi sono guardata allo specchio ed ero ancora io; io che non avevo mai compilato i moduli per l’Università, perché era Papà che se ne occupava, ed io che ho fatto la mia prima lavatrice proprio qui.

Quando si va via, si lascia sempre un poco di sé per ritrovarne un altro po’ altrove. Ho lasciato i miei affetti, ma non li ho abbandonati. Ho lasciato la mia terra, ma non l’ho tradita. Ho lasciato il mio Paese, ma non l’ho sostituito. Anch’io, come molte giovani donne, sono andata via per amore. Per amore della conoscenza e per amore della vita. Sono salita su quell’aereo, consapevole e determinata.

Si parte, ma non si lascia dietro di sé ciò che si è e ciò a cui si appartiene. Lo si porta con sé, in un bagaglio che pesa persino più dei miei 61 kg in quelle tre valigie rigide.

La distanza – Abitare all’estero significa festeggiare gli 84 anni di Nonno su FaceTime, fare una foto con lui quando mettono accanto al suo viso il tablet dentro cui ci sono io. Significa piangere soltanto quando vedo la mia piccola pelosa a quattro zampe dormire nella sua cuccia e non poter accarezzarla se non da uno stupido display. Vivere lontano significa non poter abbracciare degli amici che di me adesso hanno disperato bisogno, quelli che per me ci sono sempre stati ed io ora fisicamente no. Trasferirsi ha significato portare con me la caffettiera ed accorgermi che – di necessità virtù – ho pure imparato a fare un decente caffè.

Inizio a sentirmi sempre più parte di questo meraviglioso continente che è l’Europa, e non vorrò mai considerarmi quel che non sono. Io sono italiana e questo non lo dimenticherò, nel bene e nel male. Porto la mia italianità dentro e fuori, ne vado fiera ed orgogliosa. Tengo fisse nella mia mente le parole di mia sorella, quando le diedi la buonanotte qualche sera prima di partire… E quest’esser italiana sarà motivo di integrazione, di conoscenza, di curiosità.

Per abbracciare una terra straniera, per stringere il mondo intero non posso scordare le mie radici e quanto mi hanno donato.

Certo è che non accetterò mai che possa mangiarsi la pasta senza sale, ma vivo felice e questo è tutto ciò di cui ho bisogno.

https://barbarallmaimone.wordpress.com./

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18 commenti
  1. Jessica
    Jessica dice:

    Mi hai fatta piangere! Praticamente hai dato parole ai miei pensieri.
    Ci sarà chi non capirà, chi non rischierà, chi non sarà mai in grado neanche di pensare di fare ciò che abbiamo fatto noi. Sono orgogliosa di gente come noi!! In bocca al lupo per tutto ?

    Rispondi
    • Sig.Anonimo
      Sig.Anonimo dice:

      Cara Jessica,
      TANTA gente preferisce RESTARE a lamentarsi e frignare, piuttosto che prendere in mano la situazione e cercare di migliorarla.
      Tutti che criticano, tutti che fanno la morale e tutti che hanno sempre la soluzione a tutto (quando poi invece non hanno proprio un ca**o, se non la loro patetica e inutile “vita”..)
      E’ anche vero che tanta gente NON ha i mezzi (il coraggio, la possibilità economica, etc..etc..) di poter provare a cambiare, ma per lo meno che evitino di rompere le @@ a chi vuole farlo… o a chi l’ha già fatto… e che continuino a crogiolarsi nella loro fanghiglia che tanto amano e portano (con vanto) dentro il proprio cuore.
      Good Luck a NOI. 😉

      Rispondi
  2. Lullalulus
    Lullalulus dice:

    Anche io ho pianto ;( le tue parole arrivano dritte al cuore di chi come noi è partito ma come hai detto tu “lasciando qualcosa indietro per scoprire altro da un’altra parte”. Bellissimo articolo e mi ci sono rivista anche io nella mia esperienza da aupair l’anno scorso, non facile ma unica per tanti versi e soprattutto ottimo inizio per iniziare a curiosare e avere una prima impressione sulla vita all’estero. Bellissimo post davvero un bacio :*

    Rispondi
    • Barbara L. L. Maimone
      Barbara L. L. Maimone dice:

      Grazie anche a te, Lullalulus.
      Ho scoperto, e grazie a DCEE ancora di più, quanto sia incredibile ritrovarsi simili, pur non essendosi mai conosciute ed avendo storie di vita spesso anche opposte.
      È vero, l’esperienza da au Pair spesso non è facile, ma sto imparando a considerarla una palestra, e va bene così!
      Buona vita,
      Barbara!

      Rispondi
  3. Sig.Anonimo
    Sig.Anonimo dice:

    GRANDE Barbara!
    Grande PRINCIPALMENTE per il fatto che sei andata VIA da quella specie di “Stato” e città… (premetto che anche io ERO di Catania centro…)
    Io vivo sotto i tuoi piedi; non metaforicamente, ma proprio geograficamente.
    (vivo ad “El Nido – Palawan”..)
    E anche io, in casa, avevo negatività, scoraggiamenti, pareri apocalittici e paranoie assurde circa la “fantasia” di andare via.
    Ma l’ho fatto e lo rifarei.
    A volte mi dicono che “ci vuole coraggio”… ma secondo me, ci vuole coraggio a CONTINUARE a restare in una fogna come quella che ci siamo lasciati alle spalle.
    Non voltarti indietro, mi raccomando. Bye…

    Rispondi
    • Barbara L. L. Maimone
      Barbara L. L. Maimone dice:

      Buonasera, io non la conosco e non volevo assolutamente far passare il messaggio che lei in questo e nel precedente messaggio ha lanciato. La prego di non voler attribuirmi parole e pensieri non miei. Non considero i miei luoghi di origine una fogna. Non considero soprattutto male chi non ha il coraggio o i mezzi per partire. Ognuno ha una storia a se. Forse la sua, l’ha condotta a parlarne con tanto astio.
      Io volevo solo lanciare un messaggio di felicità e speranza, di positività. Che le auguro.

      Rispondi
      • Sig.Anonimo
        Sig.Anonimo dice:

        Si, lo so. 🙂

        Infatti NON è stato scritto da NESSUNA parte che le mie parole fossero un riflesso dei tuoi pensieri, nè tanto meno rispondevo a TE quando ho fatto riferimento a coloro i quali stanno a lamentarsi e a criticare.

        Ma se NON è così, dimmelo!

        Perchè evidentemente c’è qualcuno che scrive le cose a nome mio, senza che io le veda!

        Al giorno d’oggi ci sono tanti hacker che riescono a fare le cose più vergognose, senza che il malcapatitato di turno lo sappia e/o lo veda.

        Per cui è possibile che siano state scritte delle parole che IO non riesca a vedere.

        In caso contrario, rileggi (con maggiore attenzione) quanto ho scritto in precedenza:
        una svista, complice anche la stanchezza, può far capire cose diverse dal loro effettivo significato.

        Al di là di questo, il mio pensiero e la mia considerazione, PER QUELLO CHE HO SCRITTO IO, non cambiano.

        Bai Bai… 😉

        Rispondi
        • Mimì
          Mimì dice:

          Noto che l’Anonimo, ha considerazione di se stesso in quantità industriale.
          Complimenti. “Al di là di questo, il mio pensiero e la mia considerazione, PER QUELLO CHE HO SCRITTO IO, non cambiano”.
          Ritengo che l’anonimo, e non altri, sia stanco. Un consiglio:
          Riposi, possibilmente in pace, naturalmente in senso di pace e non di altro.
          Per quanto riguarda Barbara, devo esprimere la mia ammirazione per la pacatezza, l’intelligenza e la maturità dimostrata sia nella stesura dell’articolo, che nel rispondere ai vari commenti.
          Veramente complimenti e continua per la TUA strada che pare sia quella Maestra.

          Rispondi
          • Mimì
            Mimì dice:

            Credo che sia stato moderato a sufficienza.
            Non ho assolutamente augurato nulla di serafico al signor Anonimo, e non ho voluto alludere a niente altro che ad un po’ di tranquillità interiore.
            Semplicemente un po’ di pace dell’animo. Sia nella considerazione dei luoghi da cui proviene, che nel vivere il quotidiano.
            E se posso aver dato una impressione diversa, chiedo venia.
            Ottime cose a tutti.

  4. Edoardo
    Edoardo dice:

    Hai scritto parole stupende!!!
    Mi sono emozionato perchè, essendo anch’io di Catania sono stato colpito dalla parte “Ma ho ceduto… quando l’aereo è decollato da Catania – la Mia città – mi sono lasciata andare alle lacrime che uscivano dal mio viso, mentre accanto una signora mi fissava chiedendosi se ancora esistessero persone con la paura di volare. Sì, ma non ero io. Io stavo volando, e non ero triste. È solo che quando lasci la Sicilia, come fai a non sentire che già ti manca? Avevo l’Etna sulla destra, il mare alle mie spalle, gli agrumeti appena sotto me.” esprime tantissimo quello che scriverei anch’io se mai dovessi decidere di partire…
    Anch’io come te conosco 3/4 lingue (compreso italiano ovviamente ahah) ma solo con due riesco ad esprimermi quasi senza problemi.
    Spero di decidere presto cosa fare della mia vita, perchè qua non si trova quasi niente e se si trova sono solo truffe e basta!!
    Mi sto dando tempo per migliorare con le lingue e poi chissà…
    Ti ringrazio per quello che mi hai trasmesso col tuo testo! :*
    Ps: ho “ancora” 20 anni :’)

    Rispondi
    • Barbara L. L. Maimone
      Barbara L. L. Maimone dice:

      Caro Edoardo, grazie mille a te.
      Si nel testo intendevo 3 lingue oltre l’italiano, quindi 4 in totale. Guarda, sei poco più giovane di me e quindi non è che mi sento “la grande di turno che parla”, ma sembri già maturo. Semplicemente goditi la tua età, e se arriverà il tuo momento di partire, vedrai che troverai tutto quel che ti serve per farlo.
      Sii consapevole delle tue scelte e dei tuoi obiettivi.
      Felice che le mie parole abbiano potuto descrivere il tuo stato d’animo e l’amore per la nostra città, che per me è una città d’adozione, che ormai considero mia fino in fondo. Catania è calda e passionale. Impara da lei.
      Metti passione in quel che fai, e sarai sempre soddisfatto. I momenti difficili arrivano, ci sono.
      Non credere che sia tutto rose e fiori. Ma credo che, alla fine, quel che conta è che tu sappia che anche i brutti momenti sono finalizzati a qualcosa.
      Sarà meno dura affrontarli. In bocca al lupo per la tua vita!
      Barbara

      Rispondi
  5. Daniele
    Daniele dice:

    Ciao Barbara, TOTALE ammirazione verso te! Mi hai fatto rivivere la mia partenza dall’Italia con destinazione Eastbourne (East Sussex)! Hai preso la decisione migliore della tua vita e questo cambiamento molto grande te lo porterai sempre dentro di te, come attto di grandissima crescita e consapevolezza! Bravissima Barbara e ti stimo!

    Rispondi
  6. Cinzia
    Cinzia dice:

    Rappresenti ogni singola Aupair sparsa nel mondo!
    Orgogliosissima di essere Siciliana, nonostante tutto.
    Saluti dall’Irlanda! ☘???

    Rispondi
  7. Martina
    Martina dice:

    Cara Barbara, sono con le lacrime agli occhi 🙂 tanti i punti che abbiamo in comune, tante le differenze.
    Ti ammiro perché hai avuto il coraggio di partire subito: io sto riuscendo a farlo solo dopo ben tre anni da quella laurea in giurisprudenza. Solo chi l’ha ottenuta qui può capire! Ma voglio continuare a percorrere questa strada, perché amo quello che ho studiato. Qui però le lingue non interessano, la voglia di conoscere spesso non viene capita.
    Sono così tanti anni che ogni volta che prendo quell’aereo con destinazione Londra sogno che sia quello definitivo! Finalmente a settembre lo sarà! Ma, come hai scritto tu, non è per nulla la scelta più facile. Non è una fuga, è una scelta di speranza!
    Scrivi così bene che sarebbe un peccato rinunciare al tuo sogno! Ti auguro di riuscire a coronarlo, e penso che tu sia sulla strada giusta 🙂
    Un grande abbraccio
    Martina

    Rispondi

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