rassegnazione

A Bruxelles tra incredulità e rassegnazione

Martedì 22 marzo. Sveglia presto, al solito, ma finalmente le giornate si allungano e c’è già luce. Giorni grigi a Bxl, dicono sarà così fino a Pasqua. Quest’anno poi non rientro in Italia per le vacanze. I voli erano troppo costosi ed ero appena stata a casa per un weekend. Colazione, doccia, tutto come sempre. Alle 8:30 ero pronta ad uscire per andare a lavorare alla VUB (università cittadina fiamminga). Prima di mettere il portatile nello zaino, ho controllato Fb ed ho visto la notizia di un’esplosione all’aeroporto di Zaventem (a 10 minuti da dove abito). Ho pensato ad un incidente, allo scoppio di una tubatura, ma i minuti passavano e si faceva largo l’ipotesi di un attentato terroristico. Quel giorno non sono più andata a prendere la metro per raggiungere l’università. Ho passato le ore davanti allo schermo, cercando notizie, controllando che amici e colleghi stessero bene e rassicurando parenti, amici e colleghi sul mio stato.

Bxl? Non è possibile! Devo ammettere che quando a novembre hanno bloccato la città ho dubitato fosse una messinscena per salvare la faccia dopo la scoperta dei collegamenti con i terroristi che avevano agito a Parigi. Un attacco a Bxl, in particolar modo all’aeroporto ed in quel tratto della metro, significa un attacco all’Europa intera, perché Bxl è di tutti, ma i Belgi sono una minoranza. Bxl, la città che ho odiato dal primo istante per la sua disorganizzazione, la sua sporcizia, la sua bruttezza, il suo traffico, ma che mi ha dato molto in termini di multiculturalismo ed apertura mentale. Avrà perso la sua ingenuità? Saprà superare il trauma? Queste erano le domande che mi ponevo il giorno dopo, quando la VUB è rimasta chiusa ma scuole e metro hanno ripreso a funzionare, mentre mezzo mondo s’interrogava sulle responsabilità dell’accaduto. Il Belgio è una piccola nazione cuscinetto con la vocazione alla neutralità, che invece si è sempre trovata in mezzo ad eventi di portata internazionale.

Manneken Peace-rassegnazione

Murales in tempi non sospetti nelle vie del centro di Bxl, con il Manneken Peace.

Nei giorni successivi sono tornata al lavoro. A piedi. Dopo due giorni chiusa in casa avevo bisogno di uscire, di camminare e di far chiarezza nel turbinio di pensieri. Con mia grande sorpresa ho trovato una Bxl normale. Come se non fosse successo nulla. Il solito traffico, il solito caos del mezzi (aumentato dai controlli delle borse da parte dei militari), etc. Alla TV passano le prime interviste di persone coinvolte che parlano di amore e di ritorno alla vita. I colleghi locali addirittura evitano di parlare dell’accaduto. Bisogna andare avanti! Sono d’accordo, ma non c’è bisogno di un momento di pausa e di riflessione per superare uno shock simile? Non si può far finta non sia successo. La VUB ha rispolverato il suo motto, scientia vincere tenebras, quantomai appropriato di questi tempi, ossia promuovere la ricerca come lotta all’oscurità dell’ignoranza ma anche del fanatismo. Paradossalmente alcuni locali mi sono sembrati quasi sollevati che “finalmente” sia successo, rassegnati che prima o poi dovesse accadere. Ora c’ironizzano sopra, con il loro innato spirito, lontano dalla retorica francese e dalla violenza verbale statunitense. Siamo noi “meridionali” a reagire passionalmente. Forse questa è la risposta migliore al terrorismo. Forse è il risultato di una sorta di assuefazione. Almeno fino a quando capiterà di nuovo, perché come come per la pioggia la domanda non è “se” ma “quando”.

Nel frattempo un attacco in Iraq ed uno in Pakistan hanno fatto molte più vittime, parecchi ragazzini, ma non hanno occupato dirette televisive e titoloni (con svarioni geografici e toponomastici) come gli attentati a Bxl. Nè hanno suscitato sciacallaggio giornalistico (nei vari gruppi Fb di connazionali in città c’è stata l’invasione), né tantomeno sono stati oggetto di fantasiose teorie “complottiste”. Nel frattempo é arrivata Pasqua, vissuta tra il conforto della chiesa ed il calore degli amici rimasti in città. Nel frattempo sono nati nuovi progetti lavorativi (una scadenza per richiesta fondi si avvicina) e ci si avvia a concluderne altri. I fatti di una settimana fa sono inesorabilmente destinati all’oblio, ma più velocemente di quanto mi aspettassi. La metro ha già ripreso a passare da Maalbeek, nonostante la stazione sia ancora chiusa. L’aeroporto potrebbe riaprire in questi giorni, dopo il caos dei voli cancellati o dirottati su aeroporti minori o in paesi confinanti (plauso comunque alla compagnia di bandiera, Brussels Airlines, che ha gestito l’emergenza con prontezza e professionalità). Sicuramente i sopravvissuti (ricordiamo il grande numero di feriti, molti dei quali versano ancora in gravi condizioni) porteranno sul corpo e nella mente delle cicatrici indelebili per tutta la vita. Oltre allo shock, c’è chi ha perso un arto, chi ha ustioni profonde, chi danni all’udito o alla vista. Il trauma resterà anche in tutti quelli che hanno prestato soccorso. Per gli altri diventerà forse un brutto sogno, un ricordo via via più flebile. I quotidiani locali torneranno ad occuparsi delle gallerie stradali che percorrono la città è che sembra stiano cadendo a pezzi e delle paure ingiustificate della vicina Germania per l’estensione dell’attività di vecchie centrali nucleari. Poi seguiranno gli scioperi, i piccoli incidenti sul ring che bloccano per ore il traffico già intasato ed infine le discussioni eterne ed inconcludenti su cosa ne sarà dell’edificio della Bourse. Magari fino al prossimo attacco, quando ricominceremo a portare fiori e candele, a postare frasi ad effetto, a colorare i profili Fb ed a sentirci fortunati per essere ancora qui a poter nuovamente dimenticare.

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