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Leggere libri … per ricordarci la nostra storia e la nostra identità e renderci ancora più ricettivi alla cultura della differenza.


“Il cappotto della macellaia”: la bulimia di vivere genera mostri

cappottoIl cappotto della macellaia” è un giallo dell’argentina Lilia Carlota Lorenzo edito con Mondadori nel 2016, dopo aver riscosso grande successo presso il pubblico in versione digitale self-publishing.

In un piccolo paese delle Pampas, Palo Santo, il 7 ottobre del 1943 venne ucciso un uomo: si tratta di una storia vera che la madre della scrittrice, in tarda età, quando i ricordi si aggrappano con le unghie sull’abisso della memoria, raccontò, sottraendolo alla polvere dell’oblio. Ovviamente, i nomi di persone e luoghi riportati nel libro non corrispondono a quelli reali e il fatto di cronaca si intreccia con l’ordito romanzesco, come si addice ad un’opera di letteratura.

Leggere “Il cappotto della macellaia” è un’esperienza appassionante: si inizia con il conoscere i vari personaggi, tutti abitanti del medesimo paese che conta sole 207 anime, fino a diventare uno di loro, parte di una storia in cui il tempo scorre lento, seguendo il moto di lancette arrugginite.

Non mancano misteri e segreti, in questo esiguo spazio di mondo: vite all’apparenza troppo normali e troppo vuote nascondono, infatti, epopee e drammi di anti- eroi con macchia e paura, tutti tesi fra eros e thanatos e tutti potenziali assassini.

Tutti tranne uno: colui che davvero lo fu, in atto.

Ciò che accomuna le figure che, a ritmo di tango, entrano in scena abbracciando la propria sorte, è il vorace desiderio di riempirsi il ventre, in una bulimica compulsione. Sfilano senza tregua paste alla panna, cornetti, torte al cioccolato, bistecche, scaloppine, sanguinacci, salsicce, tostadas, cannelloni… un luculliano trionfo di cibo di cui solo l’odore, come sottolinea una delle protagoniste, fa ingrassare.

La scrittrice insiste, con grottesco realismo, sui meccanismi della digestione, non risparmiando dettagli che fanno di questi poveri cristi emblema della miseria creaturale dei progenitori ritratti nudi, nella loro carne impura, destinata ad essere cibo.

Non a caso la parola “merda” compare ben 39 volte nel corso del romanzo, 11 delle quali accompagnata a “vita” nella esclamazione comune e desemantizzata che, nell’opera in questione, diviene ritornello.

Lilia-carota-Lorenzo Lilia Carlota Lorenzo avvince e convince con uno stile personale, crudo, cinico e ironico e con una trama forte e ben strutturata, che racchiude la vicenda in un lasso temporale breve e denso. Resta da conoscere, oltre all’identità dell’assassino e dell’assassinato, il significato del titolo, così enigmatico ed evocativo: buona lettura.

“All’alba di giovedì 7 ottobre 1943, in un paese sperduto delle pampas argentine, fu ucciso un uomo. La verità non venne mai a galla: i morti non parlano, gli assassini non si autoaccusano, l’unico testimone non disse nulla perché era il vero colpevole”.

 

Emma Fenu

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