Gente che va, gente che trovi

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Ho conosciuto tantissime persone in questi anni passati fuori dall’Italia e ho sempre riscontrato tratti più o meno comuni in molte di loro.

Dentro di me, le ho raggruppate in categorie; con un po’ di cinismo, consapevole che forse in una di quelle categorie rientri anch’io, vorrei farvi partecipi dei miei pensieri.

Durante i miei primi anni da expat, discutevo spesso con un amico le ragioni per cui un giovane come noi decidesse di espatriare.

Lasciare casa, famiglia, conoscenti e amici per imbarcarsi in un’esperienza tanto bella quanto stancante e difficile.

Entrambi ce lo spiegavamo dicendo che tutti, più o meno, fuggivano da qualcosa.

E’ cosi che ho cominciato a guardare le persone con più attenzione, per cercare di percepire da cosa stessero scappando.

Al di la delle ragioni più ovvie, quali trovare lavoro, studiare, fare un’esperienza diversa e imparare la lingua, cercavo di vedere cosa si nascondesse dietro quelle scelte.

Vedevo la ragazza del Sud Italia stanca di dover dimostrare alla famiglia di essere realizzata e di avere sani principi morali.

Così come vedevo il ragazzo italiano stufo di essere etichettato per quello che non era, alla ricerca della sua identità e della voglia di affermarsi.

Osservavo il ragazzo spagnolo, tradizionalista fino al midollo che, nonostante vivesse nel Regno Unito, continuava a intessere sogni casalinghi, come sposare una tipica ragazza medio-borghese con la quale avere figli e avere una carriera.

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Poi, c’era chi fuggiva da un paese troppo competitivo, dove bravura non era abbastanza e doveva essere eccellenza.

E allora, meglio lavorare da Starbucks e fare caffè piuttosto che dover fare una lotta giornaliera con i propri coetanei per affermare di essere il migliore.

C’erano quelli che avevano un obiettivo ben preciso.

Arrivavano a Londra, lavoravano sodo e, dopo pochi anni, andavano via.

Io questi li ho sempre ammirati: non inciampavano mai, sembrava avessero tutti un’assicurazione sul loro espatrio temporaneo, cadevano sempre in piedi.

Mentre io ne ho prese di cadute pesanti, e a volte rialzarsi è stato veramente difficile.

Ho anche sempre ammirato quelli che arrivavano dichiarando che la loro era un’esperienza.

Lo era davvero, erano capaci di lasciarsi tutto quello che avevano vissuto alle spalle, assaggiando il meglio e il peggio di una vita da expat, e poi cambiavano rotta.

Questa, secondo me, è la forma di libertà maggiore.

Non c’e niente che ti tenga legato in un posto, perché sai che ce la farai ovunque, avrai amici ovunque, una casa ovunque e un lavoro diverso ogni volta.

Mi permetto di descrivere anche una categoria che, invece, mi infastidisce particolarmente: quella dell’expat che non ama le differenze né ama incontrare il diverso.

Ne ha paura e si sente adirittura minacciato da chi, come lui, decide di espatriare ma proviene da una realtà diversa e, pertanto, non merita né solidarietà né voglia di interazione.

Solo ostilità e pregiudizio.

Di queste persone ne ho conosciute tante, direi troppe.

Per me expat e immigrato non fa differenza: è la stessa identità con nomi diversi. Ma per tanti altri c’è una differenza enorme, legata alla razza e all’ignoranza.

Quando li sento fare discorsi su come in Europa ci sia troppa immigrazione e non va bene, mi chiedo come si descrivono loro in quanto immigrati?

Pensano di avere diritti privilegianti perché occidentali?

Addirittura ricordo che, durante il periodo del referendum su Brexit, molti italiani e non, expat, e immigrati come me, dicevano che, se avessero potuto votare, avrebbero votato a favore perché non se ne poteva più di tutta quell’immigrazione.

Non pensavano nemmeno per un attimo che di quella fastidiosa immigrazione ne facevano parte anche loro.

Invece di schierarsi dalla parte di chi, come me e come loro, aveva creato casa altrove, si schieravano compatti “contro”.

Infine, c’è un’ultima categoria nei miei pensieri.

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Ci sono quelli come me, che sono sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, che non sentono le proprie radici da nessuna parte, non si sentono nel paese di orgine e non si sentono nel paese ospitante, e sognano sempre una nuova destinazione.

Questo, forse, è quello che mi frega di più: non riuscire a vedermi stabile e ferma in un solo posto.

Forse, dietro a questa instabilità c’è coraggio, forse no.

Può darsi che  il coraggio sia scegliere un posto e decidere di rimanerci per sempre, nel bene e nel male.

Non è escluso che un giorno mi fermerò, forse un giorno sarà mio figlio a scegliere casa per me.

Per ora continuo a pensare che tra qualche mese rimetto la mia vita in una valigia e cambio meta, direzione, casa e lavoro, prima che il tempo mi sfugga di mano e che i rimpianti diventino più dei pentimenti.

8 commenti
  1. Laura
    Laura dice:

    Non so se l’analisi sia giusta per tutti, ma di certo lo è per me. Sono fuggita anch’io da uno stereotipo. Non riuscivo a essere a mio agio nel ruolo famiglia/casa/lavoro. Volevo essere libera e non sentirmi giudicata. Adesso mi ritrovo ad avere casa/famiglia/lavoro, ma l’ho scelto io e, soprattutto, dopo essermi sentita LIBERA davvero! Per inciso, vivo sempre all’estero e sono da nove anni nello stesso Paese (ho preso la cittadinanza).

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  2. Monica
    Monica dice:

    Mamma mia… sono i miei stessi pensieri descritti!!! Complimenti! E grazie per farmi sentire meno sola e ”inadeguata”!!!! Chissa se un giorno troveremo la nostra ”Casa”

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    • Marianna Mery
      Marianna Mery dice:

      Grazie tante Monica! Che dire…io per il momento continuo a sentirmi nomade, ma prima o poi sara’ mio figlio a scegliere per me, mi auguro il piu’ tardi possibile!

      Rispondi
      • Monica
        Monica dice:

        Nomade e’ la parola giusta!! Mi sento cosi’ anche io. Poi sono sola, e questo porta a sentirsi sempre ancora piu’ motivati a spostarsi. Tuo figlio ti seguira’ e apprezzera’ i tuoi spostamenti, perche’ sicuramente ha preso da te 🙂

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        • Marianna Mery
          Marianna Mery dice:

          Io me lo auguro! Spero che abbia un cuore, ma sopratutto una mente nomade che lo aiuti ad adattarsi ovunque e con chiunque.
          Grazie delle belle parole 🙂

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  3. Solare
    Solare dice:

    Hai ragione, ci sono numerosissime motivazioni per lasciare il proprio paese e trovo interessante la tua lista, chiamiamola così. Se ne potrebbero aggiungere ancora tante e altrettante che non si immaginano neanche salterebbero fuori se si intervistassero altri expat. Quando stavo a Londra ho conosciuto molte persone che vivevano a Londra per poter esprimere liberamente le loro scelte in campo sentimentale come a casa non avrebbero potuto fare. Chi amava una persona dello stesso sesso, chi di una razza diversa ecc.
    Qui in Australia ho incontrato italiani che avevano il sogno di guadagnare un sacco di soldi come in Italia non è pensabile. Mi parlavano di andare a lavorare nelle miniere australiane per qualche anno e poi godersi i guadagni in qualche bela isola; lecito e fattibile se hai le competenze giuste. Io me ne sono andata per vari motivi ma più di tutto per vivere uno stile di vita diverso, più libero in scenari naturali che in Italia non esistono neanche e per condividere tutto questo con il mio compagno che non essendo italiano , qui ha potuto facilmente lavorare. Insomma ,la lista è lunghissima e una volta partiti chissà se e quando e dove ci fermeremo!

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