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In Africa, riflessioni dal Kenya

Sono  passati quasi 16 anni da quando vivo in Kenya eppure, a volte, mi soffermo a guardare quasi con sorpresa la vita che mi scorre davanti.
Africani che camminano. Che  si fermano a chiacchierare. Che si accostano ai lati della strada come in attesa di qualcuno che forse non arriverà mai .

Ma stamani l’occhio mio vigile e attento su ciò che avviene attorno a me e’ finito sulla piccola donna giriama (tribù locale) che faceva la fila alla Kenya power. Eravamo ambedue in fila per pagare la bolletta della luce. Lei, davanti a me, nel suo abito coloratissimo e il foulard che le copriva il capo. Credo fosse musulmana. Ma non ne ho la certezza. Cercando di essere meno indiscreta possibile ho tentato di sbirciare la sua bolletta per  vedere l’ importo. Non ci sono riuscita. Era troppo stropicciata per poter vedere bene. Allora mi sono accostata un po’ di più a lei per seguire il momento in cui avrebbe pagato. Aveva da pagare un importo di 677 scellini (circa sei euro e trenta) . Magari avessi avuto io quell’importo. Ma logicamente non abbiamo lo stesso consumo di corrente e quindi la mia e’ solo un’utopia.
Ma la cosa che più mi ha incuriosito subito dopo aver esaudito la mia curiosità, e’ stata quella di vedere i  movimenti che hanno accompagnato il pagamento della bolletta stessa. La signora, che credo potesse avere una cinquantina di anni (direi mia coetanea), aveva una borsa nera a manico corto sotto braccio, che non avevo prima visto perché’ nascosto dal pareo che fungeva da foulard. Una borsa che teneva stretta a sè. In pelle nera. Forse anche acquistata al mercato dell’usato. Aveva il manico completamente “spellato”, ossia aveva la pelle nera tutta consumata e la stessa cosa si poteva dire per gli angoli della borsa stessa. Si vedeva che era una vecchia borsa . Ma per lei era sicuramente di grande valore. Immagino fosse la sola borsa che possedesse. La vera sorpresa  fu quella di vedere che i soldi non erano dentro un portafogli e neppure  all’interno della borsetta. Prese un angolo del pareo che le si stringeva a vita, apri’ quello che a chiunque sembrerebbe un nodo inutile nello stesso angolo e da li tiro’ fuori l’esatto importo della bolletta : 677 scellini. Non uno scellino in meno non uno in più. Chissà quanti sacrifici per potessi permettere la corrente elettrica . E chissà quanti altri per potersi comprare quella borsetta che chiunque di noi avrebbe certamente gettato nella spazzatura. 
Pago’ e prese la sua ricevuta consegnatale dall’ impiegato. Si accosto’ a lato della cassa e ripose la ricevuta nella borsa, che comunque aveva una funzionante cerniera. Si rimise la borsa sotto il braccio, sempre nascosta dal pareo, e si avvio’ verso l’uscita.
Venne quindi il mio turno e pagai la mia bolletta che aveva  uno zero in piu’ come importo, rispetto a quella della donna giriama.

Beh pensai, ci lamentiamo di quello che possediamo e non lo valorizziamo come si dovrebbe. Per la donnina giriama quella borsa era il top che lei potesse avere e la proteggeva e curava al meglio. Noi a volte non ci accorgiamo che abbiamo il meglio dalla vita credendo di essere poveri e di non poterci permettere altro. Ma se vedessimo scene giornalmente come questa, credo che la nostra borsa , firmata o meno, sarebbe da sfoggiare con molto più orgoglio.

Meditate gente.
Meditate.

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Africanissima Malindi by night

Era una caldissima serata di febbraio.
Non avevamo ancora intrapreso l’attività’ attuale e in quegli anni , i miei primi quattro anni a Malindi, io e John avevamo un locale al centro della città. Uno di quei locali che allora andava alla grande. La band dal vivo era il completamento delle serate malindine di quel periodo. Si esibivano in diversi locali e anche noi, come tutti, organizzavamo da tempo le serate con la band.
Il mercoledì, il venerdì e il sabato. In periodo festivo, come ad esempio poteva essere durante il periodo natalizio, anche tutti i giorni. Ci si divertiva veramente e la popolazione locale insieme ai turisti erano sempre fuori la sera a godere di serate come questa.
Perché fini’ quel bel periodo? Perché’ improvvisamente tutti i villaggi turistici introdussero il sistema all inclusive.
I turisti non uscivano più per pranzare, cenare o anche solo bere qualcosa in compagnia. Era tutto pagato al villaggio.
Noi  iniziammo a soffrire della diminuzione del movimento turistico serale.
Noi, come tutti i locali di Malindi. Peccato. Potrei quasi dire che quella fu la fine della Malindi by night.
Durante le serate con la band, io ero sempre indaffarata con il personale tra i tavoli, un po’ per aiutare a servire, un poì per mettere in atto le mie capacita’ di pubblic relation. Mi piaceva. In fondo mi e’ sempre piaciuto chiacchierare, conoscere e dialogare anche con gente che mai ho visto prima. Era, ed e’, un modo per confrontarmi. Per conoscere e comunicare con nuove persone. E perché no, anche per fare amicizia. E di amici me ne sono fatta tanti. Certo, tante sono solo conoscenze, ma ci sono anche tanti amici che, dal 2005 – anno in cui abbiamo smesso con quella attività –   sono restati tali nel tempo fino ad oggi. E alcuni sono qui. Mai persi di vista anche se solo virtualmente in contatto. Amici che continuano a leggermi. A leggerci. E di questo ne sono estremamente felice.
africanissima-malindiTornando alla sera di febbraio, ricordo che, come sempre tra i tavoli , c’erano tantissimi africani su di giri.
La birra , e l’alcool in genere , e’ veramente gradita agli africani. La bevono uomini e donne di tutti i ceti sociali.
La birra, bevuta a temperatura ambiente. quindi calda – di  modo che arrivi prima alla testa. Alcohol che riusciva a dare un tono ancora piu’ allegro alle serate africane.
Ad un certo punto una ragazza si avvicino’ a un tavolo dove, come spesso accadeva, c’erano seduti  tre uomini europei. Tre bianchi attempati e tre ragazze keniote. Tre belle ragazze. Bevevano e, tra una risata e un altra, notai che le ragazze si alzavano, bevevano un po’ di birra e andavano in pista ad esibirsi con i loro movimenti sensualissimi . Quei balli africani confusionari che solo la gente del posto, i neri, riescono a rendere sexy. Al tavolo erano rimasti i tre uomini a chiacchierare tra di loro e nel mentre vidi un altra ragazza arrivare affannatissima, di corsa, al loro tavolo. Non era una delle tre amiche precedenti. Si trattava di un’ altra ragazza. Si mise a urlare contro uno degli uomini e si diresse in pista. Qui afferro’ una delle tre ragazze e le mollo’ uno schiaffo. Ci fu un attimo di smarrimento da parte dei tre uomini. Un po’ anche da parte mia, nonostante fossi  già abituata a vedere scene di gelosia tra donne che spesso si contendevano lo stesso uomo. Ops…: lo stesso bianco.
Le due ragazze si diressero verso l’uscita gesticolando e urlando l’una contro l’altra. Logicamente le loro urla erano parole di offesa. E tutte esclusivamente in italiano. Si, perché i tre uomini erano italiani e quello era il solo modo di far comprendere all’interessato cosa si stessero dicendo. Non sto a ripetere i termini poco carini che si sono dette. Ma credo possiate immaginare.
Improvvisamente una delle due, subito davanti l’uscita del mio locale, tiro’ i due lembi laterali dell’abito già cortissimo che indossava e – spettacolo per tutti –  si spoglio’. Resto’completamente nuda.
Certo, era molto bella. Era bella di viso e di corpo, ma ciò’ non impedì a  me e a un altro amico lì presente a correre a per coprirla di corsa  con una tovaglia che era adagiata su un tavolo vicino. Quando le fui accanto capii, o forse ebbi la certezza al mio sospetto iniziale, che era ubriaca. Talmente tanto ubriaca che mi cadde tra le braccia piangendo, quasi a voler chiedere aiuto.
L’altra ragazza scappo’ via con una vettura  di amici che nel frattempo l’avevano bloccata e tenuta vicino al loro tavolo. Notai velocemente che le sue treccine erano solo in parte lunghe. Le altre non c’erano piu’. Nella lite furibonda le erano state strappate. Erano extensions, logicamente. Caricai la ragazza ubriaca su un tuk tuk e , sempre con un amico del quale mi fidavo, la accompagnai a casa.
Lasciai  il locale pieno di gente e John  a districarsi  tra i tavoli al mio posto.
La  casa della ragazza era non distante ma per fortuna lei stessa , nonostante non fosse  perfettamente presente per via dell’alcool, riusci’ a indicarmi la strada.
Davanti alla porta, rossa a chiazze marroni, in un quartiere africanissimo di Malindi, c’era una donna. Appena ci vide,guardo’ la ragazza che era con noi e che aiutavamo a scendere dal mezzo , e scosse la testa. Si giro’ ed entro’ velocemente in casa, chiudendo la porta. Allora non eravamo davanti alla casa giusta…pensai. Ma la ragazza insistette. Io bussai, senza avere risposta risposta.
Il ragazzo del tuk tuk allora chiamo’, o meglio urlo’ di aprire alla signora che era dentro , e la porta si spalanco’.
La donna , di mezza eta’ e malconcia, con un abito coperto da un pareo sporco, era ubriaca.
Un odore acre, misto a birra a vino di cocco. Bevanda tipica fatta in casa della popolazione locale. Anche lei ubriaca. Ci guardo’, e si rifugio’ in un altra stanzetta della casa. Adagiammo la ragazza su un divanetto che si trovava nell’ingresso e uscimmo velocemente per tornare al mio locale. Fummo molto veloci nel rientrare, per paura di fare altri incontri indesiderati.
Lungo il tragitto  non potei fare a meno di chiedere al ragazzo del tuk tuk chi fosse quella donna in casa e la risposta mi lascio’ di stucco:era la madre della ragazza ubriaca. Anche lei. Anche lei come la figlia. E  come forse il padre, se un padre esisteva, e come altri figli che probabilmente non erano ancora rientrati a casa in quella calda notte di febbraio.
Ripresi a lavorare nonostante il mio pensiero fosse fisso su quanto era accaduto.
Quella sera iniziai a conoscere alcuni aspetti prima a me sconosciuti  della mia Africa…