Quello che le expat non dicono

Oggi mi sono svegliata polemica, ogni tanto (una volta al mese per la precisione) mi capita di svegliarmi così, quindi oggi ho deciso di svelarvi quello che le expat di solito non trovano il coraggio di rivelare.

L’entusiasmo per il trasferimento che ti fa vedere tutto bello e meraviglioso passa in tre mesi. Al novantunesimo giorno inizierete a trovare il primo minuscolo difetto del luogo che vi accoglie e continuerete in un crescendo di fastidi e fastidietti che renderanno la nuova città un posto “normale”.
Non saprete più qual è casa vostra perché presto o tardi vi sentirete a casa sia nel nuovo luogo che in Italia in mezzo ad amici e parenti.
Sarete tristi lasciando l’Italia e lo sarete, volenti o nolenti, anche ogni volta che partirete dalla nuova casa.
Farete una fatica immensa per i primi mesi a comunicare nella nuova lingua.
Parlerete in continuazione dell’Italia, bene o male non importa, ma sarà un continuo argomento di conversazione e parlerete in continuazione soprattutto del cibo italiano e di quanto all’estero siano incapaci di fare un buon espresso.
Quando troverete finalmente un buon caffè lo berrete per settimane in piedi al banco, alla maniera italica.
Appena arrivati cercherete, in primis, gli altri italiani residenti e vi sovverrà immediatamente la ragione per cui avete abbandonato l’Italia.
Prenderete una casa con due camere da letto per ospitare amici e parenti e quella stanza in più diventerà il deposito di valigie e panni sporchi perché nessuno, o quasi, vi verrà a trovare.
Se vi trasferirete in una meta esotica e di vacanze, non lasciatevi ingannare dalle promesse degli amici prima di partire: ” quest’estate affittiamo una casa e veniamo tutti lì” , perché andranno esattamente dall’altra parte del mondo.
Quando sarete tristi ed avrete voglia di una sera con la vostra amica del cuore davanti ad una bottiglia di rosso, la vostra amica non ci sarà, e skype non funzionerà.
Quando sarete stanche dopo una lunga giornata di lavoro non ci sarà la mamma con una minestra calda ad aspettarvi a casa sua. Non ci sarà neanche una zia, una cugina, una parente di quarto grado nelle immediate vicinanze per coccolarvi un pochino. Mangerete una scatoletta di tonno per non sporcare il piatto, litigandovela col gatto, perché per sentirvi meno sole ne avrete sicuramente adottato uno, che diventerà un problema perché non saprete dove piazzarlo, ogni volta che dovrete partire.
Non farete mai più una vacanza perché ogni volta che avrete una settimana libera tornerete in Italia.
Sentirete ogni giorno della vostra nuova vita la frase: “Italiano? Milano? Pizza? Berlusconi?”
Per il resto dei vostri giorni almeno una volta a settimana ci sarà qualcuno che, scoperto che siete italiani, si rivolgerà a voi parlando in spagnolo.
Diventerete bersaglio degli italiani in vacanza: “Vivi qui? Come mai? Ti piace? Ti manca l’ Italia? Ti sei integrata? Quanto paghi d’affitto?”
La prima volta che rientrerete in Italia avviserete amici e parenti con comunicati stampa settimane prima. Vi accorgerete presto che vedere tutti è impossibile e stressante (orari, impegni, malanni, figli, lavoro, palestra, riunione di condominio, stanchezza altrui vi faranno fare in quattro per cercare di passare almeno dieci minuti con tutti) ed arriverete, ve lo assicuro, al punto di non avvisare nessuno del vostro ritorno.
Non riuscirete più a parlare correttamente l’italiano perché farcirete ogni frase di parole straniere italianizzate.
Vi sentirete in obbligo di intervenire ogni qual volta sentirete un luogo comune sul vostro nuovo paese di adozione.
Diventerete “bersaglio” di stormi di italiani che vi contatteranno per avere notizie su come si espatria, che documenti ci vogliono e come si vive dove abitate.
Nella vostra città di partenza diventerete : ” quella che vive a…”.
Più sarà insolito il luogo dove andrete ad abitare più la gente vi vedrà improvvisamente come se vi fosse spuntata la seconda testa. (L’ultima volta che sono tornata al paesello, quando sono entrata in chiesa, le ragazze del coro mi hanno accolta con un “oooooooooh”).
Imparerete prestissimo quali sono i luoghi comuni sugli italiani all’estero.
Le vostre valigie diventeranno, di viaggio in viaggio, sempre più piccole.
Ogni volta che rientrerete in Italia qualcuno, anche gente che non vedete da anni, vi chiederà di portargli qualcosa.
Se siete un filino ansiose come la sottoscritta non sperate che prendendo molti aerei prima o poi vi passi la paura di volare, inoltre,
più prenderete aerei più odierete gli italiani che applaudono all’atterraggio ed inizierete a vagheggiare sul proibire i voli ai bambini sotto i 9 anni.
Diventerete prestissimo intolleranti agli italiani vacanzieri caciaroni che si fanno riconoscere da lontano e come Pietro, di fronte alla famigliola sbraitona in canotta, infradito, marsupio e bandana, rinnegherete tre volte la vostra provenienza finché non vi suonerà il cellulare con la suoneria di Ramazzotti e vi sarete fregati da soli.
Sarete soggette a battute sulla “fuga dei cervelli” per il resto dei vostri giorni.
Prima di partire scoprirete che le persone attorno a voi sono tutte massimi esperti del luogo dove state per andare a vivere, soprattutto quelli che non ci sono mai stati.

Che dire? Da quello che ho elencato sopra sembrerei essermi pentita della mia scelta. Invece no. Il confronto, inevitabile, tra il prima ed il dopo mi convince sempre di più che ho fatto una buona scelta e che la qualità della mia vita è per molti versi migliorata. Ovviamente ho voluto ironizzare su quelli che sono i “contro” dell’espatrio perché non bisogna vivere questa esperienza come una favola perfetta ed irreale. Le difficoltà fanno apprezzare molto di più le cose belle.
Se leggendo qui sopra vi eravate scoraggiate vi posso dire solo che è la decisione più difficile che abbia mai preso in vita mia ma che ne sono estremamente felice.

Essaouira, la città del vento

Prima di trasferirmi qui mi “bullavo” con gli amici perché, freddolosa dalla nascita, non avrei mai più sofferto il freddo in vita mia.
Oggi, 20  Marzo, volete sapere come sono vestita?
Berretto di lana, giubbotto di piuma d’oca, maglione di lana, lupetto, canotta della salute, jeans, calzini di lana e l’ immancabile ciabatta tedesca, quella non la mollo mai, ma qui in Marocco la “ciavatta” è un must, va bene sempre e dappertutto .
Vi chiederete se ci sono o ci faccio e come mai non mi sia informata sulle condizioni meteorologiche della città in cui mi stavo per trasferire. Sono venuta sempre in vacanza a Gennaio dove ci sono tra i diciotto e i venti gradi di giorno e la sera fa un po’ freschino ma non c’è vento e basta una giacchetta. Un anno siamo venuti in Luglio dove abbiamo trovato cielo coperto e vento forte durante tutto il soggiorno. Qui in estate passano gli Alisei quindi nessuna sorpresa, sapevo che non avrei trovato caldo. Il problema è stato affrontare tutto il resto dell’anno. Il 2015 è stato, qui in Marocco, l’ anno più freddo di sempre, quindi confermo di aver preso la situazione meteo un po’ troppo alla leggera.
Mi sono trasferita ad Essaouira in Agosto due anni fa. Sono partita dall’Italia con una valigia di costumi, t-shirt, capi in lino, gonne, golfini, sandali aperti e – grazie al cielo – un maglione e un paio di pantaloni in felpa.
Per tutto il mese di Agosto, in cui c’è un vento fortissimo, indossavo di giorno t-shirt e felpa e la sera pantaloni pesanti e maglione. Il tutto ovviamente contornato da ciabatta col calzino. Fortunatamente qui il bucato asciuga in poche ore e sono riuscita a tirare avanti fino ad Ottobre, mese in cui sono rientrata in Italia con una valigia piena di capi leggeri per tornare attrezzata come uno sherpa dell’ Himalaya.
La città del ventoL’inverno di due anni fa è stato un incubo perché oltre alle temperature molto più basse del solito ( abbiamo toccato anche i due gradi) ha anche piovuto molto.
A novembre c’è stata un allerta meteo che prevedeva pioggia e vento fortissimi per cinque giorni. Noi dopo avere fatto scorta di cibo, bevande e candele per un mese ci siamo chiusi in casa. La città effettivamente si è allagata. Al quarto giorno, visto un bel sole, ho messo fuori le lenzuola a prendere aria, aperto bene le finestre e siamo usciti a fare una passeggiata al mare. Come siamo arrivati in spiaggia ha ricominciato a diluviare e abbiamo dovuto cercare riparo sotto la tettoia di un ristorante per circa un’ora. L’oceano, con le sue onde altissime, sembrava impazzito. Uno degli spettacoli più belli che abbia visto in vita mia.
Lo scorso inverno andavo a lavorare vestita a strati, moltissimi strati: un incrocio tra l’omino della Michelin e uno che va a lavorare alle quattro del mattino ai mercati generali in Lapponia. La sera a casa, nella settimana in cui abbiamo toccato le temperature più basse, mi aggiravo indossando un pile, trascinandomi ovunque una coperta di pile, maledicendo il giorno in cui ho deciso di trasferirmi qui e benedicendo – ça va sans dire – l’inventore del pile.
La medina è situata in mezzo al mare. Io che sono nata in piena pianura padana pensavo di conoscere bene l’umidità.
Mi sbagliavo ancora. A volte usciamo da casa al mattino (abitiamo nella città nuova, al di fuori delle mura) e troviamo una giornata calda e soleggiata per poi arrivare in medina, che dista circa due chilometri, e ritrovarsi con 10 gradi in meno, nebbia e vento. Non so mai come vestirmi perché le temperature variano quotidianamente. Se non c’è vento il sole scalda tantissimo ma quando soffia, e vi assicuro che in questi giorni è fortissimo, domenica ha toccato i 60 km/h, anche se c’è il sole bisogna vestirsi con svariati strati di roba. Se in inverno si rimane al sole più di un’ora la sera arriva l’immancabile colpo di sole: brividi, mal di testa e raffreddore.
Dopo un anno e mezzo finalmente ho capito come fare ed ho iniziato a comportarmi come i marocchini: testa coperta e sedersi al sole per non più di mezz’ora. Se tolgo una maglia devo bagnarmi mani e collo per abbassare la temperatura corporea ed evitare così di prendere un accidente.

Per concludere ho capito che forse avrei dovuto prendere più seriamente il fatto che Essaouira viene chiamata anche “la ville du vent”.

Espatrio e cibo

conserve fatte in casaQuando passate vicino ad un gruppo di italiani espatriati state pur certi che l’oggetto del loro discorso è il cibo.
Per me, parmigiana cresciuta a prosciutto, tortelli e lambrusco, sbarcare qui in Marocco è stato difficilissimo dal punto di vista gastronomico.
Qui ad Essaouira si va a fare la spesa al mercato della Medina, souk, dove c’è una grandissima offerta di frutta e verdura fresche a prezzi molto bassi. Nel mercato si può comprare anche la carne: se vuoi un pollo te lo scegli vivo, te lo sgozzano davanti e te lo porti a casa (cosa che non ho mai fatto perché quei polli non mi sembrano in formissima) Se vuoi altra carne vai dal macellaio, guardi la carne appesa fuori al sole ricoperta di mosche, cerchi di non vomitare e quando smette di girarti la testa te ne vai. Davanti al nostro negozio c’era anche il mercato del pesce: niente acqua corrente o frigoriferi. Distese di banchetti di pesce appena pescato coi gatti che gli camminavano sopra. Anche qui come sopra, ho sempre girato alla larga schifata. Son certa che i fricchettoni di Essaouira non mi rivolgeranno più parola leggendo queste cose ma io sono nata schizzinosa, cosa ci posso fare?
La mia dieta nei primi mesi è stata strettamente vegetariana. Ho consumato più amuchina io di un ospedale. Se vogliamo trovare un lato positivo sono anche dimagrita moltissimo.
C’è un supermercato locale: Aswak Assalam, ma anche lì girare vicino al banco della carne mi faceva venire i brividi. La prima volta che ho provato a comprare del macinato di vitello per fare delle polpette ho sbagliato prendendo quella che conteneva del grasso di montone e l’ho sbattuto via con le lacrime agli occhi, tutte le mie belle polpettine che odoravano di pecora morta.

Chicche della nonnaIl primo vero e sostanziale cambiamento è stato l’anno scorso a Natale quando ha aperto il Carrefour, non avete idea della gioia di poter gironzolare in mezzo ai banchi della carne, dei salumi e dei vini. Alla vista del Gorgonzola in vaschetta ho fatto una ola.
Abbiamo finalmente ricominciato a mangiare ogni tanto la carne, limitandoci a carne trita e petti di tacchino perché nemmeno al Carrefour sono capaci di tagliarla e non la fanno neanche frollare. Le bistecche, che abbiamo provato ad acquistare, le avrei potute usare per risuolare gli scarponi invernali.
Due mesi fa sotto casa nostra ha aperto un macellaio che fa i tagli alla francese. Il giorno dopo l’inaugurazione eravamo già in coda. La sera siamo riusciti, dopo un anno e mezzo, a farci un bollito. Maurizio non parlava più dalla gioia. Io ho quasi pianto.

Quando rientriamo in Marocco dopo essere stati in Italia, la prima domanda degli altri italiani è: avete portato qualcosa di buono?
Inizialmente io e Maurizio facevamo solo un valigino e se riuscivamo ad infilare una punta di parmigiano eravamo contenti.
Ora siamo senza ritegno: parmigiano, salami sotto vuoto, spalla cotta, culaccia, carne cruda, cotechini, scatole di tè ed infusi, cioccolato, minestre di orzo e farro, polenta, finché entra roba in valigia la riempiamo di cibo. Partiamo da qui con due vestiti proprio per avere più spazio possibile. Per i primi giorni dopo il rientro ci ammazziamo di salumi finché non iniziamo a star male, quando inizio a svegliarmi due o tre volte a notte per bere vuol dire che è ora di rimettere i salumi in dispensa e tornare per un po’ alle nostre sanissime zuppe e minestre.
Quando ci vengono a trovare degli amici e ci chiedono di cosa abbiamo bisogno la risposta è: “tachipirina, un bel libro e del parmigiano”, l’essenziale per sopravvivere.Qui ad Essaouira gli italiani si rivolgono gli uni agli altri come spacciatori sudamericani. Mentre ci si saluta e ci si stringe la mano si sussurra all’orecchio: “ho portato giù un cotechino, ce lo facciamo una sera a cena da noi, non dirlo in giro che ne ho poco”.

Tortelli home madeMi è sempre piaciuto cucinare ma qui ho iniziato a farlo sul serio. Qui Giovanni Rana non esiste quindi se vuoi mangiare qualcosa di buono devi fartelo tu.
Ora, sempre con l’aiuto di Maurizio che è un cuoco sopraffino, faccio tortelli per dieci persone alla stessa velocità con cui in Italia ordinavo una pizza da portar via.La sera a volte torno a casa e mentre faccio una torta e dei biscotti per il negozio mi metto ad impastare anche due gnocchi. Il sabato mattina prima di andare a lavorare faccio la pasta per la pizza. Domenica ragù e lasagne. Mia nonna sarebbe molto orgogliosa di me. Ora vi saluto perché il nostri amici Gianni e Pier Paolo ci hanno invitati a casa loro a mangiare la Bagna Cauda e noi portiamo i ravioli freschi.