Good Bye Lenin

Entrare in contatto empatico  con chi soggiorna  negli alberghi dove mi trovo a prestare servizio: ecco cosa ancora mi piace del mio lavoro.

Qui alle Seychelles  ho avuto modo di conoscere personaggi bizzarri: lords inglesi, calciatori, arabi spendaccioni, magnati russi, fricchettoni di ogni genere.

In questi giorni sto invece facendo conoscenza e tentando un interloquo con degli ospiti particolari, apparentemente timidi e riservati, eppure, quasi inaspettatamente, nell’intimo calorosi e  ricchi di sorprese: i teutonici della ex DDR.

Ovvero quei  tedeschi  che – per intenderci – ancora oggi parlano russo anziché inglese ma che, in giro per il mondo con garbata ed austera educazione, cercano di farsi comprendere; sono quei tedeschi che hanno iniziato a viaggiare da “grandi”, dopo che il famigerato muro nel 1989 ha smesso di esistere e di svolgere la sua funzione divisoria tra due piani diversi di realtà.

Mi avvicino e li annuso: ne sento le vibrazioni, ne colgo le paure, ne osservo i comportamenti.

Questi tedeschi mi piacciono. Sono piccole icone di un tempo che non esiste più.

Minuti o corpulenti  si muovono con tatto tra i tavoli del ristorante, cercando di non urtare nessuno mentre scelgono con cura le vivande della la loro cena a buffet. Si guardano intorno, attenti, gli occhi brillano curiosi, non vogliono perdersi nulla di ciò che li circonda, neppure la vista di un semplice mango esposto a fini decorativi.

La lingua ci divide ma ciò non ci impedisce di comunicare: restiamo tutti entusiasticamente sorpresi quando, nell’intento  di instaurare una conversazione, proprio io  riesco a identificare l’enorme pesce che mi viene mostrato sul display della loro macchina fotografica e gli sputo lì un nome : Zachenbarsch,  che vuol dire “cernia“. Incredibile: a volte non ci capiamo circa “che tempo fa”  ed ora ci siamo capiti sul nome di un pesce. Hanno catturato con uno scatto subacqueo  la più bella cernia che mi sia capitata sotto gli occhi, un grandissimo esemplare con la bocca aperta, immortalata proprio un attimo prima che corresse a nascondersi  in qualche anfratto, assecondando in questo modo la natura  timida e paurosa  dell’animale che è.

La voglia di conoscere li divora: ogni pianta, ogni mollusco, ogni conchiglia è motivo di curiosità.

Gli ex  cittadini della DDR capitati nel mio albergo mi rendono felice e mi ricordano che noi umani siamo bambini euforici  alla scoperta del mondo.  Sorrido quando vado loro incontro, e loro sorridono a me. E’ scattato il click. Possiamo toccarci, darci amichevoli colpetti  sulla spalla.

Quando  si apre uno squarcio nel buio delle nostre verbalizzazioni diventiamo visibili ed intellegibili  l’uno per l’altro: questo ci fa emozionare le mani iniziano a fremere e a non stare  più al loro posto, hanno voglia di aprirsi, di toccarsi, di far sentire che siamo presenti con tutto il nostro essere. Ci guardiamo negli occhi, ci incontriamo, ci vediamo: finalmente. 

Dura un attimo, poi la piccola estasi di totale empatia scompare ed ognuno torna ai propri ruoli impostati.

Che bellezza però essere stati  in empatia per un secondo.

Il fatto che tra di noi esiste un rapporto di “estraneità” rende la cosa ancora più rimarchevole: sentirsi in empatia con degli sconosciuti  – di cui si è appreso null’altro che il nome ed  il numero di camera  e della cui lingua si afferra poco – ci mette di fronte ad una realtà poco esplorata, quella che porta a pensare che noi umani siamo molto di più dei nostri nomi,  del nostro lavoro, della nostra nazionalità, dei nostri profili FB, degli alberghi che frequentiamo. Siamo esseri vibranti, radar biologici che cercano di intercettare  uno scambio in grado di procurarci  gioia, soprattutto quando avviene senza preavviso, veloce, inatteso.

Il vero scambio ci  innalza per un momento dalla nostra condizione terrestre per sua natura un po’ gretta e  limitata – ognuno con il proprio credo, la propria storia, ognuno inscatolato in confini mentali ben definiti –  e ci illumina.

Poi tutto finisce, le mani si liberano dall’intreccio, i sorrisi si smorzano, l’educazione di facciata si ricompone  sui nostri volti: i tedeschi della ex DDR tornano ad interrogarsi di fronte al buffet dei desserts, chiedendosi se sia meglio optare per il semifreddo alla banana o per la mousse al cocco verde.  Sono  lontani adesso, hanno di nuovo  attraversato lo spazio ed il tempo che li divide da questo mondo; i loro movimenti  ricordano ancora  una volta  quelli   dei cittadini della vecchia Europa dell’Est, un poco goffi ed impacciati.

Io torno ad osservarli, cauta.

E resto in attesa,  fiduciosa, del prossimo momento di  scomposta e luminescente empatia.