Baviera

Da Bxl alla Baviera, tra scienza e gita di piacere

Qualche settimana fa ben 16 persone (tre femmine, compresa la sottoscritta, e tredici maschi, compreso il professore) si sono divise su tre mezzi e si sono avventurate verso sud per un’escursione geologica di alcuni giorni su un cratere d’impatto.

L’ultimo atto o quasi del mio periodo belga è una “field trip” con il capo, alcuni colleghi e gli studenti di un corso in cui ho tenuto una lezione (per cui ero a tutti gli effetti un’assistente del prof.). La meta é Nördlingen, che visitai con una compagine simile ben sei anni fa, partendo da Vienna invece che da Bxl.

Breve spiegazione semiseria su cosa sia un’escursione geologica: si portano gli studenti in siti d’interesse geologico (ad esempio cave abbandonate o zone remote, più o meno inaccessibile causa vegetazione o assenza di sentieri) ove affiorino delle rocce, si spiegano sul posto i processi che hanno prodotto quanto visto e si raccolgono campioni da studiare in seguito, ossia si lasciano sfogare gli studenti con martelli appositi, talvolta anche con l’uso di scalpelli, per prelevare chili di rocce di cui poi forse alcuni grammi verranno effettivamente analizzati, affidati come tema di tesi a qualche studente di generazioni successive. Nonostante il rischio d’incappare in zanzare, zecche, altri parassiti, vipere, etc., il pericolo di venir colpiti da rocce in bilico o da schegge prodotte dal martello, la possibilità di trovarsi a discutere con la polizia per accesso non autorizzato ad aree chiuse o per l’asportazione di materiale da parchi naturali (esagero, QUESTE COSE NON SI FANNO!), etc., il divertimento é assicurato! S’impara molto più che studiando sui libri e si creano rapporti di profonda fratellanza tra compagni di viaggio, condividendo difficoltà e risate. Devo ammettere che da studentessa non amavo le escursioni, perché le vedevo come una sfaticata con pochi risultati, ma col tempo ho cambiato idea. Nel mio lavoro trascorro le giornate davanti ad uno schermo o in laboratorio, quindi ogni occasione è buona per recuperare scarponi, lente, bussola e martello e sentirsi di nuovo una geologa.

studenti e prof. in escursione

Parte della nostra comitiva con gli occhi incollati su un affioramento.

Abbiamo soggiornato in un ostello ed essendo noi ragazze solo tre ho diviso la stanza con le uniche due studentesse presenti. Per puro caso, anche loro non originarie del Belgio: una ragazza dal Nepal, espatriata con il marito, ed una dal Ghana, entrambe al termine del master in geologia a Gent. Al contrario, la parte maschile del gruppo, eccetto un olandese, era interamente costituita da belgi, per la quasi totalità dalle Fiandre. Tolta la sottoscritta, che in Baviera ha trascorso la primissima infanzia e che da allora la visita regolarmente, ed il mio capo, che ha lavorato in Germania e qui si é recato più volte in escursione, per gran parte del gruppo si é trattato del primo impatto con la cultura tedesca (mi correggo, bavarese). Nonostante Belgio e Germania siano confinanti e le lingue (neerlandese e tedesco) siano tutto sommato simili, ci sono delle differenze di comportamento e mentalità abissali. Le differenze erano maggiormente evidenti per il fatto di trovarsi in un paese, non una grande città, per la precisione a Nördlingen, una deliziosa cittadina medievale, ancora circondata dalle mura storiche interamente percorribili a piedi. Il simbolo del paese è un maialino che sventò un attacco che avrebbe distrutto la città. La storia è narrata ovunque e non vi privo il piacere di leggerla. Di conseguenza, la città é letteralmente tappezzata di statue di maialini, con le fogge più strane, come pubblicità di negozi e laboratori artigianali. Poche persone, pure tra i tedeschi, sanno che questa zona fu colpita da un meteorite di circa 1 km di diametro 14.5 milioni di anni fa. L’evento fu tanto catastrofico da creare un cratere che attualmente ha un diametro di 25 km e da lanciare gocce di materiale fuso fino alla Boemia (le famose moldaviti). A poca distanza da Nördlingen sorge un altro piccolo cratere d’impatto, sulla cui origine le speculazioni si sprecano. Mi fermo perché altrimenti farei un trattato di scienza e questo non è il luogo, ma se vi capita di passare da Nördlingen non mancate di visitarne il museo.

Foto del maialino simbolo di Nördlingen

Il celebre maialino che ha salvato la città.

La riflessione su cui vorrei soffermarmi, invece, é la nazionalità straniera di noi ragazze partecipanti all’escursione.

Questa é stata l’ennesima esperienza di condivisione di una stanza con altre ragazze dedite alla geologia e provenienti da paesi diversi dal mio. Sei anni fa, alla prima escursione a Nördlingen, la situazione fu simile: dividevo la stanza con un’altra italiana ed una polacca, mentre i ragazzi erano prevalentemente austriaci (in quel caso astronomi, non geologi). Perché le donne geologhe ricercatrici sono spesso straniere? Nel nostro gruppo a Bxl, considerando sia l’università fiamminga sia quella francofona, le ricercatrici straniere sono assai più numerose di quelle locali, mentre la controparte maschile è prevalentemente belga. Tra le mie “colleghe” ho un’amica che è stata in Alaska, Sud Africa e Brasile prima di tornare nella natia Pisa. Ciò non vale solo per le italiane! Ci sono tedesche in USA, svedesi in Australia, polacche in Gran Bretagna, etc. Ci siamo spostate per passione o perché in qualche modo costrette da pregiudizi sulle nostre capacità nei paesi d’origine? Gli stessi pregiudizi che talvolta si trovano anche nei paesi di destinazione, motivo per cui i posti a tempo indeterminato nel settore sono ancora rarissimi per le donne. Dopo anni nel campo, non ho ancora trovato una risposta. Mi piace pensare sia comunque il frutto di una libera scelta. La stessa scelta che porta a partecipare ad un’escursione all’estero da straniera, con altre straniere, ad un mese dal termine del periodo in Belgio, vivendo questi quattro giorni con curiosità ed entusiasmo.

rassegnazione

A Bruxelles tra incredulità e rassegnazione

Martedì 22 marzo. Sveglia presto, al solito, ma finalmente le giornate si allungano e c’è già luce. Giorni grigi a Bxl, dicono sarà così fino a Pasqua. Quest’anno poi non rientro in Italia per le vacanze. I voli erano troppo costosi ed ero appena stata a casa per un weekend. Colazione, doccia, tutto come sempre. Alle 8:30 ero pronta ad uscire per andare a lavorare alla VUB (università cittadina fiamminga). Prima di mettere il portatile nello zaino, ho controllato Fb ed ho visto la notizia di un’esplosione all’aeroporto di Zaventem (a 10 minuti da dove abito). Ho pensato ad un incidente, allo scoppio di una tubatura, ma i minuti passavano e si faceva largo l’ipotesi di un attentato terroristico. Quel giorno non sono più andata a prendere la metro per raggiungere l’università. Ho passato le ore davanti allo schermo, cercando notizie, controllando che amici e colleghi stessero bene e rassicurando parenti, amici e colleghi sul mio stato.

Bxl? Non è possibile! Devo ammettere che quando a novembre hanno bloccato la città ho dubitato fosse una messinscena per salvare la faccia dopo la scoperta dei collegamenti con i terroristi che avevano agito a Parigi. Un attacco a Bxl, in particolar modo all’aeroporto ed in quel tratto della metro, significa un attacco all’Europa intera, perché Bxl è di tutti, ma i Belgi sono una minoranza. Bxl, la città che ho odiato dal primo istante per la sua disorganizzazione, la sua sporcizia, la sua bruttezza, il suo traffico, ma che mi ha dato molto in termini di multiculturalismo ed apertura mentale. Avrà perso la sua ingenuità? Saprà superare il trauma? Queste erano le domande che mi ponevo il giorno dopo, quando la VUB è rimasta chiusa ma scuole e metro hanno ripreso a funzionare, mentre mezzo mondo s’interrogava sulle responsabilità dell’accaduto. Il Belgio è una piccola nazione cuscinetto con la vocazione alla neutralità, che invece si è sempre trovata in mezzo ad eventi di portata internazionale.

Manneken Peace-rassegnazione

Murales in tempi non sospetti nelle vie del centro di Bxl, con il Manneken Peace.

Nei giorni successivi sono tornata al lavoro. A piedi. Dopo due giorni chiusa in casa avevo bisogno di uscire, di camminare e di far chiarezza nel turbinio di pensieri. Con mia grande sorpresa ho trovato una Bxl normale. Come se non fosse successo nulla. Il solito traffico, il solito caos del mezzi (aumentato dai controlli delle borse da parte dei militari), etc. Alla TV passano le prime interviste di persone coinvolte che parlano di amore e di ritorno alla vita. I colleghi locali addirittura evitano di parlare dell’accaduto. Bisogna andare avanti! Sono d’accordo, ma non c’è bisogno di un momento di pausa e di riflessione per superare uno shock simile? Non si può far finta non sia successo. La VUB ha rispolverato il suo motto, scientia vincere tenebras, quantomai appropriato di questi tempi, ossia promuovere la ricerca come lotta all’oscurità dell’ignoranza ma anche del fanatismo. Paradossalmente alcuni locali mi sono sembrati quasi sollevati che “finalmente” sia successo, rassegnati che prima o poi dovesse accadere. Ora c’ironizzano sopra, con il loro innato spirito, lontano dalla retorica francese e dalla violenza verbale statunitense. Siamo noi “meridionali” a reagire passionalmente. Forse questa è la risposta migliore al terrorismo. Forse è il risultato di una sorta di assuefazione. Almeno fino a quando capiterà di nuovo, perché come come per la pioggia la domanda non è “se” ma “quando”.

Nel frattempo un attacco in Iraq ed uno in Pakistan hanno fatto molte più vittime, parecchi ragazzini, ma non hanno occupato dirette televisive e titoloni (con svarioni geografici e toponomastici) come gli attentati a Bxl. Nè hanno suscitato sciacallaggio giornalistico (nei vari gruppi Fb di connazionali in città c’è stata l’invasione), né tantomeno sono stati oggetto di fantasiose teorie “complottiste”. Nel frattempo é arrivata Pasqua, vissuta tra il conforto della chiesa ed il calore degli amici rimasti in città. Nel frattempo sono nati nuovi progetti lavorativi (una scadenza per richiesta fondi si avvicina) e ci si avvia a concluderne altri. I fatti di una settimana fa sono inesorabilmente destinati all’oblio, ma più velocemente di quanto mi aspettassi. La metro ha già ripreso a passare da Maalbeek, nonostante la stazione sia ancora chiusa. L’aeroporto potrebbe riaprire in questi giorni, dopo il caos dei voli cancellati o dirottati su aeroporti minori o in paesi confinanti (plauso comunque alla compagnia di bandiera, Brussels Airlines, che ha gestito l’emergenza con prontezza e professionalità). Sicuramente i sopravvissuti (ricordiamo il grande numero di feriti, molti dei quali versano ancora in gravi condizioni) porteranno sul corpo e nella mente delle cicatrici indelebili per tutta la vita. Oltre allo shock, c’è chi ha perso un arto, chi ha ustioni profonde, chi danni all’udito o alla vista. Il trauma resterà anche in tutti quelli che hanno prestato soccorso. Per gli altri diventerà forse un brutto sogno, un ricordo via via più flebile. I quotidiani locali torneranno ad occuparsi delle gallerie stradali che percorrono la città è che sembra stiano cadendo a pezzi e delle paure ingiustificate della vicina Germania per l’estensione dell’attività di vecchie centrali nucleari. Poi seguiranno gli scioperi, i piccoli incidenti sul ring che bloccano per ore il traffico già intasato ed infine le discussioni eterne ed inconcludenti su cosa ne sarà dell’edificio della Bourse. Magari fino al prossimo attacco, quando ricominceremo a portare fiori e candele, a postare frasi ad effetto, a colorare i profili Fb ed a sentirci fortunati per essere ancora qui a poter nuovamente dimenticare.

Cervelli in fuga? Personali istruzioni per l’uso

Detesto l’appellativo “cervello in fuga” (al quale rispondo sempre -sì, lo sto ancora cercando-), ma la situazione della ricerca in Italia è tale da rendere un eroe chi resta (ovviamente non mi riferisco ai “raccomandati” di turno). Chi vuole continuare a fare ricerca senza dover lottare anche solo per ottenere una bottiglia di acetone per il laboratorio si vede spesso costretto ad espatriare. O meglio, come disse il mio prof. di tesi, a “guardarsi attorno”. In realtà, la mobilità degli scienziati è un arricchimento impagabile. Purtroppo il flusso verso l’Italia sembra mancare. La tragica morte di due dottorandi all’estero (Solesin e Regeni) ha fatto conoscere al grande pubblico non solo la parola “dottorando”, questa sconosciuta prima, ma anche la realtà di molti giovani che trascorrono anni all’estero per studio. Studio che è considerato un vero e proprio lavoro, con tanto di stipendio e tutele, a differenza del nostro Paese, ove un ministro si è permesso di dire che fare ricerca sia un hobby. Volete provarci? Ecco pochi consigli su come fare, dal basso della mia esperienza di post-doc da sei anni all’estero, avendo incontrato parecchi aspiranti dottorandi italiani, di cui purtroppo la maggior parte ha abbandonato definitivamente la scienza senza giungere al titolo.

Innanzitutto è doveroso sfatare alcuni miti:
1. Fare un dottorato di ricerca, come formazione ulteriore rispetto alla laurea (magistrale), non implica necessariamente una condanna a vita al mondo accademico. All’estero, una persona con un dottorato è ben accolta in molte aziende e nel pubblico. Al contrario dell’Italia, ove il dottorato per i privati è uno sconosciuto o è considerato una perdita di tempo o limita il futuro alla ricerca universitaria.

2. Nonostante l’età degli altri dottorandi stranieri sia in media inferiore alla nostra, il vero problema è che all’estero i dottorandi possiedono un grado d’indipendenza che noi in genere non conosciamo. Gli aspiranti dottorandi spesso si scrivono il progetto da soli ed hanno già pubblicazioni al proprio attivo. I ragazzi che ho visto lasciare il dottorato avevano vinto selezioni su un progetto vincolato, talvolta nemmeno inerente a quanto avevano studiato. Da noi indipendenza ed autostima non solo non sono insegnate, ma sono pure viste male!

3. Il supervisore all’estero generalmente non segue i propri dottorandi passo passo come il classico prof. italiano durante la tesi. Anzi, potrebbe pure non essere esperto nel settore disciplinare dei suoi studenti. Il suo compito è reperire fondi per la ricerca, spingere dottorandi e post-doc a pubblicare il più possibile, dar lustro all’istituto presentando il lavoro fatto in convegni internazionali. Nella maggior parte dei casi, per vederlo e parlargli bisogna prendere un appuntamento. In genere si comunica via email, anche se il vostro ufficio è a quattro metri dal suo. Le informazioni scientifiche e l’eventuale aiuto in laboratorio arriveranno dai colleghi e dai post-doc.

cervello in fuga

stereotipo del “cervello in fuga”

Ora siete pronti a partire. Cosa fare? Per intraprendere un dottorato all’estero, ci sono almeno due possibili strade, indipendentemente dalla disciplina: a) candidarsi per un posto da dottorando in un determinato ateneo come da bando, b) contattare un professore e proporgli di scrivere un progetto per richiedere fondi.

a) I bandi per dottorandi si trovano su siti specializzati (per esempio, per geologi: link), in mailing list di settore e sul sito istituzionale dei vari atenei. Generalmente l’application è on line (con un sacco di domande strane in UK), o si può inviare in PDF, ma talvolta vi verrà richiesta cartacea (spesso in Germania). L’application dovrà contenere una o due pagine sulla vostra esperienza nella ricerca e sui progetti futuri. Questa è la vostra presentazione e vale più del curriculum in sé. La selezione è soggettiva ed insindacabile (l’italica “oggettività” per punteggio, magari riconsiderata dopo ricordo al TAR, non esiste), quindi non scoraggiatevi anche se pensate di avere un cv risibile ed il vostro inglese è minimo. L’importante è mostrare la passione, l’entusiasmo e la voglia di fare. Se si viene selezionati per un colloquio (in genere spesato dall’ateneo invitante), si dovrà preparare una presentazione secondo le regole dettate e giocarsi il futuro in quei cinque-dieci minuti, cui seguirà un vero e proprio interrogatorio con domande da campionario e tour nei laboratori per valutare quanto bene ci si possa integrare.

b) Se sognate di lavorare per una persona particolare o un laboratorio prestigioso, anche se non avete ancora un’idea precisa di cosa vorreste fare, prendete contatti. Classica email (in inglese o nella lingua locale, se la conoscete a sufficienza) con breve presentazione e la dichiarazione che vi piacerebbe svolgere il dottorato presso quella persona. Non è sicuro riceviate una risposta, potrebbe essere che il prof., super impegnato, inoltri la domanda ad un suo post-doc o dottorando, ma come dice il mio capo “se uno non chiede, è sicuro di non ottenere”. La cosa migliore sarebbe avere già un’ideuzza, da proporre al prof. con cautela, perché questo mondo è affascinante e spettacolare ma ci sono pure squali che non si fanno tanti scrupoli ad appropriarsi delle idee altrui. Mostrarsi propositivi è sempre una buona partenza. Il prof. saprà indirizzarvi per i fondi necessari. Meglio ancora se conoscete già le agenzie nazionali di finanziamenti (si trovano su internet) ed i vari programmi possibili.

Il fatto di essere italiani potrebbe essere un vantaggio: gira voce che la nostra preparazione sia piuttosto buona e soprattutto ampia, per cui siamo in grado di dedicarci ad argomenti anche diversi da quello di laurea. La sottoscritta ne è un esempio, ho cambiato materia di studio, pur usando più o meno le stesse tecniche, tra laurea  e dottorato e poi ad ogni post-doc. In sostanza, fare un dottorato all’estero richiede motivazione e costa fatica, in aggiunta alla nostalgia di casa ed alla difficoltà di trovarsi in un altro paese. In compenso, però, si riceve un ottimo stipendio (attenzione! In Austria e Germania talvolta fanno contratti part-time, ossia da 20h settimanali, questo implica uno stipendio dimezzato… ossia tanto quanto prendereste in Italia), lo stipendio include la tredicesima ed i giorni di ferie, l’assegno di disoccupazione al termine del contratto e piene tutele in caso di gravidanza (anche i padri possono chiedere il parental leave e per le donne ci sono progetti appositi per promuoverne il ritorno nella ricerca dopo la nascita di un figlio), s’impara a padroneggiare l’inglese scientifico ed a seconda della nazione scelta pure un’altra lingua, si pubblica parecchio (publish or perish, non è uno scherzo) costruendo un CV appetibile per il futuro, s’instaurano amicizie con colleghi da tutto il mondo, si lavora in laboratori all’avanguardia e si hanno a disposizione fondi per partecipare ai convegni, etc. Né l’università né il paese ospite sono mai come ce li siamo immaginati dall’Italia. Per certi aspetti potranno essere una delusione, ma il bilancio finale sarà sicuramente positivo. In bocca al lupo!

P.S. I “consigli” valgono pure per un post-doc all’estero e per qualsiasi disciplina, non solo in campo scientifico. Anche a livello europeo l’ambiente si fa sempre più competitivo ed i fondi scarseggiano. La domanda “pensi di tornare in Italia?” mi viene rivolta sempre più spesso. La risposta non è cambiata nel tempo: no, se non costretta dagli eventi. Mi sono sentita rifiutata dal mio Paese. Non cacciata, ma nemmeno valorizzata com’è stato poi all’estero. Se anche volessi rientrare, sarebbe estremamente difficile. Lo sapevo. Il mio prof. di laurea mi avvertì: questo è un biglietto di sola andata.

8 Marzo & le Donne: fugaci visioni dal Mondo

8 Marzo: Donne in Belgio.Belgio donne

Alte, bionde o afro, curate, con lunghi capelli raccolti in casuali chignon o con un velo, lavoratrici, con figli, indipendenti, tanto da non aver bisogno di una festa a loro dedicata. Ci sono anche le donne schiave, quelle in vetrina vicino alla Gare du Nord a Bxl, quelle con mariti-padroni, rinchiuse in casa e nella prigione della lingua d’origine. Poi ci sono quelle come me, venute in questo paese per un breve periodo, che popolano la metro al mattino e che camminano a passo svelto la sera, tenendo stretta la borsa e che guardano le locali con un misto di ammirazione per la sicurezza raggiunta e di rimprovero per l’apparente vacuità.

Lidia – Bruxelles


donna 8 marzo zanzibar8 Marzo: Donne a Zanzibar

L’8 marzo su questa isola non si festeggia,del resto anche qui le donne di strada da fare ne hanno:  sono la colonna portante di questa società e sono molto più affidabili degli uomini.

Annamaria – Zanzibar


8 Marzo: Donne a Rio de Janeirodonna 8 maro rio

Penso che hanno una relazione molto più serena di noi col proprio corpo, lo mostrano senza sentirsi a disagio, molte si allenano tantissimo per modellarlo (qui piace una donna molto muscolosa, per i miei standard decisamente mascolina), alcune mettono silicone nei glutei che qui piacciono enormi… Però Rio resta una città molto maschilista e ho scoperto che la maggior parte delle donne non va in spiaggia senza il marito o non esce con le amiche.

Sara – Rio

 

 

 


donna 8 marzo8 Marzo: Donne a Barcellona

Io se penso alla “donna” a Barcellona penso subito che mi sento più sicura. A Milano in molti posti avevo paura ad andare da sola; qui sto attenta però in generale c’è molta più gente per strada. Gli italiani sono visto come dei “toccaccioni”, e infatti devo dire che la brutta abitudine della mano morta che ricordo provare in alcune discoteche milanesi non mi è mai successa qua: in generale li vedo più rispettosi. La donna mi pare avere un rapporto con il proprio corpo più sereno rispetto al nostro di italiane: vedo la facilità del topless, esibito come qualcosa di comodo e naturale, indipendente dalla taglia e forma fisica che ci si ritrovi, e non come qualcosa da esibire.

Caterina – Barcellona


8 Marzo: Donne in Arabia Saudita

donna 8 marzo arabiaQui a  Riyāḍ non si festeggia la festa della donna  l’8 marzo ma quella della MAMMA!
Ed è una festa molto sentita, stamattina sono stata alla festa della mamma alla scuola delle mie figlie, non ho fatto foto perché ero troppo impegnata a godermi lo spettacolo!
Mi sono emozionata molto perché entrando su un grande schermo venivano proiettate le foto dei nostri figli da piccoli e più recenti.
I bambini di ogni grado (2,3,4,5) hanno cantato tre canzoni:  una in inglese, una in francese ed una in arabo, hanno fatto una piccola recita ed infine hanno cantato un’ultima canzone tutti insieme!
L’emozione e’ stata tanta…fortuna che sul tavolo c’erano già pronti i fazzoletti
La sala era addobbata con fiori colorati e tulle viola e bianchi.
Sui tavoli, oltre agli utilissimi fazzoletti (perché di lacrime ne sono scese tante) c’erano un programma delle canzoni, un vaso di fiori, il mio tanto amato caffè arabo, delle mini cheese cake e dei mini tramezzini.
Alla fine i bambini davano un regalo alla mamma ed io che ho 3 figlie, sono uscita con le mani piene di doni, tra cui due tazze con il mio nome in ARABO!

Giovanna – Riyāḍ


8 Marzo: Donne nel Regno Unito (Devon)

Come tutti o quasi tutti sanno, la Festa della Donna in Inghilterra non esiste. Si festeggia la mamma in un giorno diverso rispettodonna 8 marzo regno unito all’Italia, ma nessun giorno é dedicato alla Donna. Quando ne ho parlato alle mie colleghe e amiche, la loro reazione è stata molto positiva. Ho raccontato che si celebrano le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne ma anche le discriminazioni e le violenze subite del corso dei secoli. Poi ho raccontato anche il modo in cui, al giorno d’oggi, si festeggia questa ricorrenza e sono rimaste un tantino sbalordite. Non nego che quando ero più giovane, anche io ho assistito a “simpatici” spettacoli nei locali della mia città, ma adesso mi rendo conto che tutto questo non ha senso. Bisognerebbe pensarci sopra ogni tanto e trovare un modo alternativo per celebrare le donne. Perché la Donna è forte, la Donna è sveglia, la Donna è orgogliosa e, come tutte tutte noi concordiamo e tramite questo sito lo affermiamo, “il bello delle donne è che hanno paura, ma alla fine trovano il coraggio di fare tutto”.

Luana – Devon


8 Marzo: Donne nel Regno Unito (Londra)

fashion-woman-cute-airport-largeL’8 marzo non si celebra, e quando in passato qualche collega italiano venne in ufficio con la mimosa, i colleghi inglesi ci guardarono con aria divertita e un po’ stupita. La situazione della donna a Londra sicuramente e’ certo progredita: ci sono varie donne imprenditrici e in posti di potere, sia nel governo sia in societa’ private (soprattutto) e pubbliche. Detto questo, e’ sempre vero che anche qui si parla di un “glass ceiling”, cioe’ un livello di “posizione” oltre il quale e’ difficile andare, come anche e’ vero che a parita’ di posizione, le donne sono pagate meno degli uomini. Sicuramente ad una donna in fase di colloquio non verra’ chiesto se ha intenzione di avere dei figli, come avviene in Italia. E nei casi in cui la donna e’ discriminata sul posto di lavoro, puo’ portare in tribunale il datore di lavoro ed ottenere un giusto risarcimento: strada un po’ impervia ma sicuramente percorribile da chi ha veramente subito dei torti. Ci sono stati casi sui giornali di vittorie di alcune donne che sono state discriminate ed hanno vinto. Ricordiamoci anche che questo e’ il paese delle suffragette, che ottennero il voto per le donne nel 1928. Per citare un altro esempio piu’ recente, nel 1968 le donne scioperarono in massa alla sede Ford di Dagenham in quanto discriminate, ed ottennero migliori condizioni di lavoro (evento reso noto nel film “Made in Dagenham”). E come dimenticarsi della Signora di Ferro, The Iron Lady, Mrs Margaret Thatcher, primo e finora unico capo donna di un governo inglese (1979-1990). E’ vero che la violenza sulle donne esiste anche qui, soprattutto casi di violenza domestica che sfociano anche nella morte. Esiste tuttavia una serie di organizzazioni a protezione delle vittime che decidono di lasciare il compagno violento. Insomma, non e’ tutto rose e fiori ma sicuramente la donna in UK se la gioca alla pari – o quasi. Io ho sicuramente avuto delle opportunita’ professionali qui a Londra che non avrei avuto in Italia.

Elena – Londra


8 Marzo: Donne in Senegal donne senegal calcio

Le donne in Senegal sono onnipresenti, polivalenti, instancabili e piene di risorse. Sabato scorso per esempio le donne del mio villaggio hanno organizzato una partita di calcio “donne sposate contro nubili” per raccogliere fondi per le attività delle scuole dei loro figli. Tamburi, danze e tifo dalle altre donne del villaggio per le 22 prescelte ! La migliore partita di calcio mai vista.

Francesca – Casamance (Senegal)



8 Marzo: Donne alle Seychelles

L’8 marzo è una festa di importazione, come quasi tutte le feste su queste Isole. Le donne sono la forza motrice del paese: donne ministro, donne giudice, donne manager. Ma anche donne casalinghe, donne pescatrici, donne che intrecciano panieri e cappelli con le foglie di palma. Donne dai capelli lisci e corvini o dagli occhi verdi e la testa piena di ricci. Donne che sfoggiano abiti dai mille colori, che non si intimidiscono se  una maglietta troppo stretch mette in evidenza i rotolini di ciccia. Donne che ballano e che cantano in ogni occasione del giorno e della notte.  “Enjoy your body” canta un certo rapper…detto fatto: donne che vivono il proprio corpo –giovane, vecchio, esile o grasso non importa –  con l’istinto selvaggio delle lupe e senza il giudizio un po’ bacchettone dell’emisfero nord del mondo.

Katia  – Seychelles

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Belgio a sorpresa

Il paese in cui vivo appare sempre molto diverso dalla realtà nei quotidiani italiani, così come le notizie italiane giungono qui filtrate. Recentemente Bruxelles/Brussel ha occupato le cronache televisive italiane con scenari da guerra: carri armati, militari in assetto, città deserta. In quei giorni amici e parenti, anche dagli USA, mi hanno cercata per sapere come stessi. Eppure a Bxl non è successo proprio nulla. Mentre Parigi pochi giorni dopo gli attentati ha ripreso la sua vita naturale, Bxl è rimasta bloccata per settimane.

Questo non è stato l’unico episodio in cui la città ha dato di sé un’immagine differente da quella reale. Nei telegiornali ogni novità dall’Unione Europea, indistintamente se dal Consiglio, il Parlamento o la Commissione, viene data come “Bxl ha stabilito che…”. Gli amici che sono venuti a trovarmi immaginavano una città modello. La realizzazione di tutte le direttive europee che noi “meridionali” non siamo in grado di attuare. Non vi dico la sorpresa nel trovare una città disorganizzata, caotica, sporca ed intasata dal traffico come forse crediamo possano essere solo Napoli o Palermo. Con la differenza che almeno Napoli o Palermo hanno monumenti spettacolari ed il sole splende per gran parte dell’anno. Almeno nel nostro immaginario, ossia la nostra visione distorta dei luoghi che non conosciamo.

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Museo di scienze naturali con il Parlamento Europeo sullo sfondo.

In questi giorni il Belgio è salito di nuovo agli onori della cronaca, persino internazionale, ma l’eco di questi eventi non è giunta in Italia. Motivo? La riattivazione di vecchie centrali nucleari. Il Belgio non sfrutta energie rinnovabili (alla faccia delle direttive europee), nessuno vuole le pale eoliche, nemmeno in un atollo ad una certa distanza dalla costa (rovinano il panorama, quale panorama???), non ci sono pendenze sufficienti per dighe e centrali idroelettriche e investire sul solare sarebbe come vendere frigoriferi in Alaska. Tutto sommato il nucleare è molto meno inquinante rispetto alle centrali a combustibili fossili. Peccato, però, che invece di costruirne di nuove all’avanguardia abbiano esteso la vita di quelle che erano destinate alla pensione. Lo scorso novembre c’è stato un incidente, per fortuna senza gravi conseguenze. Poi hanno scoperto crepe un po’ dovunque. Sono due quelle che destano più preoccupazioni, quella di Doel, a due passi da Anversa, e quella di Tihange, tra Namur e Liegi. La Germania è proprio terrorizzata, tanto da aver mandato il proprio ministro dell’ambiente, Barbara Hendricks, a verificare di persona. A scanso di guai, Aachen (Acquisgrana), città tedesca vicina al confine, si è rifornita di iodio. A dire il vero anche alcune città del Belgio nelle vicinanze delle centrali succitate l’hanno fatto, anzi raccomandano di distribuirlo preventivamente ai bambini, così in caso d’incidente sarebbero “protetti”. Intanto in Germania i quotidiani e pure la satira politica ironizzano tremanti su un possibile nuovo caso Chernobyl.

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Il celebre Atomium

Non sorprende, quindi, scoprire che il Belgio è al secondo posto in Europa per inquinamento (il primo è il Montenegro). Bxl ed Anversa sono le città più trafficate al mondo. Una politica di auto aziendali e qualche carenza nel sistema di trasporto pubblico hanno fatto la frittata. Aggiungendo che il riscaldamento è acceso per dieci mesi l’anno e le caldaie in giro non sono tra le più nuove si ha un quadro completo.

Con questo non voglio criticare il Belgio, ma smontare un po’ l’immagine che i notiziari italiani hanno costruito. Bxl non è la realizzazione pratica del sogno europeo. V’invito a farci un giro e verificare di persona. Magari proprio quando c’è una riunione del Parlamento, Consiglio o Commissione europea, ossia quando l’intera città viene bloccata per garantire la sicurezza dei nostri rappresentanti. Cosa che accade alquanto di frequente, per alcuni giorni di fila, con metropolitane che saltano stazioni (manco fossimo a Berlino-Est ai tempi della DDR!), autobus deviati (ovviamente senza indicazioni) e controllo dei documenti per rientrare a casa, ma non per attraversare il confine o prendere un aereo all’interno dell’UE. Vi aspetto! La sorpresa e la delusione sono assicurate.

Lidia Bxl

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La rimpatriata: cena decennale

Vivendo all’estero si ha più voglia di rivedere i compagni di studi, con cui si è trascorso un tempo felice e spensierato prima di espatriare. Negli ultimi dieci anni, mi sono sempre ritrovata per una cena con i colleghi di università (Scienze Geologiche, Padova). All’inizio ero ancora in Italia ma c’era già qualcuno di noi che aveva varcato il confine. Da quando sono andata all’estero, ho cercato di tener viva questa tradizione, terminata l’anno scorso, in occasione del decennale dalla laurea, con un pranzo epocale seguito da una nevicata eccezionale. Quest’anno non s’è fatto nulla. Chi di noi è all’estero era preso da altri pensieri e chi è rimasto in Italia probabilmente non sentiva il bisogna di rivedere i compagni, preoccupato tra (mancanza di) lavoro e famiglia. Eppure il rientro natalizio anche quest’anno ha comportato una rimpatriata, ma non mi aspettavo arrivasse dall’altra metà della mia vita, ossia la musica!

Elisa, un’altra ragazza emigrata, al momento negli USA, ha organizzato una cena tra ex-compagni di conservatorio (C. Pollini di Padova). È stato fantastico, perché con molti avevo perso i contatti, di altri ricordavo il viso e lo strumento suonato ma non il nome, infine alcuni erano per me degli emeriti sconosciuti. La classe di organo è famosa per starsene un po’ per le sue, l’unico momento in cui potevamo incontrare qualcun altro era nella mitica auletta-bar, prima che diventasse un’aula a tutti gli effetti con il nome di 5bis, causa perenne penuria di spazi. Per l’occasione si è riunita quasi l’intera redazione di “Alterazioni”, il giornalino degli studenti, cui collaborai sin dalla fondazione. Eravamo ca. 25 alla cena. Un bella compagine di cantanti, pianisti, fiati, archi, percussionisti, compositori, etc. Alcuni sono ora mamme o papà, stimati insegnanti, con contratti a tempo indeterminato o sul procinto di comprare casa. Nonostante si sia tutti diplomati, solo pochi di noi sono riusciti a vivere di sola musica (e questi spesso figurano tra gli emigrati). Purtroppo la professione di musicista non è ancora considerata un “lavoro serio”, la retribuzione regolare è un sogno. Nessuno di noi, però, ha mai smesso di suonare. Con il nuovo sistema universitario non è più possibile studiare musica e qualcos’altro, mentre in passato era la regola o quasi tutti noi trentenni abbiamo un titolo supplementare in campi completamente differenti  dalla musica (pur se, guarda caso, egualmente creativi), come architettura, grafica, marketing, fisica, geologia, etc.

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Giulia, Elisa e la sottoscritta, riunite in Italia. Foto gentilmente concessa da Elisa.

Non ero l’unica espatriata per lavoro, anche altri hanno lasciato l’Italia seguendo un contratto. Avevo rivisto Elisa l’ultima volta a Londra, io in UK per un convegno e lei per un corso. È una brava e bella cantante cui non manca lo spirito d’iniziativa. Ha seguito la carriera del marito, chitarrista classico, e sta portando lo spirito italiano nella sperduta cittadina della Pennsylvania ove vive al momento. Giulia, violoncellista, si trova temporaneamente a Göttingen, dopo anni a L’Aia in ambito legale. Federico, pianista, aveva “ereditato” il posto da organista presso la chiesa luterana di lingua tedesca quando Stefano, il ragazzo che mi sostituì quando emigrai, venne proprio a Vienna per studiare direzione d’orchestra. Dopo poco tempo Federico partì per Friburgo per lavorare come architetto e recentemente si è spostato ad Amburgo. Finalmente siamo riusciti a vederci! Di tutto il gruppo, merita una menzione particolare Stefania, cantante e fisica, ora impiegata all’università. Grazie a lei conobbi tutti gli altri, perché iniziammo a fare musica d’insieme in conservatorio e continuammo esibendoci assieme in qualche culto-concerto e matrimonio.

Mancavano parecchie conoscenze, alcuni espatriati e non ancora rientrati per le feste ed altri rimasti a Padova ma impegnati. È sempre difficile trovare una data che vada bene a tutti. C’è stato addirittura chi ci ha raggiunto in tarda serata dopo le prove con l’orchestra a 40 km di distanza. Alcuni non sono su Fb, ove l’evento è stato organizzato. Il tempo è volato. Siamo riusciti a fare una foto di gruppo prima di scappare ognuno a casa propria. Per circa tre ore mi sono sentita “in famiglia”, perché quello che ci ha accumunato è stato di più di una classe o di un insegnante per un limitato periodo di tempo. Nemmeno gli anni e la distanza hanno potuto cancellare una simile sintonia. La stessa che per me si crea all’estero quando capita di far musica con altri, anche sconosciuti.

Sono tornata a Bxl con il bel ricordo di una serata fuori dal tempo. Fino alla prossima rimpatriata, ormai una necessità per chi vuole tornare felice e spensierato come ai tempi di scuola, dimenticando per qualche ora le difficoltà della vita quotidiana.

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Come superare la solitudine del migrante

Trovarsi in un Paese diverso da quello in cui ci sono famiglia ed amici storici, magari con una lingua che non maneggiamo bene, può portare ad una profonda solitudine. Per fortuna ai nostri giorni ci sono utili mezzi per sentirci meno soli, nel caso non ci siano compagni di vita a tempo pieno a riempire le nostre giornate.

Il primo posto in cui si possono fare delle conoscenze è l’ambiente lavorativo. Non solo con gli altri stranieri, magari originari del nostro paese, ma soprattutto con i locali che altrimenti difficilmente conosceremmo. Talvolta nascono delle belle amicizie, con frequentazione anche al di fuori degli orari di lavoro, come accadutomi in Austria. Talvolta, invece, nonostante i tentativi, non funziona, come in Belgio, ove fatico a legare con i colleghi, un po’ perché molti vengono da fuori città, un po’ perché la stragrande maggioranza ha mogli/fidanzate o mariti che li attendono a casa ed un po’ perché gli altri espatriati e single hanno giri e gusti diametralmente opposti ai miei e non si riesce a trovare un interesse comune.

Italiansonline a Bxl

Parco a Bxl, luogo di un evento Italiansonline a Bxl.

Una seconda possibilità è offerta dalla rete di connazionali. Devo ancora trovare un posto dove non ci sia almeno un altro italiano! Gli Italiani hanno un istinto incredibile nel riconoscersi tra di loro e nel socializzare nel giro di cinque minuti. Come recentemente accaduto sul treno a Tokyo, scoprendo di avere la stessa destinazione dell’altra ragazza italiana. In Belgio ci sono così tanti Italiani che ci si può permettere il lusso di scegliere le frequentazioni in base al dialetto! Il mezzo migliore per entrare in contatto con i nostri compaesani è internet: non solo i vari gruppi Facebook di “Italiani a…”, ove si trovano sia persone gentili che aiutano i nuovi arrivati con consigli e suggerimenti, sia frustrati seminatori di polemiche, ma anche la rete di “italiansonline”, ormai in via d’estinzione e soppiantata da Facebook, ed i vari siti di aggregazione appositi, di cui Donne che emigrano all’estero può essere un esempio a livello globale.

Volendo evitare i connazionali ed aprirsi ad una comunità più ampia ci sono Internations e MeetUp. In questi gruppi la lingua comune è sempre l’inglese e si possono conoscere altre persone in base alle passioni comuni, dall’opera alla degustazione di vini, dalla programmazione in java all’allenamento per la maratona annuale. Non si conoscono solo altri migranti, ma spesso s’incontrano anche locali, che sono contenti di allargare i propri orizzonti culturali, di fare pratica d’inglese e di mostrare il proprio Paese ai nuovi arrivati. Con MeetUp ho potuto trovare compagnia per assistere a concerti e rappresentazioni teatrali, facendo nuove conoscenze da tutto il mondo e trovando pure un’amica.

Per quelli come me che frequentano regolarmente una chiesa, le comunità di fedeli rappresentano un’altra sorgente di conoscenze. Nel mio caso, ho trovato accoglienza inizialmente nella chiesa di lingua italiana e poi nella comunità di lingua tedesca (per motivi musicali ma benvenuta nonostante non sia nemmeno madrelingua). In alternativa, frequentare la parrocchia locale più vicina è un ottimo modo per integrarsi nel territorio, per imparare meglio la lingua locale e per entrare in una rete di persone che possono offrire un aiuto impagabile in caso di bisogno. Per chi è allergico ai luoghi di culto, di qualsiasi tipo, un’esperienza simile si può fare in gruppi sportivi (per esempio entrando nella squadra di calcio di quartiere), attività culturali (come cantare in un coro o partecipando ad un corso di teatro) e soprattutto frequentando i corsi di lingue, ove s’incontrano altri stranieri con i quali l’unica lingua per comunicare è quella che si cerca d’imparare/migliorare.

In conclusione, la nostalgia per gli amici storici e la timidezza non sono più scuse sufficienti per deprimersi nella solitudine di un paese ospite. Ci sono molti altri nostri simili che non vedono l’ora di conoscerci e noi, oltre alla compagnia, guadagniamo un arricchimento culturale che il nostro paesino d’origine non potrebbe mai offrire.