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Intervista a Emma, expat irlandese in Italia

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Brexit: aspettando il verdetto

In attesa del verdetto referendario su Brexit – ecco tre riflessioni dall’Inghilterra (Luigina, Sheffield ed Elena, Londra) e dall’Irlanda del Nord (Margherita, Derry) su questa difficile settimana in UK.


 

DA LONDRA

brexitNei miei 18 anni a Londra sono spesso tornata in Italia, per lavoro o in vacanza, dove ho spesso sognato di dovere rimanere in Italia senza poter ritornare a quella che per me è casa. Ogni volta il risveglio angosciato, seguito poi dalla realizzazione che era solo un sogno, o meglio un incubo. Ora, con Brexit, sembra che il mio incubo si stia avverando!

Facciamo un passo indietro: perché si è arrivati a questo referendum? I motivi sono vari ma quello che, erroneamente, viene considerato il motivo principale è l’immigrazione. La prima grossa ondata immigratoria, in tempi recenti ovviamente, si è avuta negli anni di Blair (fine anni 90, inizio 2000) quando, all’insaputa della popolazione, il governo aprì le porte, soprattutto agli extraeuropei. Ci fu grande malcontento nella popolazione quando questi fatti vennero alla luce, soprattutto per la carenza di scuole, case e strutture sanitarie. Una immigrazione che sicuramente cambiò la struttura della società. Con l’ingresso dei paesi dell’est Europa nella UE, c’è stata una grande migrazione da parte di questi paesi, unitamente a quella dei paesi “tradizionali”, Italia in testa. La conseguenza più tangibile è nella quotidianità: carenze di scuole, di abitazioni, lunghe code al pronto soccorso, dai dottori. La Gran Bretagna  ha accolto e continua ad accogliere con molta tolleranza ma è chiaro che non può accogliere tutti, soprattutto chi viene solo per accedere al generoso sistema di sussidi.

In realtà il vero tema è economico/politico: dalla difficoltà ad espellere i criminali per rispettare i loro diritti umani alle quote latte. Nonché il contributo annuo che il paese deve pagare alla UE. La percezione è che i politici che siedono nel parlamento europeo siano solo dei “fat cats“, cioè persone che pensano solo ad intascare alti stipendi e benefici, in più senza considerare il benessere dei popoli. Ma questo è un argomento che potrebbe riguardare tutti i paesi europei: pensiamo ad esempio alle arance siciliane che vanno al macero per non superare le quote comunitarie.

E’ vero che la GB è uscita dalla crisi post 2008 prima degli altri paesi europei per aver mantenuto la propria moneta, a dimostrazione forse che la moneta unica era un’utopia. Ma è un’Europa unita, federale, sul modello americano, un’altrettanta utopia?

Torniamo a Brexit. Nessuno ha spiegato finora cosa un’eventuale uscita dalla UE comporterebbe per gli stranieri che vivono e risiedono in GB, né tantomeno agli inglesi che vivono nel “continente”. Diventeremo improvvisamente stranieri in bisogno di visto? Dovremo rimpatriare? Nessuno sa o vuole rispondere a queste domande, togliendo il sonno agli expat!

Fino a qualche giorno fa i sondaggi davano per certa la vittoria degli “out”, cioè fuori dall’Europa. La campagna ha puntato soprattutto sull’immigrazione, indicandolo come uno strumento per fermarla. In realtà sembra che questo non sarà comunque possibile. C’è anche un forte desiderio di riprendere la propria sovranità, senza dover sottostare a quanto impone il Parlamento Europeo.

La tragica uccisione della parlamentare Jo Cox, uccisa da un folle mentre si recava al proprio ufficio, in pubblico ed in pieno giorno, ha scosso gli animi. I sondaggi ora indicano la vittoria dell’ “in”, cioè rimanere. La parlamentare infatti era una sostenitrice del rimanere in Europa, manifestando anche il giorno prima della sua morte in barca sul Tamigi con marito e figli, mentre il suo uccisore era uno xenofobo.

Tra pochi giorni sapremo per certo: a mio parere, vinceranno i sì. La GB ha bisogno dell’Europa e soprattutto l’Europa ha bisogno che la GB resti.

Elena – Londra


DA SHEFFIED

Giovedì 16 Giugno era iniziato come una giornata ad alta tensione. Ho passato la mattina ad un incontro di lavoro per discutere di finanziamenti europei e il clima nella stanza, tra i colleghi e gli esperti che erano venuti a spiegarci i dettagli dei programmi di quest’anno, era di pura e semplice paura – paura riguardo al nostro futuro: cosa succederà se perdiamo accesso a questa fonte di sopravvivenza per la nostra ricerca? Cosa succederà a noi, ai nostri collaboratori riguardo lavoro, visti e tasse? Cosa succederà a questo paese? Nessuno, ovviamente, ha le risposte. Sono ormai settimane che ascolto discussioni infinite ovunque vado tra “Leave” e “Remain”, tra chi vuole lasciare l’Unione Europea e chi vuole rimanere, e sono tutte basate su scenari ipotetici su cosa succederà all’economia, all’immigrazione, ai posti di lavoro, al sistema sanitario. La realtà è che tutti ci stanno pensando costantemente. Io non ho il diritto di voto, quindi di solito rimango in silenzio e mi limito ad ascoltare, a meno che qualcuno non mi faccia una domanda precisa. C’è anche un altro motivo per cui preferisco tenere la bocca chiusa, ed è che, per la prima volta in quasi 20 anni da emigrata, ho un po’ paura che qualcuno senta il mio accento straniero e mi aggredisca verbalmente, come è successo a un’amica pochi giorni fa. Incredibile ma vero: molti nella Gran Bretagna multiculturale e tollerante in questo periodo sembrano aver riscoperto un atteggiamento molto nazionalista nel senso negativo del termine. Purtroppo infatti c’è chi si è impossessato della campagna referendaria per usarla come argomento contro gli immigrati, ed anche nella tollerante e “lefty” Sheffield purtroppo ci sono persone che si sentono incoraggiate ad esprimersi in toni molto forti. Nella zona dove abito, a giudicare dai manifesti referendari alle finestre, sembrano quasi tutti orientati a rimanere – e sinceramente mi sento sollevata e anche più sicura, indipendentemente da quale sarà il risultato.

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Nelle case di Sheffield sono spuntati i poster referendari

Tra amici e colleghi tutti ci stavamo dicendo che il clima stava diventando insostenibile, ma nessuno si aspettava quello che poi è successo giovedì pomeriggio: il brutale attacco alla “Member of Parliament” Laburista Jo Cox, una persona rispettata, appassionata e onesta – oltreché una giovane mamma di due bambini ancora piccoli. Al lavoro tutto si è fermato per alcune ore mentre seguivamo le “breaking news” su Internet, ed un silenzio innaturale e scioccato è caduto quando è stata data la notizia della sua morte. La dichiarazione di suo marito Brendan è stata bellissima e tragica insieme, e infinitamente coraggiosa. Ci vuole coraggio a rispondere ad un gesto tanto pieno di odio con un appello al rispetto reciproco. La sua forza e la sua dignità hanno commosso tutti, di qualsiasi schieramento. Una mia collega abita in una barca sul Tamigi proprio accanto alla famiglia Cox. Ci ha mostrato le bellissime foto dei fiori e pensieri lasciati per Jo da amici e vicini. Ma non sono solo i suoi amici più cari che manterranno vivo il ricordo di questa donna straordinaria che ha segnato così tante vite in così poco tempo.

La campagna elettorale, interrotta per due giorni in segno di rispetto, sta per riprendere e spero che queste parole abbiano l’effetto di far riflettere tutti su quanta violenza sia nell’aria in questi giorni, e su quanto è importante invece non farsi sopraffare dall’odio, dal rancore, dalle divisioni.

Possiamo solo sperare che, qualunque sia il risultato del 23 Giugno, tutti si impegnino alla solidarietà reciproca. Senza dubbio aspetterò i risultati con il fiato sospeso – una buona parte del mio futuro si deciderà il 23 Giugno.

Luigina – Sheffield


DA DERRY, IRLANDA

Si respira un clima un po’ pesante anche a Derry, da quando la notizia della morte di Jo Cox, deputata laburista, è apparsa su tutte le breaking news di tutto il mondo, pochi giorni dopo l’orribile massacro di Orlando, che ancora risuonava nelle nostre orecchie. Qui sono ancora freschi i ricordi del Bloody Sunday e dei Troubles, anche se la maggior parte della popolazione nord irlandese, cattolica e protestante, non ci pensa assolutamente a riviverli e si stanno impegnando tutti a garantire un futuro migliore e pacifico per i loro figli.

Le parole del marito di Jo Cox, Brendan, pero’ hanno spento qualche animo acceso, e mi hanno commosso tanto. Incredibile l’amore che questa donna ha seminato in soli 41anni. Brendan Cox ha ribadito che non ci sarà spazio nelle loro vite per quell’odio che ha ucciso sua moglie e la madre dei suoi bimbi, nonostante la loro vita d’ora in poi sarà meno ricca di amore e gioia. Che uomo coraggioso e saggio.

Ponte Derry

Il Ponte della Pace a Derry

Quindi non ci resta che impegnarci al massimo, ognuno nel proprio piccolo, a far sì  che questo mondo sia per tutti pacifico e pieno di amore, soprattutto per chi è più debole o ne ha più bisogno. Questo deve essere il senso della morte di Jo Cox, teniamola viva in questo modo. Il referendum è alle porte, c’è chi dice che usciremo da questa Europa un po’ malandata, io non ho diritto di voto perché non ho rinunciato al voto italiano, ma il mio compagno irlandese ha già espresso la sua volontà via posta, visto che non sarà in Irlanda quel giorno.

Sono qui da tanti anni, mi sento anche Irlandese,  non  ho mai subito nessun tipo di torto per il mio essere prima di tutto Italiana, anzi le mie sensazioni sono frutto del loro senso di accoglienza e di generosità. Mi auguro che il messaggio di Brendan Cox passi chiaro e forte, e mi auguro di consegnare ai miei figli un futuro migliore di questo. Mi impegnerò perché ciò accada.

Riposa in pace Jo.

Margherita – Derry – Irlanda del Nord


Excursus temporale dell’espatrio

Tramite le testimonianze di alcune di noi, abbiamo voluto creare una sorta di “storia dell’espatrio”, che è anche un raffronto tra expat di diverse generazioni. Com’era espatriare 30 anni fa? E 20? E 10? Cosa è cambiato in questo periodo di tempo? Sicuramente la tecnologia, i mezzi di trasporto, le mete scelte ed i luoghi stessi. Attraverso i nostri racconti viaggerete tra Europa, Africa, America del Nord e del Sud; il viaggio sarà anche temporale, perciò preparatevi a provare anche un po’ di nostalgia!


Agnese – USA
•Da Barcellona 2004 a New York 2015•

Barcellona 2004

Barcellona vista da Parc Güell, 2004

Sono nata nel 1987 e la mia prima esperienza di vita in un altro paese l’ho fatta a 17 anni a Barcellona. Per sentire il mio ragazzo di allora (che 10 anni dopo è diventano mio marito) inserivo una moneta da due euro nel telefono pubblico del dormitorio in cui alloggiavo, e siccome il vano che raccoglieva i soldi era stato manomesso, riprendevo la mia moneta e la reinserivo potendo allungare economicamente le mie telefonate da innamorata per ore ed ore. Poi un giorno la voce si è sparsa e quel telefono non ha più avuto pace.
Ricordo che si cominciava a parlare dei voli low-cost, di quanto sarebbe stato facile ed economico riuscire a viaggiare per l’Europa con solo 50 euro per tratta. A me Barcellona sembrava così lontana, addirittura due ore d’aereo o quasi un giorno di nave…

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Vista di New York dal New Jersey, febbraio 2015

E poi il vero cambiamento della mia vita: meno di un anno fa quel ragazzo ed io ci siamo trasferiti a New York. Per arrivare qui le ore d’aereo sono dieci e i giorni di nave almeno quindici! Nonostante rimpianga spesso di non essere nata nel 1920 per una questione di stile e musica, mi ritengo fortunata ad essere una di quelle che può fare FaceTime con la mamma durante il tragitto da casa alla metro per “farle vedere quello che vedo io”, che può mandare un video di auguri alla prozia novantenne dalla punta della Tour Eiffel vedendo il suo viso modellarsi in un “OOOOOH” di stupore che vale mille regali;
mi ritengo fortunata nel poter scegliere quale aerolinea prendere per tornare a casa in base a promozioni, miglia, carte-accumula-punti, numero di scali e intrattenimento di bordo, a riempire gli smartphones dei miei amici con gruppi whatsapp nei quali ci manca poco che ci fotografiamo anche mentre ci laviamo i denti (anzi no, abbiamo fatto anche quello) e soprattutto, mi ritengo fortunata perché tramite la mia esperienza posso essere d’aiuto a tantissime persone che leggeranno queste mie parole un istante dopo che avrò premuto “invio”, senza dover aspettare una lettera per giorni e giorni.


Katia – Seychelles
• 2007-2016•

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Vecchia casa tipica seychellese

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Io sulla spiaggia alle Seychelles nel 2011, con le tartarughe di mare appena nate

Il mio primo sbarco su queste isole fu connotato da un po’ di delusione perché arrivai con il Monsone del Sudest – quello fresco che increspa il mare – e con la marea alta che offuscava la trasparenza delle acque.
Avevo già lavorato su delle isole tropicali nei Caraibi, ma le Seychelles furono presto la scoperta di un mondo fantastico  che si svelava davanti ai miei occhi giorno per giorno: foreste, piante di cocchi tra i più grandi ed antichi del mondo, tartarughe giganti in libertà, rocce granitiche vecchie di milioni di anni ed una popolazione che ancora viveva ai ritmi lenti che si convenivano alle Colonie dell’Impero Britannico e a quelle della Corona di Francia.
Le donne indossavano i cappelli intrecciati di foglie di palma e la domenica mattina, per andare a messa, si riparavano dal sole con un ombrellino. Sulle tavole si mangiava ancora il kari sousouri, il curry di pipistrello e talvolta i seychellesi ti invitavano a partecipare ai loro pranzi o ai loro barbeque. Nella Valle de Mai, la foresta tropicale al centro dell’Isola di Praslin, dove cresce la famosa palma del Coco de Mer, già all’epoca parco protetto, si accedeva tramite una porticina di legno tutta sgarrupata, senza nessuno che ne fosse a guardia.
Poche macchine e poche patenti: tutti si sorprendevano quando mi vedevano guidare un’auto a noleggio!
I clienti che venivano nel resort dove lavoravo soggiornavano  per settimane e si innamoravano delle isole;  restavamo nottate a colloquiare sotto le stelle con un calice di vino in mano.
Poi le cose hanno cominciato a cambiare.
Anzitutto i turisti: sempre più affannati nei loro soggiorni sempre più brevi e compulsivi, sempre meno chiacchierate notturne da quanto il wifi ed i socials hanno raggiunto anche queste latitudini e tolto ogni chance  di una vera socialità. Ma non solo: assieme ai turisti sono cambiati i valori, i ritmi e le abitudini delle isole.
Sempre più spesso i dipendenti degli hotels si recano al lavoro in auto, guidano e si spostano in autonomia, mentre prima i seychellesi andavano per lo più a piedi nelle foreste ed al lavoro ci andavano con il pulmino aziendale che andava a prenderli sotto casa.
Gli expat come me si contavano sulle dita di una mano e rappresentavano una minoranza. Oggi, con il sorgere di tanti nuovi alberghi e di tante nuove  attività commerciali  gli expat sono piuttosto numerosi e non ci si conosce più tutti come prima. La competizione sul lavoro è molto forte e sempre meno spazio viene lasciato alla convivialità tra colleghi.
La Valle de Mai è diventato un centro di ricavi iper-efficiente, con visite guidate, caffetteria e museo annesso. I seychellesi cercano di adeguarsi ed oggi se vuoi andare a mangiare nelle loro case devi pagare. Loro poi non mangiano quasi più il pipistrello ma preferiscono gli hamburgers e le patatine fritte.
La cosa curiosa è che qui si ha la percezione che il tempo passi più velocemente che altrove. Nove anni di Seychelles  equivalgono a quaranta dei nostri in Europa: in pratica ho assistito allo sviluppo di un intero paese come chi, reduce dalla seconda guerra, si è ritrovato a vivere da un’Europa coperta dalle macerie ai baldanzosi, quanto fittizi, anni 80′ dove si credeva che lo sviluppo non avesse mai fine. 


Luigina – UK
Un nuovo millennio a Limerick•

Cork Street 1999

Cork Street, 1999

Limerick From Castle

Vista di Limerick

Alla fine del 1999 mi accinsi al mio primo espatrio “a lungo termine” (che per me significava più di un mese) verso Limerick in Irlanda, senza sapere nulla del paese e della città dove sarei andata a vivere. Per fortuna già parlavo inglese molto bene grazie alle mie esperienze precedenti negli USA. Gran parte dei soldi ricevuti come regali di laurea finirono in un biglietto aereo (comprato ovviamente non su internet ma al Centro Turistico Studentesco) da Fiumicino a Shannon, passando per Parigi CGD, dove mi persero la valigia con quasi tutti i vestiti. Quando me la ritrovarono, la spedirono a Shannon e un tassista doveva consegnarmela a casa. Finì per portarla alla casa sbagliata, visto che c’erano due porte con lo stesso numero civico sulla stessa strada: fu un primo assaggio degli eccentrici indirizzi irlandesi!
L’Irlanda tra il 1999 e il 2000 era appena all’inizio del boom economico conosciuto come la “Tigre Celtica”. Limerick è una delle città irlandesi dal passato più difficile, e ancora lo si vedeva chiaramente. Lungo le strade della città si vedevano palazzi con l’intonaco scrostato, e le bellissime facciate georgiane erano per la maggior parte sporche e mal curate. Mi colpì moltissimo il mercato di Limerick (che ora è completamente trasformato): un quadrangolo secolare di edifici di pietra grigia e all’interno pile di cassette di frutta e verdura ancora carica di terriccio; grandi forme di pane nero, burro e formaggio. In autobus per andare al lavoro al campus universitario passavamo accanto a un campo verdissimo pieno di mucche.
Molto presto i campi vennero sostituiti dai “retail parks” e da file e file di villette tutte uguali. L’università sembrava uscita da un altro universo: nuovissima, tutta vetro e cemento, con prati curatissimi, sculture e una grande sala da concerti. Era il segnale che qualcosa stava per cambiare.  Comunicavo con la famiglia tramite un oggetto che adesso è quasi da scavo archeologico – la scheda telefonica internazionale, e chiamate dai telefoni fissi. Lentamente tutto fu sostituito dalle email, dopo aver insegnato ai miei come aprire e usare un account. Gli amici si sentivano per email e per darsi notizie importanti ci si dava appuntamento davanti al telefono fisso a ore improbabili per spendere meno. Arrivavano da casa anche molti pacchi pieni di rifornimenti, visto com’era difficile trovare ingredienti italiani…E pensare che ora si trova di tutto! Nel corso di un anno dal mio arrivo, con i soldi della “Tigre Celtica” arrivarono palazzi di appartamenti nuovi, auto nuove, gadget tecnologici, vacanze in Spagna e Francia con Ryanair, e catene di negozi, ristoranti e migliaia di stranieri arrivati a lavorare o studiare nella “Tigre”. E così l’Irlanda smetteva di essere il parente povero d’ Europa. 
Intorno al 2007, un crollo economico durissimo ha spazzato via imprese, negozi e famiglie. Alla fine ha spazzato via anche me: nel 2012 ho lasciato L’Irlanda dopo 13 anni, portandomi dietro il mio compagno ma lasciando lì amici che sono per me come una famiglia. Per fortuna adesso ci sono FaceTime, Facebook, Instagram e quant’altro!


Margherita – Irlanda
•Un salto lungo 13 anni•

The Shelbourne Hotel Dublino 2004

The Shelbourne Hotel, Dublino 2004

Ponte della Pace, Derry

Ponte della Pace, Derry

Sono emigrata per la prima volta nel 2003, destinazione Dublino, Irlanda e mi sembra di ricordare che il costo del volo, anzi dei voli (Bergamo Londra Dublino) fosse circa 50-60€, anche se poi Ryan Air si è  rifatta con i, circa, 150€ di bagaglio in eccesso (quando ancora si viaggiava con mezza casa in valigia) che mi son portata dietro.
Scelsi Dublino perché all’epoca chi voleva andare all’estero per imparare l’inglese, o migliorarlo, optava per Londra, io invece non volevo ritrovarmi ad imparare l’inglese in mezzo agli Italiani, quindi decisi di provare l’esperienza irlandese completamente inconsapevole di due dati di fatto:
1. Dublino era piena di italiani.
2. Dublino era una delle città più care d’Europa, se non la più cara al momento.
Non cambierei nemmeno una virgola se potessi tornare indietro, ma devo ammettere che questo genere di errori ora li avrei pagati molto più cari.
A quei tempi giravo con un Nokia 2100, uno di quei, normalissimi ed innovativi allo stesso tempo, cellulari che mandavano messaggi, facevano telefonate e forse, se non ricordo male, ti davano la possibilità di giocare a Snake.. (Ma è facile che mi stia confondendo). Insomma gli iPhone erano pura fantasia, Skype, Viber, Whatsapp pure. Chiamavo mia madre ed i miei amici da dei preziosissimi call center, nei quali spesso mi rinchiudevo per ore, in cubicoli maleodoranti e dove la privacy urlava GIUSTIZIA PLEASE, perché ovviamente sentivi tutto ciò che il vicino diceva ai suoi cari (spesso in un’altra lingua per fortuna), e viceversa.
Vivevo a due passi dal prestigioso hotel in cui lavoravo “The Shelbourne”, pagavo 540€ mensili per una stanza grande quanto il mio bagno attuale, pochissimi metri quadri, con un finestrino grande come quello di una macchina che si apriva solo in modalità basculante quindi il riciclo dell’aria non era dei più veloci. Vivevo in un palazzo circondato da pubs quindi il weekend era vivace per non dire rumoroso… Sopratutto le notti… Ma sono stati due anni meravigliosi, in cui ho migliorato il mio inglese ed ho incontrato l’uomo della mia vita, un Irlandese Doc nonché padre dei miei due bimbi. Già quando, nel 2005, abbiamo lasciato Dublino le cose iniziavano a cambiare in peggio, l’Hotel chiudeva per ristrutturazione e cambio gestione e non riassumeva nessuno del vecchio staff, eravamo abituati a troppi privilegi d’altronde.
Dal 2007 viviamo a Derry, nell’Irlanda del Nord. Quando siamo arrivati qui le scelte in campo professionale erano varie e i datori di lavoro facevano a pugni per trovare staff. La domanda era alta, i salari più bassi, molto più bassi di Dublino, ma il costo della vita più sostenibile.
Durante questi 13 anni i cambiamenti non sono stati solo positivi (avvento di Internet, degli iPhone, delle nuove compagnie low cost); la crisi ha colpito anche l’Irlanda, il mercato immobiliare è crollato e si è portato dietro tutto. Quella stessa crisi qualche anno più tardi è arrivata anche qui al Nord , e qualche strascico è tutt’ora visibile, mentre Dublino di nuovo pullula di occasioni. Adesso qui non è così semplice trovare lavoro, e non si ha alcuna possibilità se il livello d’inglese è penoso come lo era il mio 13 anni fa. Sono più selettivi anche con gli stranieri. Prima davano sostentamento a tutti, se arrivavi dall’estero e non lavoravi per mesi avevi diritto al Dole (una sorta di disoccupazione), ed altri benefit, adesso, per fortuna, queste cose non esistono più (e dico per fortuna perché molta gente se n’è approfittata). Nonostante ciò, il futuro dei miei figli Italo-Irlandesi lo vedo qui. Mi sento più sicura a farli crescere in Irlanda, magari saranno loro i prossimi expat della nostra famiglia, e chissà se scriveranno per il sito “Uomini che emigrano all’estero”? 


Daina – Messico
•Dalla fredda Olanda al “cielito lindo” messicano•

Daina Olanda

In Olanda, il mio primo espatrio

Daina Messico

In Messico, oggi

La prima volta che sono emigrata, tanti anni fa, l’avevo fatto per amore… ero andata a vivere ad Amsterdam ad inseguire l’Olandese volante (ovvero il mio moroso di allora).
Era il 1993, non c’era ancora l’Euro, né la Comunità Europea. Io ero considerata né più né meno dei migranti Africani, Indiani o Sudamericani… Come loro dovevo fare la fila ogni 3 mesi alla Vremdelingenpolitie (solo il nome mi faceva tremare i polsi…) e sottostare a lunghi e insolenti interrogatori per rinnovare il mio permesso di soggiorno; sarà per quello che sono solidale con ogni migrante.
Moltissime cose sono cambiate da allora. Le comunicazioni prima di tutto, allora si usavano i primi “telefonini” (grandi e pesanti come mattoni) e di certo comunicare con famiglie e/o amori lontani era molto piu’ difficile e costoso! Figuratevi che, prima di andare a vivere in Olanda, comunicavamo scrivendoci lunghe lettere su carta, usando una penna e spedendole per posta con busta e francobollo! Cosa di cui ho una certa nostalgia…
I viaggi poi… si facevano in treno! In cuccetta sugli Euronotte. Non c’erano voli low cost, e l’aereo era ad appannaggio dei ricchi.
Adesso potrei lavorare tranquillamente in Olanda senza chiedere permesso di soggiorno, non dovrei cambiare valuta ogni volta. Potrei andare e tornare da Amsterdam in 3 ore, con meno di 80 euro. Invece no, tanto per non farmi mancare problemi sono emigrata in Messico! Ma sono felice così! Quello che mi pesava di più dei Paesi Bassi era il clima: freddo, piovoso, grigio, 11 mesi su 12. In Messico ci sono mille difficoltà da superare, e di ore di volo ce ne vogliono almeno 13. In compenso si trova il wi-fi gratuito ovunque e posso fare Skype con mia figlia e nipotina (che vivono ad Amsterdam) ogni giorno, e farle ammirare il “cielito lindo” Messicano.


Maria – Finlandia 
•un amore senza tempo•

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Con Olli, all’inizio della nostra relazione

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Con Olli, oggi

Quattro anni fa sono riuscita finalmente a vivere in Finlandia, con il mio fidanzato Olli, e a restaurare assieme una casetta unifamiliare, in legno colorato con giardino. Il mio avvicinamento alla Finlandia è stato graduale e continuo per lunghi anni. Dapprima essa mi appariva come un sogno lontano e splendido; poi c’è stato il mio primo incontro con la Scandinavia e con Olli: il mio uomo finlandese. Le vicende della vita mi avevano poi allontanata da lui, tanto vicino a me con lo spirito, ma lontano geograficamente. Negli anni ottanta si poteva restare in contatto solo per lettera o per telefono. Le lettere le scrivevo a mano o con la macchina da scrivere, pigiando con forza sui tasti; esse impiegavano una settimana per arrivare a destinazione. Nel 1986 ci fu l’entusiasmo del mio primo viaggio lassù, in treno, assieme al mio fidanzato italiano Benny; Olli ci ospitò in Finlandia e ci fece da guida. A quei tempi il treno era il mezzo più conveniente, il viaggio fu molto interessante ma anche interminabile attraverso la Germania, la Danimarca e la Svezia, utilizzando tutta una serie di traghetti e di navi per passare nei diversi Stati. Facemmo sosta in molte città, apprezzammo molto i servizi di prenotazione degli alberghi, i carrelli e le cassette per i bagagli, i pasti veloci nei grandi magazzini: allora tutte cose rare in Italia. Benny fu entusiasta del sistema scolastico finlandese, oggi come allora considerato ovunque molto efficiente, quando il suo “amico e collega insegnante Olli ” gli fece visitare la sua scuola. Facemmo un escursione al Circolo Polare, ascoltando cassette di musica italiana sull’autoradio. Il cartello sulla linea artica era in sei lingue; ora nello stesso punto, a dimostrazione della diffusione dell’inglese in ogni campo, il cartello è solo bilingue: “Napapiiri” in finlandese e “Arctic Circle”. Sposai Benny, che purtroppo qualche anno dopo morì improvvisamente. Lentamente, ma decisamente, mi riavvicinai ad Olli, ed alla sua terra: allora le distanze si erano riavvicinate, potevo comunicare con lui virtualmente via computer, cellulare e Skype. Ritorno spesso in Italia, soprattutto quando il freddo scandinavo è troppo intenso. Da Helsinki molti voli, a buon prezzo, mi portano in due ore a Monaco di Baviera e da qui un treno diretto mi porta a Trento. Anche in macchina il percorso è più agevole e più facile: si usa il navigatore e due ponti collegano la Danimarca alla Germania ed alla Svezia. Ho ora la splendida sensazione di sentirmi ugualmente italiana e finlandese, con lo stesso amore e la stessa consapevolezza: un sentimento che trasmetto anche al mio fidanzato, che pure comincia a sentirsi per metà italiano.

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La trappola dell’espatrio

Qualche settimana fa un’amica “expat”, come me, e’ volata in Polonia d’urgenza, perche’ alla sua migliore amica era stato diagnosticato un tumore per la terza volta. Ne aveva gia’ combattuti e vinti due al seno, ma stavolta, dopo che a maggio le era stata data la bella notizia che il cancro si era ritirato sconfitto, purtroppo come il peggiore degli incubi, non solo era tornato, ma si era posizionato in un luogo difficile da raggiungere con bisturi e impossibile da combattere con chemio o radio. La medicina “tradizionale” non poteva fare nulla per lei, i medici le avevano consigliato di tornare a casa.

Ma i familiari e gli amici di Justyna non si sono scoraggiati e hanno tentato la via della medicina Naturale.

C’è, infatti, una clinica a 80km da casa sua che pratica questo genere di medicina, fondata su diete e terapie a base di prodotti esclusivamente organici. Il costo delle 3 settimane di permanenza si aggirava intorno ai 15mila euro, una bella cifra che purtroppo il marito e la famiglia di Justyna, mamma 33nne di 2 splendidi bimbi di 6 e 3 anni, non possedevano.

Anche qui familiari e amici della giovane mamma non si sono demoralizzati e nel giro di 2 giorni hanno aperto una pagina FB in suo favore e attraverso varie iniziative son riusciti a racimolare anche piu’ di quanto serviva a Justina  per iniziare la cura nella clinica naturale.

La mia amica, purtroppo, e’stata in Polonia solo per qualche giorno e lasciare Justyna in quelle condizioni, con la consapevolezza che potesse essere l’ultima volta, l’ha provata molto.

Poi la notizia del successo dell’iniziativa di Fb ha dato una carica di energie a entrambe. Il potere di Facebook va’ oltre il concetto, piu’ volte bistrattato, di Social Network, almeno in queste occasioni guardiamolo con occhi piu’ benevoli.

trappola-espatrioTutto questo ha avuto degli effetti anche sulla mia condizione di Expat ovviamente, non solo perche’ lo scorso anno ho avuto il piacere di conoscere Justyna e la sua bellissima famiglia a casa della mia amica, ma anche perche’ in questi anni, lontani da familiari e amici, mi sono gia’ trovata a vivere questa sensazione di trappola che l’espatrio a volte ti da’, in  situazioni estreme di questo tipo.

Cosi’ la mente mi riporta, inevitabilmente, indietro di 5 anni, quando di ritorno dai 4 giorni di pausa Pasquale, incinta di poco piu’ di 6 mesi, appena iniziato il turno di lavoro, alle 2 del pomeriggio, spunta tra le scatole di pannolini che stavo scannerizzando, la faccia lugubre del mio compagno. Lo guardo e gli chiedo che ci facesse li, e lui dice solo che mio cognato lo aveva chiamato. Pochi secondi di frase e in quella breve frazione di tempo penso subito a mia madre, ma Conor aggiunge che mio padre aveva avuto un infarto e fa’ cenno di no con la testa. Mi cade lo scanner e mi aggrappo al bimbo che portavo in grembo, penso subito a lui, ma non riesco a muovere il resto del corpo. Sara’ il mio compagno con il mio manager ad accompagnarmi fuori dall’edificio e appena arrivata in macchina chiamo mia madre. Mi risponde subito, sembra lucida, ma so’ che maschera perche’ anche lei e’ preoccupata per il bimbo che porto in pancia. Mi rassicura subito, mi dice di pensare a Luca e di non muovermi da li’. Quasi offesa le rispondo che sarei arrivata l’indomani e la supplico di fare in modo che potessi ancora abbracciare mio padre. E cosi fu’.

Partimmo l’indomani, fu’ un viaggio indimenticabile, cercavo di trattenere le lacrime per non intristire ne Marco, che aveva solo 4 anni, nè Luca, che sarebbe dovuto nascere a luglio. Mi portai dietro un’ecografia di quest’ultimo e la infilai nella taschina della giacca di papà quando lo vidi. Era cosi piccolo in quella bara, lui che era sempre stato una montagna.

Mamma mi raccontò che papa’ non stava bene quel mercoledì mattina, e lei, un po’ preoccupata, aveva chiamato il medico che però non si era presentato, cosi aveva proposto a papà che l’avrebbe portato al pronto soccorso. Ma papa’ decise che era piu’ importante prima farsi barba e doccia e, una volta terminato, mamma lo ha fatto sistemare, sdraiandolo, nei sedili posteriori della macchina e poi si son diretti verso l’ospedale.

Purtroppo papa’ e’ arrivato morto, si e’ spento in quei 10 minuti di viaggio, mamma pensava che dormisse e invece l’infermiere, che voleva aiutare mamma a sollevare papa’ dalla macchina, le ha subito detto che papa’ era andato via.

Tantissima gente ha assistito ai funerali e successivamente in tanti ci hanno raccontato aneddoti di mio padre che non conoscevamo e che ci hanno riempito il cuore di gioia nonostante il dolore.

E’ vero, e’ naturale che una figlia seppellisca un padre, certo sarebbe meglio fosse non una figlia gravida, ma non siamo mai pronti, o comunque io non lo ero. Avevamo appena traslocato in citta’ e uno dei motivi che ci aveva spinto verso quella casa era proprio che mio padre (che con mia madre passavano sempre il Natale con noi) avrebbe potuto fare le sue passeggiate soddisfacendo tutte le sue curiosita’ “cittadine”. Perche’ prima vivevamo in un paesino molto piccolo a 10km dalla citta’  e a mio padre, abituato a passeggiare tutti i giorni,  sarebbe piaciuto tanto girare per Derry.

Ma il mio cuore sanguinava, soprattutto, al pensiero di questi due nipotini che sarebbero cresciuti senza nonni (il nonno paterno era morto a causa di un cancro due giorni dopo che era nato il nostro primo bimbo).  Mio padre poi era il nonno ideale, che adorava passare il tempo con Marco a giocare, portarlo a passeggio a piedi o in sella alla sua bici, a comprargli il gelato e che, ero convinta, gli avrebbe insegnato a giocare a pinella, a dama, a Monopoli. Chissa’ perche’ lo immaginavo immortale mio padre, o comunque non avevo mai messo in conto la sua morte.

Siamo rimasti in Sardegna piu’ del previsto, perche’ nonno Giovanni ha mosso le ceneri di un vulcano islandese che dormiva da qualche centinaio di anni, impedendo a qualsiasi aeroplano di volare dalla Sardegna a gran parte dell’ Europa ed e’ stato bello prenderci cura di questa nonna che da subito  ci ha dimostrato di aver metabolizzato il lutto per la morte di un compagno con il quale aveva trascorso 50 anni della sua vita. Questa sua forza mi ha agevolato l’ingrato compito di doverla lasciare li’ da sola. Solo una delle mie sorelle vive in zona, ma e’ sempre un oretta di macchina, fortunatamente mia madre ha tanti amici e dei vicini di casa che le vogliono tanto bene, quindi e’ stata in grado di rialzarsi subito e affrontare il resto della sua vita con grande coraggio e con grande fede, quest’ultima ha avuto un ruolo fondamentale in tutto questo.

Luca e’ nato il luglio successivo, non ha avuto la fortuna di conoscere il suo nonno Giovanni, ma noi cerchiamo di tenere Nonno vivo con i ricordi ,con le foto in giro per la casa e con i numerosi racconti sulla sua curiosa vita, alcuni dei quali raccontati dal suo stesso fratello maggiore Marco, che, si, aveva solo 4 anni quando Nonno e’ andato in Paradiso, ma con molta caparbietà e naturalezza li ha custoditi dentro e condivisi (tuttora) con il fratello minore, all’occorrenza. Marco chiede ogni anno a Babbo Natale di poter avere il suo nonno indietro.

Questo e’ il lato piu’ duro dell’essere Expat, per quanto mi riguarda, l’ impossibilita’ di stare vicino alle persone care nei momenti di bisogno, e’ un prezzo molto caro da pagare, l’unica consolazione adesso e’ che non ci sono piu’ distanze con nonno Giovanni perche’ lui e’ sempre li con noi, tra una torta di cioccolato e l’altra, sempre pronto a fare l’occhiolino ai nipoti quando giocano a pinella.

Ciao Nonno, Buon Natale.