A Natale puoi

Ogni paese ha un modo proprio di vivere le festività, una maniera diversa di approcciarsi al clima elettrizzato che precede una celebrazione e anche (o forse soprattutto) nel caso del Natale la Germania non fa eccezione.

Avvento Germania 01Chi non ama il Natale, dopotutto? Oltre al Grinch e a qualche musone sto iniziando a pensare che prima o poi questa festa entri nel cuore di tutti. Io stessa – che sino a pochi anni fa non potevo certo dirmi entusiasta all’idea di fronteggiare stuoli di parenti e una quantità non indifferente di cibo che di vegano aveva poco o nulla – ho iniziato lentamente ad approcciarmi a questa giornata in maniera diversa. Non essendo più obbligata a presenziare a riunioni di famiglia e a buffe celebrazioni di paese, insomma, ho avuto la possibilità di riconciliarmi con una giornata che – diciamocelo – non godeva della mia simpatia. Sicuramente, poi, il clima di tiepida festività che si respira qui ha aiutato.

Ma facciamo un passo indietro..

Importanti forse quanto il giorno di Natale sono l’attesa e la preparazione – spesso anche in chiave religiosa o spirituale – che lo precedono. In questo caso, quindi, si parla di Advent (Avvento), declinato anche in Adventskalender (calendario dell’avvento) e Adventskranz (Corona dell’Avvento). Ogni domenica prevede riti e preghiere particolari e ogni confessione cristiana ha un modo diverso di celebrare questo particolare periodo dell’anno. Chi – come me – non celebra il Natale in chiave religiosa ma lo vede solo come una giornata da passare con persone speciali ricordandosi quanto sia bello stare insieme, salterà la parte liturgica a piè pari e si concentrerà sul resto. Perché – come sicuramente avrete inteso – c’è dell’altro.

Domenica 29 novembre si celebra l’Erster Advent, cioè la prima delle quattro domeniche di Avvento e in quasi ogni casa verrà accesa la prima candela della Corona dell’Avvento Avvento Germania 02 prima di far colazione tutti insieme, ridere, chiacchierare e iniziare a godere di questa tiepida atmosfera di festa. Il buffo è proprio questo, sapete? Nonostante l’innegabile parapiglia creato dai vari Weihnachtsmärkte (i mercati di Natale, ormai celebri un po’ dappertutto…), trovo ci sia qualcosa di molto accogliente e paradossalmente intimo in questo periodo dell’anno. C’è la trepida attesa che precede lo scoprire cosa ci riserverà il nostro Adventskalender ogni giorno, c’è questa bizzarra sensazione di pace che ti invade ogni domenica, mentre bevi il tuo caffè leggendo lo Spiegel seduta al tavolo sorridendo quando – una volta alzato lo sguardo – vedi la fiammella danzare. C’è quel genere di contentezza che ti scalda il cuore e ti fa affrontare meglio la settimana, quel genere di pace che ti fa sospirare contenta persino quando il treno è in ritardo e devi correre al lavoro.

Avvento Germania 03

Come avrete capito, quando mi sono trasferita ero piena di grinchitudine, ora sorrido come un’imbecille di fronte all’idea di inaugurare il mio Tee-Adventskalender il primo dicembre, mi fermo spesso a osservare la giostra coi cavalli che montano a Erfurt per l’occasione e non vedo l’ora di tornare ad Amburgo per fare altre foto al Mercatino che allestiscono davanti al municipio. Nonostante l’evidente vena consumistica e spesso esagerata del tutto, insomma, la gioia dello stare insieme rende il tutto un po’ magico, quasi fiabesco, con quella punta di romanticismo tutto tedesco che ti fa fermare in mezzo alla piazza perché la ruota panoramica illuminata, i bambini che urlano di gioia e i gruppi di amici che sorridono davanti a una tazza di Glühwein sono uno spettacolo che va goduto appieno. Ogni volta che è possibile. Magari con una tazza di Punch e un paio di amici a rendere il tutto ancora più speciale.

mamma-perso-pets

Mamma ho perso…i pets a Perth!

20150326_131619(1)

Violet

Dunque, cosa fare quando i tuoi adorati pets hanno deciso di andarsene a zonzo da soli dopo solo una settimana in vostra compagnia? Abbiamo, infatti, nostro malgrado scoperto che Rusco è un esperto del “salto del cancello” e “distruggo il cancello”, Violet una maga del “mi faccio piccola piccola e passo tra le sbarre del cancello” oltre che del seguire il suo fratello adottivo nelle scorribande.

Cosa fai? Scoppi a piangere disperata immaginando scenari in cui sono entrambi in pericolo, giri tutto l’isolato gridando i loro nomi e sbatacchiando un sacchetto di croccantini (lo so, non sono come i gatti, ma ci ho provato lo stesso), mobiliti i vari amici della tua zona che partono alla ricerca dei tuoi adorati bipedi, invadi i vari gruppi facebook sulla compra/vendita dela tua area di post su Rusco e Violet sperando che qualcuno li ritrovi (e te li voglia restituire soprattutto!), ovvio. E ti rimbocchi le maniche, cerchi i canili della zona e ti fai una cultura sui servizi che ti possono aiutare.

Premessa: Perth è divisa in tante “locality”, diverse “localities” formano un “local governemnt” a loro volta suddiviso in “city”, “town” or “shire” a seconda che si trovino nella zona considerata urbana, in centro o zona suburbana/rurale rispettivamente. La nostra famigliola vive nella City di Gosnells. Ogni city ha al suo servizio dei Rangers il cui compito è quello di ritrovare e recuperare pets vaganti, di portarli nel canile locale e trovarne il proprietario. Fine della premessa.

Tutti i cani devono avere, per legge, il microchip con i dati dell’attuale padrone. Il microchippaggio ha un costo, ultimamente si aggirava sui 35$.  Cliniche veterinarie e i Rangers sono in grado di risalire ai contatti dei proprietari semplicemente scannerizzando il chip. Rusco e Violet, provenendo da un canile, hanno già il microchip con i nostri dati. Sospiro di sollievo.

Quindi mentre il marito è in giro ad urlare cercare Rusco e Violet, io, in lacrime, chiamo il numero afterhours (era sera tardi) dei Rangers della city di Gosnells, gli descrivo fino all’ultimo pelo i due cani e gli dico il numero di microchip e nostri dati, giusto per render loro la vita ancora più facile. Nel caso li trovino o vengano portati al canile ci contatteranno immediatamente.

“Il suo cane è registrato?” – mi chiedono.

I cani devono essere registrati all’anagrafe canina della city in cui risiedono e noi non lo abbiamo fatto. Ops. Se Rusco e Violet vengono portati in canile rischiamo una multa di 500$. Ok, li registreremo il prima possibile, ma per ora ci basti riaverli sani e salvi!

La registrazione ha un costo  differente a seconda che il cane sia sterilizzato o meno e dalla durata per cui si vuole registrare il cane in quella city, 1-3 anni o per tutta la vita (perchè registrare il cane solo per 1 anno??!).

IMG_20151120_141530

Rete per evitare che Rusco salti il cancello

Tutto è bene quel che finisce bene: la signorina Violet ha deciso di tornare a casa da sola; Rusco è stato riportato a casa da una signora la mattina seguente dopo  averlo accolto, sfamato, dissetato e fatto dormire nel suo letto ha notato il post su facebook ed era pronta a bussare casa per casa della via in cui abitiamo (non avevamo scritto l’indirizzo esatto nell’annuncio su facebook) decisa a trovare l’umano di Rusco. E noi ci siamo fatti una cultura su come funziona la city in relazione ai pets e su come evitare che i signorini scappino ancora.

 

 

 

salto-buio

Un salto nel Buio

Non sono nuova ad emigrare.

Iniziai nel lontano 2008 con l’Erasmus in Portogallo e si può dire che non mi sia praticamente più fermata. Tra un paese europeo e l’altro, ormai da due anni e mezzo mi trovo sullo Scoglio, anche chiamato Malta. Qui ho lavorato un anno e mezzo per una scuola di inglese e ora sto in una multinazionale, dove ho capito che non è il lavoro della mia vita e che sono fatta per fare altro e non stare 8 ore dietro una scrivania al computer. Da qualche tempo ormai sentivo il bisogno di cambiamento anche se a Malta si vive bene, il clima è piacevole, il paesaggio mozzafiato e le tasse sono basse (dettaglio non trascurabile), ma rimane comunque molto piccola e, per alcuni aspetti, limitata; d’altronde “se non ti piace dove sei, cambia, non sei un albero”, no?. E così faremo: il mio ragazzo, compagno di vita  da quasi una vita, lavora nell’ambito umanitario e, dopo un periodo medio-lungo a Tel Aviv, ha trovato un tirocinio ONU in Cambogia, a Phnom Penh, che inizierà a febbraio: siamo super elettrizzati e ovviamente io andrò con lui. L’abbiamo saputo da poco e stiamo ancora aspettando l’ufficialità e tutti i documenti di cui necessita per iniziare ad organizzarci.

salto-buio

La prima sensazione che ho provato è stata sollievo. Per lui, prima di tutto. Aveva così bisogno di una svolta nella sua carriera che mi sentivo frustrata io al suo posto. Subito dopo ho provato sollievo per me stessa perché iniziavo ad avere paura di rimanere rinchiusa a Malta anche se avevamo già in progetto di cambiare paese. “Ma cosa fai Eride, lasci un lavoro sicuro per un salto nel buio?” Sì, sono ancora giovane (28 anni e non sentirli!) e posso permettermelo ora che non ho una famiglia e non ho impedimenti (sia chiaro, penso che anche con famiglia si possa fare una scelta del genere). Un lavoro sicuro non è tutto, arrivare a casa dopo il lavoro mezza frustrata e vuota dentro non vale lo stipendio.

Gli amici di una vita mi hanno dato della pazza ad andare tanto lontano, ma sanno che sono così, quindi in qualche modo se l’aspettavano. Non ho ancora iniziato a cercare nulla, né lavoro né casa, e, ad essere sincera, stiamo aspettando per scaramanzia i documenti e poi perché.. non so da che parte iniziare!

È davvero un salto nel buio perché fino ad ora ho emigrato in Europa, quindi culture abbastanza vicine alla mia. Ora andrò a 13 ore di volo da dove sono cresciuta e dove ho tutti gli affetti di sempre, ma sarò con l’amore della mia vita, è la sua occasione. Sono spaventatissima, bloody scared come dico ai miei colleghi quando mi chiedono come mi sento, ma sono altrettanto elettrizzata e agitata; quell’agitazione da mal di pancia e giramento di testa.

Ora come ora non riesco a pensare ad altro che “chissà cosa mi aspetta!”, sono curiosissima e aspetto vostri consigli e un vostro appoggio!

pizza nuova zelanda

Alla conquista della Nuova Zelanda

Oggi vorrei raccontarvi di come ho conquistato il mondo, ma siccome non è successo, vi racconto di come la mia vita si sia trasformata in tutte quelle cose che ho provato a combattere in questi due anni in Nuova Zelanda.

pizzaiola nuova zelanda

Ines versione pizzaiola. Che maschia che sono 🙂

Sono partita piena di belle speranze, convinta che avrei fatto chissà che cosa, in un nuovo paese, dall’altra parte del mondo. E cosa ho fatto? La pizzaiola! Quando mi presento e mi chiedono che lavoro faccio, mi viene da ridere da sola, “I’m Italian and I make pizza, I’m such a clichè”. Sono contenta del mio lav
oro e mi piace, però dai, se ci pensate, c’era bisogno di andare fino in Nuova Zelanda per fare la pizzaiola?? Cosa devo dirvi, è successo. Non è stata una mia scelta, mi sono ritrovata in quella situazione e che altro fare se non impegnarsi e dare il meglio?

Vogliamo parlare di destino? Parliamone dai, diciamo che tutto quello che è successo e che sta succedendo, è colpa del destino che mi ha intrappolato nella sua rete. Io ci ho provato a prendere un’altra strada, ma alla fine sono caduta nella rete del  destino.

Volevo viaggiare, ero pronta per andare un anno in Australia dopo 9 mesi di Nuova Zelanda, volevo vedere, scoprire, sperimentare, vivere, cambiare. Dopo l’Australia il Canada, il Sudamerica… Poi mi dicono: “senti, ma ti piacerebbe rimanere in Nuova Zelanda?”. E cosa avrei dovuto rispondere, di no? Rimaniamoci in sta Nuova Zelanda! Il pensiero di avere un po’ di terra ferma sotto ai piedi, una sorta di pseudosicurezza, a 33 anni diciamo che fa piacere. Dentro di me, il diavoletto dice che quel famoso viaggio per il mondo e la vita da nomade,  sono argomenti rimandati, non archiviati. L’angioletto invece dice di smetterla con queste idee irrazionali e che è ora di mettere radici, di crescere, di stabilirsi da una parte. Io, la Ines versione kiwi, dico che non voglio fare piani, vediamo cosa succederà, cosa mi proporrà il destino, quale bivio mi si presenterà davanti, solo in quel momento penserò alla scelta da fare. Per ora niente pensieri.

Ma andiamo avanti…

parco nuova zelanda

Il parco dietro casa mia. Non ho mai amato così tanto il verde, da quando sono in Nuova Zelanda

Quando sono arrivata in Nuova Zelanda, a parte il primo mese in cui frequentavo quasi solo italiani, ho deciso ridurrei ai minimi termini i rapporti coi connazionali. Mi sembrava stupido attraversare il mondo per stare con gli italiani, parlare in italiano. Facevo prima a stare Italia, sarebbe stato più facile no? Quindi ho sempre cercato di stare alla larga, sia al lavoro, che fuori dal lavoro, che a casa. In fondo sono venuta in Nuova Zelanda per imparare l’inglese, non per parlare in italiano. Ho abitato con una serie di infinita di persone delle svariate nazionalità: francesi, giapponesi, cinesi, indiani, malesi, british, kiwis, brasiliani, russi. Ho lavorato per tedeschi, arabi, slavi, macedoni (aaaaah, i macedoni!!!), un po’ di colleghi italiani li ho avuti, ma non sono mai stati la nazionalità predominante e quindi bene o male si parlava in inglese al lavoro.

Qualche mese fa ho avuto una brutta crisi, ero totalmente insoddisfatta della mia vita e cercavo una via di fuga dalle trappole del destino. Dopo settimane di nervosismo, passate a lamentarmi e ad arrabbiarmi, ho individuato il problema e ho iniziato a muovermi per risolverlo. Ho lavorato per un anno in un ristorante finto-italiano di macedoni e un bel giorno mi sono resa conto che non ero felice, perché non vedevo possibilità di crescita in quel posto, non avevo stimoli per migliorare, non avevo nulla da imparare. Così, udite udite, ho deciso che avrei voluto andare a lavorare per degli italiani, con degli italiani, per avere l’opportunità di crescere a livello professionale.

Aspettate che non è finita qua, sono riuscita a calpestare i miei “principi anti-italiani” fino in fondo. Si perché oltre a cambiare lavoro, ho cambiato anche casa e indovinate con chi abito? Con un italiano! Così non solo parlo italiano per 8 ore al lavoro, si aggiunge anche il tempo passato in casa. Poi aggiungi Facebook, Skype e Whatsapp, se non fosse per il paesaggio e per la guida a destra, sarei convinta di non essermi mai mossa dall’Italia.

Insomma no, non ho conquistato il mondo. Non sono neanche stata capace di rispettare l’unica regola di vita che mi ero data, quella di stare alla larga dagli italiani, soprattutto per la questione di imparare bene l’inglese. Ma cosa vi devo dire. Il destino ha voluto così. Che poi ora sono contenta, l’importante è questo.

Qualcuno penserà che questa sia la cronaca di una sconfitta. Io non la vedo così. Non sono diventata un supereroe, non ho conquistato il mondo, ma mi conquisto delle piccole vittorie ogni giorno. Non ho fatto quello che avrei pensato di fare all’inizio, ma sono in costante movimento, sto modellando la mia vita, non ho ancora finito. Sto semplicemente provando in base alle mie possibilità.

Il problema per chi vive in Nuova Zelanda e cerca di rimanerci, è che se non hai tanti soldi non fai quello che vuoi. Se non hai la Residency non fai quello che vuoi. Quindi faccio quello che posso, finché non potrò fare quello che vorrò. E’ comunque un ottimo compromesso, per poter vivere in questo fantastico paese, che mi sta dando tanto, soprattutto a livello interiore.

nuova-vita

A New Haven costruendo una nuova vita…

Ed eccoci qua, finalmente arrivati a New Haven, immersi nella nostra nuova vita!

Yale University

Uso il termine immersi non a caso, infatti, giusto il tempo di scendere dall’aereo, siamo stati letteralmente travolti da mille cose ed io stessa, che avevo una paura terribile di annoiarmi durante il giorno non essendo impegnata al lavoro come negli ultimi dodici anni della mia vita, mi sono dovuta ricredere. Le giornate mi volano, siamo qui da poco più di venti giorni e mi sembra di esserci da una vita.
Ma andiamo con ordine.
Siamo arrivati il 29 ottobre dopo un viaggio decisamente lungo, se si considera che, per non fare scalo, abbiamo preso il volo delle 9.20 del mattino da Malpensa (ciò ha significato partire da Bologna alle 4) e, quando siamo arrivati a New York, a causa del solito traffico allucinante della City, abbiamo impiegato due ore e mezza ad arrivare a New Haven, cioè un’ora più del solito. Nonostante questo però, eravamo molto contenti perché i nostri gatti sono stati bravissimi. Eravamo preoccupati che si agitassero o che soffrissero il mal d’aria, invece hanno dormito non solo per più di otto ore di volo, ma anche durante tutto il tragitto in macchina… in altre parole, un vero e proprio successo!

Sono dell’idea che non potevamo scegliere periodo migliore per trasferirci, giusto in tempo per apprezzare appieno la bellezza dell’autunno, la stagione del foliage, meravigliosa, splendida, mille colori che difficilmente si possono scordare.

Per non parlare di Halloween, circondati da centinaia di zucche e da case interamente decorate, da far invidia al più terrificante dei film horror!IMG_1715

Durante la prima decina di giorni, visto che mio marito non aveva ancora cominciato a lavorare, ci siamo occupati della casa, abbiamo girato in lungo e in largo per mille negozi, abbiamo montato, smontato, sistemato, svuotato valigie e scatoloni ma, alla fine, siamo riusciti a farla diventare la NOSTRA CASA.

Dopodiché è arrivata la vita di tutti i giorni, quella fatta di cose normali, come l’andare a fare la spesa o a correre, ma anche di cose letteralmente da scoprire. Una nuova vita dove ho imparato che l’efficienza con la “E” maiuscola (questa parola sconosciuta) a volte esiste davvero; una nuova vita dove, grazie alle classi di conversazione internazionale dell’Università, sono entrata in contatto con persone di tutto il mondo, ragazzi cinesi, turchi, giapponesi, sud-americani, iraniani, koreani, che giorno dopo giorno mi danno la possibilità di conoscere culture profondamente diverse dalla nostra, i loro reali problemi, le loro lotte, le loro speranze.

costruendo-nuova-vitaE, sempre in tema di consuetudini locali da sperimentare per la prima volta, sabato scorso siamo andati a vedere la partita di football di Yale contro Harvard, non una partita come tutte le altre, ma bensì una vera e propria sfida fra due titani della Ivy League americana, rivali da sempre. Devo dire che una delle cose che mi ha stupito di più è che qua una partita di football non è una semplice partita, è molto di più. Ore prima dell’inizio del match infatti, prende vita quello che chiamano ”tailgate”, ovvero un mega party dove gli spettatori con le macchine piene di cibo, bevande e con tanto di barbecue, arrivano al parcheggio dello stadio e si mettono a cucinare carne alla griglia come se fossero in campeggio, fra musica, cori e risate. Wow, davvero una festa in tutti i sensi! Per la verità noi abbiamo resistito solo fino alla fine del secondo quarto, un po’ perché non conoscendo bene le regole non riuscivamo a seguire granché, un po’ perché, proprio in questi giorni, è arrivato il freddo quello vero, che, come mi aspettavo, a New Haven si è rivelato essere particolarmente tagliente, anche a causa della posizione sul mare, che rende la maggior parte delle giornate molto ventose. In ogni modo, vento o non vento, freddo o non freddo, devo dire che dentro la nostra nuova vita ci siamo sentiti subito a nostro agio e, anche se siamo ancora in fase “esplorativa” ed a volte capita di avere momenti di nostalgia, stiamo bene e siamo contenti.

Vorrei concludere citando una frase dello scrittore Pino Cacucci, che tra l’altro per un periodo ha vissuto e studiato proprio a Bologna, frase in cui mi riconosco molto in questo momento:

“Le radici sono importanti nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove”

costruendo-nuova-vita

annoso-problema-ceretta.berlino

L’annoso problema della ceretta a Berlino

Il prezzo è spaventoso, si parte da 40 euro.

annoso-problema-ceretta-berlino Sì, ho detto 40 euro. Mi  aspetto che i peli non mi crescano per 4 mesi.
Me la farei anche da sola, ma non è il caso. Sono capace di sembrare una mosca nella carta moschicida nel giro di 3 minuti.
Così ho scritto su un forum da emigrates, il forum degli italiani a Berlino, che mi appassiona più di Corto Maltese. Si legge di tutto: dalla ricerca di informazioni utili e tecniche, a richiesta di aiuto su una ricetta, a messaggi del tipo: “Ma le ragazze tedesche ce li hanno i sentimenti?” Gli vorrei rispondere “eh bello, tanto a lamentarvi delle italiane che vogliono subito mettere su famiglia, appiccicose e questo e quello, che spero te lo spezzi il cuore, la crucca, sappilo, e che poi se lo mangi con un contorno di crauti bevendoci su una Berliner da 1 euro”.
Dicevo, ho scritto un messaggio per chiedere l’informazione su una ceretta ad un prezzo nazional popolare.
La cosa divertente è che delle “connazionali” mi hanno consigliato dei prestigiosi centri estetici in cui la ceretta costa 65 euro (sessanta-cin-que…eh?), tutte contente ed emancipate di svenarsi per farsi strappare i peli.
Però  mi hanno anche scritto tante ragazze che strappano peli a prezzi normali.
Così ho preso un appuntamento unnipersiiscarpiusignurenplatz con una ragazza napoletana, vi farò sapere come è andata, e soprattutto com’è la casa di una vera famiglia emigrante del sud nel terzo millennio. Si parlerà napoletano durante la mia ceretta, o tedescoletano? Napolesco? Napulegno?
Mi offrirà ‘o café?
Basta su, che mi sto sentendo la ragazza con la pistola, oggi ho anche comprato una piantina di basilico e mi sono fatta l’henné rosso.
Torno a studiare dativo e accusativo.
Auf Wiedersehen