Tatiana ad Oslo ed il sabato sera norvegese

Quando si dice che i norvegesi sono freddi…non e’ proprio sbagliato.

Ho letto varie teorie a proposito, ma quella che mi piace di più dice che non vogliono disturbare e non vogliono essere disturbati inutilmente. Quando qui ad Oslo si  sale su di un autobus con due file di sedili,  se in una  fila  c’è  già una persona seduta ed il posto
accanto al suo è libero, mentre nell’altra fila di sedili non c’è nessuno, puoi scommettere  che il  norvegese non si siederà mai nel sedile accanto al passeggero:  non sia  mai che  si dovesse finire a far due chiacchiere! N
o, meglio sedere da soli e guardare il nulla fuori dal finestrino. Io non sono una di poca parole, quando attacco discorso non mi fermo più, e per questa mia caratteristica  ho  sofferto abbastanza nelle  regioni nordiche dove ho scelto di vivere.

Non ho conosciuto norvegesi con i quali mi sento così in confidenza da instaurare una conversazione a ruota libera;  si rimane sempre sul generico, anche se  si parla tanto di meteorologia. Alla necessita’ di avere una vita sociale di poco superiore ad un gatto di casa che esce solo sul balcone, il norvegese medio pone rimedio il venerdì ed il sabato sera – oltre che durante tutte le feste comandate – attraverso l’assunzione insana di tanto, troppo alcool. In Norvegia esiste il monopolio dell’alcool che viene venduto solo al vinmonopolet a prezzi imbarazzanti, in alcuni casi il triplo del  valore del prodotto nel paese di provenienza.  Questo fa sì che, quando si va a cena da qualcuno o ad una festa , ognuno si porta il sacchetto con la propria dose di birre o di vino. A tavola ci si siede con la propria bottiglia davanti al piatto e si attinge  solo da quella. Il prezzo degli alcolici e’ altissimo anche nei locali pubblici. Nella zona del porto, frequentata dai turisti, quest’estate qualcuno mi ha detto che un bicchiere di birra costava circa l’equivalente di dieci euro. Quello che succede normalmente nei fine settimana è questo: ci si ritrova in prima istanza a casa di qualcuno a fare quello che si chiama «vorspiel»,  si beve cioè abbastanza da essere già su di giri prima di uscire,  poi si va in città e si beve qualcosa in un locale, per finire poi la serata  a casa di qualcun altro con il «nachspiel». Io non bevo, quindi la situazione è  più complicata per me. Non lo faccio  prima di tutto perché non mi diverto ad andare in giro con persone che si ubriacano, e come seconda ragione perché  le  suddette persone  passano dall’essere divertenti all’essere moleste  in un lampo. Gli unici che sono veramente soddisfatti di questo stato di cose sono i tassisti.

Nessuno infatti prenderebbe mai la macchina per tornare a casa in quello stato.

Le file di taxi sono infinite nel week-end…

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Un anno in Danimarca

Domenica 11 ottobre è stato il mio anniversario con la Danimarca.
Un anno nel paese più felice del mondo, un anno lontano dall’Italia.
E’ stato inevitabile fare  il punto della situazione ed ho realizzato con un po’ di stupore che quest’anno è volato.

Nonostante la noia del buio inverno, del freddo e della pioggia, è stato un anno talmente pieno di emozioni che i giorni son passati. senza che alla fine io ne prendessi coscienza. I miei sentimenti per questo paese durante l’anno trascorso qui, sono stati un continuo sali e scendi, è stato come vivere in un ottovolante di emozioni, ed ancora è così.
Ho passato giorni in cui ho amato questo paese, in cui mi sono sentita fortunata, addirittura privilegiata a poter essere qui, altri in cui mi sono sentita in trappola, sì, in trappola: perché alla fine, la scelta della mia famiglia di venire qui, non è stata proprio una scelta. E’ stata quasi una forzatura, l’ultima chance per poter sopravvivere, e quando mi ritrovo a vivere diversi giorni di fila con la pioggia, il buio magari accompagnati anche da tutta una serie di episodi che mi portano a provare un senso di estraneità, provo quella sensazione del sentirmi in prigione, obbligata a vivere dove non voglio.
Ho imparato però in questo anno a non dare troppo peso a questi miei stati d’animo, perché so che sono solo momentanei, basterà una giornata di sole e tornerò di nuovo a sentirmi una privilegiata, a fare progetti per un futuro, per un futuro qui, in questo paese che mi fa vivere le montagne russe emozionali!

Anche quando ero in Italia c’erano giorni in cui odiavo un po’ la mia vita, in cui non mi piaceva il posto in cui vivevo, però credo che la differenza nel vivere queste sensazioni era nel fatto che nonostante tutto, io sapevo di appartenere a quel posto, sapevo di appartenere all’Italia, quindi alla fine anche se tutto non era perfetto andava bene lo stesso per quella era “casa mia”.

Qui mi manca quel senso di appartenenza, quindi quando provo quelle emozioni è difficile dirsi “è così, che ci vuoi fare”, non sento di appartenere a questo posto, quando mi guardo intorno continuo a sentirmi un’aliena, quindi nei giorni no è la voglia di scappare via che prevale.

A volte sento parlare altri expat, li vedo così ben mimetizzati nel loro nuovo habitat che provo un po’ di invidia, solo un po’ perché credo anche che essere diversi sia un ricchezza, però invidio la sensazione di pace che provano e il fatto che siano sicuri di come andrà la loro vita. Devo imparare a farmi forza della mia diversità, e non viverla come qualcosa che mi limita. Ci riuscirò…. piano piano ci riuscirò….

 

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“Serena”, partorita a Malindi durante una notte africana

Malindi sunsetEra un imbrunire in cui l’afa si stava facendo veramente quasi insopportabile.
Scendemmo da casa dove vivevamo, in centro a Malindi, e stavamo per aprire la portiera della nostra auto quando un lamento poco lontano attirò  la nostra attenzione. L’orologio segnava  le nove di sera e non c’erano tanti mezzi che passavano per la strada. Il silenzio fu spezzato da lamenti e urla. Urla soffocate di dolore.

Ci spostammo a guardare da dove provenivano…un po timorosi perché non avevamo idea di cosa stessa succedendo. Sul ciglio della strada un uomo teneva in piedi una bici e una donna era seduta a terra ai suoi piedi.
Immediatamente pensammo a un incidente stradale. Ci precipitammo a vedere cosa fosse accaduto e la sorpresa fu nel vedere la donna a terra e l’ uomo incredulo e incapace di spiegare cosa stessa accadendo. Cosa fosse accaduto.
Nessuna ferita, nessun segno di colluttazione. Niente che ci rendesse chiara la situazione. Urlai alla donna di spiegarmi. Non parlava inglese. Lui…preso in disparte da John, mio marito,  riuscì a spiegarci  cosa stesse accadendo, timoroso e impaurito per la situazione.

Lei era a terra…e stava per partorire.
Incredibile. Le si erano rotte le acqua e lui, il suo compagno,  non era stato più capace di portarla in
ospedale in quanto la donna,  giovane e minuta, non riusciva a stare ferma sulla bici. Immediatamente la caricammo sulla mia auto. Il marito con la bici – che non voleva affatto abbandonare- fu cmalindi-serena-donatellaaricato di forza sul mezzo (per fortuna avevo una vecchia Jeep ). John salì anche lui sul retro. Durante la strada e fino all’ospedale comunale, distante circa 4 /5 km da casa, la donna si accucciò davanti al sedile della mia auto: era talmente sofferente che io non avevo profferito parola e non avevo idea di cosa dire.
Le uniche parole che mi uscirono dalla bocca furono….no problem…no problem!
Arrivammo in ospedale suonando  il clacson come se avessi la certezza che fosse quasi impossibile salvare la vita a quella donna e al suo bambino. La testa del nascituro  era quasi fuori …..e la mia impressione nel vedere quella testolina fu di una bambolina verde scuro. Era cianotico. Ero quasi certa che fosse morto.
Ma speravo ancora nel miracolo.

Riuscimmo a prendere la donna  in braccio e a farla entrare in sala parto. John e il marito della donna attesero all’esterno….

Il marito era come scioccato. Incapace di dire e di fare. Seguiva alla lettera le indicazioni che John e i medici gli davano: rimanere  li seduto e aspettare. E cosi’ fece.
Non appena fu stesa sul lettino…plafffff…..uscì questo esserino incredibilmente bianco. Era chiaro…era chiaro e sporco di sangue. Mi voltai quasi impressionata da quella scena. Non mi ero mai impressionata davanti a niente….ma quello che per me era un corpicino di neonato morto mi fece immediatamente impressione. Un paio di sberle. Sentii solo questo. E subito dopo un urlo!
Ngeeeeeee….Ngeeeee….Ngeeee…
Era vivo. Era VIVA!
Le lacrime stavano rigando il mio volto. Corsi fuori e urlai..SIIIIIIII ….e’ uan femmina..Sta benone..e anche la mamma…stanno benoneeeeee!
Il papa’ rimase pietrificato. Non rideva. Non piangeva. Era come sorpreso Forse era pronto a ricevere la notizia del decesso….rimase basito dalla  notizia ch invece la neonata era viva ?? Solo dopo un istante di lucida presenza realizzò e  sorrise. Mi sorrise. Sorrise a John: Ci abbracciò entrambi. Era la sua terza figlia femmina. Madonatella-malindi-serena non avrebbe cercato certamente ancora il maschio…(ci tenne a precisare).
Fu con mia sorpresa che mi chiese se ero cristiana. E alla mia risposta positiva mi disse : tu hai fatto nascere mia figlia. Tu devi decidere il suo nome. Rimasi per un attimo incredula. E non sapevo che dire. Insistette.
La mia risposta non tardo’ ad arrivare. SERENA. Era il nome di mia nipote, e per quella bimba nata in quella circostanza poco tranquilla pensai che Serena era il nome che ci sarebbe voluto: Serena, come speravo fosse  la sua vita in futuro.
Serena oggi ha circa 11 anni. E oggi John l’ha incontrata con la mamma andando alla festa degli eroi !

Beh..devo confessare che una coincidenza simile mi ha fatto tanto piacere e per un attimo mi sono presa, anzi ci siamo presi,  il nostro momento di gloria.
Anche noi quella sera fummo eroi!  (Perdonate la poca modestia…)

Ecco a voi come abbiamo visto SERENA questa mattina : e’ la bimba con il vestitino bianco e verde!

serena-malindi-donatella

Chile en nogada

Nonsolotacos

Hola donne di mondo!
Une delle tante attività che svolgo qui a San Miguel de Allende, Guanajuato, e’ dare lezioni di cucina regionale Italiana. Cosi’ come costa fatica far comprendere ai Messicani che Italia non e’ solo sinonimo di pizza e spaghetti, ma che ci sono migliaia di piatti differenti ed in ogni regione si cucina in modi e con ingredienti diversi. Altrettanto difficile e’ spiegare al resto del mondo che la cucina Messicana non e’ solo tacos! E’ una cucina molto varia, anche qui cambia molto a secondo della zona. E se pensate che il Messico e’ almeno 6 volte l’Italia…..

Tacos del Messico

Nonsolotacos, ma come vedete anche di tacos ce ne sono diversi…

Nei numerosi ristoranti pseudo-messicani che si trovano ormai in ogni paese, il menu’ e’ composto per lo piu’ da tacos (tortillas di mais ripiene di carne e formaggio) riso e fagioli, fajitas (carne di polo o di manzo grigliata e tagliata a listarelle con peperoni e cipolle) oppure burritos (tortillas di farina ripiene di carne, formaggio, verdure). Il tutto accompagnato da salsine piccanti (ma mai come quelle che trovate qui) in cui inzuppare i nachos.  In realta’ questi piatti non sono nemmeno l’ombra di quelli originali…come quando inorridisco nel vedere i menu’ dei ristoranti “Italiani” qui in Messico, che propongono “Espaguetti a la Bolognesa”, “Lasaña”, “Fettucini Alfredo”…. ovvio che di Italiano c’e’ poco se sbagliano addirittura a scriverlo…

La cucina Messicana, cosi’ come quella Italiana, non esiste! Esistono LE cucine regionali Messicane: nella regione di Puebla, centro-sudest, ad esempio uno dei piatti tradizionali e’ il “Pollo con Mole”, ovvero pollo ricoperto da una salsa a base di diversi tipi di peperoncino essiccati e cacao… oppure il “Chile en Nogada“, prelibatezza stagionale che consiste in un peperone ripieno di carne macinata e mischiata con pezzetti di frutta e noci, il tutto ricoperto da una crema di formaggio con noci e grani di melograno, e’ un piatto patriottico verde bianco e rosso!

Piu’ a Sud, in Oaxaca, famoso per i suoi formaggi, vanno matti per i “chapulines” (simpatici grilli fritti e ricoperti con sale, limone e l’immancabile peperoncino) li trovate in ogni mercato e ve li servono in tacos, ricoperti di cipolla e  foglie di coriandolo) o cosi’ semplici da sgranocchiare tipo patatine.

Al Nord del Messico invece e’ la carne a farla da padrone: immense grigliate parilladas di “res“, manzo, nonsolotacos-daina-mexicoaccompagnate da guacamole (composto di avocado, pomodori, cipolla, foglie di coriandolo il tutto schiacciato nel mortaio di pietra che chiamano molcayete), la “arrachera” e’ un taglio di carne marinata in spezie e poi grigliata. O il “cabrito” (un capretto intero allo spiedo).

Nello stato di Hidalgo sono famosi per la loro “barbacoa“, carne di borrego (maschio castrato della pecora) cucinato lentissimamente in un buco scavato nella terra riempito di brace e la carne avvolta in foglie di agave, delizioso!

Altra specialita’ di Pachuca, nello stato di Hidalgo sono “los Pastes” tipo panzerotti di pasta sfoglia ripieni di carne o tonno, patate. Il “pozole” e’ una zuppa di grani di mais, con carne di maiale stufata, verza e altre verdure, sopra si sparge rapa, cipolla e immancabile coriandolo e peperoncino. Nella penisola Yucateca ovviamente si mangia molto pesce, specialmente fritto o al “mojo de ajo“(sugo di aglio)

Ma un piatto tipico e’ anche il “cochinita pibil”, maialino cotto e poi marinato con cipolle rosse.

A Veracruz invece si cucina il pesce alla “veracruzana”, con pomodori, cipolla e olive.

Come vedete la cucina messicana e’ molto piu’ dei tacos… ma persino quelli esistono di moltissimi tipi diversi, a cominciare dalle tortillas, che possono essere di farina di grano, di mais giallo, rosso colorato o “azul”. I tacos possono essere ripieni di carne “al pastor“(tipo quella dei gyros turchi), o arrachera, o bistecca di manzo, di pollo, di carnitas di maiale, o maiale in salsa di pomodori verdi o con “guisados” (stufati) diversi, patate, nopales (le foglie di cactus), di pescado, camarrones (gamberi)…. oppure di “huitlacoches” (un fungo che cresce sul mais) o di “chicharrones“, la pelle del maiale fritta e poi ammorbidita in un sugo. Ecco, quest’ultimo non l’ho mai nemmeno voluto provare perche’ mi fa accapponare la pelle! A proposito di pelle accaponata, nei villaggi indios mangiano anche serpenti e roditori vari… ma questa e’ un’altra storia.

Buen provecho! Buon appetito!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La chiave per la felicità

Perché ho deciso di espatriare me lo sono chiesta tante volte. Sono sempre stata un’anima inquieta e insoddisfatta di fondo. Ho avuto un’infanzia felice e spensierata ma arrivata all’adolescenza qualcosa si è inceppato. Mi sonochiave-felicità chiusa in me stessa e per molti anni lo studio è stato la mia sola consolazione. Diciamo che i nodi irrisolti della mia famiglia hanno avuto un gran peso nelle mie sofferenze e inquietudini.  E che questa inquietudine di fondo è stata la molla che mi ha poi spinto a partire e a viaggiare in giro per il mondo. Il fatto è che se non stai bene con te stesso quella inquietudine non ti abbandona mai,te la porti ovunque tu vada. Perché, ahimè, a se stessi non si sfugge. Possiamo essere nel luogo più idilliaco del mondo,nel paradiso in terra,ma se non stiamo bene con noi stessi non stiamo bene da nessuna parte.

Io non sono partita perché non avevo un lavoro, ma perché volevo una vita diversa, sono  partita perché volevo trovare me stessa, l’Anna più vera, perché dentro di me avevo tante domande che cercavano risposta, perché volevo sbrogliare la matassa delle mie sofferenze e dare uno scopo alla mia esistenza.

Sono approdata in Africa con queste aspirazioni, non per arricchirmi o fare fortuna. Qui ho imparato a rallentare, a vivere giorno per giorno senza affanno perché ogni giorno è una conquista. Ho imparato che nulla è scontato, perché la vita può cambiare da un momento all’altro e perché tanti non hanno nemmeno il necessario.

chiave-felicitàConfrontarti con una realtà tanto diversa ti mette senza dubbio alla prova e ti porta a testare i tuoi limiti, spesso sentendoti impotente di fronte a tante situazioni che non puoi assolutamente cambiare.

L’africano è molto fatalista e prende la vita come viene, senza arrovellarsi più di tanto. Questo però porta a non far nulla per cambiare la propria situazione e ad accettare qualsiasi cosa come volere di Dio.

E con questa incapacità di prendere la vita nelle proprie mani io mi scontro tutti i giorni, io che credo che noi siamo l’artefici del nostro destino e che, se qualcosa non ci piace, dobbiamo essere i primi a cambiare. Faccio fatica ad accettare questa rassegnazione e mi arrabbio tutti  i giorni. Ma poi capisco che la storia di questa terra e di questa gente è molto diversa dalla mia,e che da sempre questi popoli son stati sottomessi a qualcuno, il colonizzatore inglese, gli arabi, i bianchi di varie parti del mondo che ancora vengono qui a cercare fortuna. Ed io adesso non so se questo posto mi piace più e se alle tante domande che ancora ho devo cercare risposte da qualche altra parte. Perché questo paese non mi rispecchia più di tanto e perché in fondo sono e sarò sempre una muzungo, una bianca straniera che non si è mai integrata perché questa cultura non mi appartiene.

Forse alle tante domande le risposte le devo trovare dentro di me. Alla fine il più grande viaggio che si fa è quello dentro se stessi.

E’  là che si trova la chiave della propria felicità, o infelicità che sia.

Vancouver: cosa vedo dalla mia finestra…

Il Mid Autumn Festival di Hong Kong

Ed eccoci di nuovo in quel periodo dell’anno che io aspetto sempre con impazienza, il Mid Autumn Festival. Cos’ha che fare con me questa celebrazione? Semplice! Di solito dopo il Mid Autumn Festval la temperature scende! Ovviamente non scende immediatamente (ci mette circa una settimana), ma finalmente smettiamo di sudare! Da meta` Maggio fino alla fine di Settembre la temperature sale talmente tanto che si suda anche solo a respirare. I mesi estivi sono certamente i peggiori e l’aria condizionata la fa da padrona.

L’autunno di Hong Kong e` la stagione migliore, il sole brilla per la maggior parte del tempo e le temperature sono calde, ma senza afa (si indossano ancora i vestiti con le maniche corte). La data di questa festa, come quella del Capodanno Cinese, cambia ogni anno perchè è calcolata con il calendario lunare (come la nostra Pasqua) ed e` una festa legata alla Luna.

Ma non e` solo la fine dell’afa che mi piace di questa festa.

Ci sono molte leggende legate al Mid Autumn Festival, ma quella di Chang E, la dea della Luna e` quella più popolare.

La storia vuole che all’inizio dei tempi esistessero 10 soli, la temperature era molto alta e le persone soffrivano per il calore. L’eroe Hou Yi con arco e frecce distrugge 9 soli e cosi` rimane solo il sole che conosciamo noi. Quest’eroe sposa la bella e buona Chang E. Un giorno la regina del Paradiso dona al nostro eroe una pozione che lo può far diventare un Dio. Ma l’eroe, siccome non vuole diventare immortale senza la moglie, decide di affidare la pozione Chang E. Il cattivone di turno, un certo Peng Meng vede tutto e, appena il marito esce di casa, va da Chang E per avere l’elisir. Lei, per non consegnarglielo, lo beve. Immediatamente la donna vola attraverso la finestra, verso il cielo, e si ferma sulla luna perché è il posto più vicino alla Terra e lei vuole restare il più vicino possibile al marito. Quando l’eroe torna a casa è devastato dalla perdita dell’amata. La notte urla il nome della moglie ed il viso della moglie appare sulla superficie della Luna. L’uomo offre cibo alla moglie su un altare e, da allora, è diventato costume fare sacrifici di cibo alla Dea della Luna.

Il cibo che si mangia e si regala in questo periodo e` il pomelo (una specie di arancio/ pompelmo molto grande… che io trovo buonissimo, ma che e` una scocciatura pulire) e, ovviamente, la moon cake (la torta della Luna).
La moon cake originale ha dentro una pasta di loto e quelle che costano di più hanno anche un tuorlo d’uovo in mezzo. Ora ci sono tutte le nuove versioni di questa tortina tra cui anche quelle gelato che sono piuttosto buone!

Un’altra tradizione sono le lanterne. Lanterne di tutti i tipi, di tutte le dimensioni e di tutti i formati. Lanterne di plastica con la lucina dentro, lanterne di carta, lanterne a forma di ninfea, a forma di fiore, a forma di coniglio, di pesce, di drago e tante altre. Per due o tre giorni, Victoria Park si riempe di lanterne e luci di tutti i tipi. Ci si va’ quando la Luna la fa da padrona nel cielo e tutte le lanterne vengono accese.
Vi lascio con l’immagine di questo grande parco verde nel mezzo della città ,di tutti i grattacieli intorno, e` notte e la notte e` illuminata dalle luci delle lanterne, le luci della città e quelle del palco dove ci sono spettacoli musicali per tutta la notte… Il passato e la tradizione che si sposano con il presente, una delle caratteristiche di Hong Kong!