Casa dolce casa!

Finalmente vi scrivo da casa! E` proprio vero che si apprezza di piu` quello che si ha quando non lo si ha piu`! Dopo un mese e mezzo di acqua, segatura di legno, polvere ed albergo siamo riusciti a tornare a casa nostra!

Vi avevo raccontato dell’allagamento dovuto alla rottura

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Camera degli ospiti.

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Secondo bagno.

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Soggiorno con marito che controlla i lavori ed operaio che lavora…

del tubo del bagno… Beh, le mie speranze di avere solo il parquet appena appena rovinato sono svanite quando il pavimento in camera di mio figlio ha cominciato a diventare come coperto da onde di un mare in tempesta. Ci ritrovavamo letteralmente ad andare in discesa e salita per arrivare da un lato della stanza all’altro ed alla fine il parquet si e` alzato talmente tanto che la porta non si apriva piu` ed hanno dovuto spaccarla perche` potessimo entrare.

Quando anche il pavimento della stanza degli ospiti ha cominciato a fare lo stesso e quello della mia camera ha cominicato a spaccarsi abbiamo deciso che non potevamo piu` aspettare e ci siamo messi alla ricerca di un posto dove stare per le due settimane di durata dei lavori. Le possibilità erano: un serviced apartment (residence), una casa sostituiva trovata con airbnb.com od un albergo. Delle tre possibilita` l’albergo era proprio l’ultima perche` vivere in una stanza per 2 settimane non era certo l’ideale!

Solitamente quando capitano questi problemi (e non sono causati dagli inquilini), il padrone di casa paga per il disagio e ripara il pavimento. Per questo, il padrone di casa fa, abitualmente, un’assicurazione sulla casa. Questo tipo di assicurazioni non sono molto costose e coprono veramente tutto. Nel nostro caso l’assicurazione del padrone di casa e` scaduta due settimane prima del danno e lui si e` dimenticato di rinnovarla! Con questa informazione ci ha comunicato anche che era disposto a darci solo 10000 dollari di Hong Kong per tutte le spese (circa mille Euro). Trovare un serviced apartment, con almeno una stanza da letto, per due settimane, per quella cifra e` praticamente impossibile! Tra l’altro chiamando vari serviced apartment in diverse aree della citta` abbiamo scoperto che o si affitta l’appartamento per un mese o niente e per un bilocale per un mese si spende molto di piu` dei 10000 HKD che ci dava il padrone di casa. Abbiamo allora cercato di trovare casa con airbnb.com, quel sito web in cui si puo` dare in affitto la propria casa per un determinato periodo di tempo (di solito quando si e` via in vacanza) o affittarla nel caso non si voglia andare in albergo. Anche quello non ha funzionato perche` quelle con un prezzo decente ed in un’area comoda per i nostri spostamenti non erano disponibili. Alla fine avevo il marito isterico! Abbiamo fatto i turni perche` io ero isterica subito dopo l’allagamento e poi mi sono calmata ed lui ha cominciato subito dopo di me…

Appena una ex-collega di mio marito ve` venuta a sapere dei nostri problemi , ha deciso che non poteva lasciarci nei pasticcio ed ha cominciato a cercare un posto a prezzi abbordabili. Questo e` tipico degli amici cinesi di Hong Kong, si prendono cura delle persone a cui tengono e non lascerebbero mai un amico nei guai senza almeno provare ad aiutare. In poco piu` di un giorno ci trova, per fortuna, due alberghi a costi piu` che decenti. Ed ecco che il 18 di Novembre ci trasferiamo nel Garden City Hotel di North Point.

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Il nuovo letto.

Non vi dico cosa sia stato, ogni giorno, finire di lavorare e fiondarsi a spostare i propri beni da una camera all’altra (perche` i tipi che rifacevano il pavimento avevano specificato che avrebbero spostato solo i mobili) in mezzo alla polvere ed alla segatura (perche`per poter mettere il nuovo parche` hanno dovuto prima segare e togliere via il vecchio) fino alle 10 di sera per 8 giorni! Il buono e` che ci hanno messo solo 8 giorni invece che i 14 previsti e che il 26 di Novembre eravamo di nuovo a casa! Una casa con una camera ed un bagno inagibili perche` pieni di scatole e buste, ma una casa!

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Porta nuova di misure sbagliate… appena ci portano la nuova, nuova, si riprendono questa…

Alla fine abbiamo dovuto ricomprare sia il letto matrimoniale che l’armadio enorme della camera degli ospiti distrutti dall’acqua salata (perche` in Hong Kong quasi dappertutto si usa l’acqua di mare per lo sciacquone) e dal pavimento sconnesso, ma la velocita` con cui hanno rifatto il pavimento ci ha permesso di risparmiare sull’albergo.

Se me lDSC_3633o aveste chiesto una settimana fa` vi avrei detto che le uniche cose che mi mancavano era una rivoltata al pezzo di granito tra la cucina ed il soggiorno (e si, i genialoidi me lo avevano montato al contrario e non potevo piu` chiudere la porta della cucina!) e la porta della camera di mio figlio. Adesso invece posso dirvi che sono in grado di chiudere la porta della cucina senza spaccarla e che ho una bellissima porta intonsa appoggiata al muro della camera di mio figlio… Perche` appoggiata al muro?! Ma perche` hanno sbagliato a prendere le misure e la porta nuova e` troppo grande! Adesso hanno ordinato un’altra porta nuova ( e prego che stavolta le misure siano giuste!!!) e quando verranno a portare la nuova porta nuova prenderanno anche la vecchia porta nuova e tutto dovrebbe tornare alla normalita`!

Adesso abbiamo il nostro bell’albero e le nostre decorazioni natalizie e siamo pronti a festeggiare il Natale grati per una casa pulita e funzionale!

Auguri a tutti per un Natale sereno ed uno splendido 2016!

Take the most, keep the best, leave the rest!

Françoise è il mio nome, eterna expat.

Da qualche tempo ho scoperto Donne che Emigrano all’Estero e lo seguo con piacere, poiché adoro scoprire le storie di donne coraggiose che si confrontano con molteplici realtà e in diverse di esse mi vedo allo specchio, con caleidoscopiche sfumature.

francoise 2Nata a Lyon, da padre francese e madre italiana, all’età di 20 anni decido che il Vecchio Continente mi sta un po’ stretto e, detto fatto, con pochi spiccioli guadagnati tra lo studio ed estemporanei lavoretti, parto, sbarcando all’aeroporto internazionale JFK, nel Nuovo Mondo.

Et voilà: la Grande Mela mi accoglie. Erano gli anni ’80 (1984 per la precisione), quando si partiva per spirito di avventura e quasi mai per necessità; ma le difficoltà erano le stesse: permesso di soggiorno, lingua straniera, lavoro, affitto, vita sociale e habitat totalmente diverso, senza l’appoggio di amici e parenti e senza il calore ed il conforto di volti conosciuti.

Se sei un poco zingara dentro, e curiosa tanto, ti ci metti d’impegno e superi gli ostacoli uno alla volta, divertendoti pure. Si sa, è un atteggiamento mentale, una scelta di vita come un’altra. E la vita bisogna guardarla dalla giusta angolazione, non è vero?

E soprattutto bisogna sapere cogliere le opportunità. Di opportunità se ne presentano tante e pur essendo giovane e con poca esperienza lavorativa, mi ritrovo Office Manager di un’azienda francese di trasporti internazionali dopo solo 2 anni. Nel frattempo, divento anche docente alla CUNY (City University of NY) per un corso serale di traduzione francese.

Dopo più di 4 anni a NY incontro l’uomo che diventerà mio marito… Italiano, un espatriato anche lui. Ci fermiamo a NY ancora per 5 anni, nasce il nostro primogenito e accadono alcuni cambiamenti lavorativi tra i quali una divertente esperienza di guida turistica per Italiani.

Dopodiché ci trasferiamo in Piemonte, dove tutt’ora abito e, per certi versi, continuo ad essere un’espatriata.. in patria, forse perché sono italiana per metà.

Di anni ne sono passati: un figlio nato a NY e gli altri due in Italia, un maschio, una femmina ed un maschio. A Lyon vado spesso, per il piacere di rivedere mia madre, i miei fratelli e tutta la mia famiglia; per assaporare quelli che sono i gusti e i profumi del Paese in cui sono nata …  quelli te li porti appresso per sempre!

Non mi sono ancora stancata di nuove avventure, per fortuna, ed ora mi sono imbarcata (di nuovo) in un progetto al quale tengo molto e che mi frullava in testa da parecchio tempo.

Così è nata http://www.italiainunclick.it, una bottega-on-line per espatriati italiani. Il nostro slogan, In Tutto il Mondo la Dolce Vita, ha l’intento di proporre agli italiani che vivono all’estero, per necessità o per amore di avventura, i prodotti e tutte quelle piccole cose che non sono facilmente reperibili ma che “fanno-casa”, che riportano i bei ricordi e ci regalano quei piccoli momenti di felicità, che sono necessari per ricaricarsi e per affrontare nuove sfide.

Così continuo a viaggiare virtualmente in nuovi Paesi e, con molto piacere, mi capita di ascoltare le storie di chi ci abita e di raccontare le mie, ed è così che nascono fresche amicizie, nuove conoscenze.

Perché non mi sono ancora stufata di esser curiosa e, anzi, so che altri progetti mi attendono. Come spesso ripeto a me stessa: noi non siamo alberi, noi abbiamo gambe che ci possono portare dove vogliamo.

Un abbraccio caloroso a chi è via da tanto, chi di recente e chi è in procinto di partire.

Vi lascio con questo motto che ritengo essere il sunto della mia filosofia di vita, con la speranza che possa motivare o consolare, a secondo dei casi, qualcuna di voi lettrici:

TAKE THE MOST, KEEP THE BEST!

LEAVE THE REST.

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Cercare (e trovare!) lavoro a Dublino

Vorrei provare a districarmi nel complesso tema Lavoro. Credo sia un argomento che accomuna un po’ tutte noi e che, il più delle volte ci fa disperare.

Il primo lavoro a Dublino l’ho trovato dopo più di quattro mesi di affannate e disperate ricerche.

Ho macinato chilometri sotto una pioggia implacabile e un vento gelido per portare i miei cv a mano nei luoghi più svariati: hotel, ristoranti, ostelli, centri commerciali, agenzie pseudo-interinali, musei, scuole e bettole di ogni genere e dimensioni. Trovare un lavoro era diventata la cosa più importante per me, non solo per questioni meramente pratiche e di sopravvivenza, ma soprattutto personali; dovevo dimostrare a me stessa e al mondo intero (prevalentemente alla mia famiglia) che ce l’avrei fatta, che il trasferimento non era stata una stupidaggine. Tuttavia ad ogni no che incassavo, una profonda sensazione di fallimento iniziava a farsi sentire, finché il telefono ha squillato e dall’altra parte della cornetta c’era una donna, la mia futura manager, che mi diceva Sì!

cercare-trovare-lavoro-dublinoCon il senno di poi, posso dire che in realtà trovare lavoro a Dublino non è neanche così difficile se si hanno le idee chiare e se si sa dove cercare. Si può trovare lavoro nei mille ristoranti e caffetterie che costellano la città, ma solo se si ha esperienza pregressa e un buon inglese, dato che ormai anche qui la presenza di immigrati da ogni parte del mondo è molto forte e per questi cosiddetti “casual jobs” la competizione è spietata. Di contro invece è molto più semplice trovare lavoro se siete ingegneri informatici, programmatori, o se parlate più di due lingue straniere. Questo perché, complice una politica fiscale molto conveniente per le aziende, Dublino, e Cork da un po’ di tempo a questa parte, sono le capitali europee dell’IT. Tutte le principali multinazionali americane hanno la loro sede europea nell’isola di Smeraldo; tanto per citarne alcune: Google, Facebook, Twitter, Amazon, Ebay ecc… Oggi ho la fortuna di lavorare per una di queste Compagnie, in particolare nel customer service; mi occupo dunque di assistenza ai clienti italiani, ma anche inglesi, faccio traduzioni italiano-inglese, ricerche di marketing e tante altre mansioni che mi fanno crescere ogni giorno un po’ di più.

cercare-trovare-lavoro-dublinoPer trovare un lavoro nel Customer Service di una di queste aziende non servono grandissime qualifiche o esperienze in realtà. In generale vengono preferite persone che possiedono un ottimo inglese, sia orale che scritto, meglio se laureate, magari in lingue, e se hanno un qualche tipo di esperienza in ufficio o di contatto con clienti, ma c’è spazio anche per chi non ha questo bagaglio alle spalle in quanto un “full training” viene garantito dall’azienda. Dopo il superamento dei colloqui (si sono più di uno!) , ma prima di iniziare a lavorare, tutte le Compagnie forniscono un training di 2/4 settimane, nelle quali tutto ciò che bisogna fare è stare in silenzio ad ascoltare e memorizzare la valanga di informazioni che il vostro trainer vi fornirà e che dovrete mettere in pratica una volta iniziato il lavoro vero e proprio.

cercare-trovare-lavoro-dublinoUna nota negativa riguarda il fatto che dovrete mettere da parte tutta la vostra creatività. Ogni Compagnia infatti si basa su dei rigidissimi standard da seguire che vanno dal come salutare/congedare il cliente, una serie di frasi ad effetto, email precompilate. Credo che questo sia il tipico metodo di lavoro anglo-americano, che non lascia molto spazio all’immaginazione e alla fantasia, ma viene tutto scrupolosamente inquadrato in uno schema. Questo permette che tutto funzioni certo, ma non appena qualcosa si blocca, un computer che non vuole accendersi, un’email diversa…confusione totale!

A parte questo piccolo difetto, mi piace lavorare in questo ambiente. Essere circondata da persone di nazionalità diverse, che parlano lingue diverse e hanno abitudini diverse, lo trovo davvero molto stimolante, oltre che istruttivo.

Spero di non essermi dilungata troppo e di non avervi annoiato

A presto,

Un abbraccio.

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Tip yogico #3 perchè l’AURA è tutto

Dopo una mattina a cantare canzoni messicane, tornando a casa dal lavoro qui a Berlino, (nu’ jeans e na’ maglietta style) per strada più di uno sconosciuto mi dice:
“Hola mexicana!”

Meditate gente, meditate.
La nostra aura dice tutto di noi, e non solo a “chi sa leggerla” con cura.


L’aura è la nostra luce, la famosa “prima impressione”.

Tutto quello che diciamo, tutto quello che facciamo, rimane impresso in noi – o meglio nella nostra aura – ed è quello che realmente presentiamo agli altri, e quello che realmente viviamo.

L’aura è la nostra luce, ed è la luce che attira gli altri a noi.

Pensateci: quando dovete chiedere un’informazione per strada – anche se velocemente – quasi sempre scegliete la persona che più vi sembra disponibile.

Allo stesso modo potrebbe succedervi che le persone vi sorridano, senza motivo, perché siete particolarmente contente, o innamorate.

Emanate luce, e tutti abbiamo bisogno di luce, come gli alberi cerchiamo il sole e cerchiamo le persone luminose, aperte, che ci facciano sentire a nostro agio.

Coltivare la nostra luce significa dunque “lavorare” sulla nostra aura.

Il Kundalini Yoga insegna migliaia di teniche per pulire e rafforzare l’aura.

Un’aura forte subisce meno gli influssi dell’esterno, ci permette di muoverci nel mondo senza sentirci invasi, e senza perdere il buon umore.

Ovviamente non esiste una ricetta della felicità perenne. Ma un piccolo, continuo lavoro per tenere la nostra lanterna accesa, come lucidare un oggetto prezioso, togliergli ombre e polvere.

Vestirsi di colori chiari, vestirsi bene e con cura, è già un esercizio.

Il bianco ci fa splendere, espande la nostra aura, e le fibre naturali lo fanno ancora di più.

Anche le nostre parole e il nostro modo di comunicare risuonano nella nostra aura.

Se ci lamentiamo spesso o parliamo in modo negativo, imprimiamo ciò che diciamo sulla nostra aura, fino a creare la nostra realtà.

Vi insegno una cosa, che insegno spesso anche alle mie studentesse: quando qualcuno vi fa un complimento, non schernitevi, ma ringraziate con grazia.

“Grazie, sei molto gentile”.

Lasciate che le cose belle siano accolte dalle vostre cellule, accogliete il bello di voi, come fate quando qualcuno vi fa una critica acida e non costruttiva, puntando sulla vostra insicurezza, o come quando vi raccontate qualcosa di brutto e poco costruttivo su di voi (sono brutta, sono ingrassata!).

Questo non significa che non si possa migliorare, ma metteteci Grazia.

La vostra aura splenderà, e la vita sarà come dovrebbe essere: più leggera.

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Buenos Aires o Milano? Parla un’ “argentina” expat in Italia

Ciao Gabi, grazie per questa intervista che ci aiuterà a comprendere il punto di vista di una donna argentina trasferitasi in Italia. Che background ti sei costruita in Argentina e come è accaduto che ti sei trovata a migrare in Italia 

buenos-aires-milano-argentinaHo studiato lingue in Argentina, sono insegnante di lingua inglese e traduttrice giurata d’inglese e italiano. A Buenos Aires insegnavo inglese e italiano all’università. Sono arrivata in Italia per la prima volta nel 2001, in un viaggio alla scoperta delle radici della famiglia. Durante quel viaggio girai praticamente tutta la penisola e durante l’ultimo mese diverse situazioni mi fecero riflettere sul fatto che avrei abbandonato definitivamente l’Argentina per trovare una nuova vita in Italia. Molte cose del mio paese non mi andavano più a genio, il mio lavoro come docente in primis mi aveva stancata molto. In una di queste avventure al nord dell’Italia, trovai chi è ancora oggi il mio compagno. Ritornai in Argentina e mi informai sulle possibilità che avevo per poter ottenere un permesso di soggiorno. Nonostante venissi da una famiglia di origini italianissime, l’idea di passare mesi a lottare con delle pratiche burocratiche per fare la doppia cittadinanza di faceva ribrezzo.  La scelta più semplice fu iscrivermi all’università e ottenere un permesso di soggiorno per studio. Sei mesi più tardi ero una studentessa dell’Università degli Studi di Milano e mi ero trasferita in Lombardia.

Come è stato abbandonare l’Argentina, cosa ti manca di più che in Italia è assente.

buenos-aires-milano-argentinaBisogna dire che il caso ha voluto che abbandonassi l’Argentina in un momento critico del mio paese, in piena crisi politica ed economica. Questo mi ha portato a ricevere molte critiche dai miei connazionali, specie perché mi sono sempre considerata un animale politico. Non solo: un animale politico passionale. Ed è stato davvero duro provare la sensazione che stavo lasicando il mio paese in uno dei momenti più critici della sua storia. Per molti la mia scelta fu considerata una via di fuga dal caos, ed in un angolo del mio cuore sentii davvero che ero cacciata da casa mia. La situazione di insicurezza era diventata insostenibile, si succedevano i governi e le dimostrazioni violente in piazze, le famose pentolate. Ricordo ancora oggi che durante le ultime settimane vivevo con la paura di non riuscire ad arrivare in aeroporto.  Fu un periodo angosciante e lo vivevo con tristezza, perché abbandonavo tutto, mi sentivo fiduciosa, ma anche codarda, era un mix di emozioni tale che mi fecce arrivare in Italia con uno stato di stress e di confusione molto forte.

buenos-aires-milano-argentinaMi ci volle parecchio per adeguarmi e per stabilizzarmi mentalmente ad un nuovo continente ed ad un nuovo stile di vita che, nonostante l’avessi idealizzato, sentivo comunque lontano e che non mi apparteneva. Abitando inoltre in periferia rispetto a Milano, mi è mancata  la vita cittadina e la vita notturna. I primi anni senza un mezzo di trasporto personale  sono stati un incubo. La mancanza e la scarsa frequenza degli autobus, di metropolitane, l’ esigua accessibilità dei taxi sono fattori  che mi portarono a rinchiudermi ancora di più in casa. Andavo in università, insegnavo inglese…e non facevo molto altro. Magari il sabato andavo a fare il solito giro del mercatino del paese, ma non molto di più. I compagni dell’università, per lo più molto più giovani di me,  avevano decisamente interessi diversi. In Argentina è molto comune trovarsi in classi abbastanza eterogenee dove i tuoi compagni sono persone di tutte le età, dal ventenne al sessantenne. Invece io, a 27 anni, in Italia ero una vecchia! Fare amicizie fu complesso, non impossibile, ma era chiaro che erano amicizie scolastiche, fuori dall’aula ognuno aveva un suo mondo e non si condivideva. Le feste natalizie, dove tutti andavano a sciare e  a fare shopping, erano un altro incubo, le trovavo (e le trovo ancora) prive di gioia, piene di uno spirito prevalentemente commerciale, dove conta solo quanto si mangia, dove si cena, cosa si regala, quanti regali si fanno e si ricevono. E il mangiare, sì, sarà una cosa super banale, ma specie in inverno lo trovo ancora noioso. D’estate in Italia mangio benissimo, ma d’inverno mi manca la carne argentina.

Raccontaci qualcosa dell’Argentina 

La scelta di attività culturali in Argentina è davvero ampia ma anche capillare, a differenza dell’Italia dove è necessario potersi spostare per partecipare ad eventi e manifestazioni. A me è successo di dover rinunciare all’inizio perché ero impossibilitata a muovermi, poi non ho partecipato per abitudine ed infine, con il tempo, per pigrizia. In Argentina non sarebbe successo perché ovunque vengono organizzati eventi e le opportunità sono sempre accessibili, sia per logistica  che economicamente.

Per quanto riguarda il carattere della mia popolazione, non nego che il carattere dell’argentino è difficile, e io sono il primo esempio, siamo orgogliosi, spesso ci diamo delle arie e crediamo di essere il meglio dell’America latina. Non ne vado fiera. Ma oggi faccio un lavoro che mi permette di viaggiare molto ed è anche una benedizione riconoscere che all’estero siamo spesso ben voluti, nonostante i nostri difetti.  Per quanto riguarda gli immigrati in Argentina, il mio paese è una terra con una forte storia di immigrazione, ha ricevuto per anni persone da tutti gli angoli del mondo, ho tre nonni italiani e una spagnola. E a scuola, per esempio, tutti eravamo nipoti di italiani, turchi, arabi, spagnoli, tedeschi, ebrei. La nostra identità è una identità di accoglienza e di apertura verso il diverso. L’essere cresciuta in un mondo così mi rende sempre più difficile accettare certi atteggiamenti e discorsi che oggi osservo nella società italiana. I mie nonni italiani sono stati ben accettati nella mia terra, e sono morti parlando dialetto calabrese. Io molte volte sono stata guardata diversamente perché non riesco a pronunciare “v” e “b”. E’ un argomento che preferisco evitare.   

Anni fa conobbi un argentino che definiva noi “italiani” suoi hermanos…Cosa  pensi di questa affermazione?

Penso che sia una fallacia grande come una casa. Semmai siamo cugini di terzo grado, e più
passa il tempo, più le differenze si fanno evidenti. E’ una bellissima leggenda urbana, è una patina dorata, superficiale, se gratti un poco sulla superficie, la vernice salta via e siamo davvero diversi. Lo stereotipo dell’Argentino fannullone, che si crede meglio di quanto non sia è molto vero, purtroppo. Ma ho trovato, per mia tremenda delusione, che tutte le belle cose che mi raccontavano i nonni della bell’Italia e dell’italianità erano solo racconti, memorie, ideali di persone a cui manca la loro terra. Purtroppo non mi sono mai sentita a casa mia. E lo dico con il cuore pesante, ho due figli italiani, un compagno italiano e una carta d’identità italiana. Ma non riesco a sentirmi a casa.

Che paese è l’Italia vista con i tuoi occhi? 

buenos-aires-milano-argentinaE’ un paese pieno di meraviglie che non le sa sfruttare. Un paese che potrebbe offrire tanto a chi la ama, ma non si  rende conto che è amata. Spesso all’estero mi sento dire Ahh! L’Italia, ma che bella! ma sento anche Ah… ma gli italiani appena possono ti fregano! Se l’italiano riuscisse a rendersene conto del gioiello che ha per mano, e lo sfruttassi senza per quello pensare sempre ai secondi scopi, a fregare l’altro, a fregare qualcuno, a salvare sé stesso… Questo potrebbe essere un paese fantastico in tutti i sensi, non so se non vuole esserlo, o se sono tutti talmente stanchi che non credono più che valgabuenos-aires-milano-argentina la pena di provarci.

Qual è il risultato di un’analisi costi-benefici di una persona di nazionalità argentina che viene a vivere in Italia?

Tempo fa poteva essere vantaggioso, potevi riuscire a vivere in modo degno. Oggi credo che l’Italia abbia ben poco da offrire. Noi, per esempio, a giugno lasciamo il paese. Non andiamo in Argentina, ma di certo questo paese non ha più niente da offrirci e neanche noi siamo in grado di offrire niente all’Italia. Avendo due bambini piccoli, l’educazione è fra le nostre priorità, e la scuola italiana mi ha delusa profondamente, tanto che uno dei miei figli sta già facendo un percorso di homeschooling. Trovo che il sistema sia mediocre e si tenda ad andare sempre peggio, che si presti attenzione a cose di poco conto come indossare un certo tipo di abbigliamento, usare un certo tipo di zaino o scrivere in corsivo o stampatello, piuttosto che guardare a cosa si scrive. Mio figlio più grande ha avuto  maestri dalla mentalità vecchia, stanchi di insegnare, in una scuola dove chi ha voglia di imparare viene catalogato come strano. Se accade che un bambino, anziché interessarsi al calcio si appassiona a delle letture stimolanti, alle religioni diverse, alla storia ed ai viaggi, ecco che quel bambino non viene premiato ed anzi, rischia che i suoi voti scolastici vadano al ribasso. E questo solo perché magari, anziché leggere Pinocchio,  quel bambino legge Borges…  

Il nostro percorso italiano ha raggiunto la sua fine, ed è un bene per tutti che sia così.

Consiglieresti a noi italiani un trasferimento in Argentina? Quali opportunità professionali o di creazione di impresa sono le più indicate?

No, l’Argentina in questo momento sta passandoun periodo di riassestamento profondo dopo dodici anni di crisi istituzionale e politica.  Penso che un italiano si sentirebbe perso, non protetto. Gli mancherebbero molte comodità. Lo vedo abbastanza impossibile.

Le donne argentine: quanto sono simile a quelle italiane e in cosa si differenziano?

Sono simili in quando a femminilità, interesse per la moda, per queste cose un po’ banali che a tutte le donne piacciono un po’ ogni tanto. Però credo che in Italia sia esaltata la cosa. Ricordo che all’inizio mi colpiva molto vedere nei supermercati il modo in cui vestivano le donne italiane per fare la spesa. Lo trovavo esagerato nella cura…  Oltre a questo fatto un po’ mondano, per quanto riguarda cose un po’ più profonde come intraprendenza e autonomia, siamo simili: molto lavoratrici, intraprendenti e grandi mamme.

L’Argentina è un paese emancipato per noi donne?

Sì, e molto. Questo è un aspetto molto positivo per la donna argentina.

Sapresti indicare un esempio di donna argentina che si è distinta per qualche sua attività o  impegno. Parlaci di lei e di cosa potremmo imparare dal suo esempio

Posso parlarvi brevemente di Gabriela Michetti https://es.wikipedia.org/wiki/Gabriela_Michetti, una donna di origine italiane (per metà Marchigiane e per metà Lombarde) che nonostante le difficoltà con cui ha dovuto convivere nella sua vita (convive con una malattia che l’ ha confinata su una sedia a rotelle), è riuscita a portare avanti un progetto di lavoro, di politica integrativa ed oggi è di esempio per tutte le donne argentine sul fatto che un handicap non sia di ostacolo a nulla. Lavora da sempre in politica, fu  prima vice sindaco della città di Buenos Aires, anche deputata,  e oggi è diventata vice presidente della Repubblica.

Consigliaci una lettura, un libro, per poter conoscere l’anima del tuo paese

Per conoscere l’anima del mio paese vi potrei consigliare tanti libri, qualsiasi poema di Borges, non vi perdete La poesia dei doni , qualsiasi romanzo di Cortázar come  per esempio Il Gioco del Mondo, titolo originale Rayuela; qualsiasi storia di Ernesto Sábato , per esempio Il Tunnel.

Scelgo il mio preferito: L’Artefice di Jorge Luis Borges, https://it.wikipedia.org/wiki/L%27artefice  un libro di racconti brevi che racchiude l’essenza di Buenos Aires, perché, come diciamo noi porteños, una cosa è essere nati in Argentina, e cosa molto diversa è essere nati a Buenos Aires.

 

 

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La città delle mille opportunità

Il primo anno da expat è stato un anno intenso, senza tregue, senza pause, senza il tempo di prendere il fiato. A settembre 2014 mi sono trasferita a Berlino da neolaureata in Architettura con il mio ragazzo, Andrea, architetto anche lui. Trovare lavoro è stato impegnativo, ma ce l’abbiamo fatta, dopo tre mesi lui è passato a tempo indeterminato, dopo 6 mesi a me hanno offerto un contratto di un anno. Nel frattempo abbiamo organizzato un viaggio in Namibia, che è stato burocraticamente piuttosto impegnativo, ma che a maggio ci ha regalato immagini, ricordi ed emozioni che ci accompagneranno per tutta la vita e che ci hanno aiutato a superare tanti altri momenti difficili. Tornati dal viaggio la notizia che avremmo dovuto lasciare la nostra casa nel giro di un anno, ma andava bene, c’era tempo. Intanto continuavamo a lavorare tanto, tantissimo, a fare un’infinità di straordinari, notti e weekend al lavoro, e i mesi passavano senza che ce ne accorgessimo, complici anche le molte visite estive di parenti e amici, che ci trasportavano con la mente in altri posti, come se fossimo in vacanza anche noi, come se non vivessimo davvero qui. A fine luglio il padrone di casa cambia idea, abbiamo due mesi di tempo per lasciare la casa, panico, ma ce l’abbiamo fatta, e il 30 agosto abbiamo traslocato nel nostro nuovo e bellissimo nido. E qui, finalmente, un enorme sospiro di sollievo, tutto sembra essere al suo posto, troviamo la pace e la tranquillità che non abbiamo conosciuto per quasi un anno intero. Settembre e ottobre sono stati due mesi meravigliosi, climaticamente ed emotivamente, ci siamo goduti la città e il bellissimo Brandeburgo in cui Berlino è immersa con gite domenicali e infinite passeggiate, invitando per la prima volta i primi amici berlinesi a casa nostra, e sentendo per la prima volta questa immensa città davvero come casa.

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Io però, che tanto normale non devo essere, proprio in questo periodo ho preso una decisione importante, quella di cambiare lavoro, e di dedicarmi alla visualizzazione architettonica (o computer grafica).

Ho lavorato per più di un anno come architetto del paesaggio in uno studio molto conosciuto e rinomato, ho imparato moltissimo e sono cresciuta ancora di più, ma non ero soddisfatta. Ho fatto fatica ad ambientarmi ed integrarmi, ma alla fine ce l’ho fatta, e i miei colleghi sono diventati anche amici, mi sono lasciata andare con la lingua e tutto è stato più facile, ma ormai la decisione era presa, volevo cambiare, e non sarei tornata indietro.

E quindi ho iniziato come un anno prima a mandare curriculum, ho aggiornato il mio portfolio, sonoopportunita-mille-citta tornata a sussultare a ogni mail ricevuta sperando fosse qualche studio che avevo contattato. Berlino è una città che può dare veramente infinite opportunità e possibilità, ma comunque nessuno regala niente, e i lavori non cadono dal cielo nemmeno qui. Dopo qualche settimana e molti no ricevuti, sono arrivate due mail, due studi mi invitavano per un colloquio. Che emozione, di nuovo l’agitazione come un anno prima, le farfalle nello stomaco, le prove d’abito, solo che questa volta dopo i colloqui dovevo andare nel mio ufficio, e rimettermi al lavoro come niente fosse. Naturalmente il mio team e i miei colleghi più stretti sapevano quali erano le mie intenzioni, mi fido di loro e ci tenevo che sapessero.

Entrambi i colloqui sembravano andati davvero bene, in uno però l’offerta non era così allettante, considerando che stavo lasciando un lavoro sicuro e un buono stipendio, l’altro ufficio invece mi disse di aspettare, che ci voleva tempo per prendere una decisione. E io ho aspettato, una, due, tre settimane, dopo un mese quella risposta è arrivata, mi offrivano il lavoro!! Nemmeno il tempo di riprendermi dallo shock della notizia, che via mail mi arriva la proposta di contratto : era a tempo indeterminato!!! Che infinita soddisfazione.

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Appena avuto conferma ho comunicato al mio capo che me ne sarei andata a gennaio, non è stato facile, visto che lui rimane davvero un buon capo, e che si è dimostrato sinceramente dispiaciuto, ma ha capito e mi ha augurato buona fortuna. Era un lunedì, e avevo ancora così tante ore di straordinari accumulati, che il venerdì stesso è stato il mio ultimo giorno in ufficio. Ho salutato tutti con grande affetto, il giovedì sera siamo usciti con alcuni colleghi per festeggiare, il venerdì ho preparato un enorme tiramisù per ringraziare. Quando stavo ormai impacchettando le poche cose che avevo in ufficio, uno dei capi e la mia team leader hanno riunito tutti i colleghi e cogliendomi davvero di sorpresa mi hanno consegnato un bellissimo regalo ma soprattutto si sono presi del tempo per spendere per me parole che non mi sarei aspettata, che mi hanno commossa fino a farmi piangere come una bambina : ancora un volta i tedeschi hanno saputo stupirmi per la loro infinita gentilezza e profonda lealtà.

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Chiudere quel capitolo non è stato facile, ma mi lascia dentro un’esperienza intensa che mi ha insegnato tanto, non solo dal punto di vista lavorativo, ma soprattutto umano. Adesso sono pronta ad affrontare questa nuova avventura che mi aspetta da gennaio, e non vedo l’ora di crescere ancora, incontrare nuove persone e imparare. Prima però mi aspetta l’Italia, per delle lunghissime vacanze natalizie in famiglia, con gli amici di sempre e tanto tanto cibo! 😉

Auguro a tutti voi un bellissimo Natale, e vi auguro, ovunque voi siate, di passarlo con le persone che amate, io farò così, e non vedo l’ora!

Un abbraccio da Berlino,

 

 

Espatrio ed amici

Ci ho messo una vita intera a scegliere con cura gli amici di cui circondarmi. Ho scelto, calibrato, scartato, soppesato, ripescato amici di vecchia data e sono arrivata a 35 anni soddisfatta delle persone di cui mi ero circondata. Quelli con cui passare una serata divertente, quelli con cui condividere gli stessi interessi, quelli con cui parlare di libri cinema e teatro, quelli con cui andare in giro per locali, quelli con cui ridere a crepapelle, quelli a cui confidare i più intimi segreti, quelli che hanno visto il meglio di me e soprattutto quelli che hanno visto il peggio e nonostante tutto sono rimasti al mio fianco senza giudicare.image

Un bel giorno ho deciso di andarmene e mettere migliaia di chilometri tra me e loro. Prima di partire ho voluto incontrarli uno ad uno per salutarli a modo mio, cioè piangendo come una fontana. Ci siamo scambiati con tutti mille promesse di sentirci ogni giorno e cercare di vederci più spesso possibile. All’inizio i contatti sono rimasti frequenti poi, causa impegni di ognuno, sono andati via via scemando. La cosa più strana è che sia io che Maurizio siamo rimasti nei malefici gruppi di Whatsapp dove solitamente si organizzano le serate in compagnia. Inutile rispondere che non potevamo partecipare alla sagra della polenta taragna o del tortellino quindi abbiamo iniziato a seguire le vite dei nostri amici da lontano, senza intervenire più. Le loro vite ovviamente sono andate avanti come prima, stesse abitudini, stessi problemi stesse feste e compleanni, noi siamo stati semplicemente posizionati in un angolino. Mai nessuno (ovviamente c’è un pugnetto di eccezioni) che sia uscito dalla chat maledetta per chiederci di noi. Chissà, nella loro testa siamo qui a divertirci come matti e andare tutti i giorni al mare quindi secondo loro stiamo bene e basta. A nessuno (tranne quei due o tre di cui sopra) è mai venuto in mente di chiederci se per caso la nostra nuova attività stia lavorando, se arriviamo alla fine del mese, se andiamo d’accordo, se ci siamo fatti nuovi amici.  Ad un certo punto mi sono anche enormemente risentita con loro. Può essere – pensavo – che vai tre settimane a New York o in Thailandia e non trovi il tempo per un weekend in Marocco che è a sole tre ore di volo? Può essere che fino all’anno scorso ci vedevamo ogni weekend e ora fai fatica a mandarmi un messaggio? So di non essere l’unica ad avere attraversato momenti come questo: chi parte, ho scoperto, si sente un po’ abbandonato e solo.
Passato il periodo più difficile, dove nel frattempo ci siamo fatti nuovi amici anche qui – e non è stato per niente facile visto che la maggioranza degli abitanti “papabili” di Essaouira è francese e come ben sapete i francesi sono simpatici come un dito in un occhio – siamo rientrati a casa per la prima volta. Ovviamente io ho pensato bene di annunciare il mio ritorno con largo anticipo a tutti ed il risultato è stato una lista lunghissima di richieste di cose da portare in Italia: olio di argan, scarpine di cuoio, berretti in lana, djellaba (il vestito tipico marocchino), spezie, pantaloni, tajine, vasellame tipico e altro. Siamo rientrati con valigia piena e portafogli vuoti. In Italia per cercare di vedere gli amici senza trascurare la famiglia ed andare incontro alle loro esigenze: orari, impegni, turni di lavoro, figli malati, ciclo mestruale, liti col fidanzato, riunioni di condominio e chi più ne ha più ne metta, mi sono dovuta organizzare al centesimo di secondo. A fine settimana non vedevo l’ora di tornare a lavorare. Tornati qui è ricominciato tutto come prima. Telefonate e messaggi sporadici e foto della sagra del cotechino sulla chat.
Dopo sei lunghi mesi di permanenza qui, dove ho iniziato davvero a sentire molto la mancanza dei miei amici, con punte altissime di malinconia, nervosismo, intolleranza ai massimi termini verso tutto e tutti una sera, qualche settimana fa, mi piombano a sorpresa sotto casa Alessandra ed Elena, le mie più care amiche da più di vent’anni. image
Nel momento in cui ne avevo più bisogno e non avevo il coraggio di dirglielo loro sono arrivate direttamente da me, come solo le vere amiche sanno fare. Inutile dire che ci siamo guardate in faccia e abbiamo pianto tutte e tre.
La cosa più bella oltre a poterle stritolare di abbracci, è stato poter mostrare loro come vivo qui. La mia giornata tipo, la quotidianità con Maurizio, la mia casa, il mio gatto, il nostro locale, i nostri nuovi amici, la città con le sue viuzze, gli odori, il colore del cielo che a parole è indescrivibile, il mare e la gente. Siamo andate nel luogo più bello della città, la Skala (i vecchi bastioni portoghesi) a guardare il tramonto e lì hanno capito perché abbiamo deciso di venire qui, in quel momento hanno respirato anche loro la magia di Essaouira. Si sono immerse per tre giorni nella mia nuova vita e hanno vissuto le mie stesse emozioni. Hanno capito che qui sto bene , hanno apprezzato la mia scelta, hanno mangiato e bevuto nel mio locale che gli è piaciuto moltissimo, hanno respirato la serenità e il benessere che ci sono tra me e Mauri e in casa nostra, hanno conosciuto Simona, la mia più cara amica qui e hanno capito che sono in buone mani.

È stato fantastico averle attorno anche solo per poco perché le persone importanti vuoi che ti capiscano quando parli della tua vita e spesso le parole non bastano per raccontare le emozioni e le atmosfere di un luogo. Anche per loro è stato importante perché vedersi a Parma davanti ad una bottiglia di lambrusco e dire che stai bene a volte non è abbastanza, forse non ti credono fino in fondo ma poi vengono qui e capiscono che stai bene davvero e sono felici per te. Le amiche ci sono sempre, indipendentemente dal fatto che si fiondino su un aereo per farti una sorpresa, ci sono in un angolo, a volte in silenzio, a volte aspettano solo di vedere nei tuoi occhi per sapere come stai.

La famiglia che non c’è

C’è un vecchio proverbio africano che dice che “per crescere un bambino serve un intero villaggio”.

Ed è esattamente così, nessuno meglio di una mamma expat può saperlo.  Ormai è cosa molto comune vivere in microfamiglie, pochi hanno al fortuna di godere di una vera famiglia allargata anche quando vivono in Italia. La vita oggi è molto diversa da quella dei nostri nonni che crescevano in clan numerosi. Lì trovavano lo scontro con il fratello maggiore ma anche il consiglio del cugino, l’abbraccio della mamma e quello delle nonne, l’esperienza del padre ma anche quella dello zio, le storie fantastiche e la pazienza dei nonni. Erano maestri per i più piccoli e alunni dei membri più adulti, vivevano in una rete intricata e resistente di sentimenti che li sosteneva fisicamente e psicologicamente per tutta la vita.
In questi ultimi mesi lontano da casa con mio marito ed i mie bimbi prossimi a compiere 7 anni ho osservato attentamente la loro crescita, e la mia anche, e non ho potuto fare a meno ci percepire la grande solitudine che ci circonda e contro al quale tutti e quattro sin da principio abbiamo iniziato a lottare. Abbiamo riempito il vuoto con nuove forti amicizie, abbiamo coltivato al meglio delle nostre possibilità i legami con gli amici lontani, abbiamo insegnato ai nostri genitori ad usare le ultime tecnologie per sentirci più vicini ma la solitudine c’è e si fa sentire. Questa estate avere i miei suoceri con noi ci ha fatto tirare un gran sospiro di sollievo. Che liberazione condividere le fatiche della casa, della famiglia, della quotidianità con persone che ti vogliono bene. Come è importante che i tuoi figli abbiano al possibilità di fare una domanda o di chiedere aiuto non solo a te. Che ricchezza per loro godere del calore e della conoscenza di altre persone della famiglia. Quando sono partiti abbiamo capito cosa ci era mancato finora e quasi non ce ne eravamo resi conto. Non avevamo saputo classificare il malessere della mancanza.
Qualche tempo dopo è venuto un mio caro cugino a trovarci ed i miei bambini (che lo vedevano per la seconda volta in vita loro) ci si sono cosi’ affezionati moltissimo in due settimane. Tanto che la sera della sua partenza abbiamo dovuto asciugare qualche lacrima.
A settembre la scuola mi ha mandato a casa un modulo. Il titolo era: ”In case of emergency”. Occorreva designare 6 adulti in grado di prendersi cura dei nostri bambini in caso di calamità naturale ove io e mio marito non avessimo potuto. Alla voce “Relatives” (parenti) non avevo nessuno da mettere. Alla voce “Relatives outside British Columbia” (fuori dalla nostra provincia)…non avevo nessuno da mettere. Ho segnalato sei amici, lasciando vuoti quegli spazi dedicati ai consanguinei. Quando ho consegnato il modulo e la segretaria mi ha detto: “allora se vi succede qualcosa chi si prende la responsabilità dei bambini?” Ho risposto laconicamente, “i miei amici”. Dentro di me mi son sentita morire. Ho pensato: cavolo, quindi è questa la sensazione di vuoto nello stomaco a non avere una famiglia? Eppure io no sono mai stata una particolarmente attaccata, anzi! A 18 anni via di corsa da casa, da una vita che mi sembrava limitata e  stretta.  Sono sempre stata molto indipendente, molto fiera di esserlo.
Ma in quel momento, realizzando ad alta voce il dato di fatto di non avere nessun familiare qui con me,  mi è piombata addosso la certezza di non potermi appoggiare a nessuno ed è stata una vertigine di paura, non per me, ma per i miei bambini.
Da allora con una consapevolezza molto maggiore ho lavorato sodo per non far sentire questa mancanza, questa sensazione, ai miei figli. Ma la sentono… la sentono dall’inizio senza sapere cosa sia. Lo so perché hanno iniziato ormai da un po’ a costruire intorno a noi con le loro piccole manine e i loro grandi cuori un’altra famiglia fatta di amici che hanno scelto anche per noi. Così ci sono Costanza e Stefano che ai loro occhi sono come degli zii giovani giovani, che invitiamo a casa o al nostro onomastico perché ci piace stare con loro, disegnare per loro, giocare ai videogiochi con loro. Poi ci sono Milo e Lane che potrebbero essere Nonnodei cuginetti, che vediamo tutti i giorni e non c’è pomeriggio che non si cerchi di portarseli a casa o di andare a casa loro.
Poi ci sono Francesca e Nicola con i loro bambini piccoli con cui passiamo tutte le feste, dalla Pasqua al Canada Day e sembrano perfetti per mamma e papà come un fratello e una sorella.
Questi bimbi, dall’altro capo del mondo rispetto ai loro relatives hanno solo noi e lo sanno.  Eppure avrebbero bisogno di tanti cuori, menti e mani diverse a sostenerli. Che grande responsabilità l’averli portati qui, che fortuna, in ogni caso, aver trovato una comunità così accogliente ed inclusiva, avere accanto questi amici che somigliano sempre di più ad una vera, bella e grande famiglia.