La Nuova Zelanda e il cibo

Nuova Zelanda, il cibo che passione!!!

Quanto vivere all’estero possa influire sul nostro stato emozionale e’ ormai chiaro e indiscutibile. Quanto io ero psicologicamente pronta a questo cambiamento e’ appurato, ma nonostante tutto ancora oggi il mio corpo non si e’ ancora fisiologicamente abituato alle differenze. Il motivo per cui mi trovo a scrivere questo post e’ legata alla mia incapacità di adeguarmi al cibo che in Nuova Zelanda per qualche strana e misteriosa ragione sembra essere “ipercalorico”.

Premettendo che nella mia vita sono sempre stata mediamente normopeso, mai sportivamente motivata e fortunata quel tanto che basta per permettermi un alimentazione non proprio dietetica senza aumentare enormemente di peso, oggi mi trovo a dover mangiare come un uccellino, o meglio, questa e’ la mia percezione riguardo al problema.

tricoloreArrivo da una famiglia dove mia madre e’ cuoca, dove mio nonno era cuoco e dove per anni a Natale, a Pasqua e ad ogni festa comandata a casa mia c’era un pranzo o una cena di venti portate, compresi fritti, lasagna, arrosto e dolci vari.

Se chiudo gli occhi posso ancora mentalmente assaporare il ragù di mia nonna, la zuppa di pesce di mia madre e i fritti di mio nonno, nei miei ricordi affiorano quelle domeniche di festa quando mi svegliavo tra gli odori che arrivavano alle sette di mattina dalla cucina, quel tepore famigliare e quel rumore di pentole e chiacchiere che precedevano l’assalto alla tavola a mezzogiorno e mezza.

La mia mente ancora vaga in quei ricordi, che ormai fanno parte della storia, quegli attimi che non torneranno piu. La Nuova Zelanda non regala nessuna gioia culinaria, qui non c’e’ una cultura basata su minuziosi dosaggi e Agnello Nuova Zelandauna varietà di alimenti. Il piatto nazionale e’ la bistecca, o l’agnello o qualsiasi altra carne cotta alla griglia con verdure varie di contorno. Senza parlare dei dolci, principalmente composti da torte asciutte con sopra la crema al burro, che loro tra l’altro adorano. Per il resto l’alimentazione e’ basata su vari take away, cinese, indiano o il tailandese di turno, modificato secondo il gusto nazionale.

A casa si fa quel che si può, ci si ingegna con gli alimenti che si trovano sul mercato, si perde piano piano la voglia di determinate cose che si mangiavano abitualmente in Italia, si perde un po’ l’abilita’ di saper cucinare quei piatti che prima erano “cosi’ semplici” insomma si inizia un processo di adattamento volto alla sopravvivenza. Il corpo umano dicono si adatti e si plasmi rispetto all’ambiente che lo circonda, e Darwin ci ha chiarito dal canto suo questo concetto in un modo piuttosto esplicativo. Per quanto mi riguarda il mio corpo ha deciso di adattarsi prendendo kili in più come risposta a un cambio radicale di alimenti basilari.

Sono arrivata a pensare che qui in Nuova Zelanda qualunque alimento di mangi sia proporzionalmente piu’ calorico del corrispettivo italiano, qui ogni cosa contiene un enorme quantità di zucchero, farine e grassi aggiunti, a questo punto ipotizzo anche l’acqua dal rubinetto. Qui la gente e’ mediamente sovrappeso e come risposta aboliscono il burro e lo soCheeseburgersostituiscono con la margarina, evitano lo zucchero nel caffè ma poi mangiano ogni venerdì un cheesburger take away, soffrono di diabete ma non possono evitare la torta al cioccolato.

Il parametro di misura tra me e loro e’ ancora una volta diametralmente opposto. Io mi considero per la prima volta in vita mia leggermente sovrappeso ma per loro sono magra. Io corro ai ripari cercando soluzioni alternative e evitando pane e pasta, e loro non vedono la necessita’ di abolire il “venerdi dei dolci” a lavoro. Io mi trovo spesso a sognare con i miei amici connazionali la pizza con il prosciutto, la mortadella, il pesce e i crostacei e loro pensano che la mozzarella sia quel formaggio a coriandoli pieno di burro nella busta al supermercato. Insomma mentre io ancora mi domando come mai acquisto peso pur non mangiando più tutti quegli alimenti apparentemente grassi che mangiavo in Italia, loro vivono felici nell’inconsapevolezza dei loro errori alimentari. Insomma sono al bivio dove si necessita’ un cambiamento radicale di stile di vita, o una resa alla continua e inesorabile caduta nel baratro.

La percezione che si ha del proprio corpo e delle proprie abitudini alimentari arriva da lontano. Fa parte anche questo del bagaglio culturale, influisce sulle lenti attraverso cui vediamo il mondo, altera la visione di noi stessi e la percezione dell’altro. Per noi italiani il cibo e’ spesso un fattore fondamentale della socializzazione e del sentirsi bene, e’ uno dei capisaldi della vita, ma vivendo all’estero spesso si perde nei ricordi insieme alle mille altre cose davamo per scontate ma che non ci sono più.

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Zuppa di Cipolle Vegan dalla Germania

Essendo io vegan, non sempre è facile trovare piatti della tradizione che rispettino questa mia scelta alimentare.

La zuppetta che vi presento, scoperta per caso mentre accompagnavo un gruppo di turisti a pranzo, mi ha subito conquistata. In ogni Gasthaus che si rispetti la si può trovare, declinata in varie versioni, a volte persino accompagnata da una cucchiaiata di panna acida. Presa dalla curiosità, ne ho approfittato per sgattaiolare in cucina e chiedere alla cuoca la ricetta che ora vi presento.
Si tratta di un piatto semplicissimo ma molto piacevole, soprattutto d’inverno dove le temperature –manco a dirlo – si abbassano in fretta e il freddo non perdona. Spesso non lo si trova come “primopiatto”, bensì come zuppetta amuse-bouche, in ciotoline monoporzione.

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Ingredienti (per due porzioni):

-2 cipolle medio-grandi
-400 ml di brodo vegetale
-4-5 cucchiaini di salsa di pomodoro
-crostini di pane
-sale
-pepe
-olio extravergine d’oliva

Procedimento:

Dopo averle private dell’ultimo strato di pelle, tagliate le cipolle a listarelle abbastanza fini. Se vi accorgete che sono mo  lto forti, mettetele a bagno in una ciotola con dell’acqua tiepida per una mezz’oretta in modo che rilascino parte degli oli essenziali.
Fatto questo mettete un filo d’olio in una pentola dal fondo spesso e una volta caldo aggiungete le cipolle scolate bene. Non devono cuocersi ma solo glassarsi un pelo, diventare quasi trasparenti. A questo punto aggiungete una prima parte di brodo (circa ¾ del totale) e fate cuocere a fiamma bassa. Quando inizia a sobbollite aggiungete la salsa di pomodoro e – se risulta troppo asciutto – il restante brodo vegetale. Una volta pronto aggiustate di sale.
Da servire calda – ma non bollente! – con una macinata di pepe nero sopra, qualche crostino e – se
gradite – un giro d’olio.
Se di stagione, potete anche aggiungere all’ultimo un poco di cipollotto tagliato molto fine, magari la parte verde ancora tenera che – oltre a conferire un gusto un po’ diverso dal solito – crea un gioco cromatico decisamente simpatico.

Buon appetito! 

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New York: città di mille culture!

Uno dei grandi vantaggi di NYC è di poter venire a contatto con praticamente il mondo intero, pur rimanendo nella stessa città.
Multicultural PartyA Napoli i miei amici, le persone che frequentavo erano prettamente italiani, provenivamo tutti dallo stesso tipo di famiglie, avevamo tutti esperienze più o meno simili, condividevamo lo stesso tipo di cultura.

Quando sono arrivata qui conoscevo pochissimi Italiani, per lo più colleghi di mio marito. I miei primi veri amici sono stati i miei colleghi del master. Dopo solo 4 giorni dal mio arrivo mi sono trovata circondata da facce nuove e soprattutto da culture nuove (e nessun Italiano).
Dopo un anno posso affermare con certezza che questa enorme ricchezza culturale che ognuno di noi ha condiviso con gli altri, ci ha fatto crescere, ci ha cambiato. Ad esempio, ho adorato sentire le storie delle mie amiche indiane e scoprire come, dopotutto le nostre culture e tradizioni siano così simili sotto tanti aspetti. O lavorare a stretto contatto con ragazzi Cinesi e ritrovarsi a cercare di imparare qualche parola per il semplice piacere di apprendere qualcosa della loro millenaria cultura.

Global Community
Qatar, Basile, Equador, Messico, Korea, Trinidad e Tobago, Portogallo, Francia, Repubblica Domenicana, Libano, Taiwan, Hong Kong, China, Thailandia, Romania, Venezuela, e Stati Uniti. In un anno, attraverso i loro racconti ho fatto in pratica il giro del mondo, arricchendomi di storie, ponendomi tante domande e ricevendo altrettante risposte. Il rispetto per le nostre rispettive culture e la curiosità di conoscere ci hanno portato a festeggiare numerose ricorrenze religiose di credi diversi, numerose feste nazionali, differenti calendari, differenti cucine e tradizioni.
Al di fuori del mondo accademico, il mappamondo si allarga ancora di più e sono sicura che continuerà ad allargarsi in futuro.
Graduation Group Photo

Ora guardo indietro e mi sento davvero fortunata. Anche se molti di loro sono ritornati nei loro paesi di origine, so per certo una parte di loro rimarrà per sempre con me.

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Felicemente espatriata a Singapore

catia-singapore-espatriataViaggiare è un desiderio che catia-singapore-espatriataho portato dentro me sin da quando ero molto piccola. Fuori dall’Italia ho trovato quello che, a grandi linee, avevo previsto: grandi lotte e difficoltà ma anche tanti stimoli e meritocrazia.

A Singapore ci sono sicuramente molte cose da migliorare, ma la situazione generale è davvero positiva e ammirevole, se si pensa che stiamo parlando di un paese che era del terzo mondo fino a poco tempo fa. Singapore è davvero una grande esperienza, ed io sono molto felice di poterla vivere assieme alla mia famiglia e con tanto entusiasmo. http://multicoolty.com/la-mia-scelta-di-espatriare-era-giusta/?lang=it

 

Tatiana ad Oslo ed il sabato sera norvegese

Quando si dice che i norvegesi sono freddi…non e’ proprio sbagliato.

Ho letto varie teorie a proposito, ma quella che mi piace di più dice che non vogliono disturbare e non vogliono essere disturbati inutilmente. Quando qui ad Oslo si  sale su di un autobus con due file di sedili,  se in una  fila  c’è  già una persona seduta ed il posto
accanto al suo è libero, mentre nell’altra fila di sedili non c’è nessuno, puoi scommettere  che il  norvegese non si siederà mai nel sedile accanto al passeggero:  non sia  mai che  si dovesse finire a far due chiacchiere! N
o, meglio sedere da soli e guardare il nulla fuori dal finestrino. Io non sono una di poca parole, quando attacco discorso non mi fermo più, e per questa mia caratteristica  ho  sofferto abbastanza nelle  regioni nordiche dove ho scelto di vivere.

Non ho conosciuto norvegesi con i quali mi sento così in confidenza da instaurare una conversazione a ruota libera;  si rimane sempre sul generico, anche se  si parla tanto di meteorologia. Alla necessita’ di avere una vita sociale di poco superiore ad un gatto di casa che esce solo sul balcone, il norvegese medio pone rimedio il venerdì ed il sabato sera – oltre che durante tutte le feste comandate – attraverso l’assunzione insana di tanto, troppo alcool. In Norvegia esiste il monopolio dell’alcool che viene venduto solo al vinmonopolet a prezzi imbarazzanti, in alcuni casi il triplo del  valore del prodotto nel paese di provenienza.  Questo fa sì che, quando si va a cena da qualcuno o ad una festa , ognuno si porta il sacchetto con la propria dose di birre o di vino. A tavola ci si siede con la propria bottiglia davanti al piatto e si attinge  solo da quella. Il prezzo degli alcolici e’ altissimo anche nei locali pubblici. Nella zona del porto, frequentata dai turisti, quest’estate qualcuno mi ha detto che un bicchiere di birra costava circa l’equivalente di dieci euro. Quello che succede normalmente nei fine settimana è questo: ci si ritrova in prima istanza a casa di qualcuno a fare quello che si chiama «vorspiel»,  si beve cioè abbastanza da essere già su di giri prima di uscire,  poi si va in città e si beve qualcosa in un locale, per finire poi la serata  a casa di qualcun altro con il «nachspiel». Io non bevo, quindi la situazione è  più complicata per me. Non lo faccio  prima di tutto perché non mi diverto ad andare in giro con persone che si ubriacano, e come seconda ragione perché  le  suddette persone  passano dall’essere divertenti all’essere moleste  in un lampo. Gli unici che sono veramente soddisfatti di questo stato di cose sono i tassisti.

Nessuno infatti prenderebbe mai la macchina per tornare a casa in quello stato.

Le file di taxi sono infinite nel week-end…

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Un anno in Danimarca

Domenica 11 ottobre è stato il mio anniversario con la Danimarca.
Un anno nel paese più felice del mondo, un anno lontano dall’Italia.
E’ stato inevitabile fare  il punto della situazione ed ho realizzato con un po’ di stupore che quest’anno è volato.

Nonostante la noia del buio inverno, del freddo e della pioggia, è stato un anno talmente pieno di emozioni che i giorni son passati. senza che alla fine io ne prendessi coscienza. I miei sentimenti per questo paese durante l’anno trascorso qui, sono stati un continuo sali e scendi, è stato come vivere in un ottovolante di emozioni, ed ancora è così.
Ho passato giorni in cui ho amato questo paese, in cui mi sono sentita fortunata, addirittura privilegiata a poter essere qui, altri in cui mi sono sentita in trappola, sì, in trappola: perché alla fine, la scelta della mia famiglia di venire qui, non è stata proprio una scelta. E’ stata quasi una forzatura, l’ultima chance per poter sopravvivere, e quando mi ritrovo a vivere diversi giorni di fila con la pioggia, il buio magari accompagnati anche da tutta una serie di episodi che mi portano a provare un senso di estraneità, provo quella sensazione del sentirmi in prigione, obbligata a vivere dove non voglio.
Ho imparato però in questo anno a non dare troppo peso a questi miei stati d’animo, perché so che sono solo momentanei, basterà una giornata di sole e tornerò di nuovo a sentirmi una privilegiata, a fare progetti per un futuro, per un futuro qui, in questo paese che mi fa vivere le montagne russe emozionali!

Anche quando ero in Italia c’erano giorni in cui odiavo un po’ la mia vita, in cui non mi piaceva il posto in cui vivevo, però credo che la differenza nel vivere queste sensazioni era nel fatto che nonostante tutto, io sapevo di appartenere a quel posto, sapevo di appartenere all’Italia, quindi alla fine anche se tutto non era perfetto andava bene lo stesso per quella era “casa mia”.

Qui mi manca quel senso di appartenenza, quindi quando provo quelle emozioni è difficile dirsi “è così, che ci vuoi fare”, non sento di appartenere a questo posto, quando mi guardo intorno continuo a sentirmi un’aliena, quindi nei giorni no è la voglia di scappare via che prevale.

A volte sento parlare altri expat, li vedo così ben mimetizzati nel loro nuovo habitat che provo un po’ di invidia, solo un po’ perché credo anche che essere diversi sia un ricchezza, però invidio la sensazione di pace che provano e il fatto che siano sicuri di come andrà la loro vita. Devo imparare a farmi forza della mia diversità, e non viverla come qualcosa che mi limita. Ci riuscirò…. piano piano ci riuscirò….

 

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“Serena”, partorita a Malindi durante una notte africana

Malindi sunsetEra un imbrunire in cui l’afa si stava facendo veramente quasi insopportabile.
Scendemmo da casa dove vivevamo, in centro a Malindi, e stavamo per aprire la portiera della nostra auto quando un lamento poco lontano attirò  la nostra attenzione. L’orologio segnava  le nove di sera e non c’erano tanti mezzi che passavano per la strada. Il silenzio fu spezzato da lamenti e urla. Urla soffocate di dolore.

Ci spostammo a guardare da dove provenivano…un po timorosi perché non avevamo idea di cosa stessa succedendo. Sul ciglio della strada un uomo teneva in piedi una bici e una donna era seduta a terra ai suoi piedi.
Immediatamente pensammo a un incidente stradale. Ci precipitammo a vedere cosa fosse accaduto e la sorpresa fu nel vedere la donna a terra e l’ uomo incredulo e incapace di spiegare cosa stessa accadendo. Cosa fosse accaduto.
Nessuna ferita, nessun segno di colluttazione. Niente che ci rendesse chiara la situazione. Urlai alla donna di spiegarmi. Non parlava inglese. Lui…preso in disparte da John, mio marito,  riuscì a spiegarci  cosa stesse accadendo, timoroso e impaurito per la situazione.

Lei era a terra…e stava per partorire.
Incredibile. Le si erano rotte le acqua e lui, il suo compagno,  non era stato più capace di portarla in
ospedale in quanto la donna,  giovane e minuta, non riusciva a stare ferma sulla bici. Immediatamente la caricammo sulla mia auto. Il marito con la bici – che non voleva affatto abbandonare- fu cmalindi-serena-donatellaaricato di forza sul mezzo (per fortuna avevo una vecchia Jeep ). John salì anche lui sul retro. Durante la strada e fino all’ospedale comunale, distante circa 4 /5 km da casa, la donna si accucciò davanti al sedile della mia auto: era talmente sofferente che io non avevo profferito parola e non avevo idea di cosa dire.
Le uniche parole che mi uscirono dalla bocca furono….no problem…no problem!
Arrivammo in ospedale suonando  il clacson come se avessi la certezza che fosse quasi impossibile salvare la vita a quella donna e al suo bambino. La testa del nascituro  era quasi fuori …..e la mia impressione nel vedere quella testolina fu di una bambolina verde scuro. Era cianotico. Ero quasi certa che fosse morto.
Ma speravo ancora nel miracolo.

Riuscimmo a prendere la donna  in braccio e a farla entrare in sala parto. John e il marito della donna attesero all’esterno….

Il marito era come scioccato. Incapace di dire e di fare. Seguiva alla lettera le indicazioni che John e i medici gli davano: rimanere  li seduto e aspettare. E cosi’ fece.
Non appena fu stesa sul lettino…plafffff…..uscì questo esserino incredibilmente bianco. Era chiaro…era chiaro e sporco di sangue. Mi voltai quasi impressionata da quella scena. Non mi ero mai impressionata davanti a niente….ma quello che per me era un corpicino di neonato morto mi fece immediatamente impressione. Un paio di sberle. Sentii solo questo. E subito dopo un urlo!
Ngeeeeeee….Ngeeeee….Ngeeee…
Era vivo. Era VIVA!
Le lacrime stavano rigando il mio volto. Corsi fuori e urlai..SIIIIIIII ….e’ uan femmina..Sta benone..e anche la mamma…stanno benoneeeeee!
Il papa’ rimase pietrificato. Non rideva. Non piangeva. Era come sorpreso Forse era pronto a ricevere la notizia del decesso….rimase basito dalla  notizia ch invece la neonata era viva ?? Solo dopo un istante di lucida presenza realizzò e  sorrise. Mi sorrise. Sorrise a John: Ci abbracciò entrambi. Era la sua terza figlia femmina. Madonatella-malindi-serena non avrebbe cercato certamente ancora il maschio…(ci tenne a precisare).
Fu con mia sorpresa che mi chiese se ero cristiana. E alla mia risposta positiva mi disse : tu hai fatto nascere mia figlia. Tu devi decidere il suo nome. Rimasi per un attimo incredula. E non sapevo che dire. Insistette.
La mia risposta non tardo’ ad arrivare. SERENA. Era il nome di mia nipote, e per quella bimba nata in quella circostanza poco tranquilla pensai che Serena era il nome che ci sarebbe voluto: Serena, come speravo fosse  la sua vita in futuro.
Serena oggi ha circa 11 anni. E oggi John l’ha incontrata con la mamma andando alla festa degli eroi !

Beh..devo confessare che una coincidenza simile mi ha fatto tanto piacere e per un attimo mi sono presa, anzi ci siamo presi,  il nostro momento di gloria.
Anche noi quella sera fummo eroi!  (Perdonate la poca modestia…)

Ecco a voi come abbiamo visto SERENA questa mattina : e’ la bimba con il vestitino bianco e verde!

serena-malindi-donatella

Chile en nogada

Nonsolotacos

Hola donne di mondo!
Une delle tante attività che svolgo qui a San Miguel de Allende, Guanajuato, e’ dare lezioni di cucina regionale Italiana. Cosi’ come costa fatica far comprendere ai Messicani che Italia non e’ solo sinonimo di pizza e spaghetti, ma che ci sono migliaia di piatti differenti ed in ogni regione si cucina in modi e con ingredienti diversi. Altrettanto difficile e’ spiegare al resto del mondo che la cucina Messicana non e’ solo tacos! E’ una cucina molto varia, anche qui cambia molto a secondo della zona. E se pensate che il Messico e’ almeno 6 volte l’Italia…..

Tacos del Messico

Nonsolotacos, ma come vedete anche di tacos ce ne sono diversi…

Nei numerosi ristoranti pseudo-messicani che si trovano ormai in ogni paese, il menu’ e’ composto per lo piu’ da tacos (tortillas di mais ripiene di carne e formaggio) riso e fagioli, fajitas (carne di polo o di manzo grigliata e tagliata a listarelle con peperoni e cipolle) oppure burritos (tortillas di farina ripiene di carne, formaggio, verdure). Il tutto accompagnato da salsine piccanti (ma mai come quelle che trovate qui) in cui inzuppare i nachos.  In realta’ questi piatti non sono nemmeno l’ombra di quelli originali…come quando inorridisco nel vedere i menu’ dei ristoranti “Italiani” qui in Messico, che propongono “Espaguetti a la Bolognesa”, “Lasaña”, “Fettucini Alfredo”…. ovvio che di Italiano c’e’ poco se sbagliano addirittura a scriverlo…

La cucina Messicana, cosi’ come quella Italiana, non esiste! Esistono LE cucine regionali Messicane: nella regione di Puebla, centro-sudest, ad esempio uno dei piatti tradizionali e’ il “Pollo con Mole”, ovvero pollo ricoperto da una salsa a base di diversi tipi di peperoncino essiccati e cacao… oppure il “Chile en Nogada“, prelibatezza stagionale che consiste in un peperone ripieno di carne macinata e mischiata con pezzetti di frutta e noci, il tutto ricoperto da una crema di formaggio con noci e grani di melograno, e’ un piatto patriottico verde bianco e rosso!

Piu’ a Sud, in Oaxaca, famoso per i suoi formaggi, vanno matti per i “chapulines” (simpatici grilli fritti e ricoperti con sale, limone e l’immancabile peperoncino) li trovate in ogni mercato e ve li servono in tacos, ricoperti di cipolla e  foglie di coriandolo) o cosi’ semplici da sgranocchiare tipo patatine.

Al Nord del Messico invece e’ la carne a farla da padrone: immense grigliate parilladas di “res“, manzo, nonsolotacos-daina-mexicoaccompagnate da guacamole (composto di avocado, pomodori, cipolla, foglie di coriandolo il tutto schiacciato nel mortaio di pietra che chiamano molcayete), la “arrachera” e’ un taglio di carne marinata in spezie e poi grigliata. O il “cabrito” (un capretto intero allo spiedo).

Nello stato di Hidalgo sono famosi per la loro “barbacoa“, carne di borrego (maschio castrato della pecora) cucinato lentissimamente in un buco scavato nella terra riempito di brace e la carne avvolta in foglie di agave, delizioso!

Altra specialita’ di Pachuca, nello stato di Hidalgo sono “los Pastes” tipo panzerotti di pasta sfoglia ripieni di carne o tonno, patate. Il “pozole” e’ una zuppa di grani di mais, con carne di maiale stufata, verza e altre verdure, sopra si sparge rapa, cipolla e immancabile coriandolo e peperoncino. Nella penisola Yucateca ovviamente si mangia molto pesce, specialmente fritto o al “mojo de ajo“(sugo di aglio)

Ma un piatto tipico e’ anche il “cochinita pibil”, maialino cotto e poi marinato con cipolle rosse.

A Veracruz invece si cucina il pesce alla “veracruzana”, con pomodori, cipolla e olive.

Come vedete la cucina messicana e’ molto piu’ dei tacos… ma persino quelli esistono di moltissimi tipi diversi, a cominciare dalle tortillas, che possono essere di farina di grano, di mais giallo, rosso colorato o “azul”. I tacos possono essere ripieni di carne “al pastor“(tipo quella dei gyros turchi), o arrachera, o bistecca di manzo, di pollo, di carnitas di maiale, o maiale in salsa di pomodori verdi o con “guisados” (stufati) diversi, patate, nopales (le foglie di cactus), di pescado, camarrones (gamberi)…. oppure di “huitlacoches” (un fungo che cresce sul mais) o di “chicharrones“, la pelle del maiale fritta e poi ammorbidita in un sugo. Ecco, quest’ultimo non l’ho mai nemmeno voluto provare perche’ mi fa accapponare la pelle! A proposito di pelle accaponata, nei villaggi indios mangiano anche serpenti e roditori vari… ma questa e’ un’altra storia.

Buen provecho! Buon appetito!