learn-minnesota

To learn in Minnesota

learn-minnesota

Work at the Library

To learn significa imparare, apprendere.

Si può imparare una lezione: learn a lesson oppure venire a conoscenza di qualcosa: learn about of. Io ho imparato learnt, sto imparando I am learning e sicuramente imparerò I will learn.

Tutto questo è cominciato da quando vivo a Plymouth.

Prima di allora ho imparato tantissime cose: cultura universitaria, tante ricette di cucina, lavori diversi, buone maniere! Ma era comunque tutto easy!

Le mie più grandi difficoltà sono stati forse gli esami universitari o quello per prendere la patente. Ma se qualcosa non la sapevo fare, bastava una chiamata: i miei genitori provvedevano a tutto.

Il mio matrimonio era molto facile: circondati da amici e famigliari, non c’erano mai dei faccia a faccia drammatici.

Certi momenti per stare da soli sì, ma sempre con l’idea che se qualcosa non andava, c’era la famiglia a provvedere. Poi un giorno, arrivo qui a Plymouth e inizio veramente ad imparare. Difficile descrivere da dove ho iniziato. Forse da me stessa.

Ho imparato a conoscermi, a riconoscere dentro di me una forza inaudita. Ho scoperto di avere grinta, di potercela fare sempre, ho scoperto che in fondo, arrivare in biblioteca in bicicletta senza parlare inglese era possibile.

E così è stato! Ho imparato in fretta la strada di casa e subito ho voluto imparare un lavoro! Certo, non retribuito, ma gratificante.

E cosa c’è di più bello che lavorare in biblioteca come volontaria? E lì un piccolo miracolo. Le persone hanno imparato a conoscermi, a volermi bene giorno dopo giorno. Questa piccola ragazza italiana, catapultata nel Midwest.

Minnesota smile! Mai dimenticherò quei sorrisi che ogni giorno mi accoglievano benevolenti! Mio leit motiv: Sorry for my English!

Così ho voluto imparare questa nuova lingua, per esprimermi, per condividere quello che pensavo! I libri per bambini sono stati solo l’inizio, poi sono arrivati i teen books e netflix! E dopo me stessa ho imparato a conoscere mio marito Federico. Lo posso assicurare, vivere da soli, a 7000 km da casa, ti fa veramente unire. Conoscevo già Federico, insomma 6 anni di convivenza e uno di matrimonio sono sempre qualcosa.Ma qui, nel Minnesota tutto cambia.

Il paesaggio è mozzafiato, 10.000 laghi, natura incontaminata… ma siete solo tu e lui! It takes time! Fare amici, ampliare le proprie conoscenze, trovare qualcosa che ci renda occupati, nuovi hobby e passioni. Ma ad un certo punto, c’è la quadratura del cerchio!

Tutto funziona alla perfezione! Impari a conoscere tuo marito profondamente e questo legame che si rafforza giorno dopo giorno ti fa sentire invincibile.

E gli amici americani ti ammirano per questo! E adesso sono loro che imparano da te!

Rimangono stupiti dal coraggio di una ragazza di provincia, che dal nulla, sta imparando a farsi strada in questa terra immensa.

africanissima-malindi

Africanissima Malindi by night

Era una caldissima serata di febbraio.
Non avevamo ancora intrapreso l’attività’ attuale e in quegli anni , i miei primi quattro anni a Malindi, io e John avevamo un locale al centro della città. Uno di quei locali che allora andava alla grande. La band dal vivo era il completamento delle serate malindine di quel periodo. Si esibivano in diversi locali e anche noi, come tutti, organizzavamo da tempo le serate con la band.
Il mercoledì, il venerdì e il sabato. In periodo festivo, come ad esempio poteva essere durante il periodo natalizio, anche tutti i giorni. Ci si divertiva veramente e la popolazione locale insieme ai turisti erano sempre fuori la sera a godere di serate come questa.
Perché fini’ quel bel periodo? Perché’ improvvisamente tutti i villaggi turistici introdussero il sistema all inclusive.
I turisti non uscivano più per pranzare, cenare o anche solo bere qualcosa in compagnia. Era tutto pagato al villaggio.
Noi  iniziammo a soffrire della diminuzione del movimento turistico serale.
Noi, come tutti i locali di Malindi. Peccato. Potrei quasi dire che quella fu la fine della Malindi by night.
Durante le serate con la band, io ero sempre indaffarata con il personale tra i tavoli, un po’ per aiutare a servire, un poì per mettere in atto le mie capacita’ di pubblic relation. Mi piaceva. In fondo mi e’ sempre piaciuto chiacchierare, conoscere e dialogare anche con gente che mai ho visto prima. Era, ed e’, un modo per confrontarmi. Per conoscere e comunicare con nuove persone. E perché no, anche per fare amicizia. E di amici me ne sono fatta tanti. Certo, tante sono solo conoscenze, ma ci sono anche tanti amici che, dal 2005 – anno in cui abbiamo smesso con quella attività –   sono restati tali nel tempo fino ad oggi. E alcuni sono qui. Mai persi di vista anche se solo virtualmente in contatto. Amici che continuano a leggermi. A leggerci. E di questo ne sono estremamente felice.
africanissima-malindiTornando alla sera di febbraio, ricordo che, come sempre tra i tavoli , c’erano tantissimi africani su di giri.
La birra , e l’alcool in genere , e’ veramente gradita agli africani. La bevono uomini e donne di tutti i ceti sociali.
La birra, bevuta a temperatura ambiente. quindi calda – di  modo che arrivi prima alla testa. Alcohol che riusciva a dare un tono ancora piu’ allegro alle serate africane.
Ad un certo punto una ragazza si avvicino’ a un tavolo dove, come spesso accadeva, c’erano seduti  tre uomini europei. Tre bianchi attempati e tre ragazze keniote. Tre belle ragazze. Bevevano e, tra una risata e un altra, notai che le ragazze si alzavano, bevevano un po’ di birra e andavano in pista ad esibirsi con i loro movimenti sensualissimi . Quei balli africani confusionari che solo la gente del posto, i neri, riescono a rendere sexy. Al tavolo erano rimasti i tre uomini a chiacchierare tra di loro e nel mentre vidi un altra ragazza arrivare affannatissima, di corsa, al loro tavolo. Non era una delle tre amiche precedenti. Si trattava di un’ altra ragazza. Si mise a urlare contro uno degli uomini e si diresse in pista. Qui afferro’ una delle tre ragazze e le mollo’ uno schiaffo. Ci fu un attimo di smarrimento da parte dei tre uomini. Un po’ anche da parte mia, nonostante fossi  già abituata a vedere scene di gelosia tra donne che spesso si contendevano lo stesso uomo. Ops…: lo stesso bianco.
Le due ragazze si diressero verso l’uscita gesticolando e urlando l’una contro l’altra. Logicamente le loro urla erano parole di offesa. E tutte esclusivamente in italiano. Si, perché i tre uomini erano italiani e quello era il solo modo di far comprendere all’interessato cosa si stessero dicendo. Non sto a ripetere i termini poco carini che si sono dette. Ma credo possiate immaginare.
Improvvisamente una delle due, subito davanti l’uscita del mio locale, tiro’ i due lembi laterali dell’abito già cortissimo che indossava e – spettacolo per tutti –  si spoglio’. Resto’completamente nuda.
Certo, era molto bella. Era bella di viso e di corpo, ma ciò’ non impedì a  me e a un altro amico lì presente a correre a per coprirla di corsa  con una tovaglia che era adagiata su un tavolo vicino. Quando le fui accanto capii, o forse ebbi la certezza al mio sospetto iniziale, che era ubriaca. Talmente tanto ubriaca che mi cadde tra le braccia piangendo, quasi a voler chiedere aiuto.
L’altra ragazza scappo’ via con una vettura  di amici che nel frattempo l’avevano bloccata e tenuta vicino al loro tavolo. Notai velocemente che le sue treccine erano solo in parte lunghe. Le altre non c’erano piu’. Nella lite furibonda le erano state strappate. Erano extensions, logicamente. Caricai la ragazza ubriaca su un tuk tuk e , sempre con un amico del quale mi fidavo, la accompagnai a casa.
Lasciai  il locale pieno di gente e John  a districarsi  tra i tavoli al mio posto.
La  casa della ragazza era non distante ma per fortuna lei stessa , nonostante non fosse  perfettamente presente per via dell’alcool, riusci’ a indicarmi la strada.
Davanti alla porta, rossa a chiazze marroni, in un quartiere africanissimo di Malindi, c’era una donna. Appena ci vide,guardo’ la ragazza che era con noi e che aiutavamo a scendere dal mezzo , e scosse la testa. Si giro’ ed entro’ velocemente in casa, chiudendo la porta. Allora non eravamo davanti alla casa giusta…pensai. Ma la ragazza insistette. Io bussai, senza avere risposta risposta.
Il ragazzo del tuk tuk allora chiamo’, o meglio urlo’ di aprire alla signora che era dentro , e la porta si spalanco’.
La donna , di mezza eta’ e malconcia, con un abito coperto da un pareo sporco, era ubriaca.
Un odore acre, misto a birra a vino di cocco. Bevanda tipica fatta in casa della popolazione locale. Anche lei ubriaca. Ci guardo’, e si rifugio’ in un altra stanzetta della casa. Adagiammo la ragazza su un divanetto che si trovava nell’ingresso e uscimmo velocemente per tornare al mio locale. Fummo molto veloci nel rientrare, per paura di fare altri incontri indesiderati.
Lungo il tragitto  non potei fare a meno di chiedere al ragazzo del tuk tuk chi fosse quella donna in casa e la risposta mi lascio’ di stucco:era la madre della ragazza ubriaca. Anche lei. Anche lei come la figlia. E  come forse il padre, se un padre esisteva, e come altri figli che probabilmente non erano ancora rientrati a casa in quella calda notte di febbraio.
Ripresi a lavorare nonostante il mio pensiero fosse fisso su quanto era accaduto.
Quella sera iniziai a conoscere alcuni aspetti prima a me sconosciuti  della mia Africa…
famiglia-è

Famiglia è…

Qualche mese fa stavo facendo un giro sulla mia bacheca di Facebook e tra le notizie condivise dai miei contatti mi è capitato di leggere della battaglia legale che due ragazze quasi mie coetanee stavano affrontando.
Le analogie tra di noi tantissime: italiane, espatriate qui a Barcellona e sposate in Catalunya come me e Sara.
La loro storia mi ha colpito e ho perciò deciso di contattarle per intervistarle e per potervi raccontare la lotta che stanno conducendo attraverso le loro stesse parole: ho il piacere di presentarvi Marta Loi e Daniela Conte, due donne expat, cagliaritana l’una e napoletana l’altra, che, diventate mamme, si sono trovate a doversi scontrate con il vuoto legislativo che circonda i diritti civili in Italia e che, con coraggio, hanno combattuto per il loro piccolo Ruben.


  • Cosa vi ha condotto a Barcellona e come è iniziata la vostra storia?

Marta: “Principalmente ci sono state due motivazioni. Cercavo lavoro e in Italia non c’erano molte possibilità, quindi ho deciso di provare qui. E d’altro canto sentivo la necessità di cambiare aria e di vivere in una città con più stimoli.”

Daniela: “Avevo voglia di “cambiare aria” e continuare la mia formazione artistica. Sono partita a 30 anni, un biglietto di sola andata… E in valigia la macchinetta del caffè e la bandiera del Napoli!”

Marta: “Ci siamo conosciute quasi 3 anni fa, durante un evento che io organizzavo. Lei ha partecipato con un numero di clown bellissimo, mi ricordo che ho riso tantissimo. Quando l’ho vista ho subito pensato che fosse molto bella, ma non era il momento giusto per dirle niente. Eravamo in pieno evento e stavamo facendo ognuna il proprio lavoro. Una settimana dopo ho convinto due amici per andare a vedere un altro suo spettacolo e il giorno dopo le ho chiesto di uscire. Lei ha accettato e ci siamo viste quella stessa sera. Abbiamo parlato sino a tardi e ci siamo salutate, lei partiva per Napoli per un mese. Ci siamo riviste al suo ritorno e piano piano ci siamo innamorate.”

  • E poi è arrivato il desiderio di allargare la vostra famiglia…

Marta: “Siamo andate a convivere dopo qualche mese di relazione stabile e poco a poco abbiamo iniziato a parlare della possibilità di avere un bimbo. Abbiamo valutato vari aspetti, ma soprattutto avevamo e abbiamo molta fiducia nella nostra unione. Ci appoggiamo e rispettiamo in tutto e questo ci è sembrato una buona base per allargare la famiglia.

In Spagna ci sono stati dei tagli nel settore della sanità pubblica ma comunque l’inseminazione artificiale è molto frequente, sia per coppie etero, che per coppie di donne, che per donne single. Lo stato copre 4 tentativi gratuiti per donne al di sotto dei 40 anni.
Dopo alcune visite ginecologiche e una piccola stimolazione ormonale, il 5 novembre 2014 abbiamo fatto il primo tentativo e Daniela è rimasta subito incinta.”

  • Ruben, alla sua nascita, ha ottenuto entrambi i vostri cognomi, secondo la legislazione spagnola, ed è stato per alcuni mesi apolide. Cosa è accaduto e che tipo di difficoltà avete dovuto affrontare?

Marta: “La Spagna ha registrato la sua nascita ma non poteva dargli un documento di identità, perché essendo figlio di una donna italiana, è italiano a prescindere dal luogo di nascita. Quindi abbiamo richiesto la trascrizione dell’atto di nascita in Italia e sono iniziati i problemi. Sia per il doppio cognome ma soprattutto perché risultava figlio di due donne su tutti i moduli spagnoli che abbiamo allegato alla richiesta.

Inizialmente questa trascrizione sembrava impossibile, il consolato ci ha spiegato che altre coppie di donne nella stessa situazione, avevano messo tutto nelle mani di avvocati e dopo mesi di attesa avevano ottenuto la trascrizione e il documento di identità che ne consegue.Famiglia

Non potevamo nemmeno pensare di rimanere bloccate in Spagna per chissà quanto tempo. Dopo un mese di lotte e denuncia della situazione, il sindaco di Napoli ha deciso di trascrivere l’atto di nascita rispettando quello spagnolo. Quindi ha riconosciuto legalmente anche me come madre di Ruben. Purtroppo poco tempo dopo il prefetto di Napoli ha parzialmente cancellato la trascrizione, allegando sostanzialmente che per la legge italiana io non sono nessuno. Il comune di Napoli ha giá fatto partire il ricorso al Tar e noi stiamo preparando il ricorso al tribunale ordinario.”

  • Quale è stato il momento più triste e il più felice di tutta questa vicenda?

“Penso che il più triste sia stato la prima volta che siamo state in Consolato, dove non ci hanno dato speranza. Sembrava che veramente non si potesse fare niente. Per fortuna è subentrata la rabbia e abbiamo reagito.

Il più felice direi quando il comune di Napoli ha trascritto la sua nascita. Stava riconoscendo lui come cittadino e noi come famiglia.”

  • Che ruolo ha avuto la vostra rete di contatti qui a Barcellona e in Italia?

“Alcuni amici qui e a Napoli hanno funzionato come una rete di supporto assoluto. Molte persone hanno fatto piccole cose che ci hanno permesso di risolvere la situazione. Una sorta di azioni a catena.

Sarebbe molto bello se tutto funzionasse bene, in maniera veloce e non ci fossero intoppi. Ma purtroppo non è così. Noi abbiamo avuto fortuna, ma un’altra famiglia poteva rimanere bloccata in questa situazione e questo non dovrebbe succedere. L’unica maniera, però, sarebbe avere una legislazione chiara in merito a questioni di omogenitorialità.”

  • La legge Cirinnà non ha ancora terminato il suo percorso e, alle già enormi difficoltà che la sua approvazione sta incontrando, si affiancano gli anatemi e le sterili polemiche dei numerosi personaggi che hanno fatto dell’omofobia e della discriminazione un redditizio lavoro e una bandiera, ora anche politica. Come vivete e percepite queste vicende, da donne espatriate in un Paese in cui, sebbene la strada non sia ancora conclusa, la parità di diritti fra i cittadini indipendentemente dall’orientamento sessuale e affettivo è una realtà da tempo?

“Nonostante la distanza fisica, quella emotiva non c’è. Sentire e vedere tutto ciò che è successo durante la discussione del ddl è stato triste e frustrante. Il dibattito era molto superficiale e strumentalizzato. Non sarà facile superare la chiusura e l’ignoranza sull’argomento che c’è in Parlamento.”

  • Come procede la vostra nuova vita da mamme expat e come vedete il futuro di Ruben qui a Barcellona?

“Procede bene! Ovviamente siamo stanche come tutte le mamme alle prese con un bimbo di pochi mesi, ma molto felici. Ruben ogni giorno fa qualcosa di nuovo e diverso. Vederlo crescere è bellissimo.
Il futuro chissà dove ci porterà, per adesso facciamo giorno per giorno.”

  • Ed ora la domanda fatidica che ogni persona espatriata si è sentito fare almeno una volta (o 100) nella sua vita: tornereste a vivere in Italia? E perchè?

“Torneremmo con delle condizioni. Avere la possibilità di lavorare in primis. Poi c’è il discorso del riconoscimento delle famiglie omogenitoriali e più in generale dell’essere omosessuale in Italia. Torneremmo per lottare, ma non contro i mulini a vento.”


Ho parlato molto con Sara della vicenda di Marta e Daniela, una storia che potrebbe essere la nostra che, già da tempo ormai, siamo animate dal desiderio di allargare la nostra famiglia esattamente come loro.

Mentre da tutto il mondo continuano ad arrivare alle nostre orecchie notizie dei sempre più numerosi Stati esteri che hanno finalmente eliminato le discriminazioni sulla base di orientamento sessuale dalle legislazioni locali, tutelando l’omogenitorialità e la vita famigliare delle coppie dello stesso sesso, rimaniamo qui, lontane dal Paese che ci ha dato i natali, con appiccicata addosso una sensazione di impotenza nel vedere i nostri Diritti usati come merce di scambio nei giochi politici italiani, ma con dentro il fuoco inestinguibile della forza e della fiducia nel futuro che solo la sete di uguaglianza e l’amore reciproco possono regalare.

Un abbraccio quindi a Marta, Daniela, Ruben e a tutte le famiglie italiane che dallo stivale o dal resto del mondo continuano a sperare e sognare, come me e Sara, un’Italia senza discriminazioni.

Famiglia è dove c’è amore.

Dear me, avanti tutta!

You do not have to be good.
You do not have to walk on your knees
For a hundrer miles through the desert, repenting.
You only have to let the soft animal of your body
love what it loves.
Mary Oliver – Wild Geese

dear-me-avanti-tutta

Cara Sam,
chi lo avrebbe mai detto? Tu decisamente no…
Mamma, forse… papà, magari… zia sicuramente… ma tu – diciamocelo – decisamente no.
Eppure ci sei. A volte a tentoni, a volte di corsa ma ci sei. Stai cercando di costruirti un futuro, una vita simile a quella di cui prima solamente sognavi, e lo stai facendo da sola. Insomma: mica male, no?
Ecco, dall’alto dei miei (nemmeno troppo) numerosi anni, avrei qualcosa da dirti. Qualcosa che magari adesso ti farà male, che ti farà riflettere una volta di troppo, ma sicuramente prima o poi ti sarà prezioso…
Sorridi. Sorridi di più. Fallo almeno una volta al giorno davanti allo specchio se necessario ma sorridi! Fallo per te stessa, perché iniziare ogni giorno con il piede giusto non potrà che farti bene, fallo per gli altri, perché si rendano conto del sole che hai dentro e imparino a conoscerti oltre la cortina fatta di ottimi voti, poche parole impacciate e la tendenza a nascondersi dietro a vestiti a volte francamente osceni.
Permetti alla vita (alle persone!) di saperti fragile, dai loro la possibilità di rendersi conto di averti ferito e ascolta le loro scuse, anche se chiuderti in un guscio fatto di rabbia e rancore ti pare più facile. Impara ad ascoltare chi ti chiede scusa, valuta la sincerità di quelle parole e vai avanti. Con un sorriso.
Riconoscere le proprie debolezze, accettarle, sapere quando è meglio fare un passo indietro per tutelare innanzitutto te stessa è un grande punto di forza. Non dimenticartene.

dear-me-avanti-tutta

Hold-me fast, ‘cause I’m an hopeless wanderer (cit.)

Amati. Non avere paura di farlo e sorridi di tutti quelli che confondono l’amore per se stessi con l’egocentrismo. Ama il tuo (gran!) cervello, i tuoi capelli crespi, persino quei chili di troppo che ti fanno sentire brutta e sbagliata da quando hai quattro anni e ti fanno parlare di dieta da quando ne hai sei. (Peraltro, i fetenti se ne andranno pure…non temere! Ma questa, tesoro, è un’altra storia) Solo amando te stessa sconfiggerai ogni demone. Anche il più terribile.
Sai, negli anni imparerai a sopravvivere a cose più grandi di te e quelle che pure non riuscirai a sconfiggere in toto rimarranno quasi sempre in tuo controllo. Poi, per tutte le volte in cui non credi di potercela fare da sola – non dimenticartene! – potrai sempre chiedere aiuto. Sempre. Nonostante il tuo – ammettiamolo! – brutto carattere, le tue mille insicurezze e le paranoie di una vita troverai un sacco di amici importanti lungo il cammino. Ne perderai qualcuno di altrettanto importante ma – fidati! – imparerai a dare valore a chi resta e a non dare troppo peso a chi parte. Sarà dura, sarà lunga e a volte potrà sembrarti interminabile ma puoi farcela.
Ah, un’ultima cosa… non sentirti sbagliata o una perdente perché non hai i classici fidanzatini da presentare a casa o sui quali spettegolare con le compagne di classe. Puoi credermi se ti dico che tutto ha un suo perché, che tutto troverà una sua dimensione e soprattutto che quel sussulto al cuore arriverà quando meno te lo aspetti e risanerà anni di disprezzo. Non sentirti in colpa quando la voglia di partire, fare le valigie, esplorare, conoscere, scoprire si farà forte e ti ritroverai a salutare tutti senza sapere quando e se saresti tornata. Non  permettere a nessuno di trasformare la fiamma che brucia dentro di te in un difetto, fanne sempre un punto di forza sapendo che chi ti ama sul serio capisce la tua esigenza di essere sempre in movimento.
Come direbbe uno dei millemila cantanti tedeschi che adesso ami tanto, “Bitte versprich mir, glaub immer an dich“: Ti prego, promettimi di credere sempre in te stessa.
Insomma: avanti tutta!
Ti abbraccio.

dieta-verde

Tip Yogico # 6: la Dieta Verde

La Dieta Verde serve per cambiare la composizione del sangue da acido in alcalino. Come tutti voi sapete, in un ambiente acido prosperano le malattie. Questa dieta aiuta ildieta-verde ringiovanimento cellulare, purifica il sistema linfatico, aiuta a perdere peso, elimina le tossine, migliora i problemi di acne e i problemi di pelle in generale, purifica il fegato e il pancreas, pulisce l’intero organismo, riduce il muco in generale e nell’intestino in particolare, migliora le allergie e le intolleranze e il corpo radiante brilla! Anche i vostri pensieri saranno più leggeri, e avrete molta più energia fisica. La dieta verde ha un principio molto semplice: potete mangiare tutto quello che è verde, sia dentro che fuori (anche solo nella buccia). Le verdure crude o cucinate al vapore (avocado, cetrioli, lattughe, broccoli, sedano, peperoni verdi, peperoncino verde, zucchine, rucola, spinaci, germogli, fagiolini, biete…insomma, tutto ciò che è verde! Come condimenti usate pure le spezie (io uso spesso la curcuma), l’olio extra vergine di oliva a crudo, il limone e l’aceto di mele. Sì anche all’aglio e ai cipollotti, zenzero se vi piace, di certo aiuta. Frutta secca come i semi di zucca, di girasole e i pistacchi. La frutta verde come i kiwi, l’uva, le pere, le mele verdi, e altra frutta verde, ora non mi viene in mente.

I legumi come la soya verde, ma anche i fagioli mung, i piselli. Se vi sentite deboli, includete un alimento proteico neutro come tofu, quinoa, amaranto, grano saraceno o aggiungete alla dieta (a pranzo) un pò di riso basmati. Fate uso delle alghe, come la spirulina. Vi consiglio di eliminare lo zucchero, se proprio dovete, usate un poco di miele. Bevete yogi tea per il sistema nervoso e come energizzante (il caffè no, neanche quello verde), thè verde (io adoro quello in polvere, giapponese), ma anche le tisane (a me piace quella di betulla!), e le centrifughe (vi consiglio di usare quelle di sedano, che è un grande amico del sistema nervoso). Evitate totalmente i prodotti raffinati.

Bevete tanta acqua, e se state cambiando dieta in modo repentino, per qualche settimana prima di cominciare iniziate a diminuire lentamente gli alimenti forti (carne, pesce,dieta-verde formaggi), prima di intraprendere questa purificazione profonda. Yogi Bhajan ha consigliato di fare la dieta verde per 40 giorni, di solito in primavera, io la pratico una volta al mese per 1 settimana/10 giorni, ma se non avete mai fatto un monodieta vi consiglio di iniziare con 3 giorni e di farlo lentamente, senza cambiamenti drastici. Le monodiete generano un sacco di conflitti interiori e purificano energie accumulate da tanto tempo, siate gentili con voi stessi, con rispetto e tranquillità! Chiedete al vostro insegnante di Kundalini Yoga i kriya e le meditazioni che possono aiutarvi a sostenere il cambiamento di abitudini. Il cibo ha molto a che fare con l’affetto, la madre, è una consolazione, e cambiare abitudini ci destruttura molto, ma è miracoloso su tutti i piani della nostra psiche! Ovviamente, non si tratta di un’indicazione medica, pertanto è saggio chiedere un consiglio al vostro medico/terapeuta/omeopata di fiducia prima di iniziare la monodieta.

Pagina FB di Kundalini Yoga Amuri Palermo

Excursus temporale dell’espatrio

Tramite le testimonianze di alcune di noi, abbiamo voluto creare una sorta di “storia dell’espatrio”, che è anche un raffronto tra expat di diverse generazioni. Com’era espatriare 30 anni fa? E 20? E 10? Cosa è cambiato in questo periodo di tempo? Sicuramente la tecnologia, i mezzi di trasporto, le mete scelte ed i luoghi stessi. Attraverso i nostri racconti viaggerete tra Europa, Africa, America del Nord e del Sud; il viaggio sarà anche temporale, perciò preparatevi a provare anche un po’ di nostalgia!


Agnese – USA
•Da Barcellona 2004 a New York 2015•

Barcellona 2004

Barcellona vista da Parc Güell, 2004

Sono nata nel 1987 e la mia prima esperienza di vita in un altro paese l’ho fatta a 17 anni a Barcellona. Per sentire il mio ragazzo di allora (che 10 anni dopo è diventano mio marito) inserivo una moneta da due euro nel telefono pubblico del dormitorio in cui alloggiavo, e siccome il vano che raccoglieva i soldi era stato manomesso, riprendevo la mia moneta e la reinserivo potendo allungare economicamente le mie telefonate da innamorata per ore ed ore. Poi un giorno la voce si è sparsa e quel telefono non ha più avuto pace.
Ricordo che si cominciava a parlare dei voli low-cost, di quanto sarebbe stato facile ed economico riuscire a viaggiare per l’Europa con solo 50 euro per tratta. A me Barcellona sembrava così lontana, addirittura due ore d’aereo o quasi un giorno di nave…

Agnes NJ vista NY

Vista di New York dal New Jersey, febbraio 2015

E poi il vero cambiamento della mia vita: meno di un anno fa quel ragazzo ed io ci siamo trasferiti a New York. Per arrivare qui le ore d’aereo sono dieci e i giorni di nave almeno quindici! Nonostante rimpianga spesso di non essere nata nel 1920 per una questione di stile e musica, mi ritengo fortunata ad essere una di quelle che può fare FaceTime con la mamma durante il tragitto da casa alla metro per “farle vedere quello che vedo io”, che può mandare un video di auguri alla prozia novantenne dalla punta della Tour Eiffel vedendo il suo viso modellarsi in un “OOOOOH” di stupore che vale mille regali;
mi ritengo fortunata nel poter scegliere quale aerolinea prendere per tornare a casa in base a promozioni, miglia, carte-accumula-punti, numero di scali e intrattenimento di bordo, a riempire gli smartphones dei miei amici con gruppi whatsapp nei quali ci manca poco che ci fotografiamo anche mentre ci laviamo i denti (anzi no, abbiamo fatto anche quello) e soprattutto, mi ritengo fortunata perché tramite la mia esperienza posso essere d’aiuto a tantissime persone che leggeranno queste mie parole un istante dopo che avrò premuto “invio”, senza dover aspettare una lettera per giorni e giorni.


Katia – Seychelles
• 2007-2016•

excursus-temporale-seychelles

Vecchia casa tipica seychellese

katia-seychelles

Io sulla spiaggia alle Seychelles nel 2011, con le tartarughe di mare appena nate

Il mio primo sbarco su queste isole fu connotato da un po’ di delusione perché arrivai con il Monsone del Sudest – quello fresco che increspa il mare – e con la marea alta che offuscava la trasparenza delle acque.
Avevo già lavorato su delle isole tropicali nei Caraibi, ma le Seychelles furono presto la scoperta di un mondo fantastico  che si svelava davanti ai miei occhi giorno per giorno: foreste, piante di cocchi tra i più grandi ed antichi del mondo, tartarughe giganti in libertà, rocce granitiche vecchie di milioni di anni ed una popolazione che ancora viveva ai ritmi lenti che si convenivano alle Colonie dell’Impero Britannico e a quelle della Corona di Francia.
Le donne indossavano i cappelli intrecciati di foglie di palma e la domenica mattina, per andare a messa, si riparavano dal sole con un ombrellino. Sulle tavole si mangiava ancora il kari sousouri, il curry di pipistrello e talvolta i seychellesi ti invitavano a partecipare ai loro pranzi o ai loro barbeque. Nella Valle de Mai, la foresta tropicale al centro dell’Isola di Praslin, dove cresce la famosa palma del Coco de Mer, già all’epoca parco protetto, si accedeva tramite una porticina di legno tutta sgarrupata, senza nessuno che ne fosse a guardia.
Poche macchine e poche patenti: tutti si sorprendevano quando mi vedevano guidare un’auto a noleggio!
I clienti che venivano nel resort dove lavoravo soggiornavano  per settimane e si innamoravano delle isole;  restavamo nottate a colloquiare sotto le stelle con un calice di vino in mano.
Poi le cose hanno cominciato a cambiare.
Anzitutto i turisti: sempre più affannati nei loro soggiorni sempre più brevi e compulsivi, sempre meno chiacchierate notturne da quanto il wifi ed i socials hanno raggiunto anche queste latitudini e tolto ogni chance  di una vera socialità. Ma non solo: assieme ai turisti sono cambiati i valori, i ritmi e le abitudini delle isole.
Sempre più spesso i dipendenti degli hotels si recano al lavoro in auto, guidano e si spostano in autonomia, mentre prima i seychellesi andavano per lo più a piedi nelle foreste ed al lavoro ci andavano con il pulmino aziendale che andava a prenderli sotto casa.
Gli expat come me si contavano sulle dita di una mano e rappresentavano una minoranza. Oggi, con il sorgere di tanti nuovi alberghi e di tante nuove  attività commerciali  gli expat sono piuttosto numerosi e non ci si conosce più tutti come prima. La competizione sul lavoro è molto forte e sempre meno spazio viene lasciato alla convivialità tra colleghi.
La Valle de Mai è diventato un centro di ricavi iper-efficiente, con visite guidate, caffetteria e museo annesso. I seychellesi cercano di adeguarsi ed oggi se vuoi andare a mangiare nelle loro case devi pagare. Loro poi non mangiano quasi più il pipistrello ma preferiscono gli hamburgers e le patatine fritte.
La cosa curiosa è che qui si ha la percezione che il tempo passi più velocemente che altrove. Nove anni di Seychelles  equivalgono a quaranta dei nostri in Europa: in pratica ho assistito allo sviluppo di un intero paese come chi, reduce dalla seconda guerra, si è ritrovato a vivere da un’Europa coperta dalle macerie ai baldanzosi, quanto fittizi, anni 80′ dove si credeva che lo sviluppo non avesse mai fine. 


Luigina – UK
Un nuovo millennio a Limerick•

Cork Street 1999

Cork Street, 1999

Limerick From Castle

Vista di Limerick

Alla fine del 1999 mi accinsi al mio primo espatrio “a lungo termine” (che per me significava più di un mese) verso Limerick in Irlanda, senza sapere nulla del paese e della città dove sarei andata a vivere. Per fortuna già parlavo inglese molto bene grazie alle mie esperienze precedenti negli USA. Gran parte dei soldi ricevuti come regali di laurea finirono in un biglietto aereo (comprato ovviamente non su internet ma al Centro Turistico Studentesco) da Fiumicino a Shannon, passando per Parigi CGD, dove mi persero la valigia con quasi tutti i vestiti. Quando me la ritrovarono, la spedirono a Shannon e un tassista doveva consegnarmela a casa. Finì per portarla alla casa sbagliata, visto che c’erano due porte con lo stesso numero civico sulla stessa strada: fu un primo assaggio degli eccentrici indirizzi irlandesi!
L’Irlanda tra il 1999 e il 2000 era appena all’inizio del boom economico conosciuto come la “Tigre Celtica”. Limerick è una delle città irlandesi dal passato più difficile, e ancora lo si vedeva chiaramente. Lungo le strade della città si vedevano palazzi con l’intonaco scrostato, e le bellissime facciate georgiane erano per la maggior parte sporche e mal curate. Mi colpì moltissimo il mercato di Limerick (che ora è completamente trasformato): un quadrangolo secolare di edifici di pietra grigia e all’interno pile di cassette di frutta e verdura ancora carica di terriccio; grandi forme di pane nero, burro e formaggio. In autobus per andare al lavoro al campus universitario passavamo accanto a un campo verdissimo pieno di mucche.
Molto presto i campi vennero sostituiti dai “retail parks” e da file e file di villette tutte uguali. L’università sembrava uscita da un altro universo: nuovissima, tutta vetro e cemento, con prati curatissimi, sculture e una grande sala da concerti. Era il segnale che qualcosa stava per cambiare.  Comunicavo con la famiglia tramite un oggetto che adesso è quasi da scavo archeologico – la scheda telefonica internazionale, e chiamate dai telefoni fissi. Lentamente tutto fu sostituito dalle email, dopo aver insegnato ai miei come aprire e usare un account. Gli amici si sentivano per email e per darsi notizie importanti ci si dava appuntamento davanti al telefono fisso a ore improbabili per spendere meno. Arrivavano da casa anche molti pacchi pieni di rifornimenti, visto com’era difficile trovare ingredienti italiani…E pensare che ora si trova di tutto! Nel corso di un anno dal mio arrivo, con i soldi della “Tigre Celtica” arrivarono palazzi di appartamenti nuovi, auto nuove, gadget tecnologici, vacanze in Spagna e Francia con Ryanair, e catene di negozi, ristoranti e migliaia di stranieri arrivati a lavorare o studiare nella “Tigre”. E così l’Irlanda smetteva di essere il parente povero d’ Europa. 
Intorno al 2007, un crollo economico durissimo ha spazzato via imprese, negozi e famiglie. Alla fine ha spazzato via anche me: nel 2012 ho lasciato L’Irlanda dopo 13 anni, portandomi dietro il mio compagno ma lasciando lì amici che sono per me come una famiglia. Per fortuna adesso ci sono FaceTime, Facebook, Instagram e quant’altro!


Margherita – Irlanda
•Un salto lungo 13 anni•

The Shelbourne Hotel Dublino 2004

The Shelbourne Hotel, Dublino 2004

Ponte della Pace, Derry

Ponte della Pace, Derry

Sono emigrata per la prima volta nel 2003, destinazione Dublino, Irlanda e mi sembra di ricordare che il costo del volo, anzi dei voli (Bergamo Londra Dublino) fosse circa 50-60€, anche se poi Ryan Air si è  rifatta con i, circa, 150€ di bagaglio in eccesso (quando ancora si viaggiava con mezza casa in valigia) che mi son portata dietro.
Scelsi Dublino perché all’epoca chi voleva andare all’estero per imparare l’inglese, o migliorarlo, optava per Londra, io invece non volevo ritrovarmi ad imparare l’inglese in mezzo agli Italiani, quindi decisi di provare l’esperienza irlandese completamente inconsapevole di due dati di fatto:
1. Dublino era piena di italiani.
2. Dublino era una delle città più care d’Europa, se non la più cara al momento.
Non cambierei nemmeno una virgola se potessi tornare indietro, ma devo ammettere che questo genere di errori ora li avrei pagati molto più cari.
A quei tempi giravo con un Nokia 2100, uno di quei, normalissimi ed innovativi allo stesso tempo, cellulari che mandavano messaggi, facevano telefonate e forse, se non ricordo male, ti davano la possibilità di giocare a Snake.. (Ma è facile che mi stia confondendo). Insomma gli iPhone erano pura fantasia, Skype, Viber, Whatsapp pure. Chiamavo mia madre ed i miei amici da dei preziosissimi call center, nei quali spesso mi rinchiudevo per ore, in cubicoli maleodoranti e dove la privacy urlava GIUSTIZIA PLEASE, perché ovviamente sentivi tutto ciò che il vicino diceva ai suoi cari (spesso in un’altra lingua per fortuna), e viceversa.
Vivevo a due passi dal prestigioso hotel in cui lavoravo “The Shelbourne”, pagavo 540€ mensili per una stanza grande quanto il mio bagno attuale, pochissimi metri quadri, con un finestrino grande come quello di una macchina che si apriva solo in modalità basculante quindi il riciclo dell’aria non era dei più veloci. Vivevo in un palazzo circondato da pubs quindi il weekend era vivace per non dire rumoroso… Sopratutto le notti… Ma sono stati due anni meravigliosi, in cui ho migliorato il mio inglese ed ho incontrato l’uomo della mia vita, un Irlandese Doc nonché padre dei miei due bimbi. Già quando, nel 2005, abbiamo lasciato Dublino le cose iniziavano a cambiare in peggio, l’Hotel chiudeva per ristrutturazione e cambio gestione e non riassumeva nessuno del vecchio staff, eravamo abituati a troppi privilegi d’altronde.
Dal 2007 viviamo a Derry, nell’Irlanda del Nord. Quando siamo arrivati qui le scelte in campo professionale erano varie e i datori di lavoro facevano a pugni per trovare staff. La domanda era alta, i salari più bassi, molto più bassi di Dublino, ma il costo della vita più sostenibile.
Durante questi 13 anni i cambiamenti non sono stati solo positivi (avvento di Internet, degli iPhone, delle nuove compagnie low cost); la crisi ha colpito anche l’Irlanda, il mercato immobiliare è crollato e si è portato dietro tutto. Quella stessa crisi qualche anno più tardi è arrivata anche qui al Nord , e qualche strascico è tutt’ora visibile, mentre Dublino di nuovo pullula di occasioni. Adesso qui non è così semplice trovare lavoro, e non si ha alcuna possibilità se il livello d’inglese è penoso come lo era il mio 13 anni fa. Sono più selettivi anche con gli stranieri. Prima davano sostentamento a tutti, se arrivavi dall’estero e non lavoravi per mesi avevi diritto al Dole (una sorta di disoccupazione), ed altri benefit, adesso, per fortuna, queste cose non esistono più (e dico per fortuna perché molta gente se n’è approfittata). Nonostante ciò, il futuro dei miei figli Italo-Irlandesi lo vedo qui. Mi sento più sicura a farli crescere in Irlanda, magari saranno loro i prossimi expat della nostra famiglia, e chissà se scriveranno per il sito “Uomini che emigrano all’estero”? 


Daina – Messico
•Dalla fredda Olanda al “cielito lindo” messicano•

Daina Olanda

In Olanda, il mio primo espatrio

Daina Messico

In Messico, oggi

La prima volta che sono emigrata, tanti anni fa, l’avevo fatto per amore… ero andata a vivere ad Amsterdam ad inseguire l’Olandese volante (ovvero il mio moroso di allora).
Era il 1993, non c’era ancora l’Euro, né la Comunità Europea. Io ero considerata né più né meno dei migranti Africani, Indiani o Sudamericani… Come loro dovevo fare la fila ogni 3 mesi alla Vremdelingenpolitie (solo il nome mi faceva tremare i polsi…) e sottostare a lunghi e insolenti interrogatori per rinnovare il mio permesso di soggiorno; sarà per quello che sono solidale con ogni migrante.
Moltissime cose sono cambiate da allora. Le comunicazioni prima di tutto, allora si usavano i primi “telefonini” (grandi e pesanti come mattoni) e di certo comunicare con famiglie e/o amori lontani era molto piu’ difficile e costoso! Figuratevi che, prima di andare a vivere in Olanda, comunicavamo scrivendoci lunghe lettere su carta, usando una penna e spedendole per posta con busta e francobollo! Cosa di cui ho una certa nostalgia…
I viaggi poi… si facevano in treno! In cuccetta sugli Euronotte. Non c’erano voli low cost, e l’aereo era ad appannaggio dei ricchi.
Adesso potrei lavorare tranquillamente in Olanda senza chiedere permesso di soggiorno, non dovrei cambiare valuta ogni volta. Potrei andare e tornare da Amsterdam in 3 ore, con meno di 80 euro. Invece no, tanto per non farmi mancare problemi sono emigrata in Messico! Ma sono felice così! Quello che mi pesava di più dei Paesi Bassi era il clima: freddo, piovoso, grigio, 11 mesi su 12. In Messico ci sono mille difficoltà da superare, e di ore di volo ce ne vogliono almeno 13. In compenso si trova il wi-fi gratuito ovunque e posso fare Skype con mia figlia e nipotina (che vivono ad Amsterdam) ogni giorno, e farle ammirare il “cielito lindo” Messicano.


Maria – Finlandia 
•un amore senza tempo•

MAria-finlandia

Con Olli, all’inizio della nostra relazione

maria-finlandia

Con Olli, oggi

Quattro anni fa sono riuscita finalmente a vivere in Finlandia, con il mio fidanzato Olli, e a restaurare assieme una casetta unifamiliare, in legno colorato con giardino. Il mio avvicinamento alla Finlandia è stato graduale e continuo per lunghi anni. Dapprima essa mi appariva come un sogno lontano e splendido; poi c’è stato il mio primo incontro con la Scandinavia e con Olli: il mio uomo finlandese. Le vicende della vita mi avevano poi allontanata da lui, tanto vicino a me con lo spirito, ma lontano geograficamente. Negli anni ottanta si poteva restare in contatto solo per lettera o per telefono. Le lettere le scrivevo a mano o con la macchina da scrivere, pigiando con forza sui tasti; esse impiegavano una settimana per arrivare a destinazione. Nel 1986 ci fu l’entusiasmo del mio primo viaggio lassù, in treno, assieme al mio fidanzato italiano Benny; Olli ci ospitò in Finlandia e ci fece da guida. A quei tempi il treno era il mezzo più conveniente, il viaggio fu molto interessante ma anche interminabile attraverso la Germania, la Danimarca e la Svezia, utilizzando tutta una serie di traghetti e di navi per passare nei diversi Stati. Facemmo sosta in molte città, apprezzammo molto i servizi di prenotazione degli alberghi, i carrelli e le cassette per i bagagli, i pasti veloci nei grandi magazzini: allora tutte cose rare in Italia. Benny fu entusiasta del sistema scolastico finlandese, oggi come allora considerato ovunque molto efficiente, quando il suo “amico e collega insegnante Olli ” gli fece visitare la sua scuola. Facemmo un escursione al Circolo Polare, ascoltando cassette di musica italiana sull’autoradio. Il cartello sulla linea artica era in sei lingue; ora nello stesso punto, a dimostrazione della diffusione dell’inglese in ogni campo, il cartello è solo bilingue: “Napapiiri” in finlandese e “Arctic Circle”. Sposai Benny, che purtroppo qualche anno dopo morì improvvisamente. Lentamente, ma decisamente, mi riavvicinai ad Olli, ed alla sua terra: allora le distanze si erano riavvicinate, potevo comunicare con lui virtualmente via computer, cellulare e Skype. Ritorno spesso in Italia, soprattutto quando il freddo scandinavo è troppo intenso. Da Helsinki molti voli, a buon prezzo, mi portano in due ore a Monaco di Baviera e da qui un treno diretto mi porta a Trento. Anche in macchina il percorso è più agevole e più facile: si usa il navigatore e due ponti collegano la Danimarca alla Germania ed alla Svezia. Ho ora la splendida sensazione di sentirmi ugualmente italiana e finlandese, con lo stesso amore e la stessa consapevolezza: un sentimento che trasmetto anche al mio fidanzato, che pure comincia a sentirsi per metà italiano.

pazienza-india

La pazienza indiana

Sono sbarcata in India, oltre che con tanto entusiasmo, anche con un quasi-lavoro.

Lasciavo l’Italia, dove avevo lavorato presso uno studio legale per oltre 13 anni, con contratto a tempo indeterminato, e dove vivevo sola in un appartamento costato fatica e denaro, che  – di fatto – sfruttavo solo per dormire e nel weekend, per fare i lavori di casa! Arrivata a Delhi, mi aspettava all’aeroporto il mio quasi-futuro datore di lavoro, un ragazzotto della mia età, alto e bello di nome Manish.

Manish ed io c’eravamo già incontrati in Italia quando, mesi prima, in occasione del  suo annuale Job Tour durante il quale visita clienti ed agenzie, è venuto a Napoli per incontrarmi. Si è fermato due settimane, durante le quali non ho saputo far altro che mostrargli le migliori trattorie e pizzerie di Napoli lasciando alle guide turistiche la spiegazione dei monumenti e quant’altro. In quelle due settimane, Manish ha incontrato anche la mia famiglia….perché ha ritenuto opportuno che i miei conoscessero la persona a cui stavano affidando la propria figlia, anche se non più una ragazzina.

Pertanto a Luglio, quando sono arrivata in India, avevo già qualcuno ad aspettarmi alle 5 del mattino in aeroporto. Non vi dico l’emozione, credo sia una momento che tutte noi abbiamo vissuto e che soltanto noi possiamo capire fino in fondo: il momento in cui iniziamo sul serio un nuovo capitolo della nostra vita, quando mettiamo piede sul quel suolo ancora “straniero” e che prima o poi, diventerà  CASA!  Nonostante il fuso orario ed il fatto che fosse praticamente l’alba, dopo avere dato uno sguardo alla mia stanza nel mio nuovo appartamento, una ripulita veloce, sistemato quelle 4 cose che avevo con me….sono andata in agenzia! Non potevo dormire, non potevo stare a casa, dovevo uscire ed iniziare subito a vivere la mia India! Come si dice a Napoli, io sono sempre stata un po’ “frettella”, sarà che sono un’ipertiroidea ma sono iper in tutto!

Beh diciamo che il mio quasi-futuro-capo non la pensava allo stesso modo perché dal primo momento che ho messo piede in agenzia….mi ha fatto sedere ….ad OSSERVARE! Osservare?? Dopo 13 anni passati tra avvocati, clienti, tribunali, linee telefoniche che squillano all’impazzata, scadenze a cui stare dietro, incubi notturni per il timore di aver omesso qualcosa, saltato qualcosa, dimenticato qualcosa…ora dovevo starmene buona buona ad imparare la PAZIENZA!

In India, la pazienza è la carta vincente. Una volta appreso questo concetto, potete diventare quello che volete perché niente e nessuno scalfirà il vostro status mentale di infinita pazienza.

pazienza

In India la pazienza ti consente di restare in fila nel piccolo e polveroso negozietto sotto casa, che vende di tutto, per lunghi, infiniti minuti ad aspettare che il venditore trovi quello che hai ordinato nella massa enorme di prodotti alle sue spalle che sembra crollarti addosso da un momento all’altro; la pazienza ti consente di non perdere la testa quando, nel traffico impazzito di un mercato, sei seduta sul rickshaw da 10 minuti sotto il sole cocente dell’estate indiana e stai per perdere i sensi prima ancora della pazienza; la pazienza in India ti consente anche di continuare a fare il tuo lavoro sotto l’occhio presuntuoso e sarcastico del tuo collega che crede che non resisterai una settimana nel suo bellissimo ma difficile paese; la pazienza in India ti consente di restare per ore con 40°C in casa, senza elettricità e quindi senza aria condizionata, ventilatore, telefono, computer ed approfittarne per fare un riposino o meditazione o una chiacchiera tra coinquiline senza viverla come la fine del mondo; la pazienza in India ti consente di non saltare dal letto ogni mattina alle 4,30 quando si accendono ben due motori dei serbatoi dell’acqua, e quando poi iniziano le preghiere musulmane e quando poi arriva il sabziwala (fruttivendolo ambulante) che urla in Hindi tutti i prezzi delle verdure e ti suona il campanello per poi scappare….. e non sono ancora le 7; la pazienza ti aiuta anche quando la domenica mattina alle 6, incontri i bambini della NGO con cui collabori per manifestare contro la violenza sulle donne e allestire una rappresentazione in strada ed a tornare a casa con un’esperienza fantastica che ricorderai per tutta la vita; la pazienza ti aiuta a tornare 100 volte presso l’ufficio dell’immigrazione con il sorriso stampato in faccia perché le cose le chiedono una alla volta e non tutte insieme, ma ciò che ho imparato maggiormente sulla pazienza è che ti insegna ad ascoltare: il tuo io in primis e poi anche gli altri. Perché guardarsi dentro e sviscerare ogni possibile sfaccettatura di quello che portiamo con noi, nel nostro cuore, nella nostra anima, richiede forza e coraggio ma queste due caratteristiche non sono sufficienti se non si ha la pazienza di farlo con i tempi giusti, nel modo giusto, di rialzarsi ancora e ancora dalle infinite cadute in cui incapperemo.  Altresì, vi insegnerà ad ascoltare chi vi sta di fronte, a capirlo, a penetrare la sua mente ed il suo cuore, perché non c’è cosa più bella che intendere quello che sta pensando o dicendo il vostro interlocutore, il vostro amico, il vostro capo, la vostra maid, il santone nel tempio, il bambino che chiede la carità…chiunque! Dunque PAZIENZA = CONOSCENZA

Per questo per me l’India è e sarà sempre la fonte della CONOSCENZA perché è la scuola migliore dove imparare la PAZIENZA e se siete arrivati a leggere fin qui direi che siete sulla buona strada anche Voi!!

L’Australia mi ha fatto centrare l’obiettivo che mi ero posta facendo le valige…

Greta ed i suoi quattro anni in Australia

La mia storia in Australia comincia nel 2012.
Al contrario di quello che e’ successo a molte mie coetanee, non ho deciso di lasciare l’Italia perche’ non riuscivo a trovare un lavoro che mi soddisfacesse: ancora prima di finire l’universita’ ho preso al balzo l’opportunità’ di uno stage negli uffici di una multinazionale alberghiera, che presto si e’ trasformato in un molto soddisfacente impiego vero e proprio. Dopo qualche anno ho cominciato a sentire che le mie esigenze stavano cambiando e a realizzare che ero ancora troppo giovane per voler passare il resto della vita di fronte a un monitor e che avrei voluto fare e imparare cose nuove, che i ritmi e i tempi della mia vita milanese non mi permettevano proprio di prendere in considerazione.

E quindi ho deciso di fare quello che sapevo fare meglio: preparare una valigia e partire. La scelta della meta e’ stata del tutto casuale, ma non avrebbe potuto rivelarsi piu’ azzeccata di cosi’.
Il primo periodo non e’ stato dei piu’ facili, anzi! Ho passato il primo mese facendo il conto alla rovescia per tornare a casa e a pensare per quale motivo avessi scelto proprio l’Australia, quando avevo ancora cosi’ tanti paesi da visitare. Un po’ di spirito di adattamento, nuovi amici e sullo sfondo le onde e l’environment di Byron Bay e ho cominciato a vedere la luce in fondo al tunnel.
Quello che doveva essere un anno sabbatico, si e’ velocemente trasformato in 4 e non c’e’ mai stato un momento in cui ho rimpianto la mia scelta
Tra qualche mese lascero’ l’Australia, Bondi Beach in particolare, perche’ il momento per partire di nuovo e’ arrivato e con me portero’ il bagaglio piu’ pieno e pesante di sempre: le mie esperienze. Ho decisamente raggiunto l’obiettivo che avevo fissato prima di partire, imparando cose nuove e aprendo la mia mente a nuovi modi di pensare.
Se sono riuscita a fare tutto questo e’ solo ed esclusivamente grazie al meraviglioso stile di vita australiano. Qui il lavoro non e’ percepito come lo scopo della vita, ma come un mezzo per vivere. Il costo della vita, soprattutto quello degli affitti, e’ molto alto, ma lo stipendio settimanale e’ proporzionale. Questo ti permette di mantenerti in modo dignitoso, di avere del tempo libero per coltivare le tue passioni e magari di riuscire anche a risparmiare qualche dollaro alla fine della settimana.
greta spiaggiaNel corso di questi 4 anni ho avuto la possibilità’ di vivere esperienze in cui mai mi sarei immaginata, come per esempio passare dall’essere lo stereotipo della “milanese imbruttita” a prendermi cura di una mandria di mucche nel mezzo dell’Australia, lontanto da tutto e da tutti, senza possibilita’ di telefonare e tantomeno di connettersi a internet e con l’elettricita’ razionata, o a raccogliere frutta e verdura, strappare le erbacce e fare tutti quei lavori che da cittadina tipo avevo visto solo fare al cinema; dall’essere circondata da ogni genere di comfort a trasferirmi e vivere in macchina con un paio di amici perche’ in quel momento e’ l’unica soluzione possibile; sbagliare a calcolare lo stipendio settimanale ed essere costretta a mangiare noodles istantanei per una settimana; essere sempre stanca perche’ quello che mi circonda e’ nuovo ed emozionante e non c’e’ abbastanza tempo per dormire prima di andare al lavoro; venire a stretto contatto con culture extra – europee e capire che esistono modi diversi di comportarsi e affrontare la vita e che nessuno di questi e’ giusto o sbagliato.
Vivere a Sydney, come probabilmente succede spesso a vivere in metropoli dove il melting pot la fa da padrone, mi ha aperto la mente, insegnandomi ad essere tollerante nei confronti di qualsiasi tipo di diversita’, insegnandomi che questa non e’ un handicap ma un vantaggio. Mi ha insegnato a mangiare e a bere cose nuove, a scoprire che il giusto ritmo della vita non e’ quello che mi viene imposto da fuori ma quello che decido io e che la’ fuori esistono centinaia di opportunita’ per chi ha voglia di andare a cercarle.
Un altro fattore molto importante per il mio “viaggio” e’ stato quello umano: se non avessi avuto la possibilita’ di circondarmi e di conoscere persone meravigliose, probabilmente il bilancio non sarebbe cosi’ positivo. Vivere immersi in un cosi’ grande mix di viaggiatori e migranti, fa si’ che tu riesca sempre a trovare qualcuno a darti una mano e qualcuno con cui condividere gioie e dolori. Personalmente, ho avuto la possibilita’ di condividere parte della mia vita con persone di cui difficilmente mi dimenticherò e per cui la porta di casa mia rimarra’ sempre aperta.
Credo che sia impossibile riuscire a riassumere qui tutte le cose che ho imparato in questi 4 anni e tutte le passioni che qui sono nate e che ho approfondito, ma quello che sostengo con certezza e’ che, se avessi la possibilita’ di tornare indietro nel tempo, farei questa scelta ancora ed ancora. Sono anche convinta che la mia esperienza mi aiutera’ ad apprezzare in modo molto piu’ profondo quello che ho lasciato a casa, la mia famiglia e i miei amici prima di tutto, ma che difficilmente per me sarà possibile abituarmi di nuovo a quello che era la mia vita in Italia, ma che porto con me delle esperienze che mi aiuteranno a cominciare un nuovo capitolo della mia vita dovunque decida di andare.