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Italia-Senegal: ma in Africa lo mangiate il gelato?

Gorée, l’isola degli schiavi

L’isola di Gorée si trova a 3 chilometri da Dakar, mezz’ora circa di traversata in mare, un vero paradiso terrestre ora, un vero inferno in passato: da qui, infatti, ai tempi della tratta degli schiavi, partivano donne, uomini e, spesso, bambini provenienti un po’ da tutta l’Africa nera, destinati a non rivedere mai più le loro terre d’origine e le loro famiglie. Fu diabolicamente scelta per questo ingrato compito perché era, ed è, uno dei punti africani più vicini alle coste americane e, perché, in quanto isola, rendeva un’eventuale fuga praticamente impossibile.
Sono stata a Gorée la prima volta nel 2009, l’anno in cui ho conosciuto e sposato mio marito, avevo letto qualcosa sulla sua storia e, trovandomi a 30 minuti da lì, mi sembrava interessante andarci per capire meglio che cosa fosse accaduto durante 300 anni di dolore, morte e disperazione.
Confesso di non aver avuto il migliore degli spiriti, quel giorno, anche perché mio marito mi disse che non ci era mai stato: non amava l’idea di visitare un luogo così tristemente noto, soprattutto ai suoi antenati. Insomma con un misto di curiosità e amarezza ci siamo imbarcati mio marito, mia figlia che all’epoca aveva poco più di 5 anni, i miei genitori ed io.
La traversata per raggiungerla mi dava quasi l’impressione di fare un viaggio a ritroso nel tempo e mi lasciava solo immaginare la disperazione di chi questo stesso viaggio lo aveva dovuto affrontare in catene dopo essere stato strappato con l’inganno ai propri cari e alle proprie origini a seguito di false promesse.
goree isolaAppena percepita l’isola all’orizzonte ho subito notato la presenza di cannoni che, posti in modo strategico, servivano, inutile dirlo purtroppo, a fermare per sempre chiunque tentasse di fuggire disperatamente al proprio destino, e ho subito notato anche che lo sguardo di mio marito cominciava ad abbassarsi. Era l’inizio di una giornata di teste basse, occhi lucidi e nodi in gola!
Arrivati nella piazzetta che accoglie chi sbarca, troviamo molti uomini abitanti dell’isola che, alla vista di bianchi, si precipitano verso di noi offrendosi, sotto dovuto compenso, di essere la nostra guida per la giornata e io accetto subito che uno di loro ci accompagni, senza nemmeno chiedere il costo del servizio, convinta, così, di poter rimediare, almeno in parte, al danno fatto in quello stesso luogo da bianchi come me per 3 lunghi secoli …come se bastasse così poco!
Finalmente partiamo alla scoperta di Gorée anche detta “Bir” che in wolof significa ventre muliebre, e lagoree sensazione di essere tornati indietro nel tempo si ripresenta: la maggior delle costruzioni sono ancora in stile coloniale color pastello e circondate di bougainvillee , gli edifici sono in pietra lavica e le stradine che “serpeggiano” in tutta l’isola sono di sabbia. Il silenzio è interrotto solo dalle voci dei bambini che giocano all’aperto e dal canto della moschea, la gente cammina lenta e si saluta sempre stringendosi la mano per poi batterla sul cuore.
La guida ci accompagna nei posti più significativi dell’isola: il “Museo della Donna“, che contiene antichi strumenti di lavoro femminili, il Laboratorio biologico del mare, che raccoglie 750 specie di pesci e 700 esemplari di molluschi e il Collegio “Mariama Ba”, dove studiano le ragazze ritenute le più dotate di tutto il Senegal, selezionate direttamente dal Ministero dell’Istruzione all’interno delle scuole elementari di tutto il Paese.
E poi ancora la chiesa di San Borromeo e una Moschea costruita nell’Ottocento che ci riconferma come qui la religione Cristiana e quella Musulmana convivano serenamente da molto tempo, da sempre direi. Ci racconta che ora Gorée è nota per i suoi artisti, musicisti, pittori e scultori che hanno deciso di vivere lì e di lasciarsi ispirare da questo luogo ricco di storia e di cultura. In tutto questo peregrinare io quasi dimentico fino a che davanti agli occhi mi compare la scritta “Maison des Esclaves“.
La testa si abbassa di nuovo gli occhi si gonfiano e in silenzio seguiamo la guida all’interno di questa grande casa rosa.
Subito dopo il corridoio d’ingresso ci troviamo di fronte a 2 grandi scalinate semicircolari che dividono il piano terra dal primo piano e in mezzo a questo due scalinate proprio dritto davanti a me una piccola porta che da direttamente sull’oceano.
La spiegazione della guida comincia così: “Abbiamo perdonato ma non dimenticato
Il piano di sotto era destinato agli schiavi e quello di sopra ai negrieri e ai compratori, chi veniva portato in questa casa maledetta era già stato marchiato a fuoco e aveva già perso la propria identità costretto a prendere un nome scelto dal “proprietario” del quale prendeva anche il cognome diventando, così, a tutti gli effetti “merce” umana di scambio venduta o barattata con oggetti di scarsissimo valore.
C’è la cella degli uomini, quella delle donne, delle giovani ragazze e dei bambini. Sono piccole, buie senza finestre, qui venivano ammassati in condizioni igieniche indescrivibili, denutriti e a volte anche denudati, aspettavano solo di essere imbarcati.
goree celle dei recalcitrantiPoi, in un angolo del sotto scala un cunicolo stretto e basso dove era persino impossibile stare in piedi e dove l’aria era irrespirabile, spettava ai recalcitranti, coloro che si ribellavano in qualche modo a questo infame destino e che spesso finivano di stenti per poi essere gettati direttamente in mare.
Sempre al piano di sotto la stanza della bilancia dove venivano testate le doti fisiche degli uomini dagli “affrancati”: ex schiavi che per sopravvivenza accettavano di lavorare per i negrieri. Questi avevano il compito di selezionare i maschi palpeggiandone la muscolatura e pesandoli: dovevano essere almeno di 60 kg per poter sopportare il viaggio ed essere pronti a lavorare nelle piantagioni di caffè, cotone e canna da zucchero una volta arrivati sulle coste Americane o dei Caraibi ma, ancor prima, per non ammalarsi viste le condizioni in cui erano detenuti. Chi si ammalava, per evitare contagi, veniva buttato in mare spesso ancora in vita. La stessa sorte toccava a chi si fosse ammalato durante il viaggio verso l’America.
Alle donne e alle ragazze spettava una selezione diversa: goree internoerano i compratori a testarle la notte, scegliendone ogni volta una diversa. In caso di gravidanza, venivano liberate dalla schiavitù, si fa per dire, per restare a fianco dell’uomo che le aveva “testate”. Per questa ragione, tutte le donne pregavano di poter essere scelte durante una delle notti che precedevano il viaggio infernale.
Saliamo poi al piano di sopra che ora, smantellati gli alloggi dei trafficanti di uomini, è occupato da un museo su questa triste pagina di storia: ci sono alcuni degli strumenti di tortura usati all’epoca, disegni e scritti che spiegano come fossero disumanamente tenuti prigionieri e le condizioni terribili in cui viaggiavano per raggiungere le coste americane.
Usciamo sulla terrazza che si affaccia direttamente sull’oceano e mia figlia mi dice, con l’ingenuitàgoree strumenti dei sui anni, che è contenta che siamo venuti a visitare questo posto ora che tutto è finito sennò lei e mio marito avrebbero corso il rischio di essere rinchiusi lì dentro e forse lei avrebbe pianto all’idea di doversi separare da me e io, sull’onda di questo attimo di leggerezza, penso anche che, ora, non sarebbe male poter vivere un casa così: è in una splendida posizione su di una bellissima isola e non sembra quasi possibile che in realtà, per troppi e per troppo tempo, è stato l’inferno in un angolo di paradiso.
La guida ci invita a scendere e, una volta raggiunto di nuovo il piano terra, mi precipito, con la mia famiglia verso l’uscita con la stessa frenesia che si ha quando ti rendi conto che, finalmente, il film horror che stai vedendo è finito e spegni svelta la tv dicendo, per tranquillizzarti, che è solo un film e che non è vero niente, anche se qui non è proprio così!
Il nostro accompagnatore ci dice, però, che dobbiamo ancora vedere l’ultimo punto della casa in cui gli schiavi sostavano poco prima di partire per sempre e ci accompagna a quella piccola porta che si vede in goree mezzo alle 2 scalinate appena entri nella casa: la porta del NON ritorno! 
Rialzare la testa e guardare di nuovo negli occhi mio marito non è stato semplice!
L’Onu ha definito la tratta degli schiavi “un crimine contro l’umanità”, e nel 1978 ha dichiarato l’Isola di Gorée patrimonio dell’umanità. Molte le personalità Politiche e Religiose di tutto il mondo che hanno visitato le mura di questa casa maledetta, l’ultimo in ordine di tempo il Presidente Obama e Bill Clinton prima di lui.  Papa Woytjla la visitò nel febbraio del 1992 chiedendo scusa all’Africa, ai suoi figli e alle sue figlie da parte della Chiesa che non era del tutto estranea ai fatti, anzi! La guida che lo accompagnava gli rispose di nuovo: “Abbiamo perdonato ma, non abbiamo dimenticato!”
Una nota folcloristica per alleggerire un po’ un tema così drammatico: pare che nella cultura popolare locale si sia diffusa la leggenda secondo la quale gli uomini bianchi, i toubab, vengano misteriosamente percepiti dall’isola e giudicati dalla stessa per il loro animo. I non graditi difficilmente possono passarci notti tranquille, anzi, spesso sono costretti da circostanze inspiegabili ad abbandonare l’isola notte tempo. Per chi, invece, viene accettato dall’Isola, Gorée diventa un luogo magico come lo è per i Senegalesi. Il 19 febbraio io e Ibra, mio marito, festeggeremo il nostro anniversario di matrimonio e stiamo pensando di trascorrere un week-end a Gorée per questa occasione…vi farò sapere!!