integrazione

Integrazione

Ho ottenuto il foglio per l’Integrationskurse, il che significa che, oltre al corso di lingua, del quale mi verrà restituita una parte della retta, seguirò un corso sulla cultura tedesca ai fini della mia “integrazione”, appunto.
E’ una cosa da “poveri”, ed è interessante averla ottenuta, così come sarà interessante seguire il corso.
In effetti sto svolgendo esperimenti sociali piuttosto profondi e dolorosi, a tratti, per la mia sensibilità. Ma è solo la mia proiezione che vede dolore dove c’è realtà.
Oggi, per esempio, sono andata a fare la famosa ceretta.
Mi ha accolta una di quelle ragazze che ho conosciuto a Napoli nei miei 15 anni nel suo grembo e nei suoi bassi. Una bimba che sembra donna, o una donna che sembra bimba. In vestaglietta, ma con lunghe unghie laccate. Il volto un po’ triste, intriso di una forza da leonessa e uno shatush rosso fuoco per metà dei capelli.

integrazioneSi pensa a Berlino come un posto cool in cui emigrare, in effetti, per me lo è. Ma ci sono ovviamente un’infinità di motivi che spingono le persone ad emigrare qui, di cui è pieno il mio quotidiano, con la scuola per esempio e i miei compagni siriani, palestinesi, polacchi e serbi. Ho sempre pensato che la violenza di Napoli, sebbene città amata, facesse male solo a me e alla gente che frequentavo. Pensavo che il disagio di chi vive in un basso non fosse come il mio, che la mancanza di giustizia e legalità ferisse solo una parte della popolazione, e fosse un’abitudine per l’altra, quella che ci era nata, nei quartieri che io abitavo (l’eccezione era la Signora Nunzia, la mia amata Signora Nunzia, che adesso tifa per me dal cielo. Faceva yoga da sola nel suo basso e aiutava noi ragazze studentesse con la sua cucina, la sua intuizione, la sua saggezza e intelligenza da dea).

Invece oggi ho conosciuto una ragazza dolcissima, ferita da quelle modalità, che ha seguito il marito venuto a fondare una piccola azienda a Berlino, e che aprirà qui il suo centro estetico. Si alza alle 6 del mattino per preparare al marito la colazione e il pranzo espresso (parmigiana, mi diceva, ed io quanto avrei voluto assaggiarla!). E’ timida e portatrice di un amore bello, profondo e vero. Studia tedesco, segue un corso per ottenere un certificato come estetista, le manca il sole e la sua famiglia, ma se ne infischia: le piace come si vive qui, le piace non aver paura, le piace poter progettare ed emergere, le piace che qui nessuno la giudichi, quindi per la prima volta in vita sua pensa di iscriversi in palestra.

Io le auguro ogni bene, e sì, mi ha offerto o’ caffè.

Detto questo, tante cose belle e ordinarie e straordinarie avvengono nella mia giornata, incontri fatati, sguardi sul mondo, sorrisi, e il mio straordinario coinquilino, che è il tedesco meno tedesco della Germania.
Mi saluta abbracciandomi, sorride un sacco e cucina benissimo.
Ah! Abbiamo acceso i termosifoni, qui 7°.
Faccio un bagno caldo e poi meditiamo insieme, anzi, vuole invitare degli amici a fare yoga con me qui in casa, fra le nostre piante bellissime.
Lentamente,  tutto si aggrazia.

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La città delle mille opportunità

Il primo anno da expat è stato un anno intenso, senza tregue, senza pause, senza il tempo di prendere il fiato. A settembre 2014 mi sono trasferita a Berlino da neolaureata in Architettura con il mio ragazzo, Andrea, architetto anche lui. Trovare lavoro è stato impegnativo, ma ce l’abbiamo fatta, dopo tre mesi lui è passato a tempo indeterminato, dopo 6 mesi a me hanno offerto un contratto di un anno. Nel frattempo abbiamo organizzato un viaggio in Namibia, che è stato burocraticamente piuttosto impegnativo, ma che a maggio ci ha regalato immagini, ricordi ed emozioni che ci accompagneranno per tutta la vita e che ci hanno aiutato a superare tanti altri momenti difficili. Tornati dal viaggio la notizia che avremmo dovuto lasciare la nostra casa nel giro di un anno, ma andava bene, c’era tempo. Intanto continuavamo a lavorare tanto, tantissimo, a fare un’infinità di straordinari, notti e weekend al lavoro, e i mesi passavano senza che ce ne accorgessimo, complici anche le molte visite estive di parenti e amici, che ci trasportavano con la mente in altri posti, come se fossimo in vacanza anche noi, come se non vivessimo davvero qui. A fine luglio il padrone di casa cambia idea, abbiamo due mesi di tempo per lasciare la casa, panico, ma ce l’abbiamo fatta, e il 30 agosto abbiamo traslocato nel nostro nuovo e bellissimo nido. E qui, finalmente, un enorme sospiro di sollievo, tutto sembra essere al suo posto, troviamo la pace e la tranquillità che non abbiamo conosciuto per quasi un anno intero. Settembre e ottobre sono stati due mesi meravigliosi, climaticamente ed emotivamente, ci siamo goduti la città e il bellissimo Brandeburgo in cui Berlino è immersa con gite domenicali e infinite passeggiate, invitando per la prima volta i primi amici berlinesi a casa nostra, e sentendo per la prima volta questa immensa città davvero come casa.

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Io però, che tanto normale non devo essere, proprio in questo periodo ho preso una decisione importante, quella di cambiare lavoro, e di dedicarmi alla visualizzazione architettonica (o computer grafica).

Ho lavorato per più di un anno come architetto del paesaggio in uno studio molto conosciuto e rinomato, ho imparato moltissimo e sono cresciuta ancora di più, ma non ero soddisfatta. Ho fatto fatica ad ambientarmi ed integrarmi, ma alla fine ce l’ho fatta, e i miei colleghi sono diventati anche amici, mi sono lasciata andare con la lingua e tutto è stato più facile, ma ormai la decisione era presa, volevo cambiare, e non sarei tornata indietro.

E quindi ho iniziato come un anno prima a mandare curriculum, ho aggiornato il mio portfolio, sonoopportunita-mille-citta tornata a sussultare a ogni mail ricevuta sperando fosse qualche studio che avevo contattato. Berlino è una città che può dare veramente infinite opportunità e possibilità, ma comunque nessuno regala niente, e i lavori non cadono dal cielo nemmeno qui. Dopo qualche settimana e molti no ricevuti, sono arrivate due mail, due studi mi invitavano per un colloquio. Che emozione, di nuovo l’agitazione come un anno prima, le farfalle nello stomaco, le prove d’abito, solo che questa volta dopo i colloqui dovevo andare nel mio ufficio, e rimettermi al lavoro come niente fosse. Naturalmente il mio team e i miei colleghi più stretti sapevano quali erano le mie intenzioni, mi fido di loro e ci tenevo che sapessero.

Entrambi i colloqui sembravano andati davvero bene, in uno però l’offerta non era così allettante, considerando che stavo lasciando un lavoro sicuro e un buono stipendio, l’altro ufficio invece mi disse di aspettare, che ci voleva tempo per prendere una decisione. E io ho aspettato, una, due, tre settimane, dopo un mese quella risposta è arrivata, mi offrivano il lavoro!! Nemmeno il tempo di riprendermi dallo shock della notizia, che via mail mi arriva la proposta di contratto : era a tempo indeterminato!!! Che infinita soddisfazione.

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Appena avuto conferma ho comunicato al mio capo che me ne sarei andata a gennaio, non è stato facile, visto che lui rimane davvero un buon capo, e che si è dimostrato sinceramente dispiaciuto, ma ha capito e mi ha augurato buona fortuna. Era un lunedì, e avevo ancora così tante ore di straordinari accumulati, che il venerdì stesso è stato il mio ultimo giorno in ufficio. Ho salutato tutti con grande affetto, il giovedì sera siamo usciti con alcuni colleghi per festeggiare, il venerdì ho preparato un enorme tiramisù per ringraziare. Quando stavo ormai impacchettando le poche cose che avevo in ufficio, uno dei capi e la mia team leader hanno riunito tutti i colleghi e cogliendomi davvero di sorpresa mi hanno consegnato un bellissimo regalo ma soprattutto si sono presi del tempo per spendere per me parole che non mi sarei aspettata, che mi hanno commossa fino a farmi piangere come una bambina : ancora un volta i tedeschi hanno saputo stupirmi per la loro infinita gentilezza e profonda lealtà.

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Chiudere quel capitolo non è stato facile, ma mi lascia dentro un’esperienza intensa che mi ha insegnato tanto, non solo dal punto di vista lavorativo, ma soprattutto umano. Adesso sono pronta ad affrontare questa nuova avventura che mi aspetta da gennaio, e non vedo l’ora di crescere ancora, incontrare nuove persone e imparare. Prima però mi aspetta l’Italia, per delle lunghissime vacanze natalizie in famiglia, con gli amici di sempre e tanto tanto cibo! 😉

Auguro a tutti voi un bellissimo Natale, e vi auguro, ovunque voi siate, di passarlo con le persone che amate, io farò così, e non vedo l’ora!

Un abbraccio da Berlino,

 

 

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In die Freiheit mußt du springen

In die Freiheit mußt du springen.

Ho una strana grande difficoltà a parlare veramente di Berlino, di quello che sento qui, della sua storia e della storia della Germania. Ce l’ho dalla prima volta che sono venuta qui, poi ci sono tornata, e ora ci sono “molto tornata”, diciamo così.
Ho comprato il primo volo per questa città dopo essermi emozionata davanti a un pezzo di muro a Marsiglia, al MUCEM.
(ma forse sono solo una sentimentale del cavolo, visto che pure Airbnb ci fa gli spot,” cercatevelo”, ché io non lo pubblico).
Sono 29 anni che il muro è stato rimosso.
Che da tutta “Europa” sono arrivati giovani e meno giovani a buttare a terra la guerra fredda.
Ma prima c’è una storia, nel mezzo c’è una storia, ed oggi c’è una storia.
C’è gente che è stata separata dalla propria famiglia nel giro di una notte, c’è chi guidava una metro, e con un piano incredibile, è riuscito a scappare sottoterra GUIDANDO UNA METRO
(ed oggi è ancora vivo e guida ancora una metro, non sto scherzando).
C’è chi è scappato ad ovest tirandosi giù dai palazzi, buttando dalle finestre i propri figli, chi ha fatto buchi a terra.
Chi è scappato a 81 anni.
C’è chi è stato incarcerato ed è stata buttata la chiave.
Pure le guardie scappavano.
C’è Reagan, Gorbaciov, Kohl. C’è la Stasi.
C’è un’enorme crudeltà, freddissima, e c’è un’enorme umanità, passionalissima, intrepida.
Prima c’era il nazismo.
Poi c’è stata la love parade ed è nato il punk.
Adesso ci sono i club e le startup.
Adesso nelle case spianate dal muro in Bernauer Straße ci sono appartamenti di super design di lusso.
La maggior parte della gente coinvolta negli anni del muro è ancora viva.
E come si può pensare di vivere Berlino solo nei bar e nei club?
Come si può pensare di capire questa città profondamente, se ho il cuore in mano ogni momento, e capisco, poi non capisco.
Al Check Point Charlie ci sono dei finti soldati attori che fanno le foto con i turisti sventolando la bandiera americana. Come fa questa città a non sentirsi offesa e oltraggiata?
Come fa a non offendersi e a deprimersi.
Come faccio io?
Vedo corpi molto forti, i tedeschi hanno corpi molto forti e li usano molto, vedo il resto del mondo, di cui faccio parte anch’io, percepisco ferite nei geni, antiche e silenziose.
Insomma, c’è una parte di me, qui, che osserva in religioso silenzio, rispettoso, si morde il labbro, cerca di capire, scoprire, non fantasticare troppo.
E’ intenso, molto intenso quello che provo.
Perché l’ho visto da piccola nel televisore in bianco e nero quel muro che crollava, ricordo la faccia di mia madre, ricordo la macchia rossa, che sembrava grigio scuro in quel televisore, della testa di Gorbaciov.
Ricordo la faccia di mia madre.
La ricordo.
E oggi, forse, la capisco.

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Trovare la voce : il tedesco

Una delle cose che accomuna praticamente tutti gli expat, è esprimersi in una lingua che non sia la propria. C’è chi sceglie il Paese in cui si trasferirà proprio perché ha già studiato quella lingua e chi, come me, parte senza saperla, sapendo che la fatica sarà doppia.

A dire la verità a me il tedesco non è mai piaciuto, sono sempre stata appassionata di lingue, imparo e assimilo piuttosto in fretta, ma l’idea di avvicinarmi al tedesco non mi ha mai sfiorato minimamente. Poi invece succede che la vita riservi delle sorprese, e che sia stata proprio Berlino la città in cui la mia avventura da expat è cominciata, e quindi, volente o nolente, questa lingua bisognava farsela entrare in testa, e mi sono davvero dovuta ricredere, perché ora che la conosco meglio, trovo che il tedesco sia una lingua davvero affascinante.

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Naturalmente Berlino è una città particolare, la multiculturalità che la caratterizza fa sì che passeggiando per le sue strade sia spesso più probabile assistere ad una conversazione in inglese, turco, spagnolo e italiano che in tedesco. Con un buon inglese e una base di tedesco si riesce a fare praticamente tutto, ma a me sopravvivere con un tedesco stentato non basta, e quindi da più di un anno vado a scuola due volte a settimana, dopo il lavoro.

Da quando mi sono trasferita qui ho iniziato a pensare in inglese, spesso anche quando sono da sola, nel tempo libero naturalmente la mia mente si mette quieta e torna a prevalere l’italiano, ma c’è sempre una piccola parte del mio cervello che si sforza, e che ogni tanto formula brevi e semplicissime frasi in tedesco, tanto per allenarsi, ma il problema principale resta tirarle fuori queste frasi, farle uscire. Mi è capitato spesso che qualche collega mi si rivolgesse in tedesco, e nella mia testa la risposta si formulasse in tedesco, poi però, al momento di aprire la bocca le parole si bloccavano, e l’inglese accorreva in mio soccorso.

Fino a quando una sera di Novembre sono uscita con i miei colleghi per la tradizionale Feierabendbier (=birra dopo il lavoro), e a una domanda in tedesco sono riuscita a rispondere in tedesco, e da lì…non mi sono più fermata!

Complici due bicchieri di primitivo e uno di limoncello, ho affrontato la mia prima serata completamente in tedesco, e che soddisfazione! Certo il mio è un tedesco molto semplice, con una serie infinita di strafalcioni grammaticali, ma ho ricevuto così tanti complimenti dai miei colleghi, stupiti e sorpresi dalla mia performance linguistica, che sinceramente ho deciso di buttarmi e non preoccuparmene troppo. Da quel momento mi sono imposta di non smettere, e di parlare tedesco in ogni occasione possibile, quando li incontro nella cucina dell’ufficio, in pausa pranzo e quando si esce la sera. Sul lavoro ancora preferisco l’inglese, perché sono più efficace, veloce e credibile. Infatti capita spesso che mentre parlo in tedesco ridano o mi dicano farsi come “Oh, wie süß!” (=oh, che dolce!), che sul lavoro non è esattamente il massimo, ma non demordo!

Sono convinta che quando si impara una nuova lingua, l’ostacolo più grande da superare per riuscire a lasciarsi andare sia quello della timidezza e della paura di sbagliare, ma quando questo muro cade è tutto in discesa, e la soddisfazione è immensa. In bocca al lupo con tutte le vostre nuove lingue da imparare 🙂

Un abbraccio da Berlino,

Tschüß!

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Primi passi a Berlino

A Berlino trovare casa è un problema. E se non trovo casa non posso neanche cercare bene un lavoro, un centro di yoga e un equilibrio, ma tutto e subito figlia mia - mi dico - non può essere. Pazienta e impara. Sto facendo amicizia con persone proprio belle, incontrate per caso. La barista della caffetteria sotto casa, sembra che ci conosciamo da una vita, ci confidiaSono stanchissima.
Sveglia presto, meditazione, scuola, e corsa e messaggi per vedere stanze e case.
Piumino (!) e maglione. Già.
Colloqui, con domande “ti droghi”?, in cui la risposta desiderata non è sempre “no”.
Comunque no, non mi drogo, m’abbutta.
A Berlino trovare casa è un problema. E se non trovo casa non posso neanche cercare bene un lavoro, un centro di yoga e un equilibrio, ma tutto e subito figlia mia – mi dico – non può essere. Pazienta e impara.
Sto facendo amicizia con persone proprio belle, incontrate per caso. La barista della caffetteria sotto casa, sembra che ci conosciamo da una vita, ci confidiamo davanti al caffè italiano che mi prepara macchiato a forma di cuore (!).
Il ragazzo napoletano da cui ho visto oggi una stanza, un’ora a parlare napoletano, mi ha vista così stanca che mi ha accompagnato in macchina (!) a casa.
L’amico romano di un’amica, che oggi mi ha preparato un fantastico piatto di pasta aiutandomi a scrivere un profilo per il famigerato sito delle case in condivisione, che il dio a cui non crede lo benedica sempre.
Ma la cosa più forte di oggi mi è successa a scuola.
Alla domanda della conversazione in classe per imparare gli avverbi “woher kommt deine familie?” (da dove viene la tua famiglia), ho risposto – e giuro senza pensarci – “meine familie kommt aus Sizilien” (la mia famiglia viene dalla Sicilia).
A questo punto la prof domandava a noi random da dove venisse la famiglia di un altro, e un ragazzo mediorientale ha detto di me: “seine familie kommt aus Syrien” (la sua famiglia viene dalla Siria).
La prof l’ha corretto e io mi sono sentita una merda. Nella pausa abbiamo parlato. Lui viene dalla Siria, come tanti altri in classe.
E le mie preoccupazioni sulla casa e sulla difficoltà del tedesco mi sono sembrate odiose, davanti alla foto di sua figlia che vive a Damasco. Sta spingendo per il ricongiungimento familiare.
Mi ha detto che ha tanti pensieri quanto i suoi familiari in Grecia, Turchia, Italia e Siria, ma che andrà bene per tutti noi. Ha detto NOI.
Alcuni compagni di corso vengono dalla Polonia, dalla Svezia, altri dalla Bosnia, mentre il mio vicino di banco da Chicago, sto messa così male col tedesco (come tutti del resto), che ho realizzato che parliamo in ammerricano e ci capiamo alla grande (ho sempre pensato che l’inglese americano non fosse alla mia portata, e invece).
Ed io sono grata, sotto questo cielo grigio e freddino, col mal di pancia delle difficoltà iniziali, di stare in mezzo a tutto il mondo, per dimenticarmi di me.
Mi sto arrampicando. Al tedesco, alle nuove abitudini, alla casa, ai colloqui, alle cose belle e meno belle, alla valigia poggiata ancora a terra, al mio smalto smangiucchiato, a un milione di lingue, colori, modi di vivere, fissazioni, sorrisi, così piccola da scomparire e riapparire a me, piccola, sveglia e scuola, corri, zaino in spalla, appunti, come cazzo si pronuncia, quartieri dove cercare casa, la bici, la differenziata, la Sbann e la Ubann, la sim card crucca.

Stasera, mentre ero in macchina col mio nuovo amico napoletano, con una musica deliziosa, ho realizzato di essere a Berlino, mentre la torre di Alexander Platz divideva il tramonto a metà. Porca miseria, sì, sono qui.
E da qui vi bacio, piccola piccola.

Guru Guru Wahe Guru Guru Ram Das Guru

 

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L’integrazione in Germania: stereotipi e altre storie

Quando ti trasferisci in un paese con l’intento di realizzarti almeno professionalmente, gli ostacoli da superare non son pochi. Dall’assicurazione sanitaria all’ufficio per l’impiego sino all’ufficio tasse è tutto un chiedere, cercare di capire, persino prendere appunti sugli scontrini del supermercato. O sul retro di un sacchetto del pane con il resto del pranzo.

Spesso mi è stato chiesto cosa mi ha spinto a trasferirmi in Turingia, come ho trovato il lavoro che ho trovato, cosa occorre fare per intraprendere un percorso come dottoranda e via discorrendo.

Lungi da me volervi tediare con una guida alla ricerca del lavoro perfetto (il mio non lo è, capiamoci. Mi regala delle soddisfazioni ma non è il lavoro perfetto..) o un manuale per la conquista dell’esistenza perfetta (vedi sopra), mi piacerebbe regalarvi una serie di post volta a analizzare i diversi aspetti di questo paese che tanto amo e che – paradossalmente – mi viene difficile descrivere con un solo aggettivo.

In questo primo articolo mi piacerebbe parlare di integrazione e dell’immagine che hanno i tedeschi di noi expat, raccontandovi magari anche qualche aneddoto…

Una delle prime cose che mi ha stupito di Jena è stato il fatto che, pur essendo una città molto piccola, è decisamente multiculturale. Non solo grazie agli studenti (non necessariamente Erasmus, tra l’altro) ma anche grazie a coppie miste o ad altri expat come noi. Alcuni miei studenti hanno amici inglesi, giapponesi, italiani, francesi e via discorrendo; alcuni miei conoscenti hanno nomi e cognomi esotici ma sono nati qui; io stessa ho amici e conoscenti di varie nazionalità…

Un mio studente fa ad esempio lezioni di guida a un’amica giapponese (che ha preso la patente anni fa in Italia…aiuto), una mia allieva ha una figlia ormai trapiantata a Napoli, un altro mio conoscente ha uno squadrone di amici filippini.. come potete notare, la varietà di backgrounds non manca proprio. Quando ti si pone davanti un ambiente così misto, insomma, la strada verso l’accettazione e l’integrazione dovrebbe essere spianata. Esatto? No. Sbagliato.

Non ho ricevuto porte sbattute in faccia – quello no! – ma spesso mi sono trovata a dovermi giustificare quando di base non avevo fatto proprio nulla. Il mio giustificarmi, infatti, nasceva dall’esigenza di sdoganare un paio di stereotipi e mostrarmi per quella che sono: una persona con una certa nazionalità che però è anche tanto – ma proprio tanto – altro.

Da Berlusconi (ora Renzi… e non so cosa sia peggio), alla Mafia, alle mamme un po’ ingombranti, sino all’essere chiassosi è tutto un dover ricordare al prossimo ma anche a noi stessi che l’individualità del singolo è un qualcosa di totalmente diverso rispetto dall’immagine filtrata di un Paese.

Intendiamoci, la nostra (intendendo con “noi” gli europei non di colore) è in ogni caso una posizione privilegiata, e non poco. Nessuno ci chiederà mai se scappiamo da una guerra, se a casa nostra c’era l’acqua corrente oppure se i nostri genitori sono arrivati nascondendosi nel vagone merci di un treno. Nessuno si permetterà di indicarci per strada o urlare “tornatevene a casa vostra…non vi vogliamo”… molti, però, ci chiederanno “Ma cosa ci fai qui?”.

La mia risposta di norma spazia dal “faccio ricerca per un dottorato” a “ho intrapreso un viaggio alla ricerca di me stessa” sino a “ma gli affaracci tuoi, no?”. Il tutto, nemmeno a dirlo, in base a chi ho di fronte e a di che umore sono. Confesso che a volte mi viene l’irresistibile tentazione di inventarmi una turpe vicenda a base di contrabbando di organi e amanti segreti dai nomi esotici. Una storia d’amore contrastato, un po’ di dramma, una bella shakerata et voilà: la storia è servita!

Scherzi a parte, quello che mi piacerebbe sottolineare è che anche l’ambiente più tollerante ha i suoi limiti, che anche le persone più aperte possono avere delle riserve e che il nostro compito non è nulla di diverso da quello che dovremmo fare a prescindere ogni giorno: regalare a noi stessi e agli altri la migliore versione di noi stessi, un sorriso, una tazza di caffè e magari una bella chiacchierata. Tutto il resto – le battute a sfondo politico, gli stereotipi, le imitazioni, gli accenti e quanto altro – è fuffa.

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Io & Lei: il nostro matrimonio. Cap.1: “La Burocrazia”

Chi di voi  ha letto di me sulla nostra pagina Facebook ed ha acquistato il nostro favoloso libro, mi conosce come la complicata ragazza che vive a Barcellona e che divide la sua vita con sua moglie Sara e con Ebony, la gatta nera.

Ma quest’oggi vorrei fare un passo indietro, più precisamente a qualche settimana prima della nostra partenza per la Spagna. Eccoci qui: trovarsi in Italia, di fronte ad un documento e, per l’ennesima volta, davanti al fatidico spazio “stato civile” esitare e pensare di scrivere “mutevole“…non è decisamente da tutti!

Dritta attraverso le difficoltà

Dritta attraverso le difficoltà

Per noi  però è ancora così: dopo aver vissuto a Londra ed aver celebrato lì la nostra Civil Partnership (il matrimonio non era ancora legale, lo sarebbe diventato solo un mese e mezzo più tardi), essere poi tornate in Italia dove risultiamo single, aver fatto tappa in Germania dove il nostro legame inglese risultava valido -avevamo infatti diritto anche ad entrare nelle liste per la richiesta di una casa popolare come famiglia- la situazione, almeno dal punto di vista formale, era ben più che confusa e ci lasciava, talvolta, in imbarazzo anche di fronte a banalità quali il completamento di un formulario.

Ritenevamo poi –che sprovvedute!– che andando ad abitare in uno Stato in cui c’è completa tutela per ogni tipo di famiglia avremmo potuto tirare finalmente il fiato…e invece no!

Cariche delle migliori intenzioni e di tutti i documenti raccolti nei nostri spostamenti, poco dopo essere arrivate a Barcellona ci siamo dirette all’Ufficio del Registro per chiedere il riconoscimento della nostra unione contratta su suolo britannico, senza però fare i conti con il fatto che, da una parte, l’istituzione del matrimonio in Spagna non era assimilabile e superava di fatto la nostra Civil Partnership e che dall’altra, per giunta, nessun documento italiano (gli unici che potevano far fede per dirimere la questione, data la nostra nazionalità) ci poteva inquadrare diversamente da due complete estranee. E allora? “E allora ricominciamo tutto da capo!” ci disse con entusiasmo la dipendente dell’Ufficio senza accorgersi che quelle poche parole avevano avuto il magico potere di stremarci in un istante. Stremate? E perchè mai? Lascio a voi la risposta.
Richieste di documenti a 4 comuni italiani diversi. Cosa da nulla, no? No.
Dovevano essere in originale, emessi da meno di 6 mesi e tradotti da un traduttore giurato.
Ciò ha comportato: chiedere la collaborazione di estranei che viaggiavano verso Barcellona e potessero portarmi francobolli italiani con cui pre-affrancare buste da inviare ai differenti Comuni, secondo quanto da loro richiesto, per poi affidarsi al servizio di posta italiano e spagnolo con fede mistica per riaverli indietro per tempo (ho scoperto quanto 6 mesi possano volare); chiedere la collaborazione di cari amici in Patria per l’espletamento di altre pratiche tra le quali code in uffici e pagamento di bolli che non potevano essere portate a termine se non di persona; la scoperta della fondamentale ignoranza sulle leggi internazionali di molti dipendenti statali italiani e dell’umanità ed efficienza dei Comuni sotto i 2.000 abitanti, contro la disumanizzazione di quelli che sono o si atteggiano a cosmopoliti; la ricerca e il contatto con un adorabile e competentissimo traduttore giurato catalano…
Il tutto, considerando le ovvie tempistiche tecniche e il fatto che non ho avuto un solo giorno di ferie, è stato portato a termine, senza tirare un attimo il fiato, da metà dicembre 2014 a, più o meno, inizio maggio 2015. Spesa totale? Circa €100.

Pila di documenti

Documenti, documenti, documenti ovunque!

E’ quindi seguita la nuova visita al Registro Civile, la presentazione dei documenti raccolti e l’appuntamento fissato a breve distanza per inoltrare la richiesta del permesso matrimoniale e comunicare la data e l’ora dell’evento.

Ciò che mancava era solo scegliere il “dove e il quando” e avevamo meno di 10 giorni per farlo! Mille le email e le telefonate: non volevamo spendere neanche un euro e sembrava che qualsiasi posto gratis o, quantomeno, economico a Barcellona o dintorni avesse liste di attesa da 6 mesi ad un anno.
Non mi sono arresa e ho continuato imperterrita la ricerca.
Avremmo desiderato fissare una data in settembre ma, quando, durante una chiamata al Registro Civile del ridente Comune di mare di Sant Feliu de Guixols mi sono sentita dire “Abbiamo libero il 3 di luglio, segno?” ho esitato giusto il tempo di riprendermi dalla sorpresa e con trasporto ho risposto “Claro que sí!“.
La data e il posto c’erano, il 21 maggio 2015 ci siamo presentate in compagnia di una testimone (la mia favolosa amica Adriana) nuovamente al Registro Civile di Barcellona e dopo un po’ di firme e poco più di due settimane abbiamo avuto in mano il permesso firmato dal giudice e il pesante incartamento da spedire con posta assicurata (e dopo averne fatto copia di ogni pagina) al Comune che ci avrebbe sposate. Era fatta? Così sembrava.

Il 29 giugno, non avendo più avuto notizie della mia spedizione nè risposte alle mie e-mail cariche di crescente ansia, ho preso in mano il telefono mentre mi trovavo in pausa al lavoro e ho tentato di chiamare l’Ufficio del Registro di Sant Feliu de Guixols che, per loro stessa ammissione, il più delle volte era irraggiungibile telefonicamente.
La fortuna però sembrava essere dalla mia: dopo svariati squilli una voce femminile rispose e dopo avermi lasciato spiegare la situazione mi mise in attesa. La segretaria riprese il ricevitore.
-Lunga pausa-“Mi spiace, ma non sto trovando i suoi documenti“.
Bocca asciutta.
Iniziai a balbettare.
Ma, ma, ma come?
La donna dall’altro capo del telefono, rendendosi conto di aver appena scatenato un attacco di panico in piena regola mi chiese a che numero potermi richiamare per poterle permettere ricerche più approfondite.

Da quel momento e per i successivi minuti ho passato in rassegna nella mia mente (ero pur sempre al lavoro) tutte le parolacce che conoscevo, ho fatto poi un respiro molto profondo cercando di fermare il tremito che mi scuoteva da capo a piedi nonostante i 30 gradi all’ombra.

Il nostro "dove"

Il nostro “dove”

Dopo mezz’ora (tra le più lunghe della mia vita) il telefono ha finalmente suonato:
Trovati! Li ho trovati! Tutto a posto. Vi aspettiamo il 3!”

Dopo l’ennesimo picco emozionale e, lì per lì, incerta se ridere o piangere, nel dubbio, ho saltellato fino alla mia scrivania e ho terminato la giornata di lavoro con un inequivocabile e gigantesco sorriso. Avevamo decisamente vinto sulla burocrazia italo-spagnola ed era una soddisfazione davvero non da poco.

Prossimamente il racconto continuerà, amiche e amici: finite le scartoffie non poteva che essere tutto in discesa.

…O forse no?

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Un’expat al concerto: i Neonschwarz

Oggi mi piacerebbe parlare un po‘ di musica, perché se è innegabile il fatto ci siano determinate musiche del nostro paese d’origine che rimarranno sempre con noi, è altrettanto vero che la cultura che ci accoglie spesso ci può regalare delle bellissime sorprese anche da questo punto di vista. Un altro dato importante, poi, è il fatto questa stessa musica sia in grado di restituirci un po’ dello spirito del tempo in cui viviamo, con le sue luci ma anche con le sue ombre.

A fronte di un biglietto dal prezzo decisamente abbordabile, il 1. ottobre ne ho approfittato per andare a sentire il concerto dei Neonschwarz, nel tentativo di placare la nostalgia di Amburgo che mi coglie ormai a ritmi bimestrali.

Per chi non li conoscesse, si tratta di un gruppo fondato da quattro artisti – Johnny Mauser, Marie Curry, DJ Spion Y e Captain Gips – che nel 2010 hanno inciso un brano – On a Journey – che non ha avuto bisogno di pubblicità alcuna per imporsi sul mercato musicale. Il video dall’aria funky girato ad Amburgo e la musica decisamente ballabile e accattivante, hanno fatto del brano la canzone dell’estate per eccellenza. Il primo tour – come per ogni band emergente – li ha visti suonare in ogni club, hangar, tenda o centro giovanile disponibile e i quattro hanno anche avuto la possibilità di fare da band di supporto a nomi più noti, facendosi lentamente notare. Il primo vero traguardo musicale lo hanno conquistato al Fusion Festival e da allora si stanno imponendo sul mercato a suon di rime e motivi orecchiabili.

I quattro riflettono – e fanno riflettere – su problemi sociali e realtà spesso scomode e per questo dimenticate, senza perdere la componente festosa e allegra che comunque contraddistingue i loro concerti e che li fa amare dal pubblico. Il loro primo album si chiama Fliegende Fische – tradotto: pesci che volano – ed è uscito nel 2014 con l’etichetta indipendente Audiolith Records; con altri artisti – non solo della stessa label – hanno poi fondato una sorta di gruppo che fa Zeckenrap (questo il nome che hanno dato ad un hp hop decisamente di sinistra): TickTickBoom.

NeonschwarzMa veniamo al concerto… Approfittando dell’occasione per ricordare a tutti degli incresciosi avvenimenti che purtroppo stanno colpendo il Paese, hanno iniziato mostrando sul palco uno striscione – meglio: un lenzuolo su cui hanno scritto con una bomboletta spray – che recava la scritta Refugees Welcome e da lì hanno iniziato inanellando rime vecchie e nuove, ridendo – e facendo ridere – di una società che a volte lascia un po’ a desiderare. Parlare di accoglienza, guerra in Siria, rifugiati e razzismo in chiave politicamente impegnata in una realtà che a volte si trova suo malgrato a far da teatro a marce di gruppi neo-nazisti non è facile, farlo con gioia e coinvolgendo il pubblico lo è ancora meno. Eppure per quasi due ore hanno saltato sul palco, cercando di smuovere un pochino le coscienze in merito a temi quali – appunto – l’accoglienza ai rifugiati e la solidarietà, ma anche gli eccessi di una società capitalista nella quale affermarsi non solo come artisti ma anche come singoli non è semplice.

Insomma, vuoi per l’atmosfera che ricordava molto un concerto sulla Reperbahn – con tanto di shot locale: il Mexikaner -, vuoi per la location che si presta molto bene a questo genere di concerti, vuoi per la musica che – pur non essendo una grande amante del genere – non poteva lasciare indifferenti è stato un bellissimo concerto. Trovare artisti genuinamente interessati a comunicare qualcosa e a cercare di portare un cambiamento nelle coscienze sta diventando sempre più raro ed è probabilmente per questo che la serata mi rimarrà addosso ancora per molto. Perchè ha avuto il potere di ricordare a tutti coloro che erano presenti che insieme possiamo fare qualcosa e che unirci per qualcosa in cui crediamo può anche assumere le sembianze di una festa tra amici.