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Primi passi a Berlino

A Berlino trovare casa è un problema. E se non trovo casa non posso neanche cercare bene un lavoro, un centro di yoga e un equilibrio, ma tutto e subito figlia mia - mi dico - non può essere. Pazienta e impara. Sto facendo amicizia con persone proprio belle, incontrate per caso. La barista della caffetteria sotto casa, sembra che ci conosciamo da una vita, ci confidiaSono stanchissima.
Sveglia presto, meditazione, scuola, e corsa e messaggi per vedere stanze e case.
Piumino (!) e maglione. Già.
Colloqui, con domande “ti droghi”?, in cui la risposta desiderata non è sempre “no”.
Comunque no, non mi drogo, m’abbutta.
A Berlino trovare casa è un problema. E se non trovo casa non posso neanche cercare bene un lavoro, un centro di yoga e un equilibrio, ma tutto e subito figlia mia – mi dico – non può essere. Pazienta e impara.
Sto facendo amicizia con persone proprio belle, incontrate per caso. La barista della caffetteria sotto casa, sembra che ci conosciamo da una vita, ci confidiamo davanti al caffè italiano che mi prepara macchiato a forma di cuore (!).
Il ragazzo napoletano da cui ho visto oggi una stanza, un’ora a parlare napoletano, mi ha vista così stanca che mi ha accompagnato in macchina (!) a casa.
L’amico romano di un’amica, che oggi mi ha preparato un fantastico piatto di pasta aiutandomi a scrivere un profilo per il famigerato sito delle case in condivisione, che il dio a cui non crede lo benedica sempre.
Ma la cosa più forte di oggi mi è successa a scuola.
Alla domanda della conversazione in classe per imparare gli avverbi “woher kommt deine familie?” (da dove viene la tua famiglia), ho risposto – e giuro senza pensarci – “meine familie kommt aus Sizilien” (la mia famiglia viene dalla Sicilia).
A questo punto la prof domandava a noi random da dove venisse la famiglia di un altro, e un ragazzo mediorientale ha detto di me: “seine familie kommt aus Syrien” (la sua famiglia viene dalla Siria).
La prof l’ha corretto e io mi sono sentita una merda. Nella pausa abbiamo parlato. Lui viene dalla Siria, come tanti altri in classe.
E le mie preoccupazioni sulla casa e sulla difficoltà del tedesco mi sono sembrate odiose, davanti alla foto di sua figlia che vive a Damasco. Sta spingendo per il ricongiungimento familiare.
Mi ha detto che ha tanti pensieri quanto i suoi familiari in Grecia, Turchia, Italia e Siria, ma che andrà bene per tutti noi. Ha detto NOI.
Alcuni compagni di corso vengono dalla Polonia, dalla Svezia, altri dalla Bosnia, mentre il mio vicino di banco da Chicago, sto messa così male col tedesco (come tutti del resto), che ho realizzato che parliamo in ammerricano e ci capiamo alla grande (ho sempre pensato che l’inglese americano non fosse alla mia portata, e invece).
Ed io sono grata, sotto questo cielo grigio e freddino, col mal di pancia delle difficoltà iniziali, di stare in mezzo a tutto il mondo, per dimenticarmi di me.
Mi sto arrampicando. Al tedesco, alle nuove abitudini, alla casa, ai colloqui, alle cose belle e meno belle, alla valigia poggiata ancora a terra, al mio smalto smangiucchiato, a un milione di lingue, colori, modi di vivere, fissazioni, sorrisi, così piccola da scomparire e riapparire a me, piccola, sveglia e scuola, corri, zaino in spalla, appunti, come cazzo si pronuncia, quartieri dove cercare casa, la bici, la differenziata, la Sbann e la Ubann, la sim card crucca.

Stasera, mentre ero in macchina col mio nuovo amico napoletano, con una musica deliziosa, ho realizzato di essere a Berlino, mentre la torre di Alexander Platz divideva il tramonto a metà. Porca miseria, sì, sono qui.
E da qui vi bacio, piccola piccola.

Guru Guru Wahe Guru Guru Ram Das Guru

 

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L’integrazione in Germania: stereotipi e altre storie

Quando ti trasferisci in un paese con l’intento di realizzarti almeno professionalmente, gli ostacoli da superare non son pochi. Dall’assicurazione sanitaria all’ufficio per l’impiego sino all’ufficio tasse è tutto un chiedere, cercare di capire, persino prendere appunti sugli scontrini del supermercato. O sul retro di un sacchetto del pane con il resto del pranzo.

Spesso mi è stato chiesto cosa mi ha spinto a trasferirmi in Turingia, come ho trovato il lavoro che ho trovato, cosa occorre fare per intraprendere un percorso come dottoranda e via discorrendo.

Lungi da me volervi tediare con una guida alla ricerca del lavoro perfetto (il mio non lo è, capiamoci. Mi regala delle soddisfazioni ma non è il lavoro perfetto..) o un manuale per la conquista dell’esistenza perfetta (vedi sopra), mi piacerebbe regalarvi una serie di post volta a analizzare i diversi aspetti di questo paese che tanto amo e che – paradossalmente – mi viene difficile descrivere con un solo aggettivo.

In questo primo articolo mi piacerebbe parlare di integrazione e dell’immagine che hanno i tedeschi di noi expat, raccontandovi magari anche qualche aneddoto…

Una delle prime cose che mi ha stupito di Jena è stato il fatto che, pur essendo una città molto piccola, è decisamente multiculturale. Non solo grazie agli studenti (non necessariamente Erasmus, tra l’altro) ma anche grazie a coppie miste o ad altri expat come noi. Alcuni miei studenti hanno amici inglesi, giapponesi, italiani, francesi e via discorrendo; alcuni miei conoscenti hanno nomi e cognomi esotici ma sono nati qui; io stessa ho amici e conoscenti di varie nazionalità…

Un mio studente fa ad esempio lezioni di guida a un’amica giapponese (che ha preso la patente anni fa in Italia…aiuto), una mia allieva ha una figlia ormai trapiantata a Napoli, un altro mio conoscente ha uno squadrone di amici filippini.. come potete notare, la varietà di backgrounds non manca proprio. Quando ti si pone davanti un ambiente così misto, insomma, la strada verso l’accettazione e l’integrazione dovrebbe essere spianata. Esatto? No. Sbagliato.

Non ho ricevuto porte sbattute in faccia – quello no! – ma spesso mi sono trovata a dovermi giustificare quando di base non avevo fatto proprio nulla. Il mio giustificarmi, infatti, nasceva dall’esigenza di sdoganare un paio di stereotipi e mostrarmi per quella che sono: una persona con una certa nazionalità che però è anche tanto – ma proprio tanto – altro.

Da Berlusconi (ora Renzi… e non so cosa sia peggio), alla Mafia, alle mamme un po’ ingombranti, sino all’essere chiassosi è tutto un dover ricordare al prossimo ma anche a noi stessi che l’individualità del singolo è un qualcosa di totalmente diverso rispetto dall’immagine filtrata di un Paese.

Intendiamoci, la nostra (intendendo con “noi” gli europei non di colore) è in ogni caso una posizione privilegiata, e non poco. Nessuno ci chiederà mai se scappiamo da una guerra, se a casa nostra c’era l’acqua corrente oppure se i nostri genitori sono arrivati nascondendosi nel vagone merci di un treno. Nessuno si permetterà di indicarci per strada o urlare “tornatevene a casa vostra…non vi vogliamo”… molti, però, ci chiederanno “Ma cosa ci fai qui?”.

La mia risposta di norma spazia dal “faccio ricerca per un dottorato” a “ho intrapreso un viaggio alla ricerca di me stessa” sino a “ma gli affaracci tuoi, no?”. Il tutto, nemmeno a dirlo, in base a chi ho di fronte e a di che umore sono. Confesso che a volte mi viene l’irresistibile tentazione di inventarmi una turpe vicenda a base di contrabbando di organi e amanti segreti dai nomi esotici. Una storia d’amore contrastato, un po’ di dramma, una bella shakerata et voilà: la storia è servita!

Scherzi a parte, quello che mi piacerebbe sottolineare è che anche l’ambiente più tollerante ha i suoi limiti, che anche le persone più aperte possono avere delle riserve e che il nostro compito non è nulla di diverso da quello che dovremmo fare a prescindere ogni giorno: regalare a noi stessi e agli altri la migliore versione di noi stessi, un sorriso, una tazza di caffè e magari una bella chiacchierata. Tutto il resto – le battute a sfondo politico, gli stereotipi, le imitazioni, gli accenti e quanto altro – è fuffa.

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Io & Lei: il nostro matrimonio. Cap.1: “La Burocrazia”

Chi di voi  ha letto di me sulla nostra pagina Facebook ed ha acquistato il nostro favoloso libro, mi conosce come la complicata ragazza che vive a Barcellona e che divide la sua vita con sua moglie Sara e con Ebony, la gatta nera.

Ma quest’oggi vorrei fare un passo indietro, più precisamente a qualche settimana prima della nostra partenza per la Spagna. Eccoci qui: trovarsi in Italia, di fronte ad un documento e, per l’ennesima volta, davanti al fatidico spazio “stato civile” esitare e pensare di scrivere “mutevole“…non è decisamente da tutti!

Dritta attraverso le difficoltà

Dritta attraverso le difficoltà

Per noi  però è ancora così: dopo aver vissuto a Londra ed aver celebrato lì la nostra Civil Partnership (il matrimonio non era ancora legale, lo sarebbe diventato solo un mese e mezzo più tardi), essere poi tornate in Italia dove risultiamo single, aver fatto tappa in Germania dove il nostro legame inglese risultava valido -avevamo infatti diritto anche ad entrare nelle liste per la richiesta di una casa popolare come famiglia- la situazione, almeno dal punto di vista formale, era ben più che confusa e ci lasciava, talvolta, in imbarazzo anche di fronte a banalità quali il completamento di un formulario.

Ritenevamo poi –che sprovvedute!– che andando ad abitare in uno Stato in cui c’è completa tutela per ogni tipo di famiglia avremmo potuto tirare finalmente il fiato…e invece no!

Cariche delle migliori intenzioni e di tutti i documenti raccolti nei nostri spostamenti, poco dopo essere arrivate a Barcellona ci siamo dirette all’Ufficio del Registro per chiedere il riconoscimento della nostra unione contratta su suolo britannico, senza però fare i conti con il fatto che, da una parte, l’istituzione del matrimonio in Spagna non era assimilabile e superava di fatto la nostra Civil Partnership e che dall’altra, per giunta, nessun documento italiano (gli unici che potevano far fede per dirimere la questione, data la nostra nazionalità) ci poteva inquadrare diversamente da due complete estranee. E allora? “E allora ricominciamo tutto da capo!” ci disse con entusiasmo la dipendente dell’Ufficio senza accorgersi che quelle poche parole avevano avuto il magico potere di stremarci in un istante. Stremate? E perchè mai? Lascio a voi la risposta.
Richieste di documenti a 4 comuni italiani diversi. Cosa da nulla, no? No.
Dovevano essere in originale, emessi da meno di 6 mesi e tradotti da un traduttore giurato.
Ciò ha comportato: chiedere la collaborazione di estranei che viaggiavano verso Barcellona e potessero portarmi francobolli italiani con cui pre-affrancare buste da inviare ai differenti Comuni, secondo quanto da loro richiesto, per poi affidarsi al servizio di posta italiano e spagnolo con fede mistica per riaverli indietro per tempo (ho scoperto quanto 6 mesi possano volare); chiedere la collaborazione di cari amici in Patria per l’espletamento di altre pratiche tra le quali code in uffici e pagamento di bolli che non potevano essere portate a termine se non di persona; la scoperta della fondamentale ignoranza sulle leggi internazionali di molti dipendenti statali italiani e dell’umanità ed efficienza dei Comuni sotto i 2.000 abitanti, contro la disumanizzazione di quelli che sono o si atteggiano a cosmopoliti; la ricerca e il contatto con un adorabile e competentissimo traduttore giurato catalano…
Il tutto, considerando le ovvie tempistiche tecniche e il fatto che non ho avuto un solo giorno di ferie, è stato portato a termine, senza tirare un attimo il fiato, da metà dicembre 2014 a, più o meno, inizio maggio 2015. Spesa totale? Circa €100.

Pila di documenti

Documenti, documenti, documenti ovunque!

E’ quindi seguita la nuova visita al Registro Civile, la presentazione dei documenti raccolti e l’appuntamento fissato a breve distanza per inoltrare la richiesta del permesso matrimoniale e comunicare la data e l’ora dell’evento.

Ciò che mancava era solo scegliere il “dove e il quando” e avevamo meno di 10 giorni per farlo! Mille le email e le telefonate: non volevamo spendere neanche un euro e sembrava che qualsiasi posto gratis o, quantomeno, economico a Barcellona o dintorni avesse liste di attesa da 6 mesi ad un anno.
Non mi sono arresa e ho continuato imperterrita la ricerca.
Avremmo desiderato fissare una data in settembre ma, quando, durante una chiamata al Registro Civile del ridente Comune di mare di Sant Feliu de Guixols mi sono sentita dire “Abbiamo libero il 3 di luglio, segno?” ho esitato giusto il tempo di riprendermi dalla sorpresa e con trasporto ho risposto “Claro que sí!“.
La data e il posto c’erano, il 21 maggio 2015 ci siamo presentate in compagnia di una testimone (la mia favolosa amica Adriana) nuovamente al Registro Civile di Barcellona e dopo un po’ di firme e poco più di due settimane abbiamo avuto in mano il permesso firmato dal giudice e il pesante incartamento da spedire con posta assicurata (e dopo averne fatto copia di ogni pagina) al Comune che ci avrebbe sposate. Era fatta? Così sembrava.

Il 29 giugno, non avendo più avuto notizie della mia spedizione nè risposte alle mie e-mail cariche di crescente ansia, ho preso in mano il telefono mentre mi trovavo in pausa al lavoro e ho tentato di chiamare l’Ufficio del Registro di Sant Feliu de Guixols che, per loro stessa ammissione, il più delle volte era irraggiungibile telefonicamente.
La fortuna però sembrava essere dalla mia: dopo svariati squilli una voce femminile rispose e dopo avermi lasciato spiegare la situazione mi mise in attesa. La segretaria riprese il ricevitore.
-Lunga pausa-“Mi spiace, ma non sto trovando i suoi documenti“.
Bocca asciutta.
Iniziai a balbettare.
Ma, ma, ma come?
La donna dall’altro capo del telefono, rendendosi conto di aver appena scatenato un attacco di panico in piena regola mi chiese a che numero potermi richiamare per poterle permettere ricerche più approfondite.

Da quel momento e per i successivi minuti ho passato in rassegna nella mia mente (ero pur sempre al lavoro) tutte le parolacce che conoscevo, ho fatto poi un respiro molto profondo cercando di fermare il tremito che mi scuoteva da capo a piedi nonostante i 30 gradi all’ombra.

Il nostro "dove"

Il nostro “dove”

Dopo mezz’ora (tra le più lunghe della mia vita) il telefono ha finalmente suonato:
Trovati! Li ho trovati! Tutto a posto. Vi aspettiamo il 3!”

Dopo l’ennesimo picco emozionale e, lì per lì, incerta se ridere o piangere, nel dubbio, ho saltellato fino alla mia scrivania e ho terminato la giornata di lavoro con un inequivocabile e gigantesco sorriso. Avevamo decisamente vinto sulla burocrazia italo-spagnola ed era una soddisfazione davvero non da poco.

Prossimamente il racconto continuerà, amiche e amici: finite le scartoffie non poteva che essere tutto in discesa.

…O forse no?

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Un’expat al concerto: i Neonschwarz

Oggi mi piacerebbe parlare un po‘ di musica, perché se è innegabile il fatto ci siano determinate musiche del nostro paese d’origine che rimarranno sempre con noi, è altrettanto vero che la cultura che ci accoglie spesso ci può regalare delle bellissime sorprese anche da questo punto di vista. Un altro dato importante, poi, è il fatto questa stessa musica sia in grado di restituirci un po’ dello spirito del tempo in cui viviamo, con le sue luci ma anche con le sue ombre.

A fronte di un biglietto dal prezzo decisamente abbordabile, il 1. ottobre ne ho approfittato per andare a sentire il concerto dei Neonschwarz, nel tentativo di placare la nostalgia di Amburgo che mi coglie ormai a ritmi bimestrali.

Per chi non li conoscesse, si tratta di un gruppo fondato da quattro artisti – Johnny Mauser, Marie Curry, DJ Spion Y e Captain Gips – che nel 2010 hanno inciso un brano – On a Journey – che non ha avuto bisogno di pubblicità alcuna per imporsi sul mercato musicale. Il video dall’aria funky girato ad Amburgo e la musica decisamente ballabile e accattivante, hanno fatto del brano la canzone dell’estate per eccellenza. Il primo tour – come per ogni band emergente – li ha visti suonare in ogni club, hangar, tenda o centro giovanile disponibile e i quattro hanno anche avuto la possibilità di fare da band di supporto a nomi più noti, facendosi lentamente notare. Il primo vero traguardo musicale lo hanno conquistato al Fusion Festival e da allora si stanno imponendo sul mercato a suon di rime e motivi orecchiabili.

I quattro riflettono – e fanno riflettere – su problemi sociali e realtà spesso scomode e per questo dimenticate, senza perdere la componente festosa e allegra che comunque contraddistingue i loro concerti e che li fa amare dal pubblico. Il loro primo album si chiama Fliegende Fische – tradotto: pesci che volano – ed è uscito nel 2014 con l’etichetta indipendente Audiolith Records; con altri artisti – non solo della stessa label – hanno poi fondato una sorta di gruppo che fa Zeckenrap (questo il nome che hanno dato ad un hp hop decisamente di sinistra): TickTickBoom.

NeonschwarzMa veniamo al concerto… Approfittando dell’occasione per ricordare a tutti degli incresciosi avvenimenti che purtroppo stanno colpendo il Paese, hanno iniziato mostrando sul palco uno striscione – meglio: un lenzuolo su cui hanno scritto con una bomboletta spray – che recava la scritta Refugees Welcome e da lì hanno iniziato inanellando rime vecchie e nuove, ridendo – e facendo ridere – di una società che a volte lascia un po’ a desiderare. Parlare di accoglienza, guerra in Siria, rifugiati e razzismo in chiave politicamente impegnata in una realtà che a volte si trova suo malgrato a far da teatro a marce di gruppi neo-nazisti non è facile, farlo con gioia e coinvolgendo il pubblico lo è ancora meno. Eppure per quasi due ore hanno saltato sul palco, cercando di smuovere un pochino le coscienze in merito a temi quali – appunto – l’accoglienza ai rifugiati e la solidarietà, ma anche gli eccessi di una società capitalista nella quale affermarsi non solo come artisti ma anche come singoli non è semplice.

Insomma, vuoi per l’atmosfera che ricordava molto un concerto sulla Reperbahn – con tanto di shot locale: il Mexikaner -, vuoi per la location che si presta molto bene a questo genere di concerti, vuoi per la musica che – pur non essendo una grande amante del genere – non poteva lasciare indifferenti è stato un bellissimo concerto. Trovare artisti genuinamente interessati a comunicare qualcosa e a cercare di portare un cambiamento nelle coscienze sta diventando sempre più raro ed è probabilmente per questo che la serata mi rimarrà addosso ancora per molto. Perchè ha avuto il potere di ricordare a tutti coloro che erano presenti che insieme possiamo fare qualcosa e che unirci per qualcosa in cui crediamo può anche assumere le sembianze di una festa tra amici.

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Auf Wiedersehen Italien

È più forte di me, ogni volta che torno, poi non sono in grado di lasciare l’Italia senza soffrire il distacco. vacanze-expatEppure questa volta l’avevamo pensata bene! Come vi avevo detto nell’ultimo video pubblicato sulla nostra pagina FB, ho trascorso una settimana di ferie tra Puglia e Roma. Io sono veneta, e volutamente io e il mio ragazzo in Veneto abbiamo deciso di non metterci piede, per evitare di stare ancora peggio. Una settimana a casa per noi non è abbastanza, tra la mia famiglia allargata, la sua famiglia, gli amici di entrambi e i nostri posti, dove tornare è per noi d’obbligo, 7 giorni non bastano, figuriamoci poi pensare di fare scalo a Venezia senza salutare nessuno! E quindi abbiamo volato su Roma, dove comunque abbiamo dedicato parte della vacanza allo stare in famiglia, i 5 giorni in Puglia infatti li abbiamo trascorsi con una parte della mia famiglia, mio papà e sua moglie, che ci hanno viziati e coccolati. Per non sentire troppo il trauma da distacco, e per concederci un paio di giorni tutti per noi, da bravi piccioncini, ci siamo regalati un paio di giorni a Roma, ma niente da fare, nonostante non ci fosse nessuno da salutare con le lacrime agli occhi, io sono stata male comunque. In stazione a Termini, mentre aspettavamo il treno per Fiumicino, gli altoparlanti non la smettevano più di annunciare il treno in partenza per Venezia Santa Lucia, che fermava a Padova, e su cui sarei voluta saltare senza guardarmi indietro, per tornare a Casa tra le braccia della mamma e della famiglia intera, riunita per la domenica. Gli occhi si sono fatti lucidi e nella mia mente mi pareva impossibile dover tornare quassù, a Berlino, dove l’autunno è già iniziato, lasciandomi alle spalle delle meravigliose giornate estive, anche se di settembre.

Devo dire che Roma si impegnata a ricordarmi perché questa Italia che tanto amo, ho deciso di lasciarla,expat-vacanze almeno per qualche anno. Il nostro volo di ritorno era intorno alle 14.00 di domenica, ci eravamo organizzati per bene con gli orari controllando su internet più volte quale fosse la soluzione più “economica”, sempre che di soluzione economica si possa parlare visti gli 8€ di biglietto per raggiungere Fiumicino in treno. Alla fermata di Tuscolana abbiamo scoperto però che il primo treno per l’aeroporto sarebbe stato 2 ore dopo, in totale disaccordo con quanto scritto sul sito Trenitalia. Di corsa siamo tornati sui nostri passi, per andare in direzione opposta e raggiungere Termini, da dove i treni per Fiumicino ne costano 14 di Euro (!!!!!!). Lì expat-vacanzeabbiamo scoperto che il treno che avremmo dovuto prendere era stato “cancellato a causa di animali di grossa taglia vicino ai binari” (cosa?!) di non di sa quale fermata. Finalmente dopo altri 25 minuti ne è arrivato un altro e abbiamo potuto raggiungere Fiumicino. Una normale giornata di follia sui mezzi pubblici italiani, che ci ha fatto quasi sentire la mancanza della rigidità e puntualità tedesche.

I miei sentimenti al ritorno da questa meravigliosa settimana sono ancora una volta sballottati e confusi, la cordialità e infinita ospitalità pugliesi, la qualità superiore e insuperabile di cibo e vino italiani, i luoghi pieni di storia e il mare da sogno, il rito dell’aperitivo che tanto mi mancava, il poter parlare la propria lingua, ma soprattutto lo stare in famiglia, mi hanno reso davvero difficile anche questo ritorno a Berlino. A consolarmi c’è la stabilità ritrovata con l’appartamento in cui si siamo appena trasferiti e sapere che in fondo qui stiamo bene, anche se non è la stessa cosa, ma credo che non sarà mai la stessa cosa. Qui è diverso, è uno stare bene differente, fatto della consapevolezza che tutto quello che abbiamo qui ce lo siamo faticati e guadagnati, che si tratti di lavoro, casa o amicizie (anche se per ora parlerei ancora di conoscenze). Per me Casa rimane dove si trovano gli affetti, ma nella mia seconda casa in fondo non si sta poi così male 😉

Un abbraccio da Berlino!