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Lavoro : architetti a Berlino

Da quando sono arrivata a Berlino quasi due anni fa, mi è successo di essere contattata da giovani architetti, o amici di amici, o figli di amici di famiglia, che volevano sbarcare a Berlino, e avere qualche informazione da chi era qui già da un po’.

Non ho una formula magica per trovare lavoro come architetto a Berlino (anche se nel frattempo ho cambiato lavoro, e al momento mi occupo di 3D / Rendering) , ma sia io che Andrea (il mio ragazzo), ce l’abbiamo fatta, e con non poche soddisfazioni, e quindi non vedo perché non condividere con voi la mia esperienza.

architettura-berlinoIo sono arrivata a Berlino senza esperienza lavorativa, a parte un breve tirocinio durante la laurea triennale e un’estate a lavorare all’interno della Biennale di Venezia. Mi sono laureata a Marzo, e avevamo già le idee chiare, a fine estate ci saremmo trasferiti a Berlino. La cosa più importante in assoluto, a mio avviso, è avere un Portfolio curato nei minimi dettagli. Io avevo da mostrare “solo” i lavori sviluppati durante l’università, per la maggior parte frutto di esami preparati in gruppo, per cui ho ripreso in mano la grafica di molti di questi, in modo che chi avrebbe dovuto visionarlo avesse un’idea chiara di chi fossi io. Un’ ottimo sito per farsi un’idea di cosa sia un Portfolio fatto davvero bene è : issuu.com . Io ho passato del tempo a studiare il lavoro degli altri proprio su questo sito prima di dedicarmi al mio. Dopo circa un mese il mio Portfolio era pronto, ma eravamo solo all’inizio.

architettura-interno-berlinoLa seconda fase è stata fare una lista, nel mio caso un file Excel, di tutti gli studi che mi interessavano, segnando quali di questi in particolare avessero posizioni libere all’interno dello studio, per fare questo mi sono fatta aiutare dal sito competitionline.com che offre una lista di studi di architettura, per esempio presenti a Berlino. Ogni mail che ho inviato, e non sono state poche, è stata accompagnata da una “cover letter” (=lettera di presentazione), personalizzata per ogni studio. È di certo stato un lavoro piuttosto impegnativo, ma ne è valsa la pena, visto che sono riuscita ad avere dei colloqui in studi che mi interessavano davvero, e alla fine anche un lavoro che non mi sarei mai sognata in Italia.

Lo stesso ho fatto quando, dopo quasi un anno e mezzo nel mio studio, ho deciso che volevo cambiare lavoro, e con non poca fortuna dalla mia parte, sono riuscita nel mio intento anche questa volta.

Per quanto riguarda la lingua io sono andata sempre avanti con l’inglese, tutte le mail che ho inviato e i colloqui che ho fatto sono stati in inglese. Molti studi che hanno sede qui a Berlino sono internazionali, nel mio attuale ufficio ci sono persone provenienti davvero da tutto il mondo, e quindi la lingua ufficiale rimane l’inglese. Io però non ho mai smesso di studiare il tedesco da quando sono arrivata, per un datore di lavoro è importante sapere che si cerca almeno di fare uno sforzo per imparare la lingua del Paese in cui vivi, anche se si potrebbe sopravvivere anche senza.

Trovare lavoro a Berlino non è facile come molti pensano, ho ricevuto anche delle proposte ridicole, con salari altrettanto ridicoli e condizioni pietose, ma tenendo duro e sapendo dire no, si possono davvero realizzare i proprio sogni, e questo penso valga in tutti i campi, non solo l’architettura.

cioccolata-ufficioLavorare in questa città è un’esperienza unica, nel mio ufficio abbiamo tre cani, il “capo” cucina con le proprie mani una torta di compleanno per ogni dipendente (siamo più di 40), abbiamo una scatola piena di cioccolata per ogni evenienza e riserve di birra per il venerdì sera. Naturalmente non tutte le aziende sono uguali, ma mediamente vince la meritocrazia e la voglia di fare viene sempre premiata, al capo si da del tu e se c’è un problema si cerca di parlarne apertamente, nei limiti del possibile.

Io sono contenta di questa esperienza che mi ha dato tanto e insegnato ancora di più, non so quanto tempo rimarrò a Berlino, ma di sicuro non sarà facile da dimenticare!

Spero i miei consigli possano tornare utili a qualcuno, e nel caso servisse io sono qui per rispondere a dubbi e curiosità!

Un abbraccio e alla prossima

 

tatuaggio-gufo

Tatuaggi: scritto sul corpo.

She always had this thing about her, that look of otherness,
of eyes that see things much too far, and of thoughts
that wander off the edge of the world – Joanne Harris

C’era sempre quella cosa di lei, quello sguardo altro,
di occhi che vedono le cose troppo in là e di pensieri
che vagano oltre i limiti del mondo – Joanne Harris

Ricordo distintamente che – quando ero bambina – mia zia – la ribelle, l’artista, la donna più bella di sempre, il mio modello – venne a trovarci e mi confidò un segreto, facendomi promettere di non dire nulla a mio nonno.

Qualche sera prima, fiera dei risparmi che era riuscita a racimolare di nascosto, era andata da un tatuatore e si era fatta decorare una spalla – la sinistra, se non ricordo male – con una rosa rossa.
Quando vidi quel fiore ne rimasi impaurita, mi bloccai a metà tra un complimento – diamine, era bellissimo! – e una reprimenda perché “il nonno non voleva. Non si fa, zia!“.
Inutile dire che in una famiglia smaccatamente patriarcale come quella di mia madre un affronto all’autorità di mio nonno non era ben visto, anche se essendo mia zia la più giovane – e forse viziata – la questione si risolse con una scrollata di spalle e un paio di borbottii contrariati. Emergenza rientrata, insomma…
Ho passato tutta la mia adolescenza credendo i tatuaggi fossero un qualcosa che “non si fa”, un qualcosa di destinato ad addobbare gentaglia eccentrica e senza speranza (cit.).  Giostrandomi tra mia madre che i tatuaggi li ama solo sulla pelle degli altri e mio padre che se ne regala quasi uno ogni anno, ho dovuto aspettare anni prima di avvicinarmi all’idea e – a nemmeno tre anni dal mio trasferimento in Germania – ne ho già accumulati due, fatti sempre dal mio studio di fiducia, che sono andati ad aggiungersi a quello che già c’era.
tatuaggio-wickedIl primo che ho fatto è questo. La citazione rimanda a uno dei miei musical preferiti – Wicked – e alla celeberrima canzone “Defying gravity”: Everyone deserves a chance to fly (tutti meritano un’occasione per volare). Dopo 15 mesi di espatrio avevo bisogno di ricordarmi che ero partita non solo con degli obettivi ben precisi ma anche con dei sogni, delle aspirazioni, la voglia di dedicarmi anche a me stessa in barba a tutte le beghe di questa vita che tanto amiamo e che tanto ci ama. Ad accompagnarmi uno di quelli che sarebbe diventato uno dei miei migliori amici, che tutt’ora lo è e che – tra alti e bassi, discussioni e riconciliazioni – non mi ha mai davvero lasciata sola.
Non se ne parla…non esiste che tu vada da sola” mi ha detto e mentre aspettavo che Felix – il tatuatore – preparasse il modello me lo sono trovata davanti armato di succo di frutta, pallina antistress e la sua incredibile, inarrestabile parlantina. Ora che ci penso ci conoscevamo bene da nemmeno un mese, nel momento in cui mi ha vista senza maglia, stesa su un lettino… e – udite udite! – non è scappato! 😛
tatuaggi-ancoraQuesto invece è il secondo: una piccola ancora di 5 o 6 cm di lunghezza poco sotto la piega del braccio. L’ho fatto il 25 maggio – brandneu, direbbero i tedeschi…nuovo di pacca – e questa volta non c’era nessuno ad accompagnarmi – in compenso Robin si è presentato la sera stessa e ha preteso di vederlo subitissimo. Pure se la pelle era ancora un po’ infiammata -. L’ho voluto per un sacco di tempo, ho passato ore a guardare millemila ancore che – alla fine – mi sembravano un po’ tutte uguali prima di decidermi e andare a prendere appuntamento. L’ancora non solo celebra il mio amore infinito per l’acqua ma mi ricorda anche che – in ogni tempesta, avversità, difficoltà, momento tumultuoso – io stessa sono la mia ancora. Mi mette davanti al fatto che ho tutte le capacità per farcela, con le mie gambe, la mia forza, la mia testardaggine e il mio cuore.
Tanti parlando di espatrio tirano fuori il concetto di “seconda possibilità”, di “rifarsi un’esistenza” e devo ammettere che all’inizio lo credevo anche io. Poi ho capito che le possibilità – prime, seconde, terze o millesime – sono quelle che sappiamo darci a prescindere dalle contingenze, dal dove e dal quando. Ho realizzato che noi stessi siamo la nostra possibilità e il regalo più grande che possiamo farci è quello di conoscerci ogni giorno un po’ di più.

Il nostro corpo parla di – e spesso anche per – noi,  in tutte le sue sfumature e difetti, in tutte le sue angolazioni e prospettive.

Ho impiegato anni ad amarlo come merita – come merito! – e ogni piccolo grammo di questo mio tempio merita tutta la mia cura, il mio rispetto, la mia passione.  Compresi i miei tatuaggi, perché mi riportano alla donna che sono e che so di poter essere. Tutto il resto – manco a dirlo – è fuffa.

(In tutto questo, ve lo steste chiedendo: no, non ha fatto male. No, nemmeno le costole e no, non va via lavandolo 😉 ).

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Bonn e la sua foresta verde selvaggio

Bonn: un verde selvaggio a paragone di Belfast dove ho vissuto.

Il caldo estivo è incredibile, sembra più caldo qui che in Italia al pari della stessa temperatura. La foresta che circonda certe aree di Bonn è un riparo alla calura e un mondo nuovo da scoprire per i bambini. Il “selvaggio” (la foresta e gli altri spazi pubblici) è pulito rispetto a Roma, dove non si possono portare nemmeno i bambini al mare o ai giardini vicino a casa per lo sporco.

Qui, a Bonn, i bambini esplorarono la natura, guardano gli insetti, i fiori e giocano nelle pozzanghere: si sporcano e ridono. Tutto inzacchero riporto il mio bimbo a casa che mi parla di tutti gli insetti che ha visto. Anche e soprattutto questa è educazione, educazione a conoscere il mondo in cui viviamo. E poi spero sarà la base dell’educazione per rispettarlo.

Imparano i nomi degli alberi, i tipi di foglie. Osservano la natura e portano a casa stecchi e sassi, che conservano. Prendono l’acqua dal fiume per vedere cosa c’è dentro, guardano gli insetti e poi cercano di descriverli. La maestra conosce il nome di vari insetti e spiega loro il ciclo di vita. Camminano e osservano il paesaggio. E poi in classe cercano di riprodurre cosa hanno visto. Piantano delle piantine in un vasetto per vedere come crescono .

foresta-bonnOsservare il mondo circostante è un’ importante abilità. Essere a contatto con la natura ci rende liberi e ce ne fa sentire parte. Rilassa i bambini, che corrono, camminano e fanno attività fisica. Inoltre imparano gli elementi di base delle scienze naturali in maniera pratica, non solo guardando le figure di un libro. Si pongono anche domande etiche. Mio figlio ha visto il corpo di un pulcino morto e si è chiesto chi l’avesse ucciso. Dopo una discussione in classe sono giunti alla conclusione che forse un gatto ne aveva mangiato la testa.  Le domande che si scatenano in un bimbo dopo aver  visto una scena simile  sono molte,  e importanti sono  anche le osservazioni: “anche i gatti hanno diritto di mangiare”, “ma perché attaccano i pulcini e non gli uccelli più grandi?”.  E ancora: “anche gli esseri umani mangiano la carne”, “da dove viene la carne che mangiamo?” E altro ancora. Tutto questo è stato scatenato da una passeggiata nella foresta ed io come mamma sono contenta. Sono contenta che impari camminando, osservando, vivendo la foresta. Queste esperienze lo arricchiscono in maniera incredibile: se le ricorderà tutta la vita. Torna a caso stanco con mille cose da dire. Si sente un piccolo scienziato e osserva l’acqua che ha in una boccetta e che presto osserverà al microscopio. Non è annoiato, non si accorge che sta studiando. Tutto è un gioco, un gioco molto educativo che gli dà energia e curiosità di leggere libri.

Mi piacerebbe che portasse un quaderno per disegnare nella foresta. Con matita e colori potrebbe provare a disegnare gli alberi e le foglie che vede. Non so se è in programma ma in ogni caso è una cosa che si può fare insieme. Anche se le scuole elementari sono state un bellissimo periodo della mia vita e  ricordo di aver fatto un’esperienza così unica.

Anche se non ammiro tutto del sistema educativo qui in Germania, questo mi piace.

Vedere gli occhi del mio piccolo stanchi ma brillare di contentezza e di curiosità mi dà una gioia incredibile.

Imparare facendo, imparare vivendo.

 

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Non fate arrabbiare i Berlinesi

 

Quando si vive in una grande città come Berlino ci si inizia a sentire a casa anche quando si prendono le abitudini dei suoi cittadini. Un po’ come quando ero a Venezia, e come i Veneziani camminavo tra i turisti a passo di marcia, facendomi largo tra loro sbuffando.

Per i Veneziani i mezzi di trasporto più veloci sono i propri piedi e i vaporetti, ed è proprio lì che finiscono per innervosirsi più facilmente quando sono di fretta. I Berlinesi invece si muovono in bici o con i mezzi pubblici, sì, anche le auto non mancano a Berlino, ma il traffico si sa, innervosisce tutti, non è una peculiarità dei tedeschi.
Berlino-ciclisti-berlinesiSe volete fare davvero arrabbiare un Berlinese, camminate sulle piste ciclabili, possibilmente a braccetto o in gruppo, e lì sì che sentirete loro tirar fuori il peggio di sé. Va detto che per chi non è abituato a vivere in una città con così tante piste ciclabili, è normale non farci caso, e quindi mi trovo spesso a provare compassione per i poveri turisti insultati e scampanellati da i folli, velocissimi ciclisti Berlinesi.
Devo ammettere, per natura sono piuttosto pigra, e adoro i mezzi pubblici, a Berlino sono così capillari, efficienti e puntuali che difficilmente rinuncio alla mia Monatskarte (l’abbonamento mensile che permette di muoversi su tutti i mezzi di trasporto, dal tram alla S-Bahn, dai bus alla metropolitana, e c’è pure un Ferry), abbonamento che però costa 81€ al mese, e quindi con l’arrivo della bella stagione combatto contro la mia pigrizia e tiro fuori il mio bellissimo bolide impolverato dalla cantina.
Ed è proprio a cavallo delle mie due ruote che mi trasformo, divento anch’io uno di quei folli ciclisti (nel mio caso non così veloce come quelli sopracitati) che scampanella ai poveri malcapitati che all’uscita della metropolitana si trovano loro malgrado a camminare sulla pista ciclabile. Sì perché in alcuni punti sono segnalate molto bene, con una pavimentazione rossa, o si trovano direttamente sul manto stradale, ma a volte si trovano sul marciapiede, separate solamente da una striscia bianca, che può trarre in inganno i non esperti in materia.

Al secondo posto troviamo : le scale mobili! Lasciate che vi spieghi; ci sono stazioni della metropolitana labirintiche, come quella di Alxanderplatz, nodi in cui si trovano fino a tre diverse linee della U-Bahn (metropolitana) e altrettante della S-Bahn (treni di superficie), muoversi al loro interno prevede una conoscenza profonda del luogo e non poca agilità. Le distanze tra una linea e l’altra posso essere piuttosto lunghe, ed è qui che entrano in gioco le amatissime e fedeli scale mobili! Ecco, diciamo che i berlinesi Berlino-Lisahanno un approccio un po’ diverso dal nostro rispetto a questo mezzo di trasporto. Noi praticamente sveniamo appena mettiamo piede su una scala mobile, ci immobilizziamo, come al mare quando si fa il morto e ci si fa trasportare dalla corrente, di certo non lo consideriamo un mezzo per renderci più veloci, ma un mezzo per assecondare il nostro spirito di amebe, piuttosto che affrontare 20 scalini in più. Per loro invece sulle scale mobili si corre, certo, anche alcuni di loro si fanno dolcemente cullare, rimanendo immobili fino a destinazione, ma queste a queste creature è premesso di incagliarsi esclusivamente a destra, la parte sinistra della scala deve essere libera, per i centometristi, che corrono disperati per raggiungere il treno che sta per partire.
La cosa che mi diverte di più in tutto ciò, è che queste corse disperate avvengono per prendere treni che passano ogni 5, massimo 10 minuti. Cioè, vogliamo parlarne? Io che ho fatto la pendolare per 6 anni tra Padova e Venezia con il servizio di Trenitalia, quando ho visto per la prima volta i berlinesi lanciarsi dentro alle porte della S-Bahn mentre si chiudeva, con la stessa agilità del protagonista di Matrix, per poi scoprire che avrebbe potuto aspettare il treno successivo che sarebbe arrivato nel giro di 3 minuti, sono rimasta allibita. Ma come ho detto in precedenza, vivere in una città significa prenderne le abitudini, e quindi mi trovo anch’io a correre sulle scale mobili, battendo i piedi più forte se vedo che qualcuno “osa” sostare sul lato sinistro della scala, per far sentire il mio arrivo e sperando questo basti a farlo desistere e rientrare nella corsia dei cullati dalla marea. A volte purtroppo questo non basta, e bisogna sfoggiare nell’ordine : schiarimento di voce, “Entschuldigung” e infine un più internazionale e meglio comprensibile “Sorry”.

Berlino-berlinesi

 

 

Ecco, se vi capiterà di passare per Berlino non dite che non vi avevo avvertiti quando un ciclista vi suonerà o un centometrista vi batterà sulla spalla per farsi strada sulla scala mobile, provare per credere 😉

Tschüß e alla prossima!

 

 

Perché Berlino?

Questa è la domanda che più spesso mi è stata posta quando ho annunciato al mondo la mia partenza e soprattutto da quando mi trovo qui in pianta stabile.

La verità però è che io una risposta esaustiva e soddisfacente non ce l’ho mai avuta.

La prima volta che ho messo piede sul suolo berlinese circa due anni fa come turista, ho annusato l’aria della città, mi sono riempita gli occhi dei suoi colori e delle sue forme e un’irrazionale consapevolezza ha preso possesso della mia mente: io avrei vissuto in quella città.

Io, Ariane

Io, Ariane

Ci sono state tante altre città in cui mi sono sentita talmente a mio agio da rendermi conto che avrei potuto viverci, ma mai in nessuna di queste mi sono sentita così convinta di poterlo fare e soprattutto che lo avrei fatto davvero.

Meno di un anno dopo, fresca fresca dei miei 24 anni, sono partita da Roma, ufficialmente con una motivazione temporanea, ma così perfettamente consapevole che si sarebbe trattato di un trampolino di lancio per un’esperienza molto più lunga e importante di quei sei mesi previsti.

Per una persona così razionale e riflessiva come me, è stato strano – ma allo stesso tempo meravigliosamente facile – decidere di prendere e partire, complici anche l’essere giunta alla fine di un percorso della mia vita – la laurea -, la necessità di cambiare aria e dare una svolta alla mia esistenza e la voglia irrefrenabile di allontanarmi da una città, che tanto ho amato in passato ma che ho finito per non sentire più mia.

Quindi, perché Berlino?

Perché qui inspiegabilmente mi sono sempre sentita a casa, anche quando ero solo di passaggio.

It feels like home.

Fühlen sich wie zu Hause.

Potevo decidere di andare in un qualunque altro posto che già conoscevo, in cui mi sarei sentita a mio agio con la lingua e dove avrei avuto degli amici ad aspettarmi, invece di imbarcarmi sola con tante valigie, un clima inospitale, una lingua impraticabile, senza un nido sicuro in cui rifugiarmi e con una vita sociale completamente da ricreare.

Non è stata una scelta facile, Berlino, ma è stata la più semplice da prendere.

Berlino, era ciò che mi serviva.

E ancora, perché Berlino?

Perché qui ho scoperto aspetti di me che non conoscevo e che mi sono sorpresa di avere;

perché qui ho fatto cose mai fatte prima o che ormai avevo smesso di fare da tanto tempo – come sedermi in un bar in tarda mattinata e imprimere nero su bianco un flusso di pensieri.

Perché questa città ti fa venire la voglia di uscire anche solo per passeggiare ed esplorare, di prendere i mezzi pubblici e lasciarsi trasportare, guardando la città che scorre fuori dal finestrino, senza essere tentati di posare gli occhi sullo schermo di uno smartphone.

Perché qui ho sentito degli odori prima sconosciuti. Perché nonostante sia una città fredda, architettonicamente squadrata, dal cielo quasi sempre grigio e coperto, non ho mai visto così tanti colori per strada e fantasia nell’aria.

Perché la sua anima e le sue caratteristiche con me non c’entrano niente, eppure mi fanno sentire così bene al punto da avere uno shock culturale quando invece torno in Italia.

Quando mi chiedono come sia vivere all’estero, rispondo sempre che, per quanto vivere in alcuni paesi sia più facile rispetto all’Italia, la tua vita non è più semplice.

Ma più bella; ed è per questo che ne vale la pena.

Quando mi dicono che ci vuole coraggio a lasciare tutto e partire, rispondo sempre che ce ne vuole di più a restare fermi.

Auguro a tutti di avere la fortuna e la voglia di provare una sensazione simile:

sapere che c’è molto di più lì fuori. Scoprire che c’è molto di più dentro di te.

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Piccole Cose e Grandezza

“Non so come fartelo capire, ma qui si vive al riparo. E non è una cosa spregevole. È bello. E poi chi l’ha detto che si deve proprio vivere allo scoperto, sempre sporti sul cornicione delle cose, a cercare l’impossibile, a spiare tutte le scappatoie per sgusciare via dalla realtà? E’ proprio obbligatorio essere eccezionali? Io non lo so. Mi tengo stretta questa vita mia e non mi vergogno di niente: nemmeno delle mie sovrascarpe. C’è una dignità immensa, nella gente, quando si porta addosso le proprie paure, senza badare, come medaglie della propria mediocrità. E io sono uno di quelli.
Si guardava sempre l’infinito, a Quinnipark, insieme a te. Ma qui non c’è l’infinito. E così guardiamo le cose, e questo ci basta. Ogni tanto, nei momenti più impensati, siamo felici.”


Castelli di Rabbia – Alessandro Baricco

piccole-cose-grandezzaLa biblioteca civica qua ospita anche una piccola sezione di libri in italiano e – presa dalla voglia di leggere qualcosa in grado di distrarmi a dovere – qualche settimana fa ho preso questo libro, anche se Baricco – diciamolo – non è nella mia top ten di autori italiani preferiti.
Ero sul treno quando ho letto questa frase, stavo andando a dare ripetizioni di inglese presso un istituto che si occupa – appunto – di Nachhilfe e non sono riuscita a levarmela dalla testa. Davvero. Ho persino dovuto mettere mano all’agenda e segnarmela perché non volevo mi sfuggisse nella frenesia delle parole.
Sarà che è un periodo che rifletto molto – forse troppo – e inizio a sentire la voglia di cambiare, ma sto iniziando di nuovo a riapprezzare le piccole cose come non facevo da un po’ di tempo. Una giornata passata a cucinare, un film che aspettavo da tempo di poter vedere, un the con amici, una passeggiata in solitaria nonostante il freddo.. Ho un’immagine impressa sulla retina, un’immagine che in qualche modo mi fa stare bene e mi rimette in pace con me stessa e con chi ho intorno. Sono in Italia, nel mio piccolo appartamento e sul tavolo ho la sporta in vimini comprata a Menton ricolma di frutta e verdura, un raggio di sole a illuminare le sedie in legno scuro e un meal-prep plan appoggiato lì di fianco. Nulla di eclatante, ma quelle sono le immagini a cui ritorno quando ho bisogno di pace. Piccoli momenti, frammenti di una vita semplice che mi fanno stare bene, attimi dedicati a prendermi cura di me stessa.
Ogni volta che qualcosa prova a sopraffarmi, ogni volta che tutto mi sembra troppo, cerco di fare esattamente quello. Mi fermo, chiudo gli occhi, penso a quel frammento di vita e sorrido perché so che quello stare bene partiva da me stessa ed è per questo facilmente ritrovabile e altrettanto insostituibile.
Probabilmente passerò spesso e volentieri per la svitata pseudo-guru che dice a tutti di pensare positivo e poi appena è da sola mugugna e sbuffa come nemmeno una pentola a pressione. Eppure è proprio così..per ogni piccolo disastro c’è un piccolo grande miracolo, per ogni calamità che ci colpisce abbiamo la forza di andare avanti e ogni volta che la vita ci butterà a terra potremo far tesoro di questo frammento di saggezza: c’è grandezza nelle piccole cose, c’è grandezza nei frammenti di tempo che ci fanno stare bene. C’è grandezza in noi stessi, nel nostro essere piccoli uomini (e donne ? ) dal grande potenziale e dal cuore enorme. In una realtà che si fa sempre più competitiva, professionale, elitaria é bello saper di poter tornare a quello stato di pace e soddisfazione che le piccole cose e i frammenti di tempo sanno dare. É bello ricordarsi che c’è valore anche nei piccoli gesti umili e nulla avrà mai maggior valore di ciò che ci rende fieri di noi stessi e ci fa stare bene. Non dimentichiamolo mai.

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Italiano alla Volkshochschule

Ispirata dall’articolo di Elena, che ha parlato dell’Università di Vancouver dove lei insegna e dei ragazzi che la frequentano,  ho deciso di raccontarvi anche io qualche cosa a proposito dei miei studenti…
Dunque, innanzitutto una precisazione: io insegno italiano in quella che qualcuno definisce una “università popolare” – in tedesco Volkshochschule – il che significa che ogni corso ha una durata di 30 ore distribuite nell’arco di un semestre. Non si tratta – se non in casi particolari – di corsi intensivi, quanto più di corsi molto elementari e fatti apposta per chi decide di approcciarsi per la prima volta alla lingua. Ogni livello (A1, A2, B1 e via discorrendo) viene distribuito lungo l’arco di tre semestri per un totale di 90 ore e 10 unità didattiche.

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Ma chi sono questi studenti?
Turisti, professionisti che si occupano anche di import-export, genitori di persone attualmente residenti in Italia e – naturalmente – il vasto panorama degli amanti del Bel Paese. (E non mi riferisco al formaggio 😉 ) L’età varia dai 30 agli 80 anni, il background è altrettanto variegato ma la voglia di fare, capire, parlare li accomuna tutti.

La prima volta che mi sono trovata davanti un gruppo A1.1 – lo confesso – ero terrorizzata. Avendo sempre insegnato a persone che avevano già un’infarinatura, loro erano uno “scoglio” che non avevo proprio mai affrontato. Il viaggio di ritorno a casa dopo le prime due o tre lezioni mi ha vista protagonista di dubbi e incertezze, del pensiero che avrei potuto fare meglio, rendere il corso meno scolastico, più accattivante e così via…credetemi quando vi dico che la vita del perfezionista è dura. 😉
Col passare del tempo mi sono resa conto che nonostante le ore di tirocinio e – prima ancora – quelle di didattica delle lingue straniere e di pedagogia, ci sarebbe sempre stata una domanda difficile, una spiegazione da ripetere ancora una volta o uno studente non proprio conciliante. Tutto questo – nemmeno a dirlo – mi ha fatto apprezzare i miei professori del liceo una volta di più. Sul serio.

Ma tornando a noi.. sono classi variegate, un po’ chiassose, a volte colorate e dove annoiarsi risulta proprio difficile se non impossibile. Ovviamente non si deve partire con la pretesa di insegnar loro a recitare la Divina Commedia o di sentirli usare un congiuntivo al primo colpo, ma è comunque un percorso pieno di piccole e grandi soddisfazioni, che mi ha dato e continua a dare proprio tanto. E del quale sono molto molto grata.
Se è vero che siamo in perenne cambiamento, insomma, mi piace pensare di esserlo grazie anche ai miei studenti, perché ognuno di loro mi ha regalato qualcosa. Anche quelli meno accomodanti. Soprattutto quelli meno accomodanti. Ma questa è un’altra storia… 😉