minigonne-afghane

Minigonne alle afghane.

Distribuire minigonne alle bambine afghane è una delle cose più belle del mondo

(alla facciazza dei talebani!)

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Mia nonna Pina era sartina ed aveva vissuto la sua giovinezza negli anni della guerra.

La giovinezza di mio nonno Pippo, invece, lo fece viaggiare in Africa per vivere in una colonia di popolamento del fascismo, portando poi indietro con sé mille racconti da cui ho ereditato l’amore per l’Africa, lo stesso che mi ha portato a studiare swahili ed arabo. Lì faceva il falegname, come lo faceva nel piccolo paese dei Nebrodi da cui venivano entrambi. Dall’Etiopia fu chiamato in guerra e fatto prigioniero dagli inglesi.

Nel frattempo mia nonna Pina la sartina, faceva le file coi buoni per il pane e i beni di prima necessità nel paesino dei Nebrodi, e trasformava lenzuola in camicie per il suo bello che un giorno – lei lo sapeva – sarebbe tornato.

Mia nonna, che cucinava le penne al pomodoro più buone del mondo dalla sua cucina a legna e dava da mangiare ai passerotti dalla finestra, mi raccontava che a quei tempi, i tempi della guerra, bisognava portare vestiti lunghi e camicie accollatissime. Ma lei non ci stava, e si faceva da sola lo scollo rotondo. Mi raccontava queste cose mentre mi insegnava a cucire e ricamare. Recuperava scampoli da una fabbrichetta, e insieme alla mia mamma mi cuciva vestiti bellissimi, con inserti d’uncinetto, arte che inutilmente cercarono di insegnarmi, purtroppo. Io preferivo andare in campagna a raccogliere nuciddi ed armeggiare con chiodi, legno e martello nella bottega del nonno, e rimanere incantata davanti alle sue serenate per me col mandolino (che aveva portato con sé in guerra). Il nonno mi diceva che visto che mi chiamo Elisabetta, che suona un po’ come Addis Abeba, io ero etiope (e io ci credevo), e prima di morire mi giurò che assomigliavo ad una sirena che aveva visto su una spiaggia del Mar Rosso.Il nonno era un motociclista e ci portava in moto con lui in montagna. Ed io indossavo la mia minigonna che avevo cucito con l’aiuto della mia nonna. Perché la mia nonna si vantava che le sue figlie (mia mamma e mia zia) negli anni ’60 erano state le prime del paese ad indossare la minigonna (autoprodotta, chiaramente).

Insomma, io sono cresciuta col mito della minigonna, che assurdi complessi non mi hanno poi fatto indossare per decadi, solo un paio di anni fa ho ripreso a farlo, con grande gioia delle mie cosce che finalmente prendono aria e si sentono amate ed accettate. Sono cosce di una certa importanza, Beyonce style, di cui andare fiere, finalmente. (E come dice Marco Palillo: Liberté, Fraternité, Beyoncé!).

Oggi sono stata a dare una mano come volontaria alla distribuzione dei vestiti ai rifugiati. Ieri notte non chiudevo occhio perché non sapevo quanto dolore avrei dovuto affrontare, né come affrontarlo.
Mi sono svegliata presto per meditare, ho sbattuto conto i -7° che il 2016 ha portato con sé e sono arrivata all’hangar 1 di Tempelhof. Ho iniziato a dare una mano a piegare e smistare i vestiti offerti, mentre una donna mi parlava in francese, convinta che lo fossi, io pensavo che lo fosse lei, e poi si è scoperto che non lo era nessuna delle due: mistero del 2016, tutti mi prendono per francese.

Alle 10 abbiamo aperto alle famiglie. Tante famiglie colorate. La bellezza del popolo afghano è ineffabile. Le prime signore che ho servito sono state 4 bambine peperine. Mentre cercavo una cosa della loro taglia, tiro su da uno scaffale per sbaglio una minigonna, e le sento urlare. Mi giro e mi stavano chiamando perché la volevano! La mia felicità non si conteneva, ho preso tutte le minigonne della loro taglia, e gliele ho date con una contentezza che ha gli anni che ho io, che viene da quella mia nonna Pina. Mettetevi le minigonne, ragazze. Alla faccia di ogni tipo di talebano nelle vostre vite!
Così è iniziato il mio primo giorno di volontariato, che mi ha resa molto felice, perché avevo altre aspettative. I volontari sono persone bellissime, e tutto è davvero ben organizzato, c’era anche un ragazzo che parlava farsi, ed uno arabo. A metà mattina ci è stato servito un bicchiere d’acqua da una delle responsabili con un sorriso enorme.
La percezione delle famiglie dei rifugiati era quella di un mercato, quanto di più gioioso e familiare possa esistere nelle città.
Non volevano, giustamente, e con grande dignità, i vestiti danneggiati, sfuggiti nello smistamento. Una giacca molto buona era rovinata, e una volontaria ha detto: me la porto a casa, l’aggiusto e la riporto. Ci sono vestiti che proprio culturalmente non vanno bene, ma leggins e jeans stretti sono un must per tutte le donne del mondo, evviva!
Le donne comandano questa bella riffa: prima chiedono i vestiti per i bambini, poi per i mariti, che aspettano silenziosi, poi per loro. Spesso i mariti cedono loro il posto per scegliere.
Sarò una romanticona, ma ho visto coppie molto solide, belle famiglie, davvero. Inutile immaginare cosa hanno affrontato insieme, non se ne puó avere un’idea.
I bambini piangono come tutti i bambini per un giocattolo, ed anche questo mi ha rinfrancata.

Dopo tre ore, invece, era il mio ginocchio a piangere, ma era anche finito il mio turno. Ed era ora di raggiungere una cara amica turca per andare a Stadtbad Neükolln, una piscina di quartiere. La vasca era piena di gente, ma è stato bello nuotare nell’acqua calda, guardare l’inverno dalle finestre in costume, e soprattutto realizzare che tutto un mondo multiculti stava facendo il bagno, senza che nessuno rivendicasse qualche strano ius soli.
E’ stato bello mangiare il cibo preparato dalle mani benedette di Kebire, una musicista meravigliosa che ho conosciuto 12 anni fa, e ora la vita ci ha rimesse vicine, sempre grazie a Daniela.
E’ stato bello ascoltarla suonare il mandolino, e ricevere i suoi doni sbrilluccicanti: stamattina ero uscita come l’omino michelin, e sono tornata a casa chic come un’attrice. Francese, ovviamente.

E con una borsa di suoi vestiti da portare a Tempelhof.
Evviva l’amicizia e la solidarietà.
Evviva Berlin. Evviva la minigonna!

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Se il mondo sta cambiando, è da Berlino che inizia il cambiamento

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Ieri sono tornata, dopo un mese fuori, e mi sono messa a cercare le cose vitali: un abbonamento ai mezzi in sconto sui gruppi fb, e un modo per superare un po’ di tristezza, quindi: DARE, l’unico modo per scordasi di sé.
Così ho trovato l’abbonamento (per me e pure per un amico), ed ho scritto un messaggio in cui chiedevo dove portare dei vestiti ai rifugiati vicino casa mia, e dal quel messaggio si è innescato qualcosa di molto bello: andiamo insieme?
Ma vi racconto tutto, perché il mondo deve sapere cosa succede in questa città, e che un altro mondo è davvero possibile.*
Stamattina, dopo una notte di lavoro, un ragazzo simpaticissimo mi è venuto a portare l’abbonamento suo e del suo compagno sotto casa perché gli ho detto che sto un po’ zopparella. Mi ha offerto il caffè e soprattutto la sua storia. Domani partono per Amburgo, ed io gli auguro ogni bene.
Subito dopo ho raggiunto tre ragazze sconosciute sorte dal mio post sul gruppo, e tutte e quattro (una brasiliana, una filippina, un’australiana, e l’italiana la faccio io) ci siamo date appuntamento a una metro, riconoscendoci dai sacchi. Una di loro, la brasiliana, aveva un trolley enorme, perché ha raccolto vestiti di tutti i suoi amici.
Chiacchierando e raccontandoci, siamo andate all’hangar 1 dell’aeroporto dismesso di Tempelhof (che collegava Berlino est e Berlino ovest, oggi è un parco meraviglioso, ma anche casa di passaggio per i rifugiati), in cui si può prestare il proprio volontariato e/o portare qualcosa per i rifugiati.
Per strada incontriamo una donna e due bambini. Ci chiedono qualcosa, ma parlano solo arabo. Apriamo le borse e vestiamo la bambina, che era a maniche corte e senza calze dentro scarpe troppo grandi (c’è il sole, ma fa abbastanza freddo). Purtroppo non mi veniva in mente nemmeno una parola di arabo, maledizione, le riesco solo a chiedere come si chiama. Appena mi sente parlare in arabo le si illuminano gli occhi: Safa! mi dice. Accettano i doni, in silenzio. In tristezza. La bimba si gira ogni tanto, saluta con la manina. Il bimbo, per cui non avevamo niente a portata di mano, rimane dignitoso nel suo non ricevere. La madre, o forse la nonna, cammina con pesantezza, loro due per mano.

Io mi chiedo cosa sarà di questi bambini. Di questi piccoli profughi di guerra senza calze, senza niente. Ci pensate? Sono affari di tutti noi, è una responsabilità di tutti noi. Dove andranno, cosa faranno, come faranno?
Arriviamo all’hangar 1. Entriamo in aeroporto, un edificio austero e pesante. Ci accoglie unmondo-cambiando-berlino-cambiamento volontario, e dopo di lui, tanti volontari, che distribuiscono i vestiti. Sono contentissimi, e super accoglienti.
Una donna brasiliana che non si può dire quanto è dolce, ci spiega tutto, come diventare volontarie. Ci fa vedere dove è tutto. Condivide la sua esperienza. I vestiti sono divisi per taglia e genere, ci dice quello che serve, ci racconta come funziona (disegni degli indumenti appoggiati sui tavoli, i rifugiati indicano col dito cosa serve. Gli viene data una scelta fra 3/4 oggetti, per il gusto di scegliere: mi sembra una cosa bellissima).
Riflettiamo sul fatto che abbiamo troppe cose, e cavoli, c’è chi non ne ha. Pare ovvio, lo so, ma me ne ricorderò la prossima volta che vorrò una cosa nuova. Ognuna di noi comprerà meno e sfoltirà il proprio guardaroba, ne sono certa.
Mancano pantaloni e scarpe da uomo: gli uomini tedeschi sono troppo grossi e alti e hanno piedi troppo lunghi rispetto a siriani, iracheni, afghani.
E’ tutto un abbracciarsi, e darsi, e collaborare. Senza distinzione di nulla, colore, nazionalità, religione, niente di niente. Solo prestare il proprio lavoro.
Bisogna registrarsi ad un sito, e semplicemente controllare gli spazi in cui c’è un vuoto, dare la propria disponibilità, ed andare a prestare il proprio servizio per 3 ore.
Torno verso casa con le ragazze, siamo felici, e saremo tutte volontarie.
Il cuore è pieno, ci si incontra così.
Sempre dai gruppi, ieri leggo il messaggio di una ragazza che – ammettendo di non avere il pollice verde – affidava il suo ficus benjamin a mani più amorevoli.
Siccome sono giorni in cui rifletto sul fatto che chi non ama le piante è – passatemi il termine – uno stronzo, mi è sembrato un buon modo per far parte della soluzione. Le scrivo, vado a recuperare la pianta, mi apre la porta, me la dà, ciao ciao.
Si può dare. E qui si può dare con facilità, senza barriere.
Sono stanca in altri luoghi di spiegare perché bisogna accogliere i rifugiati.
Perché bisogna condividere.
Perché bisogna darsi da fare.
Qui non ce n’è bisogno.
Si lavora ad un mondo migliore e basta.
E queste sono solo le mie prime 24 ore in città.

Ein glückliches Neues Jahr!
*Come turisti non si può capire Berlino. Io sto vivendo questo dopo 3/4 mesi che sono qui, e dopo una pausa italiana per capire cosa stavo facendo e se ne ero convinta (e sì, lo sono), ora mi sento pronta a vivere la “mia” Berlino.
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Propositi per il 2016 a Dresda

Ho sempre ritenuto i propositi per il nuovo anno un po’ buffi, ridicoli, a volte perfino un po’ eccessivi… questo sino al momento in cui sono partita e il tornado della progettualità mi ha investito. La chiamano Legge del Contrappasso, suppongo. Ci pensavo proprio il giorno di Natale, mentre trascorrevo la giornata a Dresda con lo scopo di ricaricare le batterie a dovere.. ma facciamo un passo indietro.
Dresda, soprannominata anche da molti la “Firenze sull’Elba”, è la capitale della Sassonia e – nonostante disti una manciata d’ore in treno da Jena – non avevo ancora avuto il piacere di visitarla. Dopo una sveglia antelucana – la mia fidata coinquilina ha parlato di unchristliche Zeit e devo ammetterlo, le 4:50 proprio un orario ridente non lo sono… – mi sono messa in marcia armata di thermos di caffè e ho preso il treno, facendo una minitappa a Lipsia per aspettare la coincidenza. Lo ammetto, vedere l’alba era una cosa che non mi capitava da un po’ ed è stato subito un sorridere come un’ebete sperando che la ragazza seduta vicina a me non lo notasse…
Sono arrivata a Dresda che aveva appena iniziato a piovigginare – avete presente Fantozzi? Ecco.. – ma tra un sospiro e un portico sono riuscita a raggiungere il centro mediamente asciutta e a iniziare così le mie personalissime peregrinazioni tra chiese, palazzi e – naturalmente – l’Elba. Molti rimangono affascinati da questi luoghi che in effetti ricordano un poco il capoluogo fiorentino ma – pur capendo il perché di tale fascino – non sono riuscita a farmene conquistare per intero. Schade. (Peccato Nda)
In compenso, ho camminato un paio d’ore meditando su progetti, lavoro, futuro, carriera.. insomma, ho preso tutto il mio tumulto interiore, tutte quelle piccole cose che non mi facevano addormentare prima dell’una e le ho messe in fila. Nel mentre, ho passeggiato lungo l’Elba, scattato foto su foto su foto e sorriso ai genitori che cercavano di imparare come usare un long-board senza rendersi ridicoli davanti ai figli.

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Dresda ti cattura con quella grandezza tutta barocca che non si può ignorare, salvo poi stupirti una volta superata la Brühlsche Terrasse con l’Elba davanti e – finalmente – la possibilità di riempirti gli occhi di spazi vuoti e d’acqua, di verde e dell’architettura tondeggiante dell’Augustusbrücke. Verso le 11:30 il sole ha finalmente fatto capolino, la gente ha invaso il Weihnachtsmarkt e i fedeli sono usciti dalla Frauenkirche e dalla Kreuzkirche, rendendole accessibili per una breve visita all’interno. Proprio in quel momento – mentre il mio stomaco mi ricordava in maniera ben poco poetica la fetta di pane e crema di nocciole delle cinque fosse stata digerita da ore – nel mezzo della piazza antistante la Frauenkirche un uomo al piano ha suonato QUESTA. Chi mi conosce sa quanto io ami Yann Tiersen, quanto sia legata alla sua musica per ragioni diverse e forse persino un po’ buffe… eppure, sentire le note di Comptine d’une autre été: l’après midi durante una delle mie “peregrinazioni” mi ha fatto sentire incredibilmente a casa e dannatamente bene.

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Ed è lì che ho iniziato a realizzare come vorrei che il mio nuovo anno fosse e quello che mi piacerebbe fare – per me stessa e per gli altri – di questo 2016. Di seguito vi lascio qualche punto che spero diventi per tutti noi uno spunto di riflessione, di crescita, di messa in discussione.

Ecco, insomma, i miei propositi per questo 2016:
Gentilezza: non solo verso gli altri, ma anche – e soprattutto – verso noi stessi. In un mondo che corre e ci lascia spesso a chiederci se tutto quello che facciamo sia – in effetti – abbastanza -, fermarci un secondo per apprezzare noi stessi e coloro che amiamo dovrebbe essere un must.
Gratitudine: probabilmente spesso pecco nel senso opposto, in un tripudio di “danke” che fa sorridere amici vecchi e nuovi. Spesso, però, un grazie ci rivoluziona la giornata e ci fa sorridere quando proprio ne abbiamo tanto tanto bisogno. Ergo ricordiamoci di dire grazie. Anche a noi stessi.
Realizzazione: sentirsi realizzati non sempre è facile, ma da un piatto particolarmente ben riuscito a un appuntamento di lavoro andato bene, i piccoli traguardi quotidiani sono davvero tanti. Ricordiamoci di celebrare anche quelli, invece di concentrarci su quello che ancora non funziona..che ne dite?
Lentezza: so che sembrano solo parole, ma quante volte ci diciamo “non ho tempo” (per cucinare, per un caffè con gli amici, per una passeggiata in mezzo alla natura) e poi vegetiamo davanti al PC dicendo “mi rilasso un attimo”? Ecco, rallentare e riscoprire del tempo di qualità con e per se stessi mi sembra un buon proposito sempre attuale…
.. naturalmente ho anche in mente di riniziare a fare sport, di mangiare meglio e di fare meno shopping.. che credevate? 😛

Buon anno!!!

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Integrationskurse e compagni di classe

Come sapete, frequento il livello A1 di tedesco dell’Integrationskurse con grande gioia, e con grande gioia ho compagni datutto il mondo.
Siriani, francesi, polacchi, svedesi, albanesi, giapponesi, coreani, turchi, svedesi, bosniaci, americani, albanesi nella mia classe. Io rappresento l’Italia, pensate un pò. La prof. la Germania.
Ovviamente la scuola conta più nazionalità e nella pausa parli in tutte le lingue, se vuoi (tanti brasiliani, anche, amiche).
Qual è il punto e la mia grande fortuna?
Che passi tanto tempo, ogni giorno, con persone provenienti da differenti culture. Ti aiuti, parli, prendi il caffè, ti racconti un po’.
Riguardo ai problemi di integrazione italiani, questo è per me un grande sollievo e un’enorme opportunità.
Se io passo del tempo ALLA PARI con dei siriani – per esempio – che hanno un nome, una faccia, una voce, che hanno una storia, dei talenti, di cui vedo le cicatrici orribili, i denti mancanti (scopro dopo a causa di pestaggi per mano della mafia greca, per esempio), il loro problema diventa anche mio. Diventa accessibile a me, ed io posso fare la differenza, fino ad assorbire ed annullare la differenza. Posso far parte della soluzione, senza chiedere a nessuno di rinunciare alla propria cultura, in uno spazio neutro.
In Sicilia ci sono centinaia, migliaia di sbarchi, ma chi entra in contatto con chi? E dove?
E’ vero, anche qui ci sono i neonazisti, ma ci sono pure i locali e bar con l’adesivo “qui i nazisti non possono entrare”.
E’ coraggio, è una presa di posizione.
Non importa da dove vieni, e qui, mi sembra molto chiaro.
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Ritrovare se stessi ad Amburgo

Questa volta ho lasciato Amburgo letteralmente senza fiato, dopo una corsa per prendere l’ICE (il treno ad alta velocità NdA) che mi ha fatto seriamente prendere in considerazione l’idea di ritornare a correre ogni giorno. Fosse solo per evitare di morire in maniera poco eroica e decisamente molto imbarazzante.

Treno preso, dunque, lasciando alle mie spalle immagini suoni e colori che custodisco sempre gelosamente e che mi fanno compagnia ogni volta che la malinconia mi assale.

Mentirei dicendo che considero Amburgo la mia seconda (terza? Quarta? Ho perso il conto…) casa. Al tempo stesso, però, mentirei se non la elencassi tra i miei “posti del cuore”.

È, infatti, la città da cui torno sempre incredibilmente motivata, che mi ispira con le millemila possibilità che lì paiono realizzabili, in cui i miei sogni per qualche bizzarro motivo si caricano di progettualità e non sembrano solamente più delle chimere troppo grandi o pretenziose.

L’acqua dell’Alster – uno dei laghi artificiali della città – con le sue onde placide, il sole che ti cauterizza la retina, il freddo che ti fa maledire l’inventore del touch-screen… tutto diventa in qualche modo magico nel momento in cui chiudi gli occhi, ti concentri sull’aria fredda che ti riempie i polmoni e sulle note di Spaceman Spiff o Gisbert von Knyphausen, che a questa città speciale hanno dedicato canzoni bellissime.

Amburgo-Riflessioni-RitrovarsiNon sono mai stata una figlia del mare, al più una nipote ma – col passare degli anni – il legame con l’acqua è una cosa che ho perso e che ho ritrovato in posti come questo, come Sylt, come Rügen.

Se è vero che il mare d’inverno ha un fascino difficile da descrivere, è insomma altrettanto vero che il Nord cattura, con le sue asperità e il suo silenzio, con i suoi colori a tratti metallici e col suo calore inaspettato perché discreto.

È buffo, sapete? La maggior parte della gente che conosco ama perdersi tra la Reperbahn e St. Pauli, note zone dedicate al divertimento, tra i colori di mille locali e le atmosfere fumose che per un po’ ti fanno perdere il contatto con te stesso.. Ecco, io ho sempre trovato nel porto, nel Landungsbrücke (letteralmente il ponte dove attraccavano le barche), nel silenzio dell’alba in riva all’Alster un posto in cui meditare, capirmi forse un po’ meglio, ritrovarmi.

Amburgo-Riflessioni-RitrovarsiEd è questo il mio augurio a noi, donne che ormai si trovano ad ogni angolo della terra: di ritrovarci, di riassaporare il gusto di essere noi stesse nonostante i mille cambiamenti, le mille avventure e nonostante tutte le volte in cui abbiamo dubitato di noi stesse. Perché vedersi oltre lo specchio dello sguardo degli altri – diciamocelo – a volte fa bene, altre fa paura.

A noi auguro un anno fatto di piccole e grandi vittorie, di cambiamenti ma non di terremoti e di quella placida contentezza che ti scalda lo stomaco… un po’ come succede a me ogni volta che mi specchio nelle fredde acque dell’Elba.

Che Natale sarebbe, poi, senza un piccolo pensierino? Vi lascio QUI una playlist che contiene tutte le canzoni che amo scritte su Amburgo o che in qualche modo mi ricordano questo mio piccolo posto nel mondo. Buon ascolto!

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Il Mercato turco e l’ex aeroporto di Tempelhof

mercato-turco-aeroporto-tempelhofHo l’anima in brodo di giuggiole.
Un giorno glorioso e ancora non è finito!
Il venerdì lungo il canale c’è il mercato turco.
E’ turco proprio, solo che si parla in tedesco. Sì, ci sono anche bancarelle molto tedesche, ed altre molto naïf. E poi cibo e bevande di strada.
Ci vado dopo la scuola, e sono abbonata a succo d’arancia appena spremuto (1 pinta 2 euro), e pollanchia (pannocchia) arrostita.
Il solito.
Mi piace entrare nel mercato turco, sembra Palermo, Napoli, Istanbul e Berlin. Mi piacciono gli odori, e le voci e le persone. Mi piace che dove finiscono le bancarelle inizia la musica, c’è sempre qualche artista che suona, e tutti seduti al sole che ancora ci benedice.
E poi c’è un poeta, un bellissimo giovane poeta, con la sua macchina da scrivere.
Dunque oggi sono uscita dal mercato turco con in tasca: una poesia dedicata a me che si chiama Blue Daughter (gnègnègnè), dell’incenso, due saponi artigianali, uno al sale e uno all’avocado, e due spezie, curcuma sia in polvere che radice e peperoncino.
Mi sono resa conto che avevo bisogno di sottigliezza e delicatezza, profumi, in varie forme.
E poi ho recuperato gratis un phon, attraverso un gruppo su fb che si chiama free your stuff. Ho scritto ieri che ne avevo bisogno, e in mezz’ora una ragazza mi ha dato l’indirizzo di casa sua, ho bussato, mi ha aperto la porta e mi ha regalato un phon.
Ma la cosa più incredibile di oggi è la mia prima volta a Tempelhof. Un ex aeroporto che è diventato il paradiso.
Non si può spiegare. Lasciandomi andare ai pedali, ci sono arrivata dopo il phon (scoprendo poi che io abito a due minuti dall’entrata, due!), e niente, mi sono commossa.
Immaginate un enorme aeroporto con tutte le piste, però al posto degli aerei e dei negozi e degli hangar e dei controlli e dei gate, c’è gente felice che se la gode.
Un’infinità di gente di ogni età in bici pattini skate, un gruppo che suonava manouche, chi balla, chi corre, chi si ama, chi legge, chi prende il sole, chi raccoglie bacche rosse (non mi chiedete che sono, non lo so, magari sono proprio giuggiole, ma la scena era bellissima: donne velate fra i cespugli a raccogliere bacche mentre un runner hi-tech sfrecciava loro vicino).
Ho steso la mia sciarpa troppo grande sull’erba (capendo che forse ho comprato un plaid, ma avevo la febbre, mi sembrava adatta), mi sono tolta le scarpe e sono scappati tutti.
SCHERZO!
Mi sono lasciata baciare dal sole, mentre avrei immortalato ogni momento, suono, uccello in volo, bimbo che veniva a salutarmi, sole che ci riscaldava, tutti, belli e brutti (che qui i brutti sono proprio rari, il che è rilassante, ad un tratto smette di essere una cosa da notare).
Mi sono accorta che li amo tutti e che amo Berlin, ecco perché sono qui.
La prima volta a Tempelhof non si scorda mai.
E ora vado a farmi bella…stasera vado a ballare, come tutti credo (ho comprato club mate per rimanere sveglia al club matto )
Il tedesco va sempre meglio.

integrazione

Integrazione

Ho ottenuto il foglio per l’Integrationskurse, il che significa che, oltre al corso di lingua, del quale mi verrà restituita una parte della retta, seguirò un corso sulla cultura tedesca ai fini della mia “integrazione”, appunto.
E’ una cosa da “poveri”, ed è interessante averla ottenuta, così come sarà interessante seguire il corso.
In effetti sto svolgendo esperimenti sociali piuttosto profondi e dolorosi, a tratti, per la mia sensibilità. Ma è solo la mia proiezione che vede dolore dove c’è realtà.
Oggi, per esempio, sono andata a fare la famosa ceretta.
Mi ha accolta una di quelle ragazze che ho conosciuto a Napoli nei miei 15 anni nel suo grembo e nei suoi bassi. Una bimba che sembra donna, o una donna che sembra bimba. In vestaglietta, ma con lunghe unghie laccate. Il volto un po’ triste, intriso di una forza da leonessa e uno shatush rosso fuoco per metà dei capelli.

integrazioneSi pensa a Berlino come un posto cool in cui emigrare, in effetti, per me lo è. Ma ci sono ovviamente un’infinità di motivi che spingono le persone ad emigrare qui, di cui è pieno il mio quotidiano, con la scuola per esempio e i miei compagni siriani, palestinesi, polacchi e serbi. Ho sempre pensato che la violenza di Napoli, sebbene città amata, facesse male solo a me e alla gente che frequentavo. Pensavo che il disagio di chi vive in un basso non fosse come il mio, che la mancanza di giustizia e legalità ferisse solo una parte della popolazione, e fosse un’abitudine per l’altra, quella che ci era nata, nei quartieri che io abitavo (l’eccezione era la Signora Nunzia, la mia amata Signora Nunzia, che adesso tifa per me dal cielo. Faceva yoga da sola nel suo basso e aiutava noi ragazze studentesse con la sua cucina, la sua intuizione, la sua saggezza e intelligenza da dea).

Invece oggi ho conosciuto una ragazza dolcissima, ferita da quelle modalità, che ha seguito il marito venuto a fondare una piccola azienda a Berlino, e che aprirà qui il suo centro estetico. Si alza alle 6 del mattino per preparare al marito la colazione e il pranzo espresso (parmigiana, mi diceva, ed io quanto avrei voluto assaggiarla!). E’ timida e portatrice di un amore bello, profondo e vero. Studia tedesco, segue un corso per ottenere un certificato come estetista, le manca il sole e la sua famiglia, ma se ne infischia: le piace come si vive qui, le piace non aver paura, le piace poter progettare ed emergere, le piace che qui nessuno la giudichi, quindi per la prima volta in vita sua pensa di iscriversi in palestra.

Io le auguro ogni bene, e sì, mi ha offerto o’ caffè.

Detto questo, tante cose belle e ordinarie e straordinarie avvengono nella mia giornata, incontri fatati, sguardi sul mondo, sorrisi, e il mio straordinario coinquilino, che è il tedesco meno tedesco della Germania.
Mi saluta abbracciandomi, sorride un sacco e cucina benissimo.
Ah! Abbiamo acceso i termosifoni, qui 7°.
Faccio un bagno caldo e poi meditiamo insieme, anzi, vuole invitare degli amici a fare yoga con me qui in casa, fra le nostre piante bellissime.
Lentamente,  tutto si aggrazia.

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La città delle mille opportunità

Il primo anno da expat è stato un anno intenso, senza tregue, senza pause, senza il tempo di prendere il fiato. A settembre 2014 mi sono trasferita a Berlino da neolaureata in Architettura con il mio ragazzo, Andrea, architetto anche lui. Trovare lavoro è stato impegnativo, ma ce l’abbiamo fatta, dopo tre mesi lui è passato a tempo indeterminato, dopo 6 mesi a me hanno offerto un contratto di un anno. Nel frattempo abbiamo organizzato un viaggio in Namibia, che è stato burocraticamente piuttosto impegnativo, ma che a maggio ci ha regalato immagini, ricordi ed emozioni che ci accompagneranno per tutta la vita e che ci hanno aiutato a superare tanti altri momenti difficili. Tornati dal viaggio la notizia che avremmo dovuto lasciare la nostra casa nel giro di un anno, ma andava bene, c’era tempo. Intanto continuavamo a lavorare tanto, tantissimo, a fare un’infinità di straordinari, notti e weekend al lavoro, e i mesi passavano senza che ce ne accorgessimo, complici anche le molte visite estive di parenti e amici, che ci trasportavano con la mente in altri posti, come se fossimo in vacanza anche noi, come se non vivessimo davvero qui. A fine luglio il padrone di casa cambia idea, abbiamo due mesi di tempo per lasciare la casa, panico, ma ce l’abbiamo fatta, e il 30 agosto abbiamo traslocato nel nostro nuovo e bellissimo nido. E qui, finalmente, un enorme sospiro di sollievo, tutto sembra essere al suo posto, troviamo la pace e la tranquillità che non abbiamo conosciuto per quasi un anno intero. Settembre e ottobre sono stati due mesi meravigliosi, climaticamente ed emotivamente, ci siamo goduti la città e il bellissimo Brandeburgo in cui Berlino è immersa con gite domenicali e infinite passeggiate, invitando per la prima volta i primi amici berlinesi a casa nostra, e sentendo per la prima volta questa immensa città davvero come casa.

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Io però, che tanto normale non devo essere, proprio in questo periodo ho preso una decisione importante, quella di cambiare lavoro, e di dedicarmi alla visualizzazione architettonica (o computer grafica).

Ho lavorato per più di un anno come architetto del paesaggio in uno studio molto conosciuto e rinomato, ho imparato moltissimo e sono cresciuta ancora di più, ma non ero soddisfatta. Ho fatto fatica ad ambientarmi ed integrarmi, ma alla fine ce l’ho fatta, e i miei colleghi sono diventati anche amici, mi sono lasciata andare con la lingua e tutto è stato più facile, ma ormai la decisione era presa, volevo cambiare, e non sarei tornata indietro.

E quindi ho iniziato come un anno prima a mandare curriculum, ho aggiornato il mio portfolio, sonoopportunita-mille-citta tornata a sussultare a ogni mail ricevuta sperando fosse qualche studio che avevo contattato. Berlino è una città che può dare veramente infinite opportunità e possibilità, ma comunque nessuno regala niente, e i lavori non cadono dal cielo nemmeno qui. Dopo qualche settimana e molti no ricevuti, sono arrivate due mail, due studi mi invitavano per un colloquio. Che emozione, di nuovo l’agitazione come un anno prima, le farfalle nello stomaco, le prove d’abito, solo che questa volta dopo i colloqui dovevo andare nel mio ufficio, e rimettermi al lavoro come niente fosse. Naturalmente il mio team e i miei colleghi più stretti sapevano quali erano le mie intenzioni, mi fido di loro e ci tenevo che sapessero.

Entrambi i colloqui sembravano andati davvero bene, in uno però l’offerta non era così allettante, considerando che stavo lasciando un lavoro sicuro e un buono stipendio, l’altro ufficio invece mi disse di aspettare, che ci voleva tempo per prendere una decisione. E io ho aspettato, una, due, tre settimane, dopo un mese quella risposta è arrivata, mi offrivano il lavoro!! Nemmeno il tempo di riprendermi dallo shock della notizia, che via mail mi arriva la proposta di contratto : era a tempo indeterminato!!! Che infinita soddisfazione.

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Appena avuto conferma ho comunicato al mio capo che me ne sarei andata a gennaio, non è stato facile, visto che lui rimane davvero un buon capo, e che si è dimostrato sinceramente dispiaciuto, ma ha capito e mi ha augurato buona fortuna. Era un lunedì, e avevo ancora così tante ore di straordinari accumulati, che il venerdì stesso è stato il mio ultimo giorno in ufficio. Ho salutato tutti con grande affetto, il giovedì sera siamo usciti con alcuni colleghi per festeggiare, il venerdì ho preparato un enorme tiramisù per ringraziare. Quando stavo ormai impacchettando le poche cose che avevo in ufficio, uno dei capi e la mia team leader hanno riunito tutti i colleghi e cogliendomi davvero di sorpresa mi hanno consegnato un bellissimo regalo ma soprattutto si sono presi del tempo per spendere per me parole che non mi sarei aspettata, che mi hanno commossa fino a farmi piangere come una bambina : ancora un volta i tedeschi hanno saputo stupirmi per la loro infinita gentilezza e profonda lealtà.

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Chiudere quel capitolo non è stato facile, ma mi lascia dentro un’esperienza intensa che mi ha insegnato tanto, non solo dal punto di vista lavorativo, ma soprattutto umano. Adesso sono pronta ad affrontare questa nuova avventura che mi aspetta da gennaio, e non vedo l’ora di crescere ancora, incontrare nuove persone e imparare. Prima però mi aspetta l’Italia, per delle lunghissime vacanze natalizie in famiglia, con gli amici di sempre e tanto tanto cibo! 😉

Auguro a tutti voi un bellissimo Natale, e vi auguro, ovunque voi siate, di passarlo con le persone che amate, io farò così, e non vedo l’ora!

Un abbraccio da Berlino,

 

 

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In die Freiheit mußt du springen

In die Freiheit mußt du springen.

Ho una strana grande difficoltà a parlare veramente di Berlino, di quello che sento qui, della sua storia e della storia della Germania. Ce l’ho dalla prima volta che sono venuta qui, poi ci sono tornata, e ora ci sono “molto tornata”, diciamo così.
Ho comprato il primo volo per questa città dopo essermi emozionata davanti a un pezzo di muro a Marsiglia, al MUCEM.
(ma forse sono solo una sentimentale del cavolo, visto che pure Airbnb ci fa gli spot,” cercatevelo”, ché io non lo pubblico).
Sono 29 anni che il muro è stato rimosso.
Che da tutta “Europa” sono arrivati giovani e meno giovani a buttare a terra la guerra fredda.
Ma prima c’è una storia, nel mezzo c’è una storia, ed oggi c’è una storia.
C’è gente che è stata separata dalla propria famiglia nel giro di una notte, c’è chi guidava una metro, e con un piano incredibile, è riuscito a scappare sottoterra GUIDANDO UNA METRO
(ed oggi è ancora vivo e guida ancora una metro, non sto scherzando).
C’è chi è scappato ad ovest tirandosi giù dai palazzi, buttando dalle finestre i propri figli, chi ha fatto buchi a terra.
Chi è scappato a 81 anni.
C’è chi è stato incarcerato ed è stata buttata la chiave.
Pure le guardie scappavano.
C’è Reagan, Gorbaciov, Kohl. C’è la Stasi.
C’è un’enorme crudeltà, freddissima, e c’è un’enorme umanità, passionalissima, intrepida.
Prima c’era il nazismo.
Poi c’è stata la love parade ed è nato il punk.
Adesso ci sono i club e le startup.
Adesso nelle case spianate dal muro in Bernauer Straße ci sono appartamenti di super design di lusso.
La maggior parte della gente coinvolta negli anni del muro è ancora viva.
E come si può pensare di vivere Berlino solo nei bar e nei club?
Come si può pensare di capire questa città profondamente, se ho il cuore in mano ogni momento, e capisco, poi non capisco.
Al Check Point Charlie ci sono dei finti soldati attori che fanno le foto con i turisti sventolando la bandiera americana. Come fa questa città a non sentirsi offesa e oltraggiata?
Come fa a non offendersi e a deprimersi.
Come faccio io?
Vedo corpi molto forti, i tedeschi hanno corpi molto forti e li usano molto, vedo il resto del mondo, di cui faccio parte anch’io, percepisco ferite nei geni, antiche e silenziose.
Insomma, c’è una parte di me, qui, che osserva in religioso silenzio, rispettoso, si morde il labbro, cerca di capire, scoprire, non fantasticare troppo.
E’ intenso, molto intenso quello che provo.
Perché l’ho visto da piccola nel televisore in bianco e nero quel muro che crollava, ricordo la faccia di mia madre, ricordo la macchia rossa, che sembrava grigio scuro in quel televisore, della testa di Gorbaciov.
Ricordo la faccia di mia madre.
La ricordo.
E oggi, forse, la capisco.

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