barcellona

Sono letteralmente sbarcata a Barcellona per la prima volta quando avevo quindici anni, mentre facevo una crociera per il Mediterraneo con la mia famiglia. Le crociere hanno un non so che di romantico. Ti lasci cullare dalle onde del mare per tutta la notte e sai che la mattina seguente approderai sulle rive di una terra straniera e ti ritroverai sotto un altro cielo, con una lingua diversa e un’altra cultura. Quella mattina d’estate mi risvegliai, mi accostai all’oblò della nave e rivolsi gli occhi al cielo sopra Barcellona.

Era il 1998, nessuno parlava di crisi, le famiglie italiane viaggiavano di più e senza porsi troppi problemi di natura economica, i viaggi si compravano ancora in agenzia e il web sociale era agli albori. In questi anni gli italiani stavano iniziando a popolare questa città generosa che ancora oggi accoglie tutti. Ma io questo all’epoca non lo sapevo, così come non potevo immaginare che, diversi anni dopo, un turbine di eventi e un vorticoso e confuso fluire di idee mi avrebbero catapultato di nuovo qui forse per non tornare più.

Quella mattina, in quelle poche ore di libertà in cui ci lasciarono visitare la città prima di reimbarcarci alla volta di una nuova meta, con la mia famiglia prendemmo uno di quei bus turistici col tetto scoperto che ti portano nei luoghi più frequentati dai “guiris” (come qui in Catalogna chiamano affettuosamente i turisti). Mi stregarono i colori vividi e le forme imperfette di un’architettura audace e divenni tutt’uno con la scia di odori diversi che sprigionava ogni “carrer” (via). Mi abbandonai alle sensazioni, alla musicalità del traffico e alla frenesia quotidiana di questa città in cui agli occhi del turista sembra sia sempre d’estate.

Con lo sguardo rivolto al cielo terso sopra Barcellona, si impadronì di me una sensazione che non lasciava spazio a dubbi: c’era una corda, un laccio, che univa il mio cuore a questa città. Quella corda non si sarebbe sciolta mai, né quando risalii sulla nave alla volta della Tunisia, né quando ritornai tra gli ulivi e i trulli, nella mia amata terra d’origine, né durante tutti gli altri viaggi indimenticabili che avrei fatto negli anni seguenti. Nel bus con il tetto scoperto pensai che quella città mi piaceva così tanto che ci avrei vissuto volentieri se non fossi stata italiana. Sì, perché all’epoca pensavo che, essendo italiana, la mia vita sarebbe stata in Italia, il mio italiano (soprattutto parlato) non sarebbe stato contagiato da barbarismi, mio marito sarebbe stato italianissimo (anche se non riuscivo a immaginarne l’accento quando fantasticavo su di lui) e i miei figli avrebbero parlato anche il dialetto pugliese.

Il bus scoperto che fa la “ruta” (il percorso) di Parc Güell passa proprio sotto casa mia e, quando vado in terrazza a innaffiare l’azalea, ogni tanto ne vedo passare qualcuno che poi si ferma al semaforo rosso. Allora mi affaccio al balcone, scruto i turisti e noto sempre con lo stesso piacere che hanno perennemente lo sguardo rivolto al cielo sopra Barcellona. Poi gli sorrido perché mi ricordo di quel giorno di tanti anni fa in cui io ero lì con loro e penso a quante sorprese ha in serbo la vita per chi ha coraggio.

barvellona-bariGli anni passarono, terminai la scuola e poi anche l’università. Io volevo intraprendere la carriera accademica ma sentivo che Bari, la città dove vivevo, non era il luogo adeguato a me e la gente che mi circondava (a parte la mia famiglia che amo con tutta me stessa!) non mi comprendeva e non mi assomigliava neanche un po’. Sapevo che se volevo crescere davvero non potevo rimanere, se davvero volevo diventare quello che sono e quello che sarò, dovevo fare il gran tuffo e realizzare le mie potenzialità altrove.

Dovevo abbandonare la mia zona di comfort, coniando un’espressione sempre più in voga oggi, e aspirare a qualcosa di meglio rispetto a quello che il sud Italia mi poteva offrire. È vero quello che si legge sui giornali, nei corridoi delle università del sud Italia si leggono sempre gli stessi cognomi sulle etichette delle porte, i professori sono dei baroni e ci sono professoresse che sfoggiano le migliori marche di borse e di scarpe e ti guardano dall’alto in basso.

Non c’è rispetto verso gli studenti. Facevamo interminabili code (anche di quattro o cinque ore) per parlare con il nostro relatore di tesi, di tanto in tanto entrava qualche altra “autorità”, superava tutta la coda e tratteneva il professore della tesi anche per un’ora nel suo ufficio. Poi usciva senza nessuna vergogna, senza scusarsi e senza neanche guardarci in faccia. Quando finalmente ritiravi i tuoi capitoli, vedevi che quasi non c’erano correzioni, ti liquidava in due secondi rispondendoti “benissimo, bravissima, continua così”. Il mio professore non usava neanche le email. Io non volevo solo laurearmi, volevo crescere, migliorare, disegnare un futuro e quello non era un buon ambiente per farlo. Ma soprattutto percepivo che non c’era nessuna speranza per il futuro. Passarono alcuni anni in cui feci di tutto, un po’ di ricerca, traduzioni, lezioni di inglese e di italiano, viaggi, esperienze in altri Paesi e ancora studio.

Finché un giorno ricevetti un SMS di mia madre. “Ti hanno chiamato da Barcellona, dall’università! Devi andare! Sei stata presa per il dottorato di ricerca!”. Mi avevano offerto una borsa di studio di tre anni per sviluppare un progetto di ricerca sull’apprendimento delle lingue con le tecnologie. Qualche mese prima avevo inviato la mia candidatura in questa università e adesso mi avevano confermato che mi avevano accettata. Finalmente potevo combinare ciò che mi piaceva, la tecnologia, la didattica delle lingue e la ricerca accademica.

Così nel febbraio del 2010 mi reimbarcai (questa volta in aereo) verso la città magica che stava esaudendo i miei sogni e rividi dopo tanti anni il cielo di Barcellona. Ricordo che i miei primi giorni adempii alle noiosissime e fondamentali pratiche burocratiche indispensabili per chiunque voglia vivere e lavorare qui.

Queste pratiche sono l’ “empadronamiento” (iscriversi come residenti al Comune della città) e il NIE (Número Identificación Extranjeros). Senza NIE non si può far nulla qui, è come la tua carta d’identità spagnola, non puoi lavorare né pagare le tasse, non puoi neanche fare l’abbonamento mensile della metro. Poi aprii un conto in banca e trovai una stanza nel “barrio de Gracia”, cioè il quartiere Gracia, che è un po’ la Little Italy di Barcellona. Feci tutto in uno spagnolo maccheronico. Mi resi subito conto che l’inglese qui è un optional, se non riuscivo a farmi capire in spagnolo era meglio parlare in italiano. Il catalano assomiglia all’italiano di Ariosto e Tasso e i catalani, essendo bilingue (spagnolo e catalano), capiscono bene l’italiano. Qui ora conosco diversi catalani che parlano la mia lingua e sono davvero bravi. Anch’io adesso parlo questa bella lingua e mi sembra di parlare come mia nonna che era veneta.

Barcellona in biciFinalmente ebbi il tempo di godermi la città rispetto a quelle 4-5 ore che ci concessero ai tempi in cui ci arrivai in crociera. È meravigliosa! Oggi, dopo sette anni qui, non ho ancora finito di scoprirla. Così iniziai il dottorato, mi pagavano per studiare, era un enorme privilegio. Ero circondata da persone di tutto il mondo e, sebbene mi trovassi in Spagna, la mia vita era dominata dall’inglese in quegli anni. Ancora oggi lavoro e scrivo pensando in inglese.

Ai professori si dà del tu, la gente è informale, colta e aperta, e nelle università si respira una sensazione di dinamismo, c’è un viavai di gente, un brulicare di idee e di progetti, tutte cose impensabili nell’atmosfera stantia e noiosa da dove provenivo. Qui ho appreso come si imparano e come si insegnano le lingue. Giunsi a Barcellona insieme all’ondata di crisi che pervase la Spagna, ma io con una semplice borsa di studio mi sentivo ricca e felice. Gli affitti costano meno rispetto a Roma e a Milano e in questa città ci si può divertire gratis o spendendo pochi soldi. Secondo me il motto di Barcellona è “Vivi e lascia vivere”, in genere c’è libertà di pensiero e molto rispetto per tutti. Quando torno in Italia mi rendo conto di quanto la mia mente sia cambiata e divenuta più plastica.

Questi anni di dottorato sono stati bellissimi ma gli inizi non sono stati esattamente rose e fiori. Trovare il coraggio di andarsene vuol dire anche far fronte agli ostacoli che la vita ti mette davanti e superare le varie prove di livello, come nei videogiochi. Questo è “lifelong learning”, apprendimento per tutta la vita. Questo vuol dire vivere. Evitare i tuffi nel vuoto e gli ostacoli significa esistere inutilmente dissipando la vita vera. Dovevo aprirmi al mondo, conoscere meglio me stessa, capire di chi diffidare, sopportare la convivenza con gente molto diversa da me e imparare a essere diplomatica nel lavoro come nella vita quotidiana.

Dovevo apprendere a fare ricerca per bene e secondo il metodo anglosassone, cosa che nella mia università in Italia non mi avevano insegnato. La mia direttrice di tesi a Barcellona era del nord Europa, era severa, molto esigente e mi sfidava costantemente.  Non fare le cose come voleva lei, non guadagnarsi la sua stima e quella della scuola di dottorato, significava essere mandati via, la fine di tutto. Lei mi dedicava tante ore del suo tempo e io dovevo assolutamente ripagarla, fare ciò che diceva lei, imparare e produrre. Gli inizi furono duri ma lo conseguii. Ho finito il dottorato con ritardo ma con il massimo dei voti e poi sono rimasta a lavorare all’università con lei. Mi sono conquistata il suo rispetto e la sua ammirazione e le prove che mi mette davanti ancora oggi sono sempre più difficili. Ma io le supero.

Non vivo in un paese scandinavo e i miei contratti sono precari, ma io mi sento la persona più felice del mondo perché faccio ciò che mi piace e posso mantenermi togliendomi i miei capricci. Mi sento orgogliosa di me perché ho fatto tutto da sola e ringrazio l’universo di avere una famiglia meravigliosa come la mia che mi ha supportato in tutto e ha sempre creduto in me.

Poi a volte torni a casa e ti capita di incontrare i parenti serpenti, quei familiari lontani che non vedi mai e che sono curiosi di sapere che fai. Loro hanno “sistemato” i figli nelle istituzioni pubbliche con contratto a tempo indeterminato perché hanno agganci in politica. Non importa se i figli si annoiano a morte e non vanno ogni giorno a lavoro. L’importante è che siano sistemati. Loro forse sanno che viaggio, pubblico e parlo quattro lingue correntemente, ma ti dicono lo stesso delle cose che fanno sorridere (non val la pena stizzirsi, davvero): “Hai lasciato i tuoi genitori da soli, poverini! I miei figli lavorano sotto casa, guadagnano x, sono sposati con y e hanno già figli blabla. Be, ti auguro di trovare il tempo indeterminato”. Ma perché? Ancora esiste? E allora io rispondo: “Da noi al sud troppo spesso ci vogliono le raccomandazioni per il tempo indeterminato, specie negli enti pubblici. I miei genitori sono felici di avermi donato delle ali belle e forti per volare in alto da sola, io le ho aperte e sono arrivata a vedere il cielo sopra Barcellona. Questo è amore per i propri figli e per la vita.”.

Nella mia risposta avrei potuto includere la mia visione sul tema “matrimonio e figli” e su come questa città mi abbia salvata anche in questo senso, ma decisi di tenerlo per me. Se volete, un giorno racconterò tutto a voi lettrici di DCEE, ma questa sarà un’altra storia …

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11 commenti
  1. francesca magnanini
    francesca magnanini dice:

    “Trovare il coraggio di andarsene vuol dire anche far fronte agli ostacoli che la vita ti mette davanti e superare le varie prove di livello, come nei videogiochi. Questo è “lifelong learning”, apprendimento per tutta la vita. Questo vuol dire vivere. Evitare i tuffi nel vuoto e gli ostacoli significa esistere inutilmente dissipando la vita vera”: anche io la penso così, solo che tu l’hai detto meglio di come io sia mai riuscita a farlo. Salutami Barcellona, l’ho amata molto anche io!

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  2. noemi
    noemi dice:

    Complimenti !!! Abito a Ginevra in svizzera . mi sono rispecchiata in tutte le parole che hai scritto . sono marchigiana di origine e anche dalle mie parti c’è la stessa mentalità . io troppo scaltra per quel paesino di 400anime ..

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  3. Sera
    Sera dice:

    Bell’articolo. Avrei potuto quasi scriverlo io… 🙂 Ho un vissuto molto simile al tuo (non immagini quanto), ma io sono siciliana emigrata in Francia da 23 anni. Condivido assolutamente tutto quello che scritto.

    Rispondi
  4. Veronica
    Veronica dice:

    Ciao Maria Luisa,
    Piacere di fare la tua conoscenza, seppure solo “virtuale”!
    Ho letto questo tuo articolo e davvero mi è sembrato leggere un pò anche la mia di storia.
    Sono nata a Napoli ma cresciuta in Puglia da quando avevo tre mesi.
    Ho studiato a Bari lingue straniere e ho preso la specializzazione in traduzione tecnico scientifica in spagnolo e inglese.
    La Spagna è lo spagnolo mi hanno sempre affascinato, sin dal primo momento.
    Poi, dopo la laurea, ho provato a cercare qualcosa a Bari nel mio settore e non.
    Ma non c’è stato verso. Vedevo sempre passarmi avanti persone che conoscevano qualcuno.
    Alla fine, stanca di questa situazione, una mattina di inizio luglio del 2015, ho fatto la valigia e un biglietto di solo andata per Barcellona, e mi sono tuffata in un nuovo capitolo della mia vita.
    Come hai raccontato anche tu, i primi tempi non sono stati facili, tra burocrazia e il quotidiano, convivenza, ricerca di un impiego.
    Ad oggi son contenta di aver fatto questa scelta, non ho ancora trovato un lavoro che mi faccia sentire totalmente realizzata, però sono cresciuta molto a livello umano e come donna e sono convinta che sia stata una delle cose migliori che abbia fatto, seppure a volte ci siano periodi di “bajón emocional”, (momenti di crisi).
    Un saluto e magari ci vediamo a Barcellona!
    Veronica

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  5. Maria Luisa
    Maria Luisa dice:

    Ciao Sera, grazie per il tuo commento! Cavoli, sono tanti 23 anni … anche tu scrivi per il blog?
    Siamo in tante a parlare così, speriamo che il fatto che siano in molti a volersene andare smuova le acque in Italia, le cose non potranno continuare così per sempre!

    Rispondi
  6. Daniela
    Daniela dice:

    Ciao Maria Luisa,
    complimenti per l’articolo, molto bello.
    C’è un modo per contattarti privatamente? Mi sono trasferita a Barcellona da pochi giorni e mi piacerebbe incontrarti!

    Rispondi
  7. Veronica
    Veronica dice:

    Ciao Maria Luisa,

    Eri una delle mie insegnanti a Napoli con De Kerckhove.

    E’ bello leggerti qui e tutti hanno ancora un ottimo ricordo di te.

    In bocca al lupo,

    Vera

    Rispondi

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