partitaStanotte ho fatto un sogno. Era la mia vita, come se non fossi mai partita.

Mi ero appena laureata e avevo deciso di trasferirmi da Roma a Napoli, una città che è sempre stata la mia seconda casa.

Era il primo giorno di lezione della laurea specialistica e tra le mura dell’università ritrovavo alcuni amici di Napoli e dintorni, che finalmente rivedevo dopo tanto tempo. C’era anche una delle mie più care amiche, che adesso vive a Parigi, anche lei come se non fosse mai partita.

Sembrava bella quella vita, nel sogno.

Una voce risuonava nella mia testa ogni volta che notavo qualcosa di curioso, come se la mia parte razionale stesse cercando di penetrare nell’inconscio e mettermi in guardia da quella che poteva sembrare – ma non era – la realtà:

un uomo che mi passa accanto e che mi sembra di conoscere
È uno dei miei insegnanti all’università di Berlino.
una conversazione banale, buttata lì per caso, “sì, certo che so schiumare un cappuccino, lavoro in un ristorante!”
No, non ci lavori. In Italia non hai mai fatto questo lavoro.
una coppia di turisti tedeschi che chiede indicazioni e io rispondo di getto, parlando nella loro lingua
Tu non parli così fluentemente tedesco, non hai mai vissuto in Germania.

Ed ecco che lentamente sparisce il sorriso, perché sento che qualcosa non torna. Che qualcosa manca.
Sento che non mi riconosco in quel dipinto: ciò che credo di sapere non è reale e la vita che sto vivendo non la percepisco come mia.
Mentre cerco di spiegarmi quella sensazione che mi tiene in bilico tra la quiete e la tempesta, le persone intorno a me cominciano lentamente a dissolversi e il suono della sveglia mi riporta alla mia vita vera.
Mi sveglio a Berlino.

Sono nel mio letto, da sola, nella stanza in cui vivo da quasi due anni, nel mio quartiere preferito della città.
È un giovedì di giugno e non fa caldo come in Italia. Davanti a me si prospetta una giornata impegnativa:

una lezione all’università, la Freie Universität, quella che ho scelto un anno fa e che veramente sto frequentando;
un pranzo veloce alla mensa, qualche ora di studio in biblioteca e un caffè con due amiche, conosciute solo una volta arrivata qui due anni fa e che fanno parte di quel ristretto gruppo di italiani che frequento;
un turno serale al ristorante, il mio primo vero lavoro da più di un anno, che mi permette di vivere da sola e che spesso trovo anche divertente;
una birra consumata sulla panchina di un parco nella notte fredda e silenziosa di Berlino, tra le braccia di qualcuno che è qualcosa di più di un amico e che mi capisce anche meglio di un amico, anche se non condividiamo la stessa lingua madre;
il lento ritorno a casa ormai a notte fonda, dove trovo il buio, il silenzio e la porta chiusa della mia coinquilina tedesca, e non mia madre addormentata sul divano che si ostina ad aspettarmi anche se ormai ho ventisei anni.

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Mi siedo sul divano e, guardandomi intorno, riconosco la mia vita in ogni oggetto familiare che mi circonda:
sulla scrivania, il computer e i fogli sparsi mi ricordano i miei doveri di studentessa;
sul mobile, l’agenda e i post-it tengono traccia dei miei impegni e dei turni di lavoro;
a terra, giace ancora chiusa la borsa del corso di danza del mercoledì;
sul comodino, mi aspetta il libro da leggere per lunedì;
nella tasca della giacca, il cellulare vibra ogni volta che qualcuno mi pensa.

Eccola qui, la mia vita.

Una vita dove parlo tre lingue diverse al giorno.
Dove trascorro metà della mia giornata sempre seduta e l’altra metà sempre in piedi.
Dove tra il momento in cui mi sveglio e quello in cui mi addormento, sembra che siano passati tre giorni.
Dove tra l’ennesimo Hausarbeit da scrivere in due giorni e tre turni da coprire perché un collega si è ammalato, devo scegliere tra farmi una doccia, pulire la casa o dormire un numero decente di ore a notte.
Dove ho riscoperto la voglia di leggere, di scrivere e di pensare. Dove ho ritrovato la mia curiosità di bambina.
Dove ogni giorno dovrebbe essere uguale all’altro e invece imparo sempre qualcosa di nuovo.

Prima di spegnere la luce, mando un messaggio a quegli amici che erano nel mio sogno.
Ti ho sognato la scorsa notte. Ti penso. Ti voglio bene.
Alcuni mi rispondono con un cuore, qualche altro mi chiamerà nei giorni successivi per raccontarmi di qualche suo nuovo successo, progetto o traguardo raggiunto.
Tutti inevitabilmente lontani, ma vicini.

Era bello quel sogno e poteva essere bella quella vita. Ma non ero io.

Spengo la luce e abbandono i pensieri sul cuscino.
Devo essere pronta, domani si ricomincia. È un altro giorno della mia vita.
Quella vera, però. Quella che amo. Quella che ho scelto.

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concorso-letterario
Concorso letterario per racconti “Expat, le paure ed il coraggio delle Donne”. Leggi il Bando.

6 commenti
  1. Laura
    Laura dice:

    Bello che sia consapevole che e’ la vita che hai scelto che ami. A volte amiamo una vita che non abbiamo scelto, quando siamo fortunate, ma altre detestiamo quello che la vita che abbiamo scelto ci ha portato..nel tuo caso tutto positivo! Go ahead!

    Rispondi
    • Ariane
      Ariane dice:

      È proprio vero! Ma la fortuna non c’entra o comunque non basta: sono principalmente le nostre scelte a dare forma alla nostra vita 😉
      Ciao!

      Rispondi
  2. Dalila
    Dalila dice:

    Della serie “ma davvero sono qui?”
    “Si e non mi vedrei da nessun’altra parte”.
    Condivido!
    Dalila-Rotterdam

    Rispondi
  3. Michela
    Michela dice:

    Sentirsi divisi credo sia una parte della storia di chi va a vivere altrove, ma poi come dici tu c’é l’altra parte della storia, quella della nuova vita, del costruire. Infine tutto si amalgama. Viviamo, per fortuna, in un tempo dove si puó condividere molto e provare a essere vicini anche da lontano. Bella la tua riflessione e la tua tenacia!

    Rispondi
    • Ariane
      Ariane dice:

      Si, immagino sia un sentimento comune tra gli expat.
      Il fatto però è che si sente più spesso parlare di chi è partito e sente la mancanza del suo paese di origine o della sua “vita precedente”, come se ammettere che la propria esistenza sia migliorata con l’espatrio fosse quasi un tabù.
      Grazie per il tuo commento, a presto!

      Rispondi

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