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London Eye

Come spiegare il terrorismo ad una bambina?

È la notte del 14 Luglio, ho una gamba poggiata alla scrivania e lo smalto in mano per finire la pedicure. Arriva una notifica su Facebook: la mia ex coinquilina, che ora si è sposata e vive a Nizza, comunica che sta bene dopo l’attentato. Attentato? Ma che attentato? Ma quando? Come? Chi? Cosa? Perché? Lei come sta? Sono la prima a commentare quel post, una trovata geniale, una delle funzioni più utili dei social network. Poi il pensiero va subito ai miei genitori: a quell’ora già dormono, in Italia è già un’ora avanti e se è tardi qui… che importa? Io un messaggio lo scrivo comunque. “Buondì, appena vi sveglierete leggerete di un attentato a Nizza. So che è lontana, che è la Francia ed io sto a Epping, ma non preoccupatevi comunque: sto bene. Qui è tutto tranquillo come sempre. Buon lavoro e buona giornata, vi amo tanto. Vostra Barbi <3”

Così anche quella notte vado a letto che è già mattina, e la mattina scendo a scuola ed in classe i primi son sempre loro: Eduardo ed Emilie, francesi. Come stanno? Le loro famiglie? Amici? Sì, Eduardo ne ha uno lì a Nizza e non risponde. È seduto accanto a me e per tutta la lezione non fa altro che guardare video senza volume, leggere articoli, scrivere su WhatsApp, controllare Facebook. Lui, che è sempre così attivo ed attento, quel giorno proprio non ha testa.

Stephanie, la nostra insegnante, se ne accorge, lo capisce, domanda e lui risponde con quell’accento così marcato e dolce. Poi, a fine lezione, la buona notizia: il suo amico sta bene, ed è come se in aula tornasse la leggerezza, come se si potesse di nuovo studiare la noun clause con un peso in meno sullo stomaco.

Quando vivevo in Italia, in quel piccolo paesino dell’entroterra siciliano o a Catania all’Università, non ho mai avvertito il terrorismo come un problema vicino. Mi stava lontano, faceva male, mi dava fastidio, ma finivo sempre ogni mia considerazione, frase, pensiero o riflessione con la solita polemica: l’Occidente se l’è cercata. Ero convinta che attaccando una Nazione, distruggendo le sue risorse, abusando del suo popolo, corrompendo il suo esercito, bombardando le sue case ed addirittura scuole ed ospedali, non sarebbero di certe arrivati caramelle e palloncini come ricompensa. Ero convinta, e lo sono ancora ora. Solo che prima ero distaccata, ero protetta sotto il plaid, col thè in mano su quel divano verde di casa mia. Ero lontana, vivevo in posti in cui la pericolosità non è data dall’ISIS o dai terroristi di Boko Haram.

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Vista da The Coca-Cola London Eye su The Houses Of Parliament and The Big Ben

Tutto è cambiato quando mi sono trasferita in Inghilterra. La vita scorre frenetica ad Epping, ancora di più a Londra. La più grande megalopoli d’Europa, quella che ha subìto i primi clamorosi attacchi dopo l’11 Settembre, quella che in ogni parco c’è qualcosa che ricorda quei morti e quelle tragedie, non si ferma perché qualcuno decide di metterle paura. Londra non ha paura, non ne hanno i suoi quasi 9 milioni di abitanti e non ne hanno nemmeno i suoi turisti. Ma chi ci vive lo sa che il pericolo è reale, tangibile ad ogni strano ritardo di metro, ad ogni sosta al buio fra Mile End e Bethnal Green, fermi dentro un tunnel  per nessun motivo che sia signal failure o customer service accident. Semplicemente lo si ignora, si abbassa il volume delle cuffie e Spotify continua a cantare, si finiscono tutte le more che sarebbero state lo snack delle 11.35 ed il treno riparte ancora.

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Flowers in St. Paul’s Cathedral gardens

Ma il 15 Luglio, quando mi alzo, mezza addormentata e con nemmeno la voglia di avvitare la caffettiera, prima di scendere a scuola, io e Tania ci guardiamo: ci siamo già capite. Il giorno dopo sarei uscita da sola con Ava e un po’ d’ansia era legittima per la madre. Ava aveva da poco compiuto 10 anni e, come regalo di compleanno, avevo deciso di portarla sul London Eye.

Quando torno a casa, nel pomeriggio, Tania ed io decidiamo di parlarle: le avevamo già accennato di Nizza, ci aveva sentito parlarne, faceva domande, ed era facile dirle che un pazzo con un camion si era lanciato sulla folla. Ma come le spiegavo cosa è il terrorismo?

Più o meno così: hai l’iPod carico? Lascialo in carica tutta la notte, mettilo in risparmio energetico, non giocarci, qui ci sono i numeri di Mamma, Papà, il mio. Se ti perdi, entra in un negozio, chiedi che chiamino noi, noi veniamo subito a prenderti. Poi interviene Tania: “E’ sabato domani, ci sarà molta gente, sweetheart. Non lasciare mai la mano di Barbara, se lei ti dice di correre, corri. Qualsiasi cosa ti dica di fare, falla e basta, senza chiedere”. Devo ammettere che la spiegazione va molto più tranquillamente di quanto possa apparire riportata qui, la bambina sembra attenta e coinvolta, un po’ stupita ma tutto sommato comprensiva. Poi mi chiede, da sole in camera sua, qualcosa che io non mi aspettavo, a cui non ero preparata: “Barbara, ma perché dovremmo correre? Cosa può succedere che ci costringa a correre?”.

Ecco, che cosa devo risponderle? Come le dico che in questa enorme importante stupenda città, chiunque – che sia un terrorista di ispirazione islamica o un folle con una pistola in mano – potrebbe colpire da un momento all’altro? Come preparo una bambina di 10 anni a godersi il suo regalo di compleanno, ma ad esser al contempo vigile e pronta al peggio? Le rispondo così: “Non dobbiamo correre, dobbiamo solo divertirci. Tu, però, tesoro domani ascoltami, sempre”.

La giornata a Londra ci unisce ancora di più, il London Eye non la entusiasma moltissimo, ma la sabbia a Southbank, i piccoli muri da arrampicata e Wagamama a ridere mangiando noodles sì. Il ritorno la mette alla prova quando a Liverpool Street Station qualche scemo inizia a darsele con le bottiglie di birra, la metro rimane ferma circa 10 minuti e lei nascosta fra me e il super omone dal sorriso gentile. L’istinto di coprirle gli occhi quando son passati ricoperti di sangue ed il pensiero che l’avevo salvata anche da una brutta visione mi rallegrano quando siamo finalmente a casa.

Io – che paura davvero non ho, ma che qui sì sento il pericolo – mi auguro di non dover spiegarle approfonditamente per ancora molto tempo cosa sta accadendo in questo folle mondo. Perché come diavolo si fa a spiegare ad una bambina cosa è il terrorismo quando non sei capace di spiegarlo nemmeno a te stessa?

Barbara Luna Libera Maimone

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