comunicazione-interculturaleAnche oggi vorrei postare le mie riflessioni sulla comunicazione e, in particolare, la comunicazione interculturale.

Avviso il lettore che non scriverò nulla di originale ma, d’altro canto, non tutto ciò che è originale è interessante.

Prima di tutto ho cercato di capire cosa volesse dire “comunicare”.

Ho trovato una miriade di definizioni differenti, tutte molto interessanti ma poco utili a viaggiatrici come noi, o a chi decide di emigrare.

Probabilmente la definizione più utile nel nostro contesto è la seguente: comunicare significa scambiarsi messaggi efficaci.

E sappiamo tutte che, vivendo all’estero, spesso veniamo fraintese.

Non solo non è facile scambiarsi messaggi efficaci, ma non è nemmeno semplice misurarne l’efficacia!

Detto in parole più semplici, a volte non ci rendiamo nemmeno conto che siamo state fraintese.

Un altro elemento essenziale per chi viaggia è sapere che “informazione” e “comunicazione” non sono la stessa cosa.

La comunicazione è volontaria, cioè io voglio comunicare con il prossimo, l’informazione no.

Quindi magari non voglio comunicare la mia ansia quando incontro persone nuove ma, con i movimenti del mio corpo, comunque involontariamente “elargisco” a piene mani questa informazione.

Un altro elemento va sottolineato: quando si comunica non ci si scambiano solo parole ma anche messaggi, poiché non si comunica solo verbalmente ma con tutto il nostro corpo, con oggetti e vestiario.

Per quanto riguarda il messaggio orale preso in se stesso va ricordato che viene creato in maniera cooperativa, sono gli interlocutori che dialogando lo creano.

Cosa vuol dire efficace?

Significa che fra i due interlocutori vi è una condivisione di scopi e questo è difficile nella nostra cultura, figuriamoci all’estero.

Riassumendo: quando comunichiamo lo facciamo volontariamente.

Il messaggio che scambiamo non è solo dovuto a quello che diciamo noi, ma è un qualcosa di interattivo che costruiamo con la persona o le persone con cui comunichiamo.

La comunicazione, per essere efficace, inoltre, deve avere una condivisione di scopi a qualche livello.

Già questo ci dice che comunicare è estremamente difficile ma non è tutto!

Quando si comunica si è in un contesto che gli specialisti chiamano situazionale.

Qui non commento sulla terminologia perché non mi sembra il luogo adatto, ma sottolineo che questo contesto può essere fonte di fraintendimenti fra i due interlocutori.

Prima di tutto si comunica in un luogo fisico, che può avere una valenza diversa per le diverse culture.

Una strada, un ristorante e un bar sono visti diversamente in varie parti del mondo.

Questo modo differente di percepirli può aggiungere un peso alla nostra comunicazione.

Il tempo, il momento in cui comunichiamo, è un concetto legato alla cultura.

Noi del Sud Europa ne abbiamo una concezione più lassa rispetto ai Nord-europei per esempio.

Anche gli argomenti possono essere più o meno scottanti a seconda della cultura.

I partecipanti (vuoi o non vuoi) si dispongono in una gerarchia che noi dobbiamo comprendere.

I partecipanti poi hanno degli scopi dichiarati e alcuni sottintesi, che magari chi viene da un paese straniero non sa.

Poi ci sono degli atteggiamenti psicologici nei nostri confronti.

Insomma, dobbiamo sapere come viene visto un Italiano all’estero, perché gli stereotipi contano.

Inoltre è importante sapere se l’ironia e il sarcasmo sono accettati in una data cultura, oppure se l’ammirazione può essere resa esplicita.

Vanno inoltre conosciuti gli atti comunicativi, come si saluta e si ringrazia.

Quando va chiesto scusa e quando è meglio evitare: insomma la vita non è facile per noi emigrati.

Poi vi è anche il testo linguistico del nostro messaggio e magari ci focalizziamo sul nostro tedesco, le preposizioni, i casi e poi sbagliamo tutto il resto!

Magari anche le norme sociali, come portare un regalo in una determinata occasione cambiano da paese a paese.

Per esempio, sono invitata a cena in Germania, cosa porto?

Quello che porto in questo paese è lo stesso di quello che porterei in Irlanda?

Ecco, qui non voglio spaventare nessuno – e non credo che nessuno sia nato imparato – ma sapere dove guardare e cosa notare è a nostro vantaggio quando siamo in una nuova cultura, magari anche chiedendo a qualcuno fidato, perché no?

Come si fa qui? Quale è la procedura? Sto sbagliando qualcosa?

Spero che abbiate trovato l’argomento interessante: come preannunciato nella prefazione non ho scritto nulla di nuovo, questi pochi concetti, forse anche vecchiotti, vanno ricordati quando si vive in culture diverse.

E anche oggi baci e abbracci a chi “mi legge!”

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