Le condizioni che interagiscono con l’apprendimento

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Spesso come genitori ci dimentichiamo che l’ambiente in cui i bambini si trovano influisce sul loro apprendimento.

Come dicevo in un altro post, gli insegnanti sono delle figure molto importanti per i bambini per varie ragioni: basta guardare alle funzioni che hanno in classe. Per esempio, mantengono la disciplina. Sono una figura di riferimento ed un modello e valutano i risultati dei bambini. Oserei dire che alcuni valutano anche i bambini e questo non dovrebbe essere loro permesso moralmente, ma molte persone che fanno gli insegnanti hanno sbagliato mestiere.

Il post di oggi sarà più lungo del normale perché parlerò di due argomenti strettamente connessi tra loro.

Un esperimento molto famoso ci dice quanto gli insegnanti influenzino i bambini.

L’esperimento è del 1939; è stato ideato e portato avanti da Lewin e dai suoi collaboratori. Emerge che lo stile autoritario porta ad un’alternanza di passività e ribellione e inconcludenza quando manca il leader, anche quello permissivo a simili risultati: aggressività, noia e disorganizzazione. Lo stile migliore è quello democratico: i bambini hanno una maggior soddisfazione nei rapporti con gli altri e si aprono a una maggior produttività.

Devo dire che io ho riscontrato personalmente i risultati dello stile autoritario nei rapporti con mio figlio. Quando sono stanca e gli chiedo di obbedire senza discutere mi dice chiaramente che gli vien voglia di ribellarsi.

Con lo stile democratico si richiede la presenza di un adulto che sia incoraggiante e che aiuti il bambino a divenire autonomo e includa il bambino nelle sue decisioni. Questo non vuol dire che è il bambino che decide: vi è, piuttosto, una inclusione. Essere adulti democratici non è facile, sicuramente, ma questo non ne nega l’importanza.

Insomma non bisogna mai imporre senza discutere e nemmeno lasciare ai bambini ogni decisione senza interessarsi o intervenire.

In classe questi studiosi sottolineano l’importanza di un apprendimento cooperativo, quindi dividere la classe in piccoli gruppi in modo che i bambini collaborino e condividano le responsabilità.

In alcune scuole purtroppo si tende ad assegnare attività distinte ai maschi e alle femmine e sapete come questo sia deleterio.

In ogni caso la mia esperienza personale non ne indica molte. In generale però gli insegnanti pensano che le femmine siano più tranquille dei maschi ed abbiano minor propensione per la matematica. Queste aspettative dovrebbero rese consce e controllate. Insomma: poi le aspettative producono il comportamento atteso (scusate il gioco di parole) e non va bene.

Sicuramente è importante avere un’atmosfera positiva all’interno della classe di modo che i bambini non abbiamo paura o timore a chiedere aiuto quando vi sia bisogno. I bambini più bisognosi spesso non chiedono aiuto: proprio loro. Ciò forse può sembrare normale e di buon senso ma ci sono fattori da prendere in considerazione e controllare se ci si trova all’estero.

Scrivo tutto questo perché parto da esperienze personali, da madre, e non da insegnante questa volta.  

L’effetto Pigmalione e la mancanza di atmosfera cooperativa hanno prodotti frutti disastrosi in prima elementare per mio figlio. Credo sia importante anche capire come i bambini considerino i propri insegnanti. Diciamo che prima ci vogliono alcune nozioni di psicologia di base altrimenti non capiamo bene cosa veramente intendano i bambini. I bambini più piccoli parlano dei loro insegnati in maniera periferica. Sono più importanti gli oggetti che si possiedono; mentre i più grandi sottolineano le loro capacità intellettuali, i sentimenti e le opinioni.

Cosa voglio dire, in soldoni? Che i bambini, crescendo, tendono a cogliere maggiormente il ruolo educativo dell’insegnante. Quindi se vogliamo capire come va all’inizio bisogna dedurlo con il tempo e, alla deduzione, va aggiunta la richiesta di informazioni specifiche: questo però dagli 11 anni in poi.

Non so se purtroppo o per fortuna i bambini tendono a considerare positivamente i propri insegnanti: con il crescere dell’età aumenta il giudizio critico. Solo dagli 8 anni si è grado di riflettere sulle proprie responsabilità. In ogni caso sono tanti i bambini che non comprendono le ragione per cui stanno bene o male a scuola e tocca a noi scoprirle. Fino ad una certa età vi è una confusione fra i compiti, diritti e doveri. Quindi tocca ancora una volta a noi cercare di comprendere.

Credo sia importante parlare anche della teoria ingenua della personalità.

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I bambini hanno una loro teoria della personalità e poi questa si sviluppa nel tempo. E questo già dai 6-7 anni. Sono in grado di distinguere le caratteristiche durevoli che li differenziano dagli altri, come timido, vivace, e si ricordano anche i comportamenti ricorrenti, come se un compagnetto litiga spesso o si azzuffa; e poi hanno idee particolari su certe caratteristiche.

E’ interessante sapere che la timidezza è vista come transitoria mentre il nervosismo è visto come qualcosa di stabile. Poi danno anche delle spiegazioni diverse a queste differenze: alcuni sono innati, altri legano il comportamento a preferenze personali o a tratti ambientali. Quindi quando i vostri bambini parlano dei compagni bisogna sempre investigare.

Hanno anche delle idee sull’intelligenza; vista come in età prescolare, parte delle altre qualità fisiche e sociali e poi piano piano la si distingue sempre di più. Mi sembra carino sapere che dai 6 anni si distingue la bontà generica da altre qualità e capacità come riuscire nei compiti, nelle conoscenze possedute e nelle capacità di utilizzarle… poi piano piano si fa un confronto con i compiti altrui.

Quello che va sottolineato che le teorie dei bambini sulla personalità e sull’intelligenza differiscono da quelle degli adulti.

Queste sono nozioni che dobbiamo sapere se vogliamo aiutare i bambini nella riuscita scolastica: in età prescolare capacità, sforzo e riuscita sono tutti insieme, nel senso che non sono concetti distinti nella mente dei bimbi. Poi i bambini distinguono tra sforzo e risultato e credono che procedono di pari passo, dai 9 agli 11 anni si distingue tra sforzo e abilità. E forse è a questo punto che vanno sostenuti, soprattutto se ci trova all’estero (nel mio caso, in Germania) dove non si nota spesso lo sforzo dei bambini stranieri.

Vorrei finire con il concetto di se stessi.

Dai 7-8 anni, si danno descrizioni sempre più ricche di tratti di personalità e si inizia a distinguere tra i vari livelli di sé: reale, ideale e autostima globale.

Se siete interessati, Susan Harter ha scritto a livello scientifico su questo argomento. In ogni caso l’età è 7-8 anni. Quindi i bambini cominciano a descrivere come ci si sente, come si vorrebbe essere, ciò che si vorrebbe raggiungere e anche il grado di autostima e insoddisfazione.

La presenza di un ideale da raggiungere a volte è uno stimolo, ma a volte è frustrazione in caso di discrepanza. Quindi credo che sia importante spiegare ai bimbi che hanno da poco cambiato paese che non è facile capire una lingua nuova e subito e le ragioni della discrepanza.

La discrepanza può portare a ridimensionare il sé ma anche a migliorarsi. A volte bisogna modificare gli standard, perché non tutti possono essere primi.

In età scolare emergono molte teorie del sé, dovute anche alle reazioni a successi e insuccessi. Ed è qui che come genitori dobbiamo porre attenzione. Vi è quella che si chiama la teoria entitaria dell’intelligenza: l’insuccesso viene visto come prova della propria incapacità e questo porta alla rinuncia. Ecco magari evitiamo con i nostri bimbi.

A me sembra che, qui in Germania, la teoria principe dell’intelligenza sia una teoria entitaria. Questa teoria porta ad una impotenza appresa, ad un’ansia di fronte alle difficoltà e magari una tendenza a desistere.

Diversa dalla teoria entitaria è quella incrementale: un nuovo compito è qualcosa da cui è possibile imparare. L’eccitamento della sfida è un maggior impegno.

Forse questa è la teoria dell’intelligenza che bisogna proporre ai nostri bimbi. Quando le difficoltà sono uno stimolo, si rimane concentrati sul compito e si mette l’enfasi sulla strategia e l’impegno.

 

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