Coppia mista: Sicilia-Bayern

La prima volta che vidi Andreas era il mese di Ottobre, quando per via degli incontri mensili della Scuola di Dottorato dovetti recarmi anche di sera all’Università.

Trovata l’aula rimasi colpita da un ragazzone alto quasi due metri, dagli occhi azzurri e i folti capelli lisci, biondi e lunghi che gli ricadevano sulla schiena, e che sorseggiava tè caldo da un thermos. Istintivamente, senza pensarci, gli guardai le mani, e vidi che portava un anello all’anulare sinistro, segno che era già impegnato (la fede nuziale si porta nei paesi anglosassoni, a differenza che in Italia, nell’anulare destro). „Peccato!“ dissi tra me e me, ma andai oltre senza farmi troppe paranoie. Da un amico venni a sapere che il ragazzone si chiamava Andreas, che era il collega di Storia Romana e che avrebbe concluso il Dottorato quell’anno. Andreas, Andi per tutti, era un grandissimo appassionato di fotografia naturalistica, hobby che praticava insieme ad altre due sue grandi passioni, il ciclismo e il „Wanderung“: per tutti era un mistero quanti km riuscisse a macinare con la sua bicicletta e ancora più assurdo era come riuscisse ad alzarsi alle 3.30/ 4.00 del mattino per fare delle interminabili camminate in silenzio e cogliere la luce migliore per le sue fotografie. „Questo tizio avrà problemi seri“, pensai.

La seconda volta che lo rividi fu all’incontro dei Dottorandi del mese successivo, e in quel caso giunsi alla conclusione che lui fosse un „amish“ o appartenesse a qualche strana setta: era sempre con quel suo thermos contenente tè nero, aveva un cappotto nero lungo fin sotto le ginocchia, i lunghissimi capelli biondi legati e portava un grande cappello nero. Per molti mesi ci incontrammo solo durante questi incontri, a volte scambiando solo un saluto, a volte nemmeno quello.

Dopo il suo esame, quando era ormai imminente il suo trasferimento da Bamberg, gli scrissi una mail nella quale mi complimentavo con lui e gli chiedevo anche quali altri programmi avesse per il futuro, incerto come si prospetta per tutti i laureati e ricercatori in materie umanistiche. Dopo quella mail iniziò a scrivermi più spesso, spontaneamente, fino a quando non lo incontrai un pomeriggio nella biblioteca dove ero solita studiare io. Da allora lui continuò a venire regolarmente lì e cominciammo a vederci più di quanto non fosse accaduto negli anni precedenti e, da semplici colleghi, diventammo rapidamente qualcosa di più.

Indipendentemente dai problemi linguistici che sono superabili grazie all’ausilio di sguardi e abbracci e che mettono fin da subito la comunicazione verbale in secondo piano, è proprio il diverso modo di approcciarsi a cose e situazioni che ha caratterizzato la mia relazione con un tedesco e sottolineato quanto culturalmente siamo differenti e quanto queste difficoltà a volte sembrino insormontabili. Riporto solo qualche piccolo esempio, ma che permette di dare una piccola idea non solo di come noi vediamo loro, ma anche di come loro vedono noi.

IL TEMPO: questione interessante e che mi ha più volte fatto innervosire. Da sempre sono abituata a pensare allo scandire del tempo in 5 minuti (non so, forse perché meridionale): „Sono le 8.5“, „sono le 20.10“, „sono le 15.15“; se manca qualche minuto specifico „le 8 quasi e 10“, e se ad un appuntamento mancano meno di 5 minuti, significa che non ho più tempo e devo correre. Ma, se pongo ad Andreas la domanda „Wie spät ist es?“, „Che ore sono?“, lui dall’alto della precisione del suo orologio digitale (un „Casio“…italiano!) mi risponde „Sono le 10.07“, „Sono le 19.02“ ,e se gli chiedo „Siamo in ritardo, o abbiamo ancora tempo?“ la sua risposta sarà „Si ,abbiamo ancora 3 minuti a disposizione“. Ora, non so voi, ma a me sentire „abbiamo ancora 3 minuti“, oppure „le 10 e 7 minuti“ etc. da la sensazione della bomba ad orologeria sul punto di esplodere, o l’immagine del treno e dell’autobus perso per un pelo. Mentre lui rimane sempre tranquillo, fiducioso nella velocità delle sue gambe lunghe due metri, io sono sempre con il fiatone nel tentativo di (in)seguirlo. Il compromesso raggiunto: non gli chiedo più l’ora.

andreas legge libro montagna

IL PRIMO APPUNTAMENTO. Maggio, si sa, è il mese delle scampagnate e i tedeschi, non appena vedono anche solo un raggio di sole, si trasformano in lucertole che sfoggiano shorts e sandaletti e scorrazzano in bicicletta. La proposta di Andreas è stata: „Ti va di fare un pic-nic con me? Vicino casa mia c’è un bel prato con tavolo e panche di legno. Ci penso io per le cose da mangiare e bere!“. Non mi aspettavo una scampagnata „alla palermitana“, che per abbondanza delle portate potrebbe sfamare un intero esercito per una settimana, ma nemmeno che il „Ci penso io!“ si traducesse in fette di pane tedesco nero, una bottiglia di acqua naturale e tre litri di tè nero. Nemmeno una fetta di formaggio all’orizzonte. Nemmeno l’ombra, non dico della Coca Cola, che già sarebbe stata un lusso, ma di un succo di frutta. Perché, a detta di lui, non eravamo lì per mangiare, ma per godere della bella giornata di sole. Bene. Iniziò a diluviare dopo che avevamo posto il nostro spartano pasto sulle panche di legno, ovvero dopo qualche secondo.

LA SUOCERA TEDESCA. „Mamma, mi vedo con una ragazza“ disse un pomeriggio Andreas a sua madre. „Due sole cose mi importano“- rispose la madre con la prontezza che caratterizza le donne della Franconia- „che sia cattolica e che non venga dalla nostra cittadina (per evitare pettegolezzi)“. „Perfetto! Cattolica lo è e se per questo non solo non è di questa città, ma nemmeno di questa nazione! È italiana!“. Dopo questa dichiarazione, la prima domanda che la madre rivolse ad Andreas fu „E quanti fratelli e sorelle ha?“. Uno dei più radicati pregiudizi nutriti dai tedeschi nei confronti degli italiani riguarda la nostra presunta prolificità: loro pensano che noi facciamo figli come conigli. La risposta di Andi fu „Meno di me“: nella famiglia di Andreas, lui compreso, ci sono quattro figli maschi, io invece ho due fratelli. Ancora più esasperante quando la signora seppe che la mia città di origine è Palermo: l’esclamazione più ricorrente fu „Oh Gottes Will!“ („Per volontà di Dio!“), seguito da un „die Hauptstadt der Mafia“ („la capitale della Mafia“) e da un „Perché Palermo? Perché non te ne sei scelto una di Venezia, di Firenze, di Milano?“. Venezia, Firenze e Milano che la signora, naturalmente, non aveva mai visitato in vita sua.

IL CIBO. Per un tedesco in cucina non ci sono regole. Ciò che piace è consentito. Ciò vuol dire che Andreas prepara tortellini, tortelloni e ravioli conditi con mais in latta. Che nell’insalata fredda di pasta fusilli e penne si aggrappano a piselli e sottaceti rischiando di annegare nella maionese. Che il suo ragù viene arricchito da peperoni, mais e fagioli rossi e poi utilizzato per la pasta, facendo una specie di miscuglio tra lasagne e chili con carne. Da anni lotto invano contro la pizza „Hawaii“ al prosciutto e ananas che farebbe inorridire ogni pizzaiolo napoletano. Andreas è inoltre ASTEMIO. Un tedesco, o meglio, un bavarese, astemio, La cosa doveva fin da subito puzzarmi di bruciato, ma ho preferito dargli una chance e credere alle molteplici virtù salutari dei litri di tè. Inizialmente non beveva nemmeno caffè: l’ho corrotto io.

In una cosa però Andreas è un purista: lo street-food siciliano e in particolare l’arancina palermitana, di ogni gusto tradizionale e rigorosamente con „a“ finale come solo a Palermo si dice. La prima volta che venne con me in Sicilia e gliela feci assaggiare, ne fu talmente entusiasta che qualche settimana dopo venne da me con un contenitore di plastica contenente 4 arancine, che lui stesso aveva provato per la prima volta a preparare provando nostalgia di Palermo. Certo, era sempre un primo esperimento e si trattava di un’arancina fatta da un tedesco- non rotonda, ma assolutamente sferica, perfetta come se avesse usato il compasso, un po’ senza sale- ma quando le vidi piansi per la commozione. Comunque, un tedesco sa preparare le arancine, ed io siciliana no.

IL CAFFÈ. In Italia il caffè espresso si beve in pochi minuti se non in secondi, in piedi, al bancone, tanto che infatti alcuni bar non hanno nemmeno tavolini al loro interno. Il caffè tedesco, lungo, lento, incandescente, senza sapore, si beve al contrario in un’eternità e muniti inoltre di tanto, tanto coraggio. Mentre passeggiavo per Venezia con Andreas, che mi aveva fatto svegliare alle 5 perché voleva ad ogni costo fotografare Piazza San Marco senza un turista e senza un piccione (follia!), sentii l´esigenza di una buona dose di caffeina per recuperare se non energia, almeno un barlume di vitalità. Entrammo in un bar microscopico, ordinai due caffè, pagai, presi il mio al volo e mi piombai nuovamente per le stradine affollate di Venezia. Poi di colpo un dubbio…. avevo dimenticato qualcosa. Controllai tutto: „occhiali da sole- ci sono“, „chiavi- ci sono“, „portafogli e documenti- qui“, „telefonino- pure“, fino a quando un’illuminazione: ANDREAS! Avevo dimenticato il mio fidanzato al bar! Ritorno di corsa e lo trovo in piedi, con quella tazzina di caffè che in proporzione alla grandezza delle sue mani era davvero piccina, mentre guardando attorno e senza saper bene cosa fare, soffiava sul caffè per raffreddarlo sotto lo sguardo incuriosito del barista che, rivolgendosi a me mi chiese „Straniero?“ ed io „Peggio. Tedesco“.

Ho scritto questo post su Andreas perché oggi è il suo compleanno, e purtroppo siamo lontani: io sono in Germania, e lui in Italia, dove al momento insegna tedesco a scuola, al Goethe Institut e all’Università e da dove ogni giorno mi telefona per comunicarmi quante „arancine“ ha mangiato („sono buone e costano solo 1, 20 euro“ mi dice). Quando era con me in Germania lo prendevo spesso in giro per la sua timidezza; se entrava nella mia stanza gli facevo spolverare gli scaffali più alti; quando dovevo riordinare gli intimavo di uscire perché occupava troppo spazio; gli rimproveravo la scarsa comunicatività mentre io, troppo espansiva, dovevo conversare in pubblico anche per lui. Ma per Andreas la mia pronuncia imperfetta, i miei errori di grammatica, i momenti in cui non ricordavo una parola non sono mai stati un problema e non mi ha mai deriso. Mi ha regalato una delle sue biciclette e detto „Pedala, va’ e guarda avanti!“, quando io invece avevo paura perché credevo di non saperci più andare (poi mi avrebbe costretta a fare 30 km in bicicletta, ma vabbè), e non avevo ancora capito che con quella bicicletta e con quel „Pedala, va’ e guarda avanti!“ esprimeva a modo suo tutta la fiducia che lui riponeva in me e nelle mie capacità e la sicurezza che cercava di trasmettermi. Andreas mi accarezzava i capelli fino a quando non mi addormentavo perché, spaventata per il futuro incerto, non riuscivo a prendere sonno. Mi metteva amorevolmente la mano sulla fronte quando la sinusite, fastidioso dono del freddo germanico, mi affliggeva. Mi ha sempre incoraggiato e spinto a guardare al futuro non con timore, ma con speranza. A lavorare duro, ma anche a saper aspettare e a godere dei momenti di quiete, ancora meglio se avvolta dall’abbraccio verde della natura. Mi ha mostrato quanto sia bella l’alba, come quella che abbiamo visto a Venezia, quando ancora la città dorme e i raggi del sole, timidi ma determinati, si fanno largo.

Quello che voglio dire ad Andreas è solo „grazie“ dal profondo del mio cuore perché, nonostante tra i due sia io quella apparentemente più spigliata e intraprendente, sono in realtà proprio io quella che ha più difficoltà ad esprimere i propri sentimenti e sono proprio io quella che da sempre ha avuto e ha tuttora ancora più bisogno di lui.

andreas primo piano

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6 commenti
  1. Viviana La Rochelle Francia
    Viviana La Rochelle Francia dice:

    Ciao Loredana,
    che bello il tuo racconto!
    Mi hai fatto sorridere e commuovere parlando di Andreas.
    Sono sposata con un francese e anche tra noi ci sono belle differenze (lui normanno io di origini mezze venete e mezze pugliesi).
    E adoro l’arancin-a!

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    • Loredana Cirrito Bamberga
      Loredana Cirrito Bamberga dice:

      Carissima Viviana,
      Grazie mille per il Tuo commento. La diversitá é stato un arricchimento… paradossalmente quella nervosa, dai ritmi frenetici e incalzanti sono io, l´italiana, e non lui, il tedesco, che invece ama la natura, ritagliarsi i suoi tempi e i suoi spazi. L´unica cosa che ancora forse faccio fatica ad accettare é la scarsa comunicativitá: gli italiani parlano tanto, sentono quasi l´esigenza di raccontare, di parlare, di esprimersi, loro invece no…e questo a volte rappresenta un ostacolo, specie se talvolta la conversazione si limita a monosillabi e devo tirargli fuori le parole come dal dentista. L´arancina é rigorosamente femmina! Una relazione con un catanese che dice “arancino” sarebbe per me molto piú difficile che con un tedesco che dice “kleine Orange”!

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  2. Antonino Cottone
    Antonino Cottone dice:

    Non potevo immaginare che quella compegnetta del liceo ricciolina e timida…potesse scrivere un così bel racconto a cuore aperto..Racconto allegro e a tratti emozionante. Complimenti di cuore e ad maiora

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    • Loredana Cirrito Bamberga
      Loredana Cirrito Bamberga dice:

      Ma guarda chi vedo anche in questo sito Internet! Timida non lo sono stata mai… ma mi apro molto poco…questo é vero! Ad maiora, che si spera siano anche meliora!

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