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Daimon e psicopatologia infantile

Lavoro con i bambini da oltre dieci anni, a Phuket mi occupo di valutazioni psicologiche nell’ambito dei disturbi dell’apprendimento: (dislessia, discalculia), dello sviluppo motorio (disprassie) e del linguaggio, dei disturbi d’ansia, del comportamento, dell’attenzione, per menzionarne alcuni.

Ho deciso di inserire nella rubrica supporto expat alcuni cenni sulla psicopatologia infantile poiché l’argomento pone molte delle questioni che mi rivolgono le mamme che emigrano all’estero. 

Inoltre, in terra d’emigrazione, spesso è difficile capire a chi rivolgersi e dove.

La mia prospettiva vuole uscire dal tracciato della clinica classica – che tanto ha prodotto e continua a produrre – e adoperare quella del daimon. O vocazione.    

L’idea che il daimon abbia a cuore il nostro interesse – come è già stato trattato nel mio post con riferimento al libro “Il codice dell’anima” di Hillman – è difficile da accettare mentre, invece, durante la fasi più dure della nostra esistenza, siamo più disponibili a pensare che in tutto quello che ci succede il destino svolga un ruolo importante.

Quotidianamente qualcosa o qualcuno ci salva la vita impedendoci di cadere per le scale, di inciampare mentre camminiamo, di ricevere una tegola in testa.

Pensiamo a quel giorno in cui non abbiamo preso la macchina, o abbiamo perso quel treno ed evitato un incidente o un tempo avverso; a quando dopo un grave incidente ne siamo uscite illese o ci siamo rimesse in piedi dopo una lunga degenza; a quando siamo andate contro voglia dal dottore a fare gli esami di controllo.

A ciò che ci salvaguarda diamo il nome di istinto, sesto senso, autoconservazione, provvidenza, cose invisibili eppure esistenti. Nei tempi antichi ciò che sapeva proteggerci era uno spirito custode.

Sebbene oggi sia molto difficile credere nella provvidenza (termine che non deve essere inteso in base alla tradizione cristiana), “Il codice dell’anima” va in questa direzione.

Infatti, Hillman fa  rientrare nell’ambito della psicologia ciò che un tempo si chiamava provvidenza, spirito guida, genio, angelo custode, daimon, ovvero quella presenza invisibile che ci sorveglia e ci guida, che ci trova necessari per ciò che abbiamo da offrire e che accorre in nostro aiuto nella disgrazia, a volte proprio all’ultimo momento.

Per l’autore, i bambini costituiscono la migliore dimostrazione pratica di una psicologia della provvidenza e non si riferisce alle storie incredibili di bambini che cadono dai cornicioni senza farsi un graffio o che vengono recuperati vivi da sotto le macerie dopo un terremoto.

Si riferisce piuttosto al momento in cui il bambino mostra il suo carattere: “tutto a un tratto, come dal nulla, il bambino o la bambina mostrano chi sono, la cosa che devono fare”.

Hillman parla di urgenze del destino che si manifestano sin da bambini – mentre siamo abituati a considerare soltanto le urgenze dell’essere umano, siano esse personali o collettive – e che spesso vengono fraintese e frenate da un ambiente familiare poco ricettivo.

Egli dice qualcosa di nuovo, che non abbiamo mai sentito prima, ovvero che la vocazione si manifesta “nella miriade di sintomi del bambino difficile, del bambino autodistruttivo, portato agli incidenti, del bambino “iper”, tutte espressioni inventate dagli adulti in difesa della propria incapacità a comprendere”.

Hilmann ci parla della teoria della ghianda, ovvero l’immagine che “un intero destino stia tutto stipato in una ghianda, seme che diventerà una grande quercia”.

Questa teoria si propone come una psicologia dell’infanzia, poiché afferma l’unicità del bambino, il suo essere portatore di un destino, il che significa innanzitutto che i dati clinici della disfunzione si riferiscono a quella unicità e a quel destino.

Gli aspetti clinici sono “dati” al bambino e per questo fanno parte delle sue doti e si manifestano in modi tipici che sono spesso causa di disadattamento e di sofferenza.

Il “codice dell’anima” ha per argomento i bambini e propone un metodo per guardarli con occhi diversi, per penetrare nella loro immaginazione e per scoprire nelle loro patologie possibili indicazioni del loro daimon e di ciò che potrebbe volere il loro destino.  

La teoria della ghianda diviene un modo completamente nuovo di guardare ai disturbi infantili: essi vengono considerati dal punto di vista delle vocazioni e non delle cause.

In altre parole, non sono le influenze passate quanto piuttosto le rivelazioni di un futuro che è intuito che determinano e caratterizzano le reazioni e i comportamenti dei bambini.

La vocazione si esprime nei capricci e nelle ostinazioni, nelle timidezze e nelle ritrosie che sembrano mettere il bambino contro il nostro mondo, mentre servono forse a proteggere il mondo che egli porta con sé e dal quale proviene.

La vocazione mira a dare un senso alle disfunzioni infantili prima di etichettarle con una diagnosi e prima di spedire il bambino in terapia.

Hillman non ha mezzi termini: “riguardo ai bambini e alla loro psicologia, voglio che ci togliamo i paraocchi dell’abitudine (con l’odio mascherato che l’abitudine porta con sé).

Voglio che riusciamo a vedere come ciò che fanno e o patiscono i bambini abbia a che fare con la necessità di trovare un posto alla propria specifica vocazione in questo mondo.

I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente, la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo a cui sono nati”.

In base alla mia esperienza all’estero e a quello che osservo nel quotidiano della mia pratica, i bambini si muovono altresì all’interno di codici culturali e tradizioni molto diversi – i nostri figli parlano due e talvolta tre lingue ad esempio – trovando risposte adattive e funzionali al mondo esterno.

Il nostro compito è quello di osservarli, ricordandoci che anche noi abbiamo vissuto due vite contemporaneamente, la vita con la quale siamo nate e quella del luogo e delle persone in mezzo a cui siamo nate.   

Con affetto e pathos, Debora – Phuket.      

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