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Decisioni che cambiano la vita

Eravamo fidanzati da poco.
O meglio, era da poco iniziata la nostra storia.

Nonostante tutto avevo deciso che era meglio vivere insieme. D’altronde, che senso avrebbe avuto stare dalla mattina alla sera insieme, e poi, ad un certo orario dire: ok, vado a casa  mia. Anche perché lui non aveva una casa sua, ma divideva una stanza con altri due Masai.

Decidemmo così di restare insieme, sotto lo stesso tetto. In fondo anche per me, sola e senza amici e senza alcun contatto in città, sarebbe stato meglio: avrei avuto sempre e comunque qualcuno accanto. Otre al fatto che ne ero fondamentalmente e comunque felice.

donatella-masaiA volte ci sono decisioni che si prendono su due piedi. Senza grandi valutazioni: ed io in questo sono sempre stata una campionessa. Quante decisioni ho preso senza valutarne le conseguenze. Ma alla fine posso affermare che il mio istinto non ha fatto grandi errori. O almeno, per me ha funzionato così.
La decisione più grande doveva essere pero’ quella di parlare a lui e dirgli di lasciare il suo ”lavoro”in un albergo di Mombasa. Stavamo mettendo su casa insieme a Malindi e, nonostante ci fossero solo 100 km di distanza tra le due città, non avevo intenzione di rimanere sola per diversi giorni a settimana. Altrimenti che senso avrebbe avuto andare a vivere insieme ? Fu nel momento che gli proposi di lavorare insieme a me che si presentarono i primi tentennamenti da parte sua. In ogni caso il problema maggiore non era lui, bensì tutta la comunità Masai che era presente a Malindi, e della quale lui faceva parte. Si, perché i Masai della costa sono riuniti in una cooperativa foratasi proprio per continuare ad essere una tribù unita come sono soliti esserlo nei loro villaggi. I membri di questa comunità sono anche registrati al comune di Malindi con domicilio periodico ed ogni Masai appartenente alla cooperativa ha un numero di riconoscimento assegnato. Una sorta di numero di identità. John faceva  parte di questa cooperativa e in più era membro importante, in quanto fu lui stesso, insieme ad altri quattro masai, a fondarla, registrandola e legalizzandola nel comune di domicilio della costa : Malindi, Watamu, Kilifi, Mombasa e Diani.amboseli-masai
I Masai, per chi non lo sapesse, non sono di questa zona e provengono da territori  più lontani come  Amboseli e Masai Mara.  John appartiene ai Masai di Amboseli, così come la maggior parte di quelli presenti sulla costa.
Ma torniamo alla mia richiesta. Occorreva che lui lasciasse il lavoro a Mombasa nell’albergo a cinque stelle chiamato Paradise e, in questo modo, sarebbe stato anche un grande aiuto per me che avevo deciso di rilevare un locale a Malindi. Un bar, con annesso ristorante e discoteca, che in seguito decidemmo di chiamare Black & White. Dopo la mia richiesta i dubbi iniziarono giustamente a insinuarsi nella sua testa. E, forse, anche giustamente. Se lasciava il lavoro voleva dire perdere la sola entrata certa, il solo stipendio sicuro che la costa da anni  gli stava garantendo e che gli dava la possibilità di avere una vita un poco più decente di quella da pastore, che aveva deciso di abbandonare da quando, andato via da Amboseli, era arrivato a Malindi. Ma, soprattutto, penso che la sua grande disperazione fosse quella di  abbandonare il gruppo Masai. La cooperativa di cui si sentiva (e si sente) un po’ il creatore. Lui oltretutto era l’economo del gruppo, e questo avrebbe creato non pochi problemi alla cooperativa, in quanto avrebbero dovuto a quel punto cercare un altro Masai  in grado di sostituire John nella gestione dei conti . Certo, per me era un problema che non mi creava ansie, ma a lui le creava eccome! Io lo spingevo a decidere. Ne discutemmo tanto. Ero veramente convinta che la sua decisione avrebbe dato seguito alla nostra vita in comune. Insomma, fu quasi come dire: o con me a lavoro o per sempre con i tuoi Masai.
Decise. Dovette indire una riunione e cercare di comunicare al gruppo la sua decisione. Si, la sua decisione di venire a vivere e lavorare con me. La  sua scelta era ferma. Con tutte le richieste e le spinte da parte del gruppo di non accettare perché, in fondo, la vita con una bianca non avrebbe avuto lungo seguito. Dopo questo incontro ”tribale” John si dovette armare di coraggio e andò a Mombasa , zona Mtwapa, e dare le dimissioni. Lo fece quasi subito dopo la mia insistente richiesta, senza prendersi tanto tempo. Era passato intanto quasi un anno da quando avevo acquistato il locale ed ero veramente intenzionata a cederlo se lui non avesse deciso in fretta. Non riuscivo a mandare da sola tutto avanti: era un locale aperto 24 ore, e la mole di lavoro era enorme. Si guadagnava tanto, ma non si guadagnava di certo in salute. Se fossimo stati in due avremmo unito le forze e il lavoro sarebbe stato meno pesante. Gestire una quindicina di camerieri ed un  cuoco non e’ facile. Soprattutto in un paese dove spesso la professionalità equivale a zero. Ed io, essendo figlia di commercianti nella ristorazione, so cosa vuol dire lavorare  cercando di dare il massimo e sorridendo  a tutti. Anche se la stanchezza ti porta a chiudere gli occhi. E la soluzione migliore era che John si unisse a me nella conduzione del locale. In fondo poteva sempre dire di essere  il co-titolare dell’azienda. Avevamo formato una società, della quale ancora oggi siamo i due direttori unici. A maggio 2002 quindi arrivo’ la sua decisione. Andò a Mombasa e comunicò le sue dimissioni.
Tornato a Malindi, mi sembrava di iniziare una nuova vita. Decidemmo  anche di ristrutturare il tetto del locale, tetto in stile africano fatto di palma, che era molto grande ma che,  rimesso a nuovo,  avrebbe dato luce a tutta la struttura. Ne approfittammo addirittura per andare cinque giorni a Lamu, a fare quel viaggio di nozze che, per lavoro, non avevamo mai fatto. Il locale riaprì a fine luglio. Era il luglio del 2002. Un anno esatto dopo che lo avevo acquistato. Un anno di sacrifici ben ripagati. Ero certa pero’ che da lì in poi sarebbe iniziato un anno ancora più bello,  perché ero con un aiutante di eccezione: mio marito.
Novembre 2002. Era il 28 novembre del 2002 quando la notizia rimbalzò su tutti i TG e su tutti i quotidiani del mondo. A noi ci fu comunicato tramite una telefonata da amici masai di Mombasa. Il viso di John cambiò  espressione e fu così che compresi subito che qualcosa di grave era successo. Una Jeep piena di esplosivo era andata a schiantarsi ad alta velocità contro l’albergo Paradise di Mombasa.  Erano morte una quindicina di persone. Erano  tutti ex colleghi di JOHN. Una tragedia, una vera tragedia per tutto il mondo.
Riporto alcune note di giornali italiani che diedero la notizia immediatamente. 
Da “La Repubblica” : 
 …drammatico il bilancio dell’attentato nell’albergo, completamente distrutto dall’incendio: la polizia kenyota afferma che ci sarebbero almeno quindici i morti (compresi i tre kamikaze) e decine di feriti. Tre delle vittime sono israeliane, due bambini e una persona anziana, nove sono invece africani, alcuni di loro dei danzatori che stavano dando il benvenuto ai nuovi ospiti dell’albergo. Nessun italiano, come informa la nostra ambasciata a Nairobi, è rimasto coinvolto nella strage nell’hotel.
I due attentati sono stati rivendicati da una sigla sconosciuta, “L’esercito della Palestina”…..segue….

I danzatori. I danzatori Masai! John era sempre stato uno di loro durante l’accoglienza dei clienti in arrivo all’hotel Paradise.

John era scioccato e io non avevo parole per poterlo consolare. Mi restava la grande meravigliosa soddisfazione, se così la si può chiamare, di dire a me stessa che, forse, per la mia testardaggine e la mia voglia di stare insieme…gli avevo salvato la vita.
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