Definisci “rabbia”!

 Gente bionda dalla rabbia. Goku, per gli acculturati del fumetto. Credits: Kamehameha_by_Freakazoid999

Questa volta cominciamo con un punto esclamativo.

“Definisci rabbia, se ci riesci!”, pare dire il titolo.

Se c’è una cosa che con la rabbia non puoi fare, è proprio chiuderla in confini.

Perché la rabbia è uno stato di irritazione generale, che esplode investendo come un’onda energetica tutto ciò che le sta intorno.

Oggetti e persone diventano bersagli colpiti da proiettili vaganti. Vasi spaccati, piatti lanciati, pugni tirati; gente che diventa bionda grazie ad un urlo emesso troppo forte.

Rabbia teatrale e rabbia sommessa

Vi sembra tutto molto teatrale? Quante persone conoscete che agiscono nel modo appena descritto?

C’è anche una rabbia meno manifesta e più sommessa, che però è rabbia uguale.

È la stizza profonda, il fastidio quasi fisico che si prova di fronte a un evento o un’affermazione, che finisce per farci dare fiato alla bocca senza che il cervello abbia prima ragionato.

Il il dizionario ci viene in aiuto.

Si definisce rabbia una “irritazione violenta prodotta dal senso della propria impotenza o da un’improvvisa delusione o contrarietà, e che esplode in azioni e in parole incontrollate e scomposte. In senso attenuato può significare impazienza stizzosa e seccata, disappunto vivo e dispettoso per essere costretto a fare ciò che non si vuole o per non aver ottenuto ciò che si voleva.”

Notate bene: disappunto per essere costretto a fare ciò che non si vuole o per non aver ottenuto ciò che si voleva. La rabbia, quindi, ha una spiegazione semplice e quasi ai limiti del banale.

Arrabbiarsi esprime mancanza di empatia

Non mi riferisco a ogni arrabbiatura, sia chiaro. Ci sono comportamenti reiterati ad esempio che ci fanno arrabbiare, perché è chiaro che l’altro non ci sta ascoltando e sta volutamente ignorando il nostro consiglio / la nostra richiesta / i nostri sentimenti.

Ecco alcuni casi come esempio:

  • ripeto a mio figlio che deve spegnere la luce ogni volta che esce dalla stanza
  • ripeto ogni giorno ai miei alunni che devono fare silenzio in aula
  • rispiego al mio collega una regola ormai non più nuova.

In comportamenti ripetuti, quando la controparte non ascolta finiamo per arrabbiarci. Stiamo sottolineando una palese mancanza, e questa è quella che definiamo una rabbia “giustificata”, che diventa anche ‘buona’ ovvero costruttiva se accompagnata da riflessioni e atteggiamenti volti a migliorare la situazione.

Nell’assenza di empatia, questo non è possibile.

La rabbia è ‘egoistica’ e inutilmente distruttiva; a seguito della prima volta in cui compaiono un’azione o un evento, l’individuo avverte una minaccia istantanea a se stesso, alla propria integrità e ai propri valori, e si carica di rabbia.

Il punto è che chi dà in escandescenze nell’immediato non sta riflettendo. Non analizza la situazione né i possibili motivi che la hanno generata; non si dà il tempo di pensare a soluzioni alternative.

Rifacciamo gli esempi di sopra:

  • dico a mio figlio una volta che deve spegnere la luce, la seconda lui non lo fa e io mi arrabbio perché non mi obbedisce. Riflessione mancata: mio figlio è piccolo, non capisce l’importanza del consumo energetico e non è un individuo ancora autonomo;
  • entro in classe per la prima volta e urlo subito ai miei alunni che devono fare silenzio. Riflessione mancata: che tipo di studenti ho davanti? Mi sono vagamente preoccupato di conoscere i soggetti e le dinamiche del gruppo? È la prima volta che mi vedono, francamente mi stupirei se dei ragazzi stessero zitti al volo;
  • spiego al mio collega una cosa nuova e siccome non capisce mi stizzisco. Riflessione mancata: sulla base di cosa il mio collega dovrebbe avere le mie stesse modalità di apprendimento? (E pure: chi dice che siamo stati davveri chiari nella spiegazione?).

Rabbia e rapporti con gli altri

Non tutte le persone che fanno polemica esprimono rabbia, ma tutte le persone che si arrabbiano fanno polemica.

Una persona dalla facile arrabbiatura scatterà per qualsiasi cosa e ne farà sempre una questione personale, prendendosela per tutto e per tutti, e lamentandosi di come egli sia un perseguitato dalla vita.

Persone così si arrabbiano se piove, se c’è traffico, se fa caldo e pure se non fa caldo, e via dicendo. L’arrabbiato cronico, poi, vive ogni avvenimento come un intralcio al suo essere e all’espressione della sua persona. Contesta ogni risposta, si lamenta per ogni evento.

È fondamentalmente incapace a gestire l’imprevisto e non accetta visioni alternative, non prende in considerazione altri pareri, ipotesi, spiegazioni. Si arrabbia il momento che qualcosa non va come lui vuole che vada.

Si dimostra, così, poco flessibile; ovviamente avrà la tendenza a sostenere il contrario, cioè che è proprio per la sua flessibilità che gli altri si approfittano e lui finisce per arrabbiarsi. Possiamo dunque facilmente intuire che tipo di rapporti gli individui dalla rabbia facile possano costruire nel tempo.

Senza contare le possibili implicazioni a contatto con culture diverse.

Ogni popolo ha i propri codici comportamentali, abitudini, modi di porsi e di parlare, modi di intendere la vita che non si conciliano con il nostro. Imparare ad ascoltare ed ad accettare il prossimo, qui, diventa un fattore chiave per la buona riuscita di una relazione di qualsivoglia natura.

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più o meno ognuno di noi di fronte a persone ed atteggiamenti che inducono rabbia

Cosa fa il corpo nel frattempo?

Pugni chiusi, ruga accentuata al centro delle sopracciglia, bocca serrata e sguardo contratto; corpo rigido e braccia in atteggiamento di chiusura. Voce stizzita, sbuffi, occhi roteanti, frasi secche, utilizzo di parole come “no”, “ho detto”, “non hai capito”.

Sono tutti sintomi di rabbia repressa, enfatizzati dalla mitica espressione “ma io sono calmissimo”.

Tra l’altro, non è infrequente che una persona con tendenza alla rabbia soffra di mal di pancia e mal di stomaco. Stomaco secondo cervello, lo sapete vero?

Non è solo questione di comunicazione non verbale: anche i segni trasmessi dalla controparte possono essere male interpretati. Dice Paolo Meazzini, professore di Psicologia Clinica: “Chi si arrabbia di più tende a interpretare gli eventi come negativi per se stesso. Per esempio, se temo che gli altri mi manchino di rispetto posso leggere un sorriso come segno di irrisione anche se non vi erano intenzioni provocatorie”.

Intervallo: il simpatico esperimento

Si sa che in America fanno esperimenti scientifici un po’ strani, a volte. Questo che sto per raccontarvi è curioso e simpatico, e calza bene con il nostro discorso di oggi.

Alla Monmouth University del New Jersey hanno condotto un particolare studio sulla rabbia e hanno chiesto a persone fidanzate/sposate di mettere alla prova la loro resistenza a fronte di atteggiamenti stressanti.

A questo scopo, davanti agli occhi delle cavie sono stati messi dei biscotti appena fatti; metà di loro ha potuto mangiarli, all’altra metà è stato vietato. Quelli a cui è stato vietato di mangiare i biscotti sono andati a cercare biscottini da un’altra parte – vale a dire, si sono dimostrati più vulnerabili a flirtare online con degli sconosciuti.

Caspita! Basta poco a perdere il controllo, vero?

eh però è cattiveria, mi dai dei biscotti e non me li fai mangiare. Ecco perché i bimbi si arrabbiano più velocemente 😉 (ps. questi non sono i biscotti dell’esperimento, ma un mio esperimeno culinario.)

Torniamo a noi: il finale di questo articolo (ovvero, cosa fare)

Studiare le circostanze e rivedere la propria posizione.

Ancora una volta la soluzione è nell’ascolto; come già espresso nell’articolo sulla differenza tra opinione e giudizio, anche in questo caso l’empatia si dimostra fondamentale per scavalcare molti degli ostacoli che ci generano rabbia quotidiana.

Per fare questo, basta mettere in atto un semplice esercizio: “e se qualcuno giudicasse me?”. Indubbiamente, ci aspetteremmo almeno un po’ di ascolto in più.

Ecco, facciamo in modo di applicare lo stesso accorgimento anche agli altri. Il risultato nel tempo potrebbe sorprenderci.

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