Di come un battito d’ali

Allora, c’è questa storia del battito d’ali della farfalla che fa rumore dall’altra parte del mondo e cambia le carte in tavola.

Penso la conosciate tutti.

Ci hanno fatto pure un film, una roba mezza catastrofica stile apocalisse super americana.

Ora, la mia storia non è da apocalisse ma il battito d’ali lo ha fatto lo stesso. E lo ha fatto su di me.

Voglio condividere un racconto semplice.

Un racconto semplice, che va indietro di un po’ e che mi porta fino a oggi, inclusa la camera da cui sto scrivendo in questo momento.

È una simpatica camera di una manciata di metri quadri, tra parentesi, in una casa che in cucina ha un pavimento a scacchi che mi piace da impazzire.

Insomma, c’è questa farfalla svolazzante che parte una mattina del 2014.

Piccolo quadro della situazione: l’azienda per cui lavoro soffre di stress occidentale, ma io vivo nel mio cantuccio e non do fastidio a nessuno.

Lavoro 14 ore su 24, ma mi piace quello che faccio; quindi non è un problema.

Ho un compagno, una figlia, e tanta luce in una casa tutta bianca con bagno arancio e accessori colorati che la decorano qua e là.

selfie-specchio

A novembre, accade un fatto in ufficio che mi costa le ire della mia capa: il boss supremo mi chiede un favore, scavalcandola, io ho la bella idea di eseguire. Sapete com’è, il boss supremo.

Quel fatto porta la capa a cambiarmi di ufficio e a destinarmi in una sede periferica.

La nuova sede richiede 4 ore di viaggio al giorno, con un cambio di tre mezzi pubblici. Uno di questi è un tram.

La mattina del 6 dicembre esco armata di tutto il buonumore che il mio piccolo corpo contiene, con l’intenzione di fare almeno una buona azione.

Quando l’occasione si presenta mi trovo sul tram, ma le circostanze non si rivelano liete: l’autista inchioda, io salto i gradini interni facendo perno su una gamba e ruoto sul ginocchio.

Sento i brividi lungo la vostra schiena, so cosa state pensando.

La buona azione mi porta una doppia frattura.

È quasi il 24 dicembre, quando me ne accorgo.

Mi scopro attonita e incapace di stare seduta a tavola.

Mentre fisso il punto interrogativo sulla mia testa, la mia capa mi chiede una presentazione urgente in powerpoint, perché si sa che a Natale stanno tutti a scartare powerpoint sotto l’albero.

La doppia frattura mi costringe a letto per due mesi.

Allora comincio a pensare.

Dove sono, cosa ho concluso, dove voglio andare. Ho 41 anni da poco compiuti.

Mentre l’insoddisfazione sboccia palese, i due mesi diventano tre.

I dolori non diminuiscono, la doppia frattura passa dallo stato di “è tutto ok” a “forse ci sono rimaste delle schegge, apriamo e puliamo: una cosa veloce”.

Apriamo-e-puliamo è programmato verso Pasqua e la capa ne approfitta per togliermi l’incarico, dopo aver sottolineato la mia scarsa professionalità per essermi rifiutata di andare in ufficio.

Non ho il tempo di realizzare cosa sta succedendo, perché apriamo-e-puliamo e si trasforma in danno permanente.

Surprise.

Troppo esteso: non si può fare niente.

Non-si-può-fare-niente viene accompagnato da un momento di vuoto.

Vuoto.

Pausa.

“Non potrò più correre”

È la prima cosa che mi viene in mente.

E dire che io ero una di quelle persone che si alzava il sabato mattina, che correva fino a farsi mancare il fiato, con la musica dell’ipod che annullava ogni pensiero.

Al momento non riesco nemmeno a camminare.

Un banale incidente.

I tre mesi diventano sei. Quando torno a lavorare, nel mio nuovo ufficio periferico, è luglio 2015.

Nel frattempo penso ancora, e la mia insoddisfazione finisce per illuminare tutte le cose che fino a quel momento non avevo voluto vedere.

Metto in discussione il terreno che ho sotto i piedi, qualche sogno e, complice un compagno troppo distratto, metto in discussione anche lui.

Ci separiamo a fine estate.

Poco tempo dopo arriva la notizia del mio licenziamento. “Nulla di professionale, tu sei bravissima ma non c’è posto per te in questa azienda, né in questa città”.

La gamba fa ancora male.

A gennaio 2016 lavoro per l’ultima volta in Italia, con la coscienza di chi sa che gli è stato fatto uno sgarbo personale, mentre ricevo una telefonata da Londra in cui mi chiedono se io sia interessata alla posizione di Head of PR per Harrods.

La perdita del lavoro mi obbliga a dare disdetta del contratto di casa: a partire da questo momento, ho 6 mesi di tempo per traslocare e trovare un nuovo impiego.

Le porte chiuse in Italia portano il lucchetto del “sei troppo qualificata”, ogni giorno sempre più pesante.

Di questo lucchetto avverto solo la ruggine; mi regala un sapore amaro e malandato, che si confonde con la rabbia quotidiana, che monta sugli autobus che prendo, mentre vado a fisioterapia, perché quel dannato ginocchio fa un male insopportabile.

Sono bloccata. Mi guardo intorno.

Mi guardo molto intorno.

Penso all’estero, complice Londra.

Mia figlia non vuole il Regno Unito ma abbraccia, inaspettatamente, l’idea del trasloco lontano.

A giugno 2016, ri-accolgo una persona e parto con lui e con un po’ di sogni.

Decido per la scoperta di una vita e di una terra nuova, voglio sentire che aria tira.

Fuori, è estate.

La mia testa continua a pensare.

La gamba, che ve lo dico a fare.

Sto lasciando una nazione dove non ho più niente, da cui perfino mia figlia vuole staccarsi. Il futuro non può che migliorare.

Chiudo gli occhi.

Mischio le carte.

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A questo punto, direte, il racconto è finito.

Invece no, perché le farfalle quando sbattono le ali pare che di casino ne fanno tanto, e quello che io ho trovato con le mie carte è un’altra storia. Che comunque non racconterò, vi ho già tediato abbastanza.

In breve, il futuro migliore si è infranto contro una realtà povera, priva di reali opportunità per le donne, e per il mio settore in generale. Mi sono rimboccata le maniche e ho ricominciato da zero, mentre la mia vita personale è colata a picco, sono entrata in un periodo buio e doloroso, e ho finito per cambiare tutto ancora una volta.

Catarsi.

Oggi il tempo è diventato più prezioso.

Il mio lavoro è differente.

La mia vita è ricca e minima al medesimo tempo.

Il ginocchio è chiacchierone, non ha smesso di parlare.

Come se mi interessasse sentire che cos’ha da dire, con così tanta frequenza.

Io, a volte lo ignoro, a volte lo detesto.

Di certo, ancora penso.

Sono passati più di tre anni da quell’incidente e la farfalla sbatte le alucce del Se.

Se il capo supremo non mi avesse scritto, non avrei cambiato ufficio.

Se non avessi cambiato ufficio, non avrei preso quel tram.

Se non avessi preso quel tram, non mi sarei rotta il ginocchio.

Se non mi fossi rotta il ginocchio, non avrei perso il lavoro.

Se non avessi perso il lavoro, non sarei partita.

Se non fossi partita, non sarei qui.

O forse sì.

Chi lo sa.

Le farfalle sanno essere davvero emblematiche.

Ah: quando il ginocchio mi parla, chiudo gli occhi per qualche secondo.

Trattengo il fiato – respiro profondamente – riapro gli occhi.

Mi rimetto in cammino.

Nella mia mente, immagino di correre.

Nelle mie orecchie, una musica suona dall’ipod.

camminare-piedi

La mia mia anima ha fretta – Mario de Andrade

Ho contato i miei anni e ho scoperto che ho meno tempo per vivere da qui in poi rispetto a quello che ho vissuto fino ad ora.
Mi sento come quel bambino che ha vinto un pacchetto di dolci: i primi li ha mangiati con piacere, ma quando ha compreso che ne erano rimasti pochi ha cominciato a gustarli intensamente.
Non ho più tempo per riunioni interminabili dove vengono discussi statuti, regole, procedure e regolamenti interni, sapendo che nulla sarà raggiunto.
Non ho più tempo per sostenere le persone assurde che, nonostante la loro età cronologica, non sono cresciute.
Il mio tempo è troppo breve: voglio l’essenza, la mia anima ha fretta. Non ho più molti dolci nel pacchetto.

Voglio vivere accanto a persone umane, molto umane, che sappiano ridere dei propri errori e che non siano gonfiate dai propri trionfi e che si assumano le proprie responsabilità. Così si difende la dignità umana e si va verso la verità e onestà.
È l’essenziale che fa valer la pena di vivere.
Voglio circondarmi di persone che sanno come toccare i cuori, di persone a cui i duri colpi della vita hanno insegnato a crescere con tocchi soavi dell’anima.

Sì, sono di fretta, ho fretta di vivere con l’intensità che solo la maturità sa dare.
Non intendo sprecare nessuno dei dolci rimasti. Sono sicuro che saranno squisiti, molto più di quelli mangiati finora.
Il mio obiettivo è quello di raggiungere la fine soddisfatto e in pace con i miei cari e la mia coscienza.
Abbiamo due vite e la seconda inizia quando ti rendi conto che ne hai solo una.

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