LA DIFFERENZA TRA OPINIONE E GIUDIZIO NELLA COMUNICAZIONE A DUE

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Quando ci troviamo in ambienti poco familiari o quando ci mettiamo alla prova in avventure complesse, come è il caso di un trasferimento all’estero ad esempio, una delle principali domande che ci poniamo riguarda il modo in cui costruire un rapporto con le persone che ci circondano.

A prescindere dalle condizioni individuali – lingua sconosciuta, abitudini culturali diverse dalle nostre – esistono dei codici di comunicazione sempre validi, volti a sviluppare una certa abilità a sapersi relazionare con il prossimo in modo positivo e proficuo, al contrario di altri atteggiamenti che possono invece risultare svantaggiosi.

In questo contesto, oggi parliamo dell’importanza di distinguere in comunicazione la differenza tra opinioni e giudizi.

Come dico sempre, il giudizio non è di questo mondo e, se c’è, non appartiene certo a nessuno di noi. Comportarsi da individuo giudicante può mettere a rischio le relazioni interpersonali, siano esse tra familiari, amici o colleghi di lavoro, rendendo più arduo il nostro cammino, tanto più quando siamo fuori dalla nostra comfort zone.

Esprimere un’opinione ed esprimere un giudizio contemplano modi di porsi differenti. A volte queste differenze si trasformano in tragiche opposizioni. Ecco perché è importante conoscersi e conoscere i meccanismi di comunicazione.

 

La differenza tra opinione e giudizio

La differenza tra opinione e giudizio nell’atto della comunicazione tra individui è semplice: la prima prevede a priori di poter essere modificata, il secondo no. Spieghiamo.

Chi esprime un’opinione sta dicendo che ha un pensiero su un determinato argomento o una data situazione; i suoi pensieri sono il frutto di considerazioni personali, sono opinioni, appunto, e quindi sono modificabili per natura.

Chi esprime un giudizio sta giudicando, vale a dire elabora una frase che suona più come una sentenza. Si parla di giudizio nell’applicazione della legge, con un giudice che stabilisce i torti e le ragioni delle parti; si parla di giudizio quando si parla di Dio. Dare un giudizio, dunque, è per definizione emettere un’affermazione ritenuta finita e non elastica.

Non lo dico io. (Non è un mio giudizio). Lo dice il dizionario.

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Opinione e giudizio nel dialogo

Opinione e giudizio nel dialogo hanno un difficile rapporto. Il problema di base è sempre lo stesso: il giudicante, in quanto tale, non approverà mai l’esistenza di un punto di vista diverso dal suo.

Se il rapporto tra i due soggetti non presenta tensioni, il giudicante non risulterà particolarmente aggressivo nell’imporre la propria visione.

Quando a essere giudicante è un capo sul lavoro, ci dimostriamo più bravi a portare pazienza; sarà che temiamo di essere licenziati. Quando a giudicare è una persona della nostra sfera affettiva e sociale, invece, la pazienza viene meno più facilmente.

Opinione e giudizio in una discussione

Il problema si concretizza quando il dialogo presenta degli aspetti di tensione. Con almeno un individuo giudicante presente nella conversazione, arrivare alla discussione è facile: il giudizio ha sempre la potenza di una lastra di marmo che cade a terra e, a volte, schiaccia l’interlocutore. Diventa difficile ragionare con un individuo giudicante e talvolta il tono si fa aspro al punto da sfociare in un quadro che finisce per esulare dal semplice dialogo.

Riconoscere i segnali di un interlocutore giudicante

Pensiamo, allora, a quali sono i segnali di comunicazione verbale, paraverbale e non verbale che esprime un interlocutore giudicante.

Egli usa la parola “giudizio” in modo allargato, attribuendole un significato di ‘parere’, secondo una delle definizioni consentite dal dizionario, anche quando non c’è chiara volontà di modificare la propria posizione.

Il giudicante vive il prodotto della sua mente perfetto così come viene elaborato, formulato ed inviato all’esterno; la possibilità di ammettere davvero uno sbaglio è bassa, praticamente nulla, ed è in genere accompagnata dalla convinzione dichiarata del contrario: “io sono aperto a riconoscere l’errore, semplicemente non sto sbagliando”. Quante volte avete sentito questa frase?

Anche la confezione in cui il messaggio arriva è personalizzata.

Un individuo giudicante comincia la frase sottolineando il soggetto, “tu” oppure “io”; parla per modi decisi, che non lasciano spazio all’incertezza, e può usare a proprio vantaggio le debolezze e le esitazioni della controparte. È facile che l’interlocutore si senta in difficoltà (possiamo anche dire “sotto giudizio”): parlare con un giudicante è come stare su un ring e dover scegliere se mettere paradenti e guantoni o scendere e andarsene.

Dal punto di vista fisico, la persona giudicante presenta spalle dritte, petto rigido e sguardo fisso; l’atteggiamento è di chi vuole sovrastare, anche se poi magari non lo fa.

In fase di discussione, poi, è facile che abbia i tratti del viso tirati, la bocca serrata, e il corpo poco flessibile e leggermente all’indietro. In alternativa, può spostare il busto in avanti in direzione dell’interlocutore e aggiungere, in condizioni di forte tensione, pugni stretti, dito puntato e posizione in piedi. In casi come questi ultimi, il linguaggio del corpo sta dicendo “io ti sovrasto, ciò che tu dici deve sparire”.

Un individuo giudicante è anche una persona fortemente critica. Difetta di empatia e considera valido solo il proprio punto di vista, giustificando quello di pochi eletti intorno a lui e, più raramente, di persone della sua sfera sociale con le quali si sente affine.

Giudicare equivale ad urlare, nella percezione dell’altro; chi si trova a discutere con un individuo giudicante, a lungo andare può sentirsi ‘danneggiato’. Ma intendiamoci: non è un punto interrogativo da solo o uno sguardo più pungente che fanno di una persona un giudicante, piuttosto un insieme di fattori, da valutare con attenzione prima di stabilire la reale natura della conversazione che sta avvenendo.

Il giudicante sui social

Qui si potrebbe aprire un lungo capitolo. Cercando di restare contenuti in poche righe, diciamo solo che il giudicante sui social aumenta l’estensione del potere, già potenzialmente letale, dietro l’arcinota barriera dello schermo.

È il fenomeno meglio conosciuto come “leoni da tastiera”: ne sono protagonisti non solo gli adolescenti, come troppo spesso si legge, ma pure adulti che attaccano, insultano, offendono senza leggere, rifiutano un contenuto scritto online solo perché non descrive la loro situazione, deridono e criticano.

Alcuni di questi adulti sono i genitori di quegli adolescenti aggressivi di cui poi sparlano (“ah, questi ragazzi dipendenti dalla tecnologia”).

Veri e falsi opinionisti

Come abbiamo visto, chi giudica senza ammettere che sta giudicando spesso si trincera dietro la definizione che vede il giudizio come un sinonimo di ‘opinione’.

Nella realtà, il giudizio nella sua definizione originaria mantiene sempre e comunque il significato di sentenza, di parere ultimo: il giudizio dunque è sì un parere, ma che va ben oltre la volontà e la possibilità di cambiare, rigettando posizioni alternative.

Per contro, a volte chi dice di dare solo opinioni sta in realtà giudicando, e lo sta facendo per due motivi.

Il primo: la difesa personale. Apertura mentale, posizione del corpo rilassata e predisposizione al dialogo vengono meno quando il cervello interpreta il comportamento dell’altro come aggressivo, che è esattamente la casellina emozionale finale in cui viene collocato l’atteggiamento giudicante continuativo.

Il secondo: la sottile farsa. Alcuni giudicanti si mascherano da opinionisti, senza poi applicarsi nel dialogo inteso come scambio dei punti di vista. In poche parole: a volte si ha ragione, a volte si ha torto, e quando si ha torto bisogna riconoscerlo di fronte all’altro.

Siamo tutti giudicanti

Emettere giudizi è una delle attività che in assoluto riesce meglio all’uomo, e per uomo mi riferisco alla specie vivente, non al sesso di appartenenza. È la certezza di emettere giudizi che ci ha portato a costruire la storia dell’uomo così com’è fino ad ora, e a non considerare, quanto invece dovremmo, che nessuno è perfetto e che sbagliare non è errore.

Sbagliare non è errore perché è solo umano, ed essere umani significa essere vivi, contestualizzati in un tessuto sociale e inscindibili da sentimenti ed emozioni, che come tali ci portano costantemente verso un solo possibile percorso: una risposta soggettiva, cioè un’opinione.

Senza la capacità di riconoscere l’errore non si può chiedere scusa; senza la capacità di chiedere scusa non si può andare avanti. È impensabile credere di applicare un comportamento civile, solo limitandosi a teorizzarne il modello.

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Cosa fare

È il caso di cominciare a riconoscere l’esistenza della sfera sensoriale dell’altro, fatto quanto più necessario in situazioni di convivenza al di fuori della propria comfort zone, in altri paesi, con altri popoli, come dicevamo all’inizio dell’articolo.

Tollerare altri punti di vista equivale ad ammettere la possibilità di scelte diverse sapendo che queste non mettono necessariamente in pericolo la nostra persona: se il mio interlocutore non è d’accordo con me, non sta dicendo che io sono sbagliato.

Vale anche la pena di smettere di usare la parola ‘giudizio’.

Il tentativo, in questa azione, è quello di modificare la prospettiva che abbiamo di noi stessi: essendo la persona giudicante una persona fortemente critica, abbiamo detto, è fondamentale cercare di abolire le espressioni che vengono assorbite come negative e dannose.

La modifica costante e quotidiana del proprio linguaggio aiuta a cambiare questa tendenza: dire “tu sei cattivo”, “tu stai sbagliando”, non è come dire “hai fatto una cosa cattiva”, “c’è uno sbaglio”. Cosa c’entra questo con opinione e giudizio? La prima formulazione, quella con il “tu”, è un giudizio categorico, la seconda esclude la condanna dell’individuo e apre all’elaborazione del concetto, secondo un punto di vista che non necessariamente nega un fatto accaduto, ma lo accetta come esistente ed è pronto ad analizzarlo.

Tutto troppo complicato?

Proviamo così:

chi giudica, non vede oltre il proprio naso. E non basta dichiararsi aperti, per esserlo: bisogna davvero applicarsi a farlo.

La capacità di accettare il punto di vista dell’altro è uno dei più alti gradini della scala evolutiva che possiamo percorrere. Quando esprimiamo un’opinione, e non un giudizio, siamo aperti con il corpo e con la mente, in uno stato di empatia – parola che suona terribile alle orecchie di alcune persone – che ci consente di entrare davvero in comunicazione con l’altro. E allora sì che comincia il dialogo.

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