Questione di distanze

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Stazioni sempre affollatissime a tutte le ore

Per andare al lavoro ogni giorno prendo tre treni. Ci impiego un’ora e dieci circa per coprire più o meno 45 km e il 90% delle volte non sono seduta se non per 10 minuti.

Moltiplicate il tutto per due.

Ci è voluto tempo e alla fine mi sono abituata, ma è comunque un viaggio massacrante. I treni sono quotidianamente in ritardo e un ritardo di 5 minuti significa avere il doppio delle persone che aspettano e che saliranno su quel treno, tanto che sulle banchine non c’è più spazio per camminare.

E poi in inverno fuori fa freddo e dentro fa caldo, in estate fuori fa caldo e dentro c’è qualche pinguino sul portapacchi, le mezze stagioni sono pure peggio, se hai i tacchi arrivi che sei da raccogliere con il cucchiaino (infatti non li metto più), ma pure con le sneakers a volte mi siedo alla scrivania che sono già stravolta.

Quello che mi fa affrontare tutto questo è il pensiero di casa durante il viaggio di ritorno o dell’ufficio quando percorro il viaggio dell’andata.
Sì, avete letto bene: il pensiero dell’ufficio. Ho la grande fortuna di fare un lavoro che mi piace in un ambiente positivo.

La mia, infatti, è un’azienda veramente buona: gente giovane, con voglia di fare, progetti per il domani e curiosità.

Ogni giorno mi aggrappo a quell’idea per sopportare il viaggio, ma c’è da dire che fino ad ora è stato nelle occasioni speciali in cui siamo tutti insieme che ho percepito maggiormente l’unicità di questo posto e di questo gruppo di persone.

Nelle aziende giapponesi, si usa uscire spesso a bere qualcosa dopo il lavoro: in due, in tre, con il proprio team. Poi ci sono vari eventi che coinvolgono tutti.

Lavoro nel mio attuale ufficio da 9 mesi e in realtà non abbiamo moltissimi eventi, né si usa andare a bere molto spesso, vuoi perché chi lavora con i clienti va e viene, e quindi non siamo tutti alla scrivania alle 18, vuoi perché il 90% di noi è giovane – sui 30 anni, tanti si sono appena sposati e hanno bambini piccoli da cui vogliono tornare la sera.

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Finora abbiamo avuto tre eventi: una grigliata in agosto, la tradizionale festa di fine anno (bōnenkai) e un party il 7 marzo. Questo è stato chiamato new year kick off party, cioè un party “calcio d’inizio”, perché in Giappone l’anno fiscale finisce a fine febbraio, così i miei capi si sono inventati questa festa. A noi piace essere originali.

Proprio perchè non sono così frequenti, questi sono per me eventi speciali che mi confermano quel che ho davanti agli occhi tutti i giorni: lavoro con gente splendida, disposta ad ascoltarmi quando non capisco, che ascolta quando rispondo a delle domande sull’Italia, che mi rispetta anche se, quando parlo di lavoro, il mio vocabolario di termini tecnici è ancora limitato.

Ogni volta realizzo quanto sia fuori dall’ordinario avere persone amichevoli, sorridenti, pazienti e alla mano (nella misura in cui un giapponese può essere alla mano) a lavorare con me.

Questa non è esattamente la normalità in Giappone, dove esistono regole ferree all’interno di un’azienda e non tutti sono disposti a venire incontro allo straniero.

Il 7 sera però, chiacchierando con diverse persone, mi sono anche resa conto di quanto ci sia di giapponese nella mia azienda e quanto lo sia ognuno dei miei colleghi: quanto siano diversi da me.

So che può sembrare sciocco: “Vivi in Giappone da quattro anni e lo scopri solo adesso?”.

Il fatto è che, quando si vive in un paese straniero per tanto tempo, anche quel che pareva strano diventa normale e ciò che è particolare entra a far parte della tua vita quotidiana; così, a volte, dimentichi che sei diversa e vivi nel diverso.

Nonostante i miei colleghi siano tutte persone comunicative, alcune strutture mentali giapponesi sono solide e li bloccano.

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Io e parte dei miei colleghi di lavoro giapponesi

Per esempio, anche se il capo – che ha 31 anni – dice di voler essere uno con cui si può parlare, a cui si possono fare richieste, che ascolta e pondera la voce di tutti, quel 7 sera qualcuno mi ha detto di essere contento di avermi in ufficio, perché loro non ce la fanno a parlare e a dar voce a certe cose. E non si parla per forza di lamentele, ma magari di semplici suggerimenti di miglioramento.

Ultimamente ho proposto una gita aziendale per andare a raccogliere le fragole e per loro era un atto di coraggio. Cioè, fragole. Non ho mica proposto di raddoppiarci lo stipendio!

Oppure ho approfittato di un momento in cui il capo passava a controllare che programmi avevamo sul pc per dirgli, con un sorriso e una risata, che, sì, usavamo la versione CS6 di Adobe, ma ci sarebbe piaciuto avere quella più nuova. Lui ha sospirato e mi ha detto che costava tanto, cosa che sapevo bene quindi ero pronta ad un rifiuto. Lui, però, ha guardato un po’ me e un po’ il suo cellulare, pensandoci su, e un’ora dopo l’intero team di design aveva il programma più avanzato. Inutile dire quanto tutti mi abbiano ringraziato, ma, santo cielo, bastava parlare e provare a fare la richiesta. 

Se non parlano, come pensano di cambiare le cose? Con un intervento divino? Proprio non li capisco.

È stato con questi discorsi che ci siamo resi conto a vicenda, io e loro, che c’è un baratro a separarci.

Un baratro a volte ben chiaro ad entrambe le parti, ma spesso del tutto incolmabile perché loro non riescono ad essere come me e io non capisco come loro possano essere… loro.

A volte osservo quella distanza con paura, a volte con sollievo, a volte con disperazione.

Certi giorni li prenderei a ginocchiate sulle gengive per dargli una scossa.

Spesso la differenza mi diverte, mi intriga, mi incuriosisce, mi esalta. Altre volte mi fa impazzire, piangere, boccheggiare. Poche per fortuna.

Ma sono convinta che sia quella distanza incolmabile a rendere interessante ogni incontro con il diverso, a rendere gli stimoli della vita da expat una specie di droga quotidiana.

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2 commenti
  1. Solare
    Solare dice:

    Così d’istinto, ho pensato che il programma avanzato sei riuscita ad ottenerlo proprio perché lo hai chiesto tu, straniera. A i giapponesi non piace perdere la faccia e forse il fatto che lo hai chiesto tu ha facilitato le cose. Magari mi sbaglio ma credo che sia un po’ come quando hai una famiglia rigida e tu pensi che non capirebbero certe cose e magari fai un dramma di piccolezze e poi arriva un outsider e in due minuti affronta questioni che stagnavano da anni perché non è coinvolto nel meccanismo familiare….comunque è decisamente affascinante la cultura giapponese.

    Rispondi
  2. Massimo
    Massimo dice:

    Trovo molto interessante come il mix il mix culturale in ufficio possa portare benefici a tutti. Da parte tua una più aperta comunicazione tra livelli che sembra impossibile li. Da parte loro un ambiente sano, collaborativo, che sa ascoltare. Inoltre mi sembra che la tua azienda giovane e differente non soffra del preconcetto ancora presente in tante parti dove la donna al lavoro è perlopiù una office lady relegata a compiti minori.
    Riguardo il non esprimere richieste per cambiare il software: tutti sapevano che il nuovo CS sarebbe stato molto costoso, quindi un notevole sforzo economico sarebbe stato richiesto. Il dover esprimere questo genere di richiesta per un giapponese è proprio contro natura, qualcosa che andrà a pesare sull’altro in modo sensibile per essere esaudita; no non si può mettere l’altro nella posizione di dover rifiutare e causargli imbarazzo facendolo apparire una persona non disponibile. Quindi ricevere questo genere di richiesta è anche inusuale, “ma costa molto”, probabilmente un mix di pensieri tipo: “se la richiesta è stata espressa allora deve essere proprio necessario”, “sono il capo e se i miei sottoposti mi hanno fatto notare che hanno questa esigenza comune per lavorare meglio, se non riesco ad esaudirla, potrei apparire come un capo non affidabile.”
    Nella sostanza la tua presenza la vedo molto positiva per smuovere dei processi che altrimenti avrebbero preso molto più tempo per essere compiuti.
    Se starai attenta a dosare il tutto in modo digeribile anche per loro ti toglierai delle grandi soddisfazioni.

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