E poi diventi un immigrato

E poi un giorno ti accorgi che sei diventato un immigrato nel paese dove hai deciso di andare a vivere, qualcosa che non avresti mai pensato quando vivevi nel tuo paese. Il tuo, il mio, il nostro: ma  é davvero così definito il confine? E’ davvero così tracciata la linea?

Dicono che questo sia il più grande flusso emigratorio dopo quello del dopoguerra. Noi facciamo parte della storia, intesa come l’approdo in massa verso ciò che speriamo sia migliore rispetto a  ciò che abbiamo lasciato. Noi partiamo  verso un futuro duro ma con più prospettive: sarà poi vero? Stiamo  andando verso il  futuro che abbiamo desiderato per i nostri figli?

immigrataQuante domande si pone un immigrato, e come ci si sente davvero!

Ricordo al mio arrivo qui di non essermi sentita diversa da “loro”; non realizzavo che dopotutto ero come la ragazza straniera che accudiva mia nonna in Italia. O meglio, riformulo: sapevo che agli occhi dei neozelandesi dovevo apparire così.

E qui che entra in gioco il sentirsi frustrati o meno. Come vedevamo la ragazza straniera a casa nostra in Italia?

Ci sentivamo superiori? Beh, essere un immigrato rimette in prospettiva la considerazione che si ha verso l’altro. Ci si deve rimettere in discussione, ci deve far pensare a come il concetto di confini e limiti sia spesso così superfluo e forse anche un po’ stupido.

Quanti connazionali ho sentito parlare qui, quante voci dire: “ma che vogliono sti neozelandesi?Io non sono mica cosi” disperato!”. E io mi chiedo: “ma perché ci sentiamo così poco umili? Si è davvero sicuri di non essere disperati?”

E poi perché credere che dopotutto sia un problema della Nuova Zelanda? Scendiamo da quel piedistallo che ci hanno costruito in Italia, sbarazziamoci di quell’ illusione di essere i migliori, di quell’odio verso chi emigra costruito per distogliere lo sguardo da veri problemi.

E poi, improvvisamente tocca a te, esci dai confini italiani e realizzi che quello che pensi essere il centro del mondo, l’Italia, qui non sanno nemmeno dov’è!  L’Italia che???

Che botta all’ego.

Cosi’ ci sentiamo in dovere di sviolinare tutta la storia, la cultura, la passata esperienza di lavoro, sentiamo di dover affermare il nostro valore. Vogliamo valere anche più di quello che valevamo in Italia, senza però sforzarci di capire che, dopotutto, il valore te lo senti dentro e non deve essere imposto all’altro.

L’immigrato in Nuova Zelanda non è percepito come un problema, o meglio è un problema nella misura in cui non apporta nulla di utile al paese. Attenzione, è e deve essere un discorso diverso per i rifugiati politici.

Noi emigrati italiani ci vogliamo però distinguere dagli altri perché non siamo cosi’ disperati, quindi pensiamo che il trattamento dovrebbe essere diverso. Spesso ho visto immigrati Italiani discutere cose del tipo:”perché io in Italia ho fatto un sacco di lavori, perché noi abbiamo più cultura di questi contadini, perché ai Maori non gli va di fare niente e girano scalzi…”.
In tutto questo sproloquio mi viene da chiedermi: ma tutta questa superiorità mentale, da dove viene? Ma chi ce l’ha fatto erroneamente credere? Perché l’italiano medio cerca di polemizzare anche fuori dai propri confini nazionali? Perché pensa di poter apportare la propria  voce anche lì dove non è richiesto, lì dove non sa di che cosa parla?!

Insomma, una mattina ti svegli e sei un immigrato, non uno stereotipo, ma pur sempre un immigrato.

Quindi secondo me bisogna far attenzione ai sentimenti verso chi immigra verso l’Italia.  Ma non solo: verso chi in generale sentiamo diverso, senza i… “si ma” .

Un giorno ti svegli e sei un immigrato: non importa come sei arrivato, non importa chi eri prima di scendere dall’aereo, non importa quanto ego ti porti dietro.

Un giorno ti svegli e sei un immigrato: con il tuo valore, la tua umiltà, la voglia di integrarsi, la consapevolezza che non sei diverso da tutti quelli che lasciano il proprio paese di origine per cercare di sopravvivere o di vivere meglio.

Un giorno diventi un immigrato e, a mio parere, ti dovresti accorgere di quanto il senso di condivisione e di accettazione del prossimo non dovrebbero avere confini.

immigrato

12 commenti
  1. Lorena
    Lorena dice:

    Concordo con quanto dici. A 53 anni, di cui una parte in giro per l’Italia, mi sento ancora in movimento. Una figlia appeba laureata in procinto di emigrare per lavoro, io stessa progetto ancora di farlo. A scuola ci hanno inculcato la convinzione che siamo la culla della cultura, che deteniamo la gran parte del patrimonio aristico mondiale…se solo guardassimo fuori un meglio, con occhi diversi, ci renderemmo conto che non è proprio così.

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    • Sheila Nuova Zelanda
      Sheila Nuova Zelanda dice:

      Vero Lorena, spesso la convinzione di sentirsi superiori arriva proprio dalla scuola ma poi quando si esce dai confini la realta’ e’ ben diversa.

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  2. Annalisa
    Annalisa dice:

    Bellissima riflessione piena di verità e di buon senso.
    Io per scelta i primi 2 anni mi sono rifiutata di frequentare italiani. Ho iniziato la scorsa primavera con molta cautela e facendo molta selezione.
    L’atteggiamento che proprio nn sopporto e’ quello di qui vive in un paese disprezzandone tutto dal cibo alle usanze alle persone. Puntualmente dalla mia bocca escono queste parole “perché nn torni a casa tua allora”. Ovviamente ci sono cose che nn capiamo e ci appaiono strane possiamo anche ridere e scherzare ma sempre con la giusta dose di ironia e di gratitude per il paese che ci ha accolto dandoci cio’ che nn trovavamo in patria.

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  3. Maria
    Maria dice:

    Ciao,

    vi seguo da diverso tempo con estremo piacere. Avete tutte una spontaneità, una profondità di pensiero, una leggerezza, un’ironia, che mi affascinano.
    Spesso, nei vostri racconti, ho visto le difficoltà degli stranieri in Italia. dovete sapere che per una ventina d’anni ho lavorato negli sportelli di segretariato sociale per immigrati del vicentino, quando ancora non c’era la crisi. Anche loro, quelli che adesso chiamano “migranti economici” arrivavano in barca a Lampedusa e poi venivano su a Vicenza, perché qui il lavoro c’era.
    Capisco perfettamente il tuo punto di vista e concordo in tutto. credo sia necessario fare esperienza di migrazione, per capire davvero di cosa si sta parlando. Io, con una figlia in Spagna e la voglia di andarmene da qui appena possibile, ho sempre pensato di essere cittadina del mondo.
    Ti saluto con questa perla di saggezza lasciatami una volta da un ragazzo centroafricano: “Voi (intendendo il nostro ufficio di Vicenza) siete l’Ufficio Accoglienza Immigrati, ma mia nonna mi ha insegnato che siamo tutti immigrati a questo mondo: nasciamo, restiamo sulla Terra per qualche anno e poi torniamo da dove siamo venuti”.

    Ciao a tutte e continuate così, vi voglio bene!

    Maria

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    • Sheila Nuova Zelanda
      Sheila Nuova Zelanda dice:

      Ciao Maria, essere cittadini del mondo e soprattutto capire che siamo di passaggio dovrebbe essere un pensiero globale e soprattutto un primo passo verso l’intergrazione.

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  4. Francesca
    Francesca dice:

    Eh eh. Come sorrido a queste righe.
    Quante volte ho sentito anche io tanti commenti simili.
    Però qui in NZ non mi sono mai sentita immigrata. Devo proprio aggiungerlo.
    A casa, mi sento proprio a casa; penso sia perché mi hanno sempre fatta sentire così 🙂

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    • Sheila Nuova Zelanda
      Sheila Nuova Zelanda dice:

      Ciao Francesca, concordo pienamente con te. In tutti gli anni che ho vissuto qui, non mi hanno fatto mai sentire “diversa”, ma sopratutto, e questo voleva essere il punto del mio articolo non mi sono mai sentita io “diversa” , umile e rispettosa si , ma mai “superiore”. Spesso il come ci poniamo nei confronti dell’altro influenza la loro reazione e quindi un po di umilta’ generale e un senso di accettazione personale, per tutti, qui, come in Italia, come nel resto del mondo, sarebbe fantastico.

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  5. Roberta
    Roberta dice:

    Grande , profonda , bellissima riflessione .
    Pur sapendolo , non mi ero mai soffermata a riflettere sul fatto che questo sia il flusso migratorio più grande dopo quello del dopoguerra ….fa impressione !
    Finché lo leggevo nei libri e lo facevano gli altri mi sembrava normale ( per gli altri !) o una faccenda che spesso si vede nei film …ora è realtà ….e riguarda anche me …. si proprio me e questo spaventa tanto tanto ,
    Andare verso l’ignoto perché qui il tuo Paese non ti dà opportunità di alcun genere eh ?! Non sto parlando di un’occupaxione al CERN! ….non trovi NULLA se non collaborazioni che per definizione sono temporanee ….ecco io francamente a 44 anni , quasi 45 sono arrivata al limite .
    Chissà …forse si doveva arrivare a questo punto per dare valore alla condivisone e sentirci tutti uguali , sotto lo stesso cielo in cerca di speranza e sicurezze …
    Un grande abbraccio
    Roberta

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    • Sheila Nuova Zelanda
      Sheila Nuova Zelanda dice:

      Grazie Roberta, pensare che facciamo parte di un flusso emigratorio cosi di massa spaventa anche me, ma dopotutto oggi bisogna essere un po cittadini del mondo.
      Un saluto

      Rispondi
    • Sheila Nuova Zelanda
      Sheila Nuova Zelanda dice:

      Grazie Gustavo, il nostro sito e’ pieno di articoli fantastici da leggere. Ti porteranno in giro per il mondo, in un viaggio tra paesi, profumi, sensazioni e riflessioni.

      Rispondi

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