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Questa volta vorrei iniziare con una piccola constatazione che – come tutte le cose evidenti – è banale quanto sottovalutata: ignorare l’enorme impatto emotivo dell’espatrio è – perdonate il francesismo- un po’ da cretini.

Allo stesso tempo – continuare a stigmatizzare all things mental health non ci porterà mai da nessuna parte. Non a caso questo  sito offre la possibilità di mettersi in contatto con  Debora Previti , psicologa e psicoanalista junghiana attualmente a Phuket.

Espatriare ci mette di fronte a infinite possibilità ma anche ai nostri limiti, regalandoci un’ulteriore occasione di crescita, conoscenza di noi stessi, formazione personale. Allo stesso tempo partire può metterci in contatto con mostri piccoli e grandi che aleggiavano sulle nostre spalle o che già albergavano in noi e che aspettavano solo un momento di leggera instabilità per manifestarsi.

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Da quel momento in poi la scelta è la nostra: possiamo combattere questi demoni – cioè imparare a (ri)conoscerli e a venirne a capo – oppure possiamo andare avanti come se nulla fosse, mettendo la testa sotto la sabbia e cercando disperatamente di aggrapparci a un ramo ormai marcio, nel tentativo di non affogare nelle rapide della nostra turbolenta esistenza.

Vi farò un esempio. Una mia conoscenza – una vecchia amicizia che se ne è andata, lasciandomi con un buco nel cuore e un pugno di mosche – pochi mesi dopo il suo trasferimento all’estero ha iniziato a soffrire di episodi di depressione più o meno gravi, passando dalle manie suicide alla mancanza di sonno per arrivare alla mancanza di appetito e all’esagerato attaccamento alla bottiglia.

Ciò nonostante non ha voluto chiedere aiuto, convinta del fatto che, una volta passata la tempesta emotiva caratterizzante il suo privato in quel momento, tutto sarebbe tornato a posto. All’ennesimo accenno di un eventuale colloquio con un esperto è arrivata la celebre frase “Certo, così poi mi rinchiudono”.

Pensare di poter parlare di terapia con lei, che tutto voleva fuorché fermarsi a riflettere per poi sentire il parere di qualcuno, era impensabile.

Tutto questo mi ha riportata indietro nel tempo di almeno un decennio, quando il medico di famiglia diagnosticò una lieve forma di depressione a mia madre e lei rifiutò la diagnosi dicendo “Ma come?! Ma se ho sempre voglia di andare a lavorare e non sono nemmeno triste!”. Inutile dire che mia madre ha buttato l’impegnativa per un consulto, la ricetta per eventuali psicofarmaci e chiuso così quel particolare capitolo della propria esistenza.

Un’altra persona che conosco – e che conosco bene, diamine! – ha deciso di chiedere aiuto. Lo ha fatto la scorsa estate, a luglio, dopo una giornata pesante ma piena di rivelazioni, dopo aver parlato con un’amica che non è solo splendida ma anche estremamente preziosa. Dopo aver constatato che da sola – nonostante sia cresciuta ignorando il valore del “chiedere aiuto” e non sia ancora del tutto in grado di farlo – non ce la faceva.

Lo ha fatto scaricando una valanga di dubbi, tristezza e preconcetti di fronte a una consulente che non ha mai – e dico mai! – smesso di sorridere, guidandola lungo un percorso che sta dando dei risultati – tanti, nonostante spesso sia facile buttarsi giù! – e che l’ha portata ad ottenere un primo appuntamento presso uno studio terapeutico e da quel momento un posto in lista per una terapia di almeno sei mesi. Quella persona sono io.

Una mattina di luglio ho ingollato un paio di maledizioni, preso un respiro, mi sono messa in marcia in direzione Beratungsstelle – una sorta di centro dove offrono un primo supporto in casi particolari – e ho avuto la fortuna di trovarmi davanti una persona che non mi ha mai mollata. Mi ha preso la mano con il solo intento di stringerla e non lasciarla andare sino al momento in cui non sarei stata pronta.

Mi chiamo Samanta, ho 28 anni e sono in terapia, molto piacere. (Il perchè me lo terrei per me, dopotutto un po’ di privacy ogni tanto ci vuole.. 😉 )
Meglio: Mi chiamo Samanta, ho 28 anni, sono in terapia e non c’è assolutamente nulla di sbagliato e disdicevole in tutto questo.

Ho scelto di scrivere questo articolo con un solo scopo: dimostrare che certi stigmi sono duri a morire.

Quella mia conoscente, esattamente come mia madre – che non sa nulla e che mi regala perle à la “i depressi sono persone che hanno un sacco di tempo libero e si inventano una malattia” con cadenza quasi mensile – riflettono un sistema che ci ha inculcato lo stereotipo del malato di mente che ha bisogno di essere internato.

Ci sono cose di cui si dovrebbe parlare, temi che non si dovrebbero nascondere sotto il tappeto come se si trattasse di un pugno di mosche e testimonianze che bisognerebbe portare ad esempio, non solo nelle scuole ma nel nostro quotidiano. La macchietta del depresso con il kleenex sempre pronto, cosi come quello dell’anoressica che si guarda le costole sporgenti allo specchio o del bipolare che un po’ ride e un po’ piange non ci portano da nessuna parte, non ci aiutano a crescere come società e tanto meno come individui.

Perché ho scelto di non parlarne in famiglia o in generale? Perché per poter comprendere occorre saper comprendere, avere voglia di imparare, di conoscere, di confrontarsi con nuove realtà spesso incomprensibili.

Mia madre non ha ancora gli strumenti per capire cosa voglia dire affrontare questo genere di cammino – forse non li avrà mai – alcuni amici – seppur pieni di buone intenzioni – non riuscirebbero a dir nulla di diverso da “mi dispiace.. ma almeno oggi hai mangiato?” Alcune colleghe scambierebbero il mio malumore per qualcosa di più serio, ignare del fatto che mi sia dimenticata di comprare il caffè…

Tutto questo significa perpetuare uno stigma che pure mi da il voltastomaco? No, perlomeno non del tutto. Anche in famiglia non ho problemi a prendere posizione dichiarandomi a favore degli psicologi nelle scuole, dei consulti terapeutici, di una maggiore competenza quando ad esser messa in discussione è la nostra salute mentale.

Con chiunque tocchi l’argomento mental health mi dichiaro a favore di consulenze, terapia, controlli, dialoghi, gruppi di mutuo-aiuto e non smetto mai di difendere chi ha scelto di chiedere aiuto.

Semplicemente non ho ancora trovato gli strumenti necessari per mostrare a persone di cui poco mi fido – sì la mia famiglia fa in qualche modo parte della categoria – che sono sempre io, anche quando mi perdo in me stessa, anche quando non parlo più dello stretto necessario, anche quando chiudere la bocca è facile ed istintivo. Sto cercando un modo per mettere i miei interlocutori di fronte al fatto che chiedere aiuto, urlare in preda al panico è legittimo, sacrosanto e che non c’è nulla di cui dovremmo vergognarci. Quale sia il metodo più efficace, però, non l’ho ancora stabilito…ci sto lavorando, insomma! 😉

Una cosa di cui sono certa, però, è che ne vale la pena. Discuterne, rompere stigmi e tabù, parlarne, toccare anche gli argomenti più scomodi ci renderà solo persone migliori, più consapevoli dei bisogni di coloro che ci stanno attorno.

Quindi, se vedete che qualcuno vicino a voi sta affogando in se stesso, se pensate sia il caso, parlatene. Non abbiate paura di rompere un tabù ridicolo quanto ormai obsoleto e dannoso. Fatelo per gli altri ma anche per voi stessi, perchè essere amici più attenti (anche sotto questo punto di vista) vi renderà persone migliori. Non abbiate paura di chiedere e – vi prego! – non smettete mai di informarvi, di leggere, di voler sapere a tutti i costi.

Per noi, per coloro che verranno, per rompere finalmente uno stigma che ci ha legati a preconcetti pericolosi e dalla portata distruttiva e che ci rende schiavi di noi stessi ma non liberi di essere noi stessi.

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6 commenti
  1. Merylu
    Merylu dice:

    Condivido totalmente il tuo pensiero.Anche io dopo l’espatrio mi sono rivolta ad una psicoterapeuta qui a Dublino. Fortunatamente ne trovai una italiana e vicino a dove abitavo, due coincidenze straordinarie perché il mio inglese non era buono a tal punto da poter esprimere in questa lingua stati d’animo, inoltre chiedevo un supporto perché avevo iniziato ad avere attacchi di ansia ogni volta che uscivo di casa, quindi allontanarmi dalla mia zona per fare una terapia sarebbe stato arduo per me. Quando mi sono trasferita in Irlanda ero entusiasta, sapevo che sarebbe stata dura, ma non immaginavo di sentirmi così in balia degli eventi. Inoltre nei primi mesi che mi ero trasferita si aggiunse la malattia di mio padre che me lo ha portato via dopo appena otto mesi dal mio arrivo a Dublino. La psicoterapeuta mi ha aiutato moltissimo a comprendere che era normale che mi sentissi così, che avevo perso tutte le mie ancore e che dovevo darmi del tempo per crearne di nuove. Piano piano è andata meglio, l’ansia è andata a diminuire ed è ritornata ad essere gestibile. Vorrei dire a tutte le donne che si sentono spaesate dopo un espatrio che è normale. Non bisogna per forza andare a mille per il solo fatto che si è delle Expat! Prendetevi i vostri tempi ed ascoltare solo i vostri desideri e non le aspettative che hanno gli altri su di voi.

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  2. Aidi Petite
    Aidi Petite dice:

    Articolo molto interessante che condivido appieno. Anche io ho una madre che, di fronte all’evidente diagnosi di depressione, rispose: “Io sono abbastanza forte e sicuramente più intelligente di qualsiasi psicoterapeuta per farcela da sola”, il che vuol dire riconoscere la malattia ma sicuramente non riconoscere di avere bisogno di qualcun altro.
    Credi che se non fossimo mai emigrate non avremmo scoperchiato questa depressione? L’essere expat è la molla che scatta? O sarebbe successo comunque?

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    • Samanta - Jena DE
      Samanta - Jena DE dice:

      Onestamente credo che la differenza la faccia soprattutto la mancanza di stigmi, preconcetti e – perché occorre ammetterlo – il fatto qua in Germania la Krankenkasse si sobbarchi la spesa. Che si tratti di depressione, patologie alimentari (come è il mio caso), disturbo bipolare credo che la differenza stia soprattutto nell’assoluta mancanza di giudizi con la quale la richiesta di aiuto venga accolta. Tu cosa ne pensi..?

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  3. Freak a Della
    Freak a Della dice:

    Ciao Samanta!
    La depressione è una cosa comune a molte di noi. Ringrazio ancora un giovane terapista che riuscì a tirarmi fuori quello che non volevo ammettere, e poi ringrazio me stessa per aver rifiutato, dopo mesi e mesi di vuoto, le pasticche che un “luminare” voleva farmi prendere senza sapere nulla di me, ed essere riuscita a risalire la china delle mie ansie da sola.

    In ogni caso, ti seguirò con piacere, sopratutto se scriverai qualcosa riguardo a questa terra turingese in cui siamo capitate. Un saluto da Gera!

    😀

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