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  • Chi sei Benedetta? 

Adesso che scrivo, ho quasi 33 anni, vivo a Trieste, sono sposata con Jili e lavoro in un grosso gruppo assicurativo e finanziario.

Ho sempre amato lanciarmi in capitoli e avventure per l’Europa: ho vissuto a Roma, ho viaggiato in Sicilia, Germania, Finlandia, Inghilterra.

Ho sempre avuto fame di mondo, e nel gennaio 2013 è stato il momento giusto, con il contratto di lavoro a tempo indeterminato ufficiosamente in tasca, per salire su un Boeing 747 col muso puntato verso l’estremo Oriente. Questo viaggio sarebbe stato la coppa di champagne per dire addio alla precarietà.

  • Parlaci della Cina

La prima volta che metto piede in Cina si tratta solamente di un’avventura che mi sono regalata alle soglie di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Sono due anni che lavoro senza aver mai preso ferie, credo di meritarmi un lancio lungo che ripesca dal passato il desiderio di visitare questo gigante asiatico.

Tutto qui, il primo ingresso in Cina è un dono fatto a me stessa.

Sulla mappa della Cina, stampata da Google Maps, ho tracciato con una penna rossa il tragitto e ho cerchiato con ellissi nevrotiche le varie tappe: Pechino, Huaihua, Shanghai.

In ognuna di queste città cinesi abita una delle tre ragazze cinesi conosciute online per allenare il mio microscopico mandarino.

Sul finire di questo viaggio, mentre mi riprendo nell’internazionale Shanghai dalla full immersion nella Cina dura e pura dello Hunan, conosco quella che due anni seguenti diventerà mia moglie.

Tra maggio 2013 e giugno 2014 divento cliente affezionata di Lufthansa visto che torno più volte in Cina per raggiungere Jili e scoprire nuovi spicchi di Cina: Nanchino e poi, nello Yunnan, visitiamo Dali e Lijiang.

Ad Agosto 2014 mi trasferisco in Cina: a Trieste mantengo il mio prezioso posto di lavoro ma ottengo un’aspettativa per motivi di studio, a Shanghai – presso la Jiao Tong Daxue (“Daxue”, università) comincio il corso di mandarino per laowai (noi siamo i laowai, “lao” significa vecchio, ma quindi anche saggio, con esperienza. “wai” significa “fuori”. Siamo perciò quelli che vengono da fuori e che forse, ogni tanto, possono insegnare qualcosa.).

Per sei mesi vivo con Jili nel suo mini appartamentino vicino alla linea 4, circolare, che delimita il centro di questa megalopoli da circa 25 milioni di abitanti.

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Shanghai è un affascinante compromesso fra Occidente ed Oriente. Qui trovo la più forte presenza straniera. Qui scopro che immatricolare una targa per circolare al suo interno può costare anche 12.000 euro.

È così pregna di capitalismo e di influenza occidentale che dubiterei di essere ancora in Cina, se non fosse per i milioni di occhi a mandorla e di caratteri hanzi che mi circondano.

Tagliata dal gigante Huang pu, è un alveare immenso: il Bund, con i suoi palazzi granitici, eleganti come vecchi banchieri, s’affaccia a memoria del passato coloniale su un’ansa del fiume mentre sull’altra riva si stagliano le torri e i grattacieli della zona finanziaria, alti, spavaldi, potenti, moderni.

  • A Shanghai hai conosciuto Jili ed è scoppiato l’amore…

Durante il mio primo viaggio in Cina, il mio contatto a Shanghai è Lijia, una studentessa di medicina innamorata dell’Italia.

È lei che mi fa conoscere la mia futura moglie, Jili. Hanno frequentato assieme, tempo prima, un corso di lingua italiana. Si sono scambiate i rispettivi numeri, cosa abbastanza pro forma nel mondo cinese, e poi nulla.

Una mattina, Jili chiama Lijia che è un po’ sorpresa di quella telefonata: dall’altro capo, una voce bassa e annoiata le chiede se è in giro e se ci si può vedere. Jili è di cattivo umore e per non stare a casa a farsi il sangue amaro, ha chiamato a caso il primo numero della rubrica che le è balzato agli occhi. Quello di Lijia, che era con me. Destino.

Sono in un bar del quartiere Tianzifan quando Jili ci raggiunge.

Come la vedo capisco che è anche per lei gli uomini non varcheranno mai il confine dell’amicizia. Non mi soffermo, però, a fantasticare: ho il mio equilibrio da single. Ho i miei progetti. E presa dalla gioia del viaggio, sento che nulla mi manca e che nulla desidero.

Jili, però, m’invita a partecipare al matrimonio della sua migliore amica, il giorno dopo. Come rinunciare all’occasione di vivere un matrimonio cinese? Accetto.

Al ricevimento in pompa magna nel salone del ristorante di un hotel moderno, Jili accoglie me e Lijia indossando un blazer rosso, il colore primo per tutti gli avvenimenti importanti della vita cinese. Tutto il salone, a dir la verità, s’è bardato di rosso, e di oro, e se Jili s’allontana troppo, si mimetizza con successo nella tappezzeria.

Sediamo allo stesso tavolo, attorno ad una zuppiera dove galleggiano due tartarughe lesse. Vince un peluche a forma di topo per me, in onore dell’animale del mio oroscopo cinese (eh sì, ad un matrimonio shanghainese infilano anche gare a premio): io non sono pratica dell’amore in Cina, ma potrei scommettere che mi sta corteggiando.

Come da consuetudine, s’è informata subito sul mio quadro zodiacale. Lei è del serpente, io del topo.

I serpenti mangiano i topi ed effettivamente, nei giorni seguenti, ho la sensazione crescente che mi stia dando la caccia. Raggiunge me e la mia amica Lijia alla sera, dovunque noi siamo, auto invitandosi elegantemente.

La chiama durante il giorno per informarsi se mi ha portata in posti interessanti e propone delle mete.

Mi scrive ogni sera, prima che si vada a dormire, appena lei ritorna a casa sua. Non si tratta di messaggi profondi, curiosi, indagatori. Nessun complimento con me quale oggetto di lusinga. Non mi dice nemmeno nulla di sé, né propone appuntamenti o cose da fare assieme. Da italiana e abituata agli italiani, sono quasi confusa dal suo comportamento che non conclude nulla.

Caso vuole, tuttavia, che prima che ci si conoscesse, si abbia prenotato lo stesso volo per l’Europa, con partenza a distanza di una settimana. Jili lavora per grosse agenzie turistiche nazionali, ogni tanto viaggia anche per testare mete di viaggio da convertire in offerte turistiche. Mi chiede se ci si può incontrare quando visiterà l’Italia. Perché no? Con piacere.

L’ultima mia sera a Shanghai, Jili mi avverte che il giorno dopo mi avrebbe accompagnata anche lei all’aeroporto.

La mattina seguente mentre chiudo a forza il mio trolley e ultimo i preparativi, Jili mi scrive.

Credo che abbia deciso di giocarsi il tutto per tutto perché mi invia un messaggio con due caratteri cinesi. 忐忑. Sono gli ideogrammi che indicano tǎntè, cioè essere turbati. Il significato deriva dal sentimento della paura, del timore e i caratteri che rinchiudono questo sentimento sono composto da xīn (心), cioè “cuore”, e da Shàng (上) e Xià (下), rispettivamente “su” e “giù” . Insomma io le faccio andare il cuore su e giù.

Non sa che anche il mio, di cuore, adesso s’è emozionato. In un momento in cui non cerco e non voglio una compagna, arriva Jili, arriva il tǎntè.

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Pranzo in un ristorantino lungo Tianyaoqiao Lu, stipato di pesanti tavoli di legno scuri dalla foggia tradizionale imperiale.

Di regale, ci sono solo le sedie e i tavoli per i commensali, per il resto è la normale bettola che spunta in ogni dove a Shanghai ed in tutta la Cina.

Ho espresso io il desiderio di consumare qui il mio ultimo pasto cinese. Mi piace l’atmosfera un po’ dismessa dal retrogusto dinastia Qing, ma soprattutto mi piace il loro spezzatino d’anguilla. Una carne morbida e saporita, tagliata in sottili striscioline, avvolta da un sugo denso. Accanto, una ciotola fumante di brodo scuro, dove galleggia un nido di tagliatelle indigene assieme ad un paio di qingcai, i cavoli cinesi.

Prima di partire per l’aeroporto e fare gli ultimi saluti ai genitori di Lijia, Jili ci chiede di passare per casa sua ché mi deve dare una cosa.

Nella stanza del suo appartamento, mi porge la metà, rilegata, di un dizionario italiano-cinese. L’ha tagliato in due. Mi porge la metà dal cinese all’italiano.

“Così quando ti scriverò, tu mi capirai”. Si tiene l’altra metà. “Così quando mi scriverai, io ti capirò”.

Ecco, qui ho pensato che avrei rischiato di innamorarmi di lei.

A Venezia, qualche giorno dopo, ci saremmo tenute per mano.

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  • Come viene vissuta l’omosessualità, specialmente quella femminile, in Cina ?

Nelle grandi città e le persone dai trent’anni in giù di età, l’omosessualità è tollerata se non addirittura, sebbene assai raro, integrata.

La Cina ha solo nel 1997 decriminalizzato l’omosessualità e nel 2001 l’ha tolta dalla lista delle malattie mentali. Tuttavia tollera centri e cliniche di cura dell’omosessualità sul suo territorio, e pare che certi testi universitari continuino a considerarla una degenerazione mentale.

Le pressioni sociali, dai genitori fino ai vicini di casa, esigono che il singolo si sposi e che si riproduca. Felicità e sentimenti del singolo, da secoli, vanno in secondo piano rispetto a queste dovere primario.

La ribellione a questo piano di vita causa il peggior accadimento nella vita di una famiglia: perdere la propria faccia davanti agli altri.

A volte, il senso di obbedienza è tale che molti giovani omosessuali cinesi ricorrono ad un matrimonio di convenienza. Si sposano con un gay o con una lesbica, così le rispettive famiglie forse faranno meno pressioni ed esigeranno meno lealtà figliare. Forse, fino al dovere di mettere al mondo una creatura.

Le posizioni ufficiali del Partito non promettono né passi avanti né passi indietro nella questione.

La speranza è che in futuro questo gigante paese, con una storia ed una cultura millenaria, riconosca e possa normare anche il mio amore laowai per una delle sue figlie.

  • Perché hai scelto di lasciare la Cina e di tornare in Italia in un momento in cui, tutti, dall’Italia, scappano…

Io non ho avuto motivi per scappare dall’Italia: amo la mia città, la mia vita, ho un ottimo lavoro a tempo indeterminato.

Nel mio caso, un’avventura s’è trasformata in un trasferimento in Asia per amore, un trasferimento che, però, mese dopo mese, sentivo che sarebbe stato temporaneo e non definitivo.

Nonostante l’amore per Jili in costante crescita e la gentilezza delle persone attorno a me, la vita a Shanghai a volte mi viene a noia: non ho molte attività oltre allo studio e al pulire casa.

Il mio mandarino, inoltre, avanza con lentezza e mi sembra di non riuscire mai a dominarlo, anzi a volte mi sento proprio un’idiota mentre articolo suoni che nella mia testa hanno senso, ma nella testa degli altri no.

Capita di cadere nella frustrazione per non riuscire ad esprimermi a sufficienza per fare due chiacchiere, anche con i vecchi che bighellonano tutto il dì per la xiaoqu. La televisione cinese è tutto sommato noiosa, fatti salvi certi documentari culturali ahimè per me non comprensibili: ogni tanto ho la rarissima fortuna di trovare qualche film in inglese.

I cinesi vivono per lavorare: non è uno stereotipo ma un ritratto fedele della realtà. Spesso la vita lavorativa si fonde con il tempo libero: il tempo libero, lo svago, è una cena lavorativa. Oppure una cena fra colleghi in cui si parla di lavoro. Oppure, ancora, una riunione di lavoro che sfora obbligando ad ordinare una cena per asporto pagata dalla società.

La società intera pare strutturata per non lasciar spazio all’ozio e al tempo libero, tolti i parchi dove ci si dedica ad esercizi fisici più o meno antichi.

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I bar sono pochi, di solito sono aperti dal pomeriggio a sera, e il più delle volte sono soprattutto rivolti ad una clientela straniera; i ristoranti – invece- sono numerosissimi e super gettonati. I cinesi amano sedersi a tavola, specie in compagnia, e nutrirsi di cibi e bevande bollenti. Se non sta seduto attorno ad un tavolo, il cinese ama fare shopping online oppure nei mastodontici centri commerciali che occupano quasi ogni dove a Shanghai.

Mi manca prendermi un caffè. Non un caffellatte americano di Starbucks. Un vero caffè italiano in tazzina o in bicchierino. Da gustare sulla strada nel dolce far nulla.

Tra gli odori del pane e del mare Mediterraneo. Sotto un cielo azzurro. Mi manca la dimensione del tempo libero di Trieste. Mi manca la normalità del tempo perso, a volte.

Così, nella solitudine in crescita, senza possibilità di dare una vera qualità al tempo libero, mi manca la mia vita europea. Inoltre, per mie condizioni di salute, non posso uscire dal sistema sanitario italiano che si prende carico del costo di strumenti medici per me vitali e che per ragioni di costo e di reperibilità non potrebbero entrare nel mio conto spese.

Al termine del semestre, confermo il volo di ritorno in Italia a febbraio 2015. Jili si licenzia, mette in affitto il suo appartamento e mi segue in Italia con un visto per Studio.

  • Come vi siete sistemate in Italia?

Io ho ripreso il mio lavoro d’ufficio, soffrendo ogni tanto per il mio tran tran da impiegata ma essendo ben lieta di avere un’occupazione stabile e assai vantaggiosa.

Jili frequenta una scuola d’italiano per stranieri, con visibili progressi quotidiani.

Inoltre, ho comprato casa: mi costa meno un mutuo che un affitto. Abbiamo anche in Italia, quindi, il nostro piccolo nido cittadino.

Tuttavia, problemi con il permesso di soggiorno di Jili ci costringono ad una quasi fuga rocambolesca verso la Cina, di nuovo. Se fossimo uomo e donna, basterebbe sposarci, ma così non è.

La discriminazione dell’Italia nei confronti delle coppie non eterosessuali che continua a non creare leggi a tutela della vita sociale e familiare delle coppie dello stesso sesso recide tutti i fili dei nostri progetti comuni.

Tuttavia, grazie a gruppi come la Rete Lendford, scopriamo che l’Unione Europea invece ci tutela, riconosce la nostra esistenza e quindi in caso di matrimonio all’estero l’Italia è obbligata a rilasciare un permesso di soggiorno al partner di un cittadino europeo.

Così, rientrate a Shanghai ad ottobre 2015, abbiamo due obbiettivi: avviare gli iter burocratici sia per ottenere un altro visto studi per l’Italia sia per preparare la documentazione necessaria per sposarci in Portogallo.

Dopo varie giostre burocratiche, soprattutto sul fronte italiano e su quello cinese mentre sul versante portoghese abbiamo incontrato una rara umanità, e uno spettacolare viaggio a Suzhou, io rientro in Italia e Jili mi seguirà qualche settimana più tardi con tutta la documentazione necessaria sia per il permesso per studio sia per presentare richiesta di matrimonio a Oporto.

Matrimonio che celebriamo a marzo 2016 e che ci permette, nonostante resistenze locali, di ottenere l’agognata carta di soggiorno per mia moglie in qualità di mio familiare. La legge Cirinnà sarebbe entrata in vigore entro qualche mese, tempi però che noi non potevamo attendere.

Jili prosegue i suoi studi di italiano e da allora offre lezioni e traduzioni di cinese. Sogna di aprire gestire un suo business o di entrare nell’organico di una ditta o di un ente import export.

  • Qual è la tua impressione generale sull’accettazione dell’omosessualità in Italia?

La legge Cirinnà, un sogno finalmente diventato realtà: dal 1986, data della prima proposta di legge, è stata finalmente la volta buona per smettere di essere cittadini italiani con uguali doveri ma diversi diritti.

Ho vissuto fino a quel momento un gradino sotto alla maggioranza, ho represso l’ingenua consapevolezza di non esser in realtà né più né meno rispetto a qualsiasi eterosessuale.

Sono cresciuta in un paese dove la possibilità di essere sposata con una donna era così fuori dalla realtà da non esser nemmeno davvero pensata.

Certo c’erano praticamente tutti gli altri paesi europei a contemplare il riconoscimento e la normativa dell’amore omosessuale, eppure quando uno passa tutta la vita in una casella non barrata, non mette in dubbio le ragioni del giocatore e se ne sta mesto pensando che la sua inferiorità sia una condizione naturale e, tutto sommato, giusta.

Avevo interiorizzato l’omofobia da bambina, disprezzandomi e deprezzandomi.

In generale, credo che la società si sia evoluta negli ultimi anni, e la legge Cirinnà sia la prova di questa crescita di civiltà.

Esistono tuttavia profonde e ampie sacche di intolleranza e di omofobia, a partire dal diniego al matrimonio egualitario, all’adozione e alla stepchild adoption.

In sede di approvazione parlamentare della legge Cirinnà , le isterie generatesi attorno alla stepchild adoption che urlavano al mercato dell’utero in affitto (nonostante la stepchild adoption significhi l’adozione del figlio biologico del partner e non la legalizzazione in Italia dell’utero in affitto), diventa chiaro quale sia il profondo prurito italico: l’omosessualità è solo una questione di due maschi assieme.

Due uomini che si amano offendono l’idea di virilità così cara alla nostra cultura patriarcale e intrisa da secoli di machismo. Due donne che si amano sono maggiormente accettate socialmente: la loro colpa è di stare lontane dal ruolo di moglie (di un uomo) e di madre.

Nei mesi di dibattito intorno al tema delle unioni civili, ho trovato davvero desolante sentire certi personaggi politici esprimersi facendo dell’umiliazione altrui il proprio cavallo di battaglia, chiamandolo libertà d’opinione.

Spero che i venti nazionalisti e di estrema destra che stanno percorrendo l’Europa non spazzino via questa piccola vittoria sociale che probabilmente non ha risolto affatto i problemi dell’Italia ma che l’ha resa un paese più civile e che ha reso la vita di tanti omosessuali italiani più vicina in qualità a quella degli altri cittadini.

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  • Professionalità su territorio italiano: precarietà, stabilità, carriera, possibilità economiche. Cosa ne pensi? 

In Cina c’è più disinvoltura nel mondo del lavoro che cresce e cresce.

Tuttavia è un mondo del lavoro senza grandi tutele per il lavoratore.

In Italia il boom economico è un lontano ricordo ormai, che io non ho neppure vissuto sulla mia pelle. Siamo in contrazione e in recessione, e la sfiducia nel sistema e in noi stessi fa da padrone.

Nelle grosse società bisogna esser dei fuoriclasse per far carriera, oppure aver raccomandazioni: il lavoratore medio è facilmente destinato alla frustrazione e a perdere ogni passione e molta qualità nel proprio operato.

È la nostra società che deve cambiare, snellendosi nella burocrazia, siamo noi che dobbiamo esser più virtuosi, soprattutto verso il bene comune. Inoltre, dobbiamo avere grande cura del grado di civiltà e di tutele della nostra cultura italiana, della nostra realtà in Europa: in Cina gli ammortizzatori sociali e l’assistenza sanitaria pubblica se li sognano come noi li conosciamo.

Da parte mia, mi dico che dovrei osare di più, e non aver paura di fallire nei miei progetti.

  • Quali sono i tuoi e i vostri progetti per il futuro?

Vorrei che Jili realizzasse uno dei suoi progetti che contemplano il commercio di prodotti tipicamente cinesi, come ad esempio la seta, oppure l’organizzazione di viaggi magari un po’ distanti dalle note mete cinesi.

Se però Jili non trovasse un buon impiego o se non riuscisse a metter su un’attività in proprio, o dovremmo sceglier un paese terzo dove poter mettere nuovamente su radici, oppure dovremmo nuovamente ripiegare su una vita a metà fra due continenti, senza tutela alcuna da parte cinese.

Al momento, pur non avendo piste certe, sappiamo di essere entrambe brave ad adattarci e a fronteggiare le difficoltà.

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  • Torneresti a vivere in Cina? 

In vacanza, per un altro viaggio, ci tornerei anche domani in Cina.

Ci sono tanti luoghi che voglio conoscere e vivere. Mi manca vedere con i miei occhi l’esercito di terracotta, vorrei visitare Xi’an, e poi la Mongolia Interna fino a raggiungere lo Xinjiang, e poi magari, con fortuna, il Tibet, terra che ha incantato Jili.

La Cina è nel mio cuore, e non solo perché sono profondamente innamorata di mia moglie, ma è come se avessi un legame di destino con questa terra immensa. A volte mi dico che avrei dovuto impegnarmi di più per prolungare il mio capitolo cinese.

Jili vuole che noi si passi gli ultimi anni in Cina, assieme. Per i cinesi è fondamentale morire, o perlomeno esser sepolti nella propria terra natia.

Forse, chissà, riposerò con lei in Cina, vicino ad un’ansa del fiume Giallo.

  • Hai la possibilità di mandare un messaggio per le nostre lettrici: cosa vorresti dire loro? 

Non rincorrete la perfezione, ma cercate la felicità.

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CONCORSOConcorso Letterario per Racconti a tema Expat “LE PAURE ED IL CORAGGIO DELLE DONNE” aperto fino al 31 luglio 2017

6 commenti
  1. Laura Saija83
    Laura Saija83 dice:

    Una bella storia di coraggio, coraggio di rischiare, di rincorrere i propri sogni, di non temere l’amore. Costi quel che costi.

    Rispondi
  2. Solare
    Solare dice:

    Che belle e brave! Farete grandi cose…già le state facendo e fate bene a “usare” le opportunità che offre l’europa perché per quante difficoltà ci siano oggi in Italia, è vero anche che ci sono le porte aperte nel resto dell’europa e secondo me non è poco.

    Rispondi
  3. Gianfranco
    Gianfranco dice:

    Benedetta che bella storia, mi hai emozionato, vivete la vostra vita con coraggio e allegria!
    un abbraccio
    Gianfranco

    Rispondi

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