espatrioNotte del 30 dicembre, chiusa nella mia stanza, l’aria condizionata accesa, il mare in bassa marea e la luna nera alta nel cielo australe. Come ogni momento in bilico tra una fine ed un inizio, dentro di me  i pensieri in agitazione  sono al loro picco massimo.  Per cui se questo post vi da mal di testa  e vi viene voglia di prendervi un “moment”, beh, sappiate che avete la mia comprensione.


Ogni espatrio è unico, a sua maniera. E ogni volta che si parte l’esperienza svela sfumature inaspettate. Anche se, almeno io e da dieci anni, torno nello stesso luogo.

La prima volta ero esultante, sconfinata: la mente costruiva e disfaceva scenari  in continuazione benché non conoscesse ancora nulla del posto che mi avrebbe ospitata fino ad oggi.

Erano gli anni antecedenti la grande crisi economica ed espatriare non era considerata un’alternativa obbligata, né tanto meno costituiva, nell’immaginario collettivo, un’opzione apportante sicuro beneficio. All’epoca partivano i coraggiosi, o gli “strani”, o semplicemente gli irrequieti, quelli che non riuscivano ad adeguarsi alla realtà in cui per sorte erano nati.  L’espatrio era anche ammantato da un velo di negatività. Come se, solo chi disadattato in patria, fosse idoneo per questa scelta, nel tentativo di placare le proprie smanie di ricerca di un “altrove” più consono all’estero, addirittura. 

Insomma, il mio espatrio nel 2007 rientrava nella categoria di quelle cose che non tutti fanno. O almeno, questa è l’impressione che oggi, a distanza di dieci anni,  percepisco ripensando a quell’epoca.

Tuttavia non era la prima volta che mi avventuravo per il mondo in cerca di qualcosa che non trovavo a casa. Diciamo che farlo di nuovo, a 42 anni, mi ha marchiata come “irrecuperabile”.

Nei due lunghi soggiorni italiani che hanno intervallato i dieci anni trascorsi alle Seychelles ho tentato, spesso svogliatamente, di reintegrarmi nella mia terra d’origine. E’ un’operazione questa che richiede una ferma determinazione ed un’energia titanica.  Entrambe qualità che emergono in me quando mi trovo lontana ma che latitano nel momento in cui mi sento circoscritta in un ambiente angusto e non allineato con il mio sentire. Ripartire lo scorso marzo ha significato arrendersi all’evidenza, e cioè che sono un po’ nomade dentro e che lo ero anche quando, per anni, mi sono infiltrata nella categoria degli stanziali. 

Ma più di ogni altra cosa  ha voluto dire lasciare i componenti della mia famiglia di origine nello stadio della vecchiaia.

Non erano vecchi quando partii nel 2007, erano ancora in gamba benché non giovanissimi. Oggi no, oggi mi sembrano animaletti che desiderano solo il  letargo.

Dovrei sentirmi in colpa per questo? Forse si, forse no:  in realtà non lo so come “dovrei” sentirmi. So che mi sento dispiaciuta, so che i miei affetti familiari sono sempre con me al di là delle distanze, so che – come ha detto mia madre l’ultima volta senza apparire troppo sconvolta – “quando arriverà il tempo arriverà. Punto”. 

Non nascondo che il senso di colpa si è annidato dentro di me in profondità e a volte non mi fa dormire; spesso provo a immaginarmi come possano sentirsi le persone che mi amano e che sanno che sono lontana. Per loro sono “irraggiungibile” perchè a una certa età diventa difficile smanettare con uno smartphone o imparare ad usare Skype. Poi torno a pensare a me, che di loro sono una propaggine allungata nello spazio temporale,  e sento che anche il mio tempo è arrivato: ora bisogna che mi occupi  di me stessa, senza svicolare.

Fatta eccezione, come dicevo, per i primi tempi vissuti all’insegna dell’eccitazione e della scoperta, negli anni ho dedicato energie mentali  e preghiere  a chi non era con me. Ho pensato spesso alla mia famiglia, l’ho ricostruita nella mia mente sanandola laddove appariva sbilenca, ho chiesto perdono per le mie arroganze ed ho chiuso idealmente antiche dispute. Un processo di pacificazione che si è svolto tutto a livello interiore attraverso una pratica costante di raccoglimento.

Non saprei dire se queste pratiche funzionano davvero. So che oggi, quando torno, abbraccio mia madre, le dico che le voglio bene; e sbaciucchio mia zia, che ultimamente cammina traballando mentre io continuo a gettarle le braccia al collo come se fossi ancora una bimbetta di cinque anni. Banale? No, perché io non toccavo nessuno fino a poco tempo fa. Soprattutto i membri della mia famiglia.

Considero il mio nuovo approccio alla fisicità con i parenti più stretti come una conquista pagata con sforzi costosissimi. Un traguardo intimo, semplice, scontato per molti, raggiunto in grande parte grazie all’esperienza dell’isolamento vissuto nell’Oceano Indiano. Un traguardo meritato.

Credevo anche che le conquiste fossero quelle di stampo grandioso, quelle dove si dovesse dimostrare  la capacità  di superare chissà quali peripezie ed ottenere successi mirabolanti; scopro invece che le vere conquiste sono quelle che non fanno rumore, che si realizzano nel silenzio e nell’umiltà di spirito.

Ecco, ho la sensazione  che il mio nuovo espatrio stia servendo a raccogliere alcuni frutti dei semi che, nei dieci anni di lontananza, ho piantato nella mia coscienza, a volte senza neppure averne piena consapevolezza.

Perché la questione degli affetti, e del saper esprimere i propri sentimenti, è una questione cruciale in ambito umano.

Feci un sogno anni fa, un sogno che riguardava la mia gatta Tibetta. Una gatta bruttina e sgraziata mai amata davvero. Questo sentimento di non-amore scivolò presto nell’indifferenza e la gatta morì mentre io ero qui alle Seychelles. In Italia se ne stava allora prendendo cura mia madre che la trovò stecchita sotto il letto. Apprendere quel fatto per telefono non mi provocò sul momento alcuna reazione apparente ma la gatta venne a visitarmi in sogno, mi condusse in un luogo-non luogo e lì mi interrogò con lo sguardo, ad un livello intimo mai conosciuto prima. Io provai per la prima volta un senso di imbarazzo abissale: volevo fuggire ma ero inchiodata in quello spazio e costretta a vedere e sentire ciò che nascondevo a me stessa con la massima accuratezza. In pratica mi sentii  indegna: avevo tenuto una gatta senza amarla, lei era morta lontana da me ed io non mi ero neppure dispiaciuta per questo.  Insomma, mi sono percepita come una mezza mostra. Pero’ nel sogno accadde qualcosa di “reale”, qualcosa che mi scosse dal profondo. Il risveglio da allora è stato lento, inesorabile, anche se spesso offuscato da momenti meno lucidi o sereni. 

Ciononostante  non sono ancora estranea al richiamo che esercita su di me tutto ciò che luccica. 

Lo dimostra il fatto che non volevo tornarci, alle Seychelles.

Non volevo tornarci perché l’opzione era di rientrare  al lavoro nel posto che avevo abbandonato nel 2014 per trasferirmi in uno più scintillante e prestigioso: quella attuale era, sul momento, l’unica opzione disponibile. Dopo aver vissuto nel 2014 sulla mia elitaria isola remota non pensavo che il futuro mi avrebbe riportata indietro. Ma indietro dove – e per davvero? – mi domando oggi. Forse questo è uno dei tanti  passaggi necessari per rivedere certi valori quando il piano dell’esistenza vacilla per futili motivi.

I pensieri hanno sciabordato nella mia mente come pezzi di verdure nel minestrone per tutto il 2016, andando un po’ alla deriva.  Non ero in grado di fermarli, incapace di metterli in ordine, o di capire cosa davvero stessi pensando e provando. Sentire a livello “intuitivo” è sempre stata la mia bussola per muovermi  nel mondo e scoprirmi all’improvviso incapace di farlo mi ha provocato un senso di “cecità”  paralizzante.

Cosa ho fatto dunque quando ho perso la bussola? Mi sono arrabbiata, sono diventata feroce ed aggressiva. Fino all’esasperazione, finché non mi sono costretta a fermarmi, a non agire, a svuotarmi: “piano piano una certa atavica conoscenza farà di nuovo capolino e darà indizi su come procedere”, mi sono detta.

I primi mesi del mio ultimo espatrio sono stati terribili. Sembravo una bestia in gabbia, sempre ringhiosa. Eppure a ripensarci  ero solo tornata a lavorare in un posto che ormai mi piaceva poco. Quel  ritorno, che di primo acchito mi ricordava qualcosa come la storia con “un vecchio amante che non si desidera più ma con il quale si resta per ragioni di convenienza“, mi era intollerabile. Chi mi chiedeva come stessi o mi sentissi in quel periodo riceveva in risposta un “non sono più innamorata” (che a pensarci bene non significava nulla riferito ad un contesto lavorativo, infatti restavano tutti basiti).

Resterò qui ancora per lungo tempo? Non lo so. Di sicuro non ci sarà un nuovo innamoramento ma magari potrebbe nascere una relazione di amicizia, Oppure potrei trarre energia e forza finché non mi sento pronta per spiccare il volo altrove. O magari torno a casa ad assistere i miei parenti-animaletti prima del letargo. Gli scenari che potrebbero aprirsi in un prossimo futuro sono vari e diversificati.

Rispetto al passato, mi e’ molto più chiaro – oggi – che bisogna prepararsi ogni giorno ad ogni nuovo possibile mutamento di prospettiva nella propria vita.

Quanto alla scelta degli strumenti per fronteggiare i prossimi “mutamenti” nutro ancora molte incertezze.

Se in passato mi sono ispirata a varie ideologie di stampo new age, oggi sento che queste non esercitano più alcun carisma su di me. Non funzionano più. Sciamani, Medium, Stregoni: figure che mi hanno affascinata e anche “aiutata” in passato, oggi sono spariti dalla mia scena mentale. Dei a tempo determinato. 

Li ho sostituiti con i calcoli per la pensione, argomento che ho scoperto appassionarmi più di ogni altra cosa. Nei numeri, che ho sempre aborrito preferendo loro le parole, sembra stia trovando nuova pace e conforto. 

espatrio

13 commenti
  1. Annalisa
    Annalisa dice:

    Bello e commovente. Hai descritto alla perfezione i sentimenti e i sensi di colpa della maggior parte di noi nomadi.
    ???

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  2. Cristina
    Cristina dice:

    Ciao Katia.. questi tuoi profondi pensieri, come sempre scritti in modo chiarissimo. . e non è facile …sono molto simili a quelli che negli ultimi anni hanno invaso la mia mente e il mio spirito pur senza muovermi dai miei posti abituali. L’ età che non solo avanza ma semplicemente ci cambia.. le cose che ci succedono fanno modificare profondamente i nostri progetti e le nostre intenzioni … tu ti chiedi se è il momento di tornare … io mi chiedo se è il momento di andar via ..a volte penso che un sogno particolarmente chiaro mi stia indicando la via..
    è difficile capire quale sia la via giusta … attendiamo un lampo con fiducia e serenità … c’è altro modo ? A presto ….

    Rispondi
    • Katia
      Katia dice:

      Ciao Cristina,
      anzitutto grazie per definire la mia scrittura “chiara”: c’è sempre un po’ il timore di fare dei discorsi impastrocchiati e oscuri quando ci si mette a raccontare le proprie vicissitudini interiori! Volevo solo precisare che io non mi sto chiedendo “se è il tempo di tornare” soltanto. Mi chiedo, in senso più generale, cosa diavolo voglio fare nel mio domani. In pratica questa domanda è una voragine aperta e io ci sto camminando intorno, come fossi sulla bocca di un vulcano.
      Auguri anche per il tuo futuro!

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  3. Katia
    Katia dice:

    Questa riflessione accorata rivela, ancora, che a volte noi ci confrontiamo con interrogativi ed interrogatori interiori animati! Che la nostra scelta di lontananza ci avvicina però a noi stessi più di quanto avemmo forse fatto a cose normali. Che ci dibattiamo con scrupoli di coscienza o dubbi che forse non riguardano sempre anche coloro che restano. Non si tratta di individuare categorie di persone opposte e differenti. Si tratta di stabilire che questa opzione comporta un’esposizione diversa a certi episodi dell’anima che magari non sopraggiungerebbero comunque.

    In ogni caso, è quello che è. Forse è solo il navigare nel nostro flusso di coscienza con le scoperte che ne sono relative. Non ci giova “giudicarle e giudicarci” pertanto. Se riconosciamo questa “nomadicitá” forse conviene in pura semplicità tentare di integrarla così come è e continuare ad adattarci a ciò che dalla coscienza nasce. Del resto se siamo già “partiti” una volta, due, 7, è perché non potevamo non essere fedeli a quella coscienza. E cosa è vivere, se non è secondo la propria coscienza?

    Buona strada Katia. Vedrai che piano piano come tu stessa dici, si schiarirá.

    Con affetto,
    Katia G. Johannesburg

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    • Katia
      Katia dice:

      Ciao Katia, grazie per i consigli. Mi sono dimenticata di aggiungere che anche il “giudizio” (nel senso di imparare ad astenersi il più possibile da una volontà giudicante e soppesante senza dimenticare tuttavia una dimensione critica necessaria) è uno dei punti su cui devo lavorare maggiormente. Si risolverà tutto, ne sono sicura, a volte occorre solo una pazienza infinita.

      Rispondi
  4. margherita
    margherita dice:

    Sono fasi Katia, ne sei cosciente anche tu, la risposta arriverà’ e sarà’ liberatoria! In bocca al lupo, l’Irlanda ti aspetta sempre se ti va’.

    Rispondi
  5. Roberto
    Roberto dice:

    Ciao Katia, ti avevo scritto questo commento su facebook (Expat blog), ma non essendo sicuro che l’avresti visto, ti scrivo anche qui..
    Ho letto con grande interesse la tua “confessione/sfogo”. Volevo farti i complimenti perchè sei riuscita ad esprimere in maniera davvero lucida una parte recondita e intima del tuo essere che difficilmente altre persone sarebbero riusciti a spiegare. Questa è una dote. In luogo di un post davvero chiaro, chiunque altro avrebbe creato un insieme di concetti appena accennati (se non proprio informi) che avrebbe fatto fuggire inorridito qualsiasi lettore dopo il secondo rigo…
    È una cosa bellissima quella del tuo avvicinamento emotivo nei confronti dei tuoi parenti. Un traguardo davvero enorme. Posso solo lontanamente comprendere il percorso travagliato che ha portato a questa grande meta. Un po’ ti invidio. Un giorno riuscirò a fare lo stesso se sarò fortunato. Immagino che sia necessaria una maturazione del proprio animo che solo il freddo e logico ragionamento non può portare.
    In bocca al lupo, che tu rimanga nelle splendide Seychelles, o che tu vada in qualsiasi altro paese. Il mondo è pieno di gente media, non farne parte non è una colpa.
    Roberto Stanzani

    Rispondi
    • Katia
      Katia dice:

      Grazie Roberto, grazie soprattutto per avermi rassicurata sul fatto che, scrivendo quanto ho scritto, sia riuscita a comunicare ciò che era nelle mie intenzioni.

      Rispondi

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