Essere

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Ho aspettato.

Giusto un pochino, affinché la bomba di sentimenti fosse esplosa ed  i pezzi si riposassero: frammenti di pensieri ed emozioni.

Ho atteso, dopo i commenti sull’immigrazione che leggevo su Facebook… ma ne continuo a leggere!

Non finiscono: lunghe code di serpente la cui bocca fagocita continuamente nuove menti, per poi sputare parole su parole piene di odio su piattaforme insensibili all’uomo e alla donna e, soprattutto, ai bambini.

Non si può aspettare.

Parliamo di immigrazione e emigrazione. Non quella che avviene in Italia ma quella degli italiani.

Non facciamo casi astratti ma specifici.

Leggevo su FB di una persona che stimo moltissimo, ricercatrice universitaria, a cui hanno detto che il suo inglese fa un pochino schifo.

Parla inglese benissimo e non si indovina da dove viene sentendola parlare. Scrive anche molto bene.

Logicamente, l’annotazione occorreva in un momento specifico, da parte di qualcuno specifico, che voleva che la mia amica tornasse al suo paese, come ha aggiunto poco dopo lei nello stesso post.

Non si tratta del primo caso di cui vengo a conoscenza e sono sicura che ve ne saranno altri simili.

Persone che vengono trattate male negli uffici amministrativi; commenti poco “atti”, giusto per farsi due risate; commenti sui bambini che danno fastidio, che sono poco intelligenti e imparano male perché stranieri.

Ne abbiamo sentite di tutti i colori, purtroppo.

E, se i commenti rivolti verso di noi vengono introiettati, il corpo ne risente.

Bisogna stare attenti a non ingoiare queste parole, altrimenti ci disperdiamo, perdiamo tempo a combattere una sensazione di disagio.

Se  si ingoiano, questi sgorghi terminologici si dilagano piano, piano; se vengono digeriti, entrano a far parte del nostro corpo e circolano nel nostro sangue.

Invece, ci dobbiamo ricordare che sono esterni, non sono parte di noi e non ci definiscono.

Tornando agli esempi sopra, la mia amica parla benissimo inglese, i bambini giocano e non danno fastidio e alla signora che sgrida i nostri pargoli sappiamo che “girano” visto che lascia la sua vita passare fra le frustrazioni e il nulla: la signora ha il problema, non i bambini.

E ancora: non sono io che pongo male le domande, sono le persone negli uffici amministrativi che non fanno il loro lavoro.

Se parlo tre lingue e sono gentile una soluzione si trova, altrimenti non la si vuole trovare – una soluzione per capirsi, intendo.

Quando si viene trattati male, cosa si fa?

Ognuno ha risposte differenti e ognuno fa ciò che crede, ma ecco la mia soluzione.

Si fa una bella nota mentale e si lascia nella parte del cervello, quella vicino all’orecchio, giusto per non dimenticare.

Io divido il ricordo nei due emisferi, parte va in quello creativo e parte in quello razionale. Giusto per avere una risposta equilibrata.  

Sono io che prendo l’annotazione, sono io che la metto nel cassettino della memoria e sono io che scelgo dove metterla. Non vengo presa di soprassalto dall’annotazione. Questa, anzi, sussurra quando si presentano situazioni simili.

Tornando alla mia amica insultata.

Lei ha reso pubblico il suo pensiero su Facebook, ma ci sono stati altri casi. Come hanno risposto? Hanno risposto? Solitamente, almeno per la mia esperienza, le persone fanno finta di nulla.

Non credo che ci sia un unico modo di rispondere, ognuno fa la sua scelta sempre nei limiti dell’essere civile e e dignitosi.

L’importante, a mio parere, è che questi commenti razzisti, xenofobi e ignoranti non diventino parte di noi.

Dobbiamo ricordarci che provengono da qualcuno fragile, impaurito e, soprattutto, esterno. Qualcuno che ha i suoi problemi e, siccome non sa come risolverli, ci rompe l’anima.

Io personalmente non ho visto un razzismo esplicito e forte. Non ho visto l’odio.

Sono stata trattata da demente o da essere un pochino nullo, visto che il mio tedesco non è super perfetto: vai a spiegare a chi hai di fronte che il tedesco è la mia quarta lingua e che difficoltà nell’esprimersi non mi rendono imbecille? Is it worth it? Intendo spiegarsi… chiarire a chi hai di fronte? O forse, bisogna solo ottenere informazioni velocemente. Non so, dipende.

In generale, quando è possibile, passo all’inglese, correggo l’inglese di chi mi è di fronte e la faccio finita lì.

E questo basta per il momento ma non cambia nulla, a parte la soddisfazione di vedere la faccia da pollo del fragilone di turno.

Mi dispiace vedere i bambini trattati male e mi preoccupa che vengano categorizzati: venga loro detto quello che possono e non possono fare – qui non parlo di regole di buona educazione ma di direzioni sul futuro.

Non mi piace che vengano categorizzati come “inadatti a” perché la lingua inizialmente non va bene o perchè si devono ancora integrare.

Questo l’ho visto accadere e mi ha fatto male, anche e soprattutto il senso di impotenza nel cambiare la situazione.  

Non credo che azioni siano perpetrate da persone razziste (non vedio odio di razza, odio dell’immigrato), ma sicuramente questi esseri umani sono poco intelligenti e ottusi.

Saper fare due conti e scrivere senza errori sono solo tipi di intelligenza. Forse nemmeno i più importanti in certe occasioni.

Bisogna essere capaci di comprendere chi abbiamo di fronte, “camminare un secondo nelle sue scarpe”: abilità necessaria (senza se e senza ma) soprattutto se si lavora come insegnanti.

La superficialità è un peccato grave e ancora piú grave quando si compie nei confronti dei bambini.

Quando li si inquadra in situazioni, si forma il loro essere.

Devo dire, purtroppo, che questa superficialità sembra meno grave di quanto, come specie, abbiamo compiuto o siamo capaci di compiere.

La storia ci insegna che siamo capaci di molto di più. Il presente ce lo insegna, in questi giorni, in maniera chiara.

Si parla spesso di empatia e di piscopatia. Io torno alla banalità del male.

Siamo tutti presi da cose quotidiane; non lo nego, anzi sostengo con fermezza che pulire il bagno e fare i piatti siano cose importanti, soprattutto ora, nella post-antibiotic area, come è importante andare a lavoro e portare soldi a casa… ma non basta.

Secondo me, quando vediamo l’ingiustizia nei confronti dei bimbi, di qualsiasi razza e religione siano, bisogna intervenire sempre con buone maniere ma con fermezza. E lo stesso va fatto con i nostri figli quando vengono etichettati per quello che non sono.

O quando vengono etichettati e basta. Poi certo, sostengo che i litigi siano inutili ma, quando si può, si deve dimostrare con fermezza e gentilezza che essere ottusi non ha posto in un mondo civile.

Bisogna farlo per essere. Essere chi siamo.

Lo stesso quando ci trattano con piccolezza; bisogna sottolineare che non si fa sempre per essere. Essere. Non ci dimentichiamo che, in fondo, abbiamo solo quello… o, meglio, siamo solo.

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