Estia: dea del focolare e del tempio, vecchia saggia e zia nubile

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Estia era la dea del focolare, o meglio, del fuoco che arde su un focolare rotondo.

E’ la meno nota tra le divinità dell’Olimpo, non fu mai rappresentata da pittori e scultori con sembianze umane, ma la sua presenza si avvertiva nella fiamma viva, posta al centro della casa, del tempio e della città.

Il simbolo di Estia era il cerchio.

Case e templi erano consacrati quando vi faceva ingresso la dea attraverso i rituali ad essa legati, e la sua presenza era avvertita a livello spirituale, come fuoco sacro che illumina e infonde tepore e calore necessari a cuocere il cibo.

La presenza della dea Estia nella casa e nel tempio era il punto di riferimento centrale della vita quotidiana. Come archetipo (ovvero modello comportamentale), è una presenza altrettanto importante nella personalità della donna, a cui conferisce un senso di completezza. Estia era la maggiore delle dee vergini ma, a differenza di Artemide, non si avventurò a esplorare luoghi selvaggi o a fondare città come Atena.

L’anonima Estia sembra avere poco in comune con l’intraprendenza e l’intelligenza delle sorelle, eppure qualità fondamentali e impalpabili accomunavano le tre dee vergini.

Tutte e tre erano complete in loro stesse: nessuna fu vittima di divinità maschili o di mortali. Ciascuna dea aveva la capacità di concentrarsi su quanto la interessava, senza lasciarsi distrarre dal bisogno altrui o dal proprio bisogno degli altri.

Le dee vergini sono accomunate dalla ‘messa a fuoco’ della coscienza.

Mentre Artemide e Atena si concentrano sul conseguimento di mete o realizzazione di progetti, Estia si concentra sull’esperienza soggettiva interna, attraverso lo sguardo interiore e l’intuizione di ciò che sta accadendo.

Questa prospettiva interiore dà chiarezza, in mezzo alla miriade di particolari confusi che si presentano ai nostri sensi mettendo in luce ciò che è significativo a livello personale.

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Il simbolo del fuoco

Per comprendere le caratteristiche fondamentali della dea, la sua ritrosia,il sue essere silenziosa e l’autosufficienza, dobbiamo analizzare la sua infanzia: il padre, Crono, era un padre tirannico, che non nutriva sentimenti d’affetto per i figli. La madre, Rea, era debole e impotente (depressa).

Nelle famiglie dove i bisogni dei figli sono sottovalutati e dove qualsiasi espressione individuale viene ‘inghiottita’ dal bisogno di potere del padre, è probabile che la maggior parte dei figli emuli i propri genitori.

E’ possibile che i maschi, i più forti, maltrattino i più piccoli, oppure scappino di casa. Fra le ragazze, quelle deboli ma materne possono seguire il modello archetipico della madre (Demetra) badando ai fratelli più giovani, oppure quello di moglie (Era) attaccandosi a un ragazzo appena ne hanno l’età.

In ogni caso, è probabile che una figlia Estia, in una vita familiare dolorosa e conflittuale o in un ambiente scolastico che sente estraneo, si ritiri emotivamente, volgendosi al proprio mondo interno per trovare sollievo.

La figlia Estia cerca di non farsi notare, manifesta una passività apparente e ha la certezza interiore di essere diversa da coloro che la circondano.    

La donna che si riconosce nell’archetipo della dea Estia non è attaccata alla gente, agli esiti, al possesso o al potere. Essa possiede il distacco, ovvero la libertà interiore dal desiderio concreto, la libertà dall’azione e dalla sofferenza.

Il distacco di Estia dà a questo archetipo la qualità della ‘donna saggia’, della donna anziana che abbia vissuto tutto e ne sia venuta fuori con lo spirito non offuscato e il carattere temprato dall’esperienza.

Quando la dea abita il “tempio” (che, nella simbologia analitica, rappresenta la personalità) con altre divinità archetipiche, dà una dimensione di saggezza a obiettivi e propositi. In altre parole, gli eccessi di tutti gli altri archetipi vengono mitigati dal saggio consiglio di Estia: una presenza forte, portatrice di una visione più profonda.

Le difficoltà della donna Estia iniziano quando si avventura fuori dai rifugi sicuri che sono per lei la casa e il tempio, per farsi strada nel mondo.

Le donne Estia che ho conosciuto grazie al mio lavoro di terapeuta raccontavano un’infanzia solitaria, durante la quale giocavano contente, senza pretendere direttive.

Durante l’adolescenza non si sono lasciate toccare dai drammi sociali, dalle passioni incandescenti e dalle volubili alleanze con le coetanee, ma preferivano il tepore della loro stanza immergendosi nella lettura di un libro.

Durante i colloqui emergeva la consapevolezza di essere diverse dagli altri e, in quelle occasioni, potevo cogliere l’energia di un’anima antica che emanava saggezza o tranquillità.

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La donna Estia, se vuole avere rapporti con gli altri e prendersi cura di se stessa – e intraprendere un viaggio – deve introdurre nella propria personalità un aspetto attivo.

Artemide, della quale ho già parlato in questa sede, e Atena, gli archetipi femminili dell’azione, possono aprire la strada a queste capacità e, altrettanto, può fare l’Animus della donna, ovvero la parte maschile della sua personalità.

Il rapporto della donna Estia con il proprio Animus spesso assomiglia a un rapporto interiorizzato Estia-Ermes.

Nell’antica Grecia, Estia era rappresentata dal focolare rotondo al centro della casa, mentre l’erma, o il pilastro, che rappresentava Ermes, si trovava fuori dalla porta.

Ermes era il dio protettivo posto sulla soglia, e anche il dio che accompagnava i viaggiatori.

Quando entrambe queste divinità rappresentano aspetti interni di una donna, la dimensione Estia fornirà un modo di essere privato, e l’Animus Ermes, che le fa da intermediario, offrirà una modalità esterna per affrontare il mondo in maniera efficace.

Molte donne Estia mi scrivono quando vengono toccate dall’intraprendenza di Atena o dall’obiettivo di Artemide.

Queste dee sembrano suggerire una nuova visione, che apre al mondo esterno. A quel punto, la donna Estia si sente minacciata dalla perdita di una parte di sé. La richiesta “parto o rimango nel mio paese” traduce la paura della perdita dell’esperienza interiore.

In questi casi, il lavoro terapeutico può ampliare la conoscenza di sé, accettando la presenza e la contaminazione di altre dee.

Estia è l’archetipo della concentrazione sul mondo interno e per le donne che emigrano all’estero.

Estia può rappresentare il punto fermo che dà senso al viaggio.

Perché il viaggio si compia altre dee devono correre a sostenerla e, grazie ad Atena e Artemide, può intraprendere il suo viaggio con chiarezza.

Inoltre, l’interiorizzazione dell’Animus Ermes, per la sua peculiare caratteristica di pilastro al di fuori della dimora – ben diverso, ad esempio, dall’archetipo Poseidone, dal quale può essere sommersa da sentimenti oceanici – può rappresentare per la donna Estia una nuova consapevolezza che spinge all’azione e a scegliere per se stessa.   

Quando ci sentiamo in contatto con una fonte interna di calore e di luce (il fuoco che arde sul focolare è metafora del fuoco spirituale che illumina), in realtà sperimentiamo un rapporto di unità che ci collega all’essenza di tutto ciò che è al di fuori di noi.

A questo livello spirituale, unione e distacco sono paradossalmente la stessa cosa.

Alle donne che emigrano all’estero, alla dea Estia che abita dentro di noi.

Con affetto e pathos, Debora.          

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