Ho 33 anni, sono nata e cresciuta in un piccolo paesino vicino alle Cinque Terre in Liguria, sono laureata in traduzione ed Interpretariato all’università di Genova, città che è diventata, col tempo, il mio punto di riferimento nonché la mia città adottiva.
Nonostante abbia un grande spirito di adattamento non amo molto i cambiamenti, o meglio, ci metto un po’ a metabolizzarli. Mi definirei una di quelle, insomma, che testa ed abita un paese per lungo tempo prima di sceglierlo come luogo di residenza.
La mia scelta di emigrare , non è stata una scelta di vita ma un percorso professionale quasi obbligato. Il mio obiettivo era  quello di comprarmi una casa in Italia e, considerato i costi del mattone ho ritenuto necessario darsi da fare con le trasferte all’estero in quanto solo queste ultime permettono di poter guadagnare degli stipendi superiori alla media e di riuscire a risparmiare qualcosa.
Gestisco cantieri di demolizione, e da due anni mi trovo in MAROCCO (Agadir), paese tanto bello quanto difficile.
Ogni volta che racconto di lavorare in Marocco ottengo la solita risposta: “ah beata te, chissà che bel sole” oppure “ bella vita che fai”. In realtà non faccio per niente una bella vita qui: tutti i gironi dalle 06h30 alle 18h30 sono in cantiere a lavorare  (sì, io donna in cantiere, in mezzo a persone intelligenti che ti portano rispetto e ad altrettante persone meno intelligenti che, essendo io nata femmina, non ti guardano nemmeno in faccia. Come responsabile di cantiere ho a che fare con un direttore lavori dalla finta gentilezza che non perde occasione per dire al mio capo “ci facciamo comandare dalle donne ora?”
La mia vita sociale è ridotta al minimo, giusto per fare la spesa. La straniera è pane per le bocche dei locali e spesso mi sono trovata in situazioni poco piacevoli: sono stata seguita, sono stata “tampinata”, sono stata anche fregata – la storia dei prezzi triplicati è di casa anche da noi –  Ho imparato, a discapito della mia innata solarità, a non dare il numero di telefono a nessuno, ad essere socievole il meno possibile, a salutare senza sorridere troppo perché qui un sorriso ostentato porta in sé un messaggio: “sono disponibile, ci sto”.
Al lavoro regna la disorganizzazione totale ed una buona dose di improvvisazione: io, abituata ad organizzare tutto nei minimi particolari mi trovo a fare programmi che puntualmente vengono smontati per scuse o ragioni banali (piove, c’è vento e così via) ma non solo: il gasolio che arriva cinque ore dopo il previsto, riunioni che saltano un’ora prima l’orario stabilito, dipendenti che ti chiedono in ginocchio di essere assunti per poi non presentarsi al lavoro perché :
1) devono portare la sorella all’ospedale
2) hanno il raffreddore
3) sono stanchi
4) hanno il ginocchio sbucciato
Tutto questo mi stanca e mi rende nevrotica – a giorni anche acida- ma prima di esplodere ripeto a me stessa che sono in un paese straniero dove la mentalità del lavoro non è una priorità assoluta e sono io quella che si deve adattare.
Insomma, alla fine mi dico: “Lara, fattene una ragione!”.
Burocraticamente parlando, soprattutto a livello finanziario, è complicatissimo, in quanto esistono leggi severe che mirano alla protezione economica del paese.
Faccio un esempio: vuoi inviare dieci euro a tua sorella tramite wester union? Difficilissimo! Per inviare denaro all’estero devi aprire un conto corrente in banca e se vuoi fare uscire un centesimo dal Marocco devi chiedere l’autorizzazione all’office de change, che prende in esame il tuo caso – con le dovute tempistiche – e, se è il caso, ti concede il nulla osta trattenendosi il 10% dell’importo.
I rapporti con i locali sono ridotti al minimo: anche per una passeggiata in riva al mare tra un “forestiero ” ed una “locale” ci vuole l’autorizzazione da parte delle autorità. Questa severità ovviamente porta all’effetto contrario: al dilagare del turismo sessuale che è esattamente l’opposto rispetto al desiderio del governo.
Insomma, da una parte vedo il Marocco come un paese in pieno sviluppo, dall’altra parte ne osservo una mentalità su cui c’è moltissimo da lavorare a mio avviso ed è proprio quest’ultima che mi sta stretta.
Odio la falsità della gente, il volere a tutti i costi trattare e negoziare anche sulla parola data; detesto il potenziale intellettivo usato ai minimi termini, non sopporto la superficialità con cui si affronta la vita in quanto non credo alla verità propugnata dalla religione locale che tutto arriva da Dio: il pane non te lo dà Dio, te lo da il tuo bel sedere che si sveglia la mattina alle 6 e si fa le 12 ore di lavoro!
So che  ci saranno donne che in Marocco avranno trovato il loro paradiso e sono ben contenta per loro: sono convinta che un fattore fondamentale per giudicare il paese in cui si vive sia il primo impatto.
Io con il Marocco non ho avuto un colpo di fulmine: ho avuto invece a che fare con gente che crede ancora che in Africa si può fare ciò che si vuole, che l’Africa è più a Sud dell’Italia e che questo la rende in qualche modo “inferiore” ad altri paesi.
In Africa è comune pensare che chiunque possa fare l’imprenditore.
Sto pagando in prima persona le scelte sbagliate di altri, ormai ci sono dentro fino al collo e, se da una parte questo lavoro mi succhia tutte le energie di cui dispongo, dall’altra mi rassicura pensando che è un’esperienza che mi farà solo crescere.
Mi considero una donna “resistente” e porterò a termine il mio incarico professionale nonostante inizialmente il contratto di lavoro prevedeva  solo 10-12 mesi, mentre mi trovo qui già da due anni con la prospettiva di doverne trascorrere ancora uno in terra africana.

Poi, forse, un giorno verrò qui come turista e vedrò il Marocco con altri occhi, con il cuore leggero e l’anima appagata da sole, cibo e spiagge. Ma oggi resto un’expat che lavora in un cantiere di demolizione.

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