expat-austenBello vivere all’estero, surreale poter scegliere un lavoro, avercelo e sentirsi soddisfatte (quasi) ogni giorno, elettrizzante vivere in una grande e vivace città, poter essere parte di tutto ciò che ti offre: are, sole, festival, musica, teatro, moda, arte, ristoranti.

E poi?

Lasciami pensare. Tic tac, tic tac. Sono già passati tre minuti, quindi… e poi?

Poi cosa? Perché non basta avere un lavoro che ti piace con le dovute responsabilità e implicazioni del caso a 26 anni? Non basta essere nel cuore più pulsante di questo paese e nella, a detta di tanti, “ciudad más bonita del mundo”?

Per tre minuti, rifletto, conto fino ad un certo numero infinito di multipli di dieci e poi ti rispondo.

È il mese di Maggio, la giornata è soleggiata ma particolarmente ventosa, scrivo da un nuovo posto, il “Brooklyn Café”, in un alto sottofondo risuona Lou Reed. Occupo l’ultima “mesa” lato strada e corpo rivolto verso l’entrata, così ho una visione amplia sia sulla strada sia su l’intero caffè.

Papà siede sempre lato entrata ovunque andiamo, nei bar, nei ristoranti. Non ricordo averlo mai visto dare le spalle all’entrata “così posso sempre vedere chi entra ed essere preparato a qualunque cosa”. Deviazioni mentali di un ispettore di polizia, malato del suo lavoro, che vede (e vuole prevedere) un potenziale pericolo, sempre.

C’era in ballo una domanda, prima di iniziare a riflettere, a contare e a divagare sui ricordi nei ristoranti con il babbo.

Quel “e poi?” è così delicato, ma anche leggero, così pesante, indicativo, fondamentale, per una come me, che non so da dove iniziare per rispondere nel modo più politically correct, nel modo più saggio e sano che conosco. Che non conosco in realtà. Allora, mi concentro. Te lo prometto, provo a cercare e a dosare parole, punti e virgole.

Ho fatto un bilancio circa un mese fa.

È passato quasi un anno dal mio inizio qui. Il bilancio fatto era un bilancio lavorativo, concreto e reale di cosa sto diventando e di come sto crescendo all’interno di un contesto d’azienda. Ok, fin qui i conti tornano e sono chiari sia a me che a te. Quello che non mi torna è se c’è qualcos’altro, oggi, in questa mia vita in questa straordinaria Barcellona.

Vedi, a te, che mi chiedi “e poi?”, Barcellona è un luogo straordinario, che ti dà tutto ciò che vuoi, in qualsiasi momento della tua vita tu lo desideri.

Puoi uscire stressato al quadruplo dall’ufficio ed andare a respirare un po’ di mare, d’estate, d’inverno ed anche in autunno.

Puoi andare ai festival di musica e cinema per essere sempre aggiornato, puoi conoscere gente di ogni dove per strada, in bicicletta, ad un vernissage, andare a cenare nel ristorante più cool della città, adorare il suo essere gipsy e colta, elegante e libera.

Ma arriva un punto in cui lei non arriva più e devi essere talmente solida e tenace da esserci “tu”.

Lei ti lascia sola, con i tuoi giorni sì e quelli no, con gli sguardi dei catalani di quando non riesci a trattenere in bocca le parole e rispondi loro che non concordi neanche lontanamente con un certo pensiero.

Non stupirti se il giorno dopo i catalani non ti chiamano più.

Allora, quel fascino nel sentirti Medea, straniera quanto lei all’inizio, con l’accento esotico che gli uomini fanno fatica a riconoscere e ti adulano di rosee parole, sparisce.

Sparisce perché sai che comunque vada, anche se è un luogo del cuore ormai ed è casa tutti i giorni, non è il TUO posto. C’è qualcosa nell’aria che te lo ricorda in quei giorni in cui anche se c’è un sole caldo, tu non lo percepisci. Lascio spazio a parole migliori delle mie:

“Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente,

nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che

anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Cesare Pavese, 1949.

Non fraintendermi, tu del “e poi?”. La vita qui è dolce, piacevole, molto produttiva, mi spinge ad andare oltre i miei limiti e a cercarne di nuovi.

Ci sono giorni in cui mi sento entusiasta, altri, però, in cui mi sembra di essere una macchina e mi devo chiedere “Laura, ci sei? Sei viva? Il cuore batte ancora, vero?”.

Mi chiedo solo se sia il mio luogo e la mia vita, quelli da scegliere e riscegliere, quelli in cui restare, in cui costruire. Quelli da farsi mancare anche.

È giusto e doveroso, anche per chi legge, sapere che non è mai sempre tutto rose e fiori quando metti la tua vita su un aereo e la affidi ad una qualche parte del globo. Ci sono e ci saranno momenti alterni, in cui devi trovare un equilibrio tra ciò che hai e quello che ti manca.

Solo che quando sei lontana, è un lavoro che devi fare solo con te, in cui nessuno può aiutarti perché, nella nuova vita, nessuno ti conosce e sa chi sei quanto TE.

Questa libertà, che tanto amiamo e ricerchiamo in fondo ha sempre un costo. Riuscire a pagarlo non è da tutti e non è per tutti.

Non so se ho risposto alla tua domanda “e poi?” e non so, qualora fossi riuscita a farlo, se la risposta risulti chiara.

Però una cosa posso ancora dirtela e promettertela: ho da poco scoperto di avere tante amiche donne, come me, emigrate come me, che hanno corpi e menti piene di coraggio, che hanno imparato ad essere straordinarie equilibriste e a viaggiare sulle montagne russe. Siamo tutte parte della stessa storia, nate dalla stessa, bella Italia.

Ecco la promessa: mi impegno, trovo qualcuno da abbracciare, ricarico le pile, ritrovo le energie e fine della storia. Quanto l’ho fatta lunga.

Per il resto: “lasciamo fare al tempo”. Lo dice Jane Austen, quindi, mi fido.

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Concorso Letterario per Racconti” Expat: le Paure ed il Coraggio delle Donne”. Leggi il bando.

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