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Testimonianza inviataci da Beatrice, Iowa


Sono ormai quasi 5 anni che mi sono trasferita negli Stati Uniti e, finalmente, pochi giorni fa ho ottenuto l’autorizzazione a lavorare.

Con il mio “vecchio” visto non mi era permesso poiché era “dipendente” dal visto principale di mio marito, che aveva trovato lavoro qui.

Non poter lavorare rallenta tutto il processo di adattamento in un nuovo Paese.

Rallenta l’apprendimento della lingua, la possibilità di conoscere gente e tanto altro.

Il lato positivo, come ho voluto vederlo io visto che la situazione non potevo cambiarla, è di poter decidere di immergersi nella nuova cultura cercando di fare il miglior uso possibile del tempo a disposizione; e così ho fatto.

Molte sono le differenze, quotidiane o straordinarie, piccole o importanti, dopo un trasferimento in un nuovo Paese.

Una delle prime, per me, è stata andare a vivere in una casa “single” – come la chiamano qui – e non in un condominio come ero abituata e, soprattutto, come a me piaceva.

Mi piaceva incontrare gente che parlava davanti al portone del palazzo o sul pianerottolo, scambiare un saluto e chiedere come stavano in famiglia e altri piccoli aspetti.

Ora ho superato questa predisposizione negativa che avevo verso le case mono-familiari e ne sto scoprendo ed apprezzando i lati positivi, almeno qui, in questa cittadina e nel mio quartiere.

Una delle cose che mi piacciono, per esempio, è il potersi mettere a leggere sugli scalini di casa propria – che danno praticamente sulla strada – senza nessun problema o pericolo e con le persone che passeggiano con i cani e ti salutano.

Oppure il poter lasciare tranquillamente in giardino, che qui non sono neanche recintati, la griglia e qualsiasi altra cosa senza subire furti.

O il poter decorare la propria casa a proprio piacimento per Halloween e per Natale.

O ancora: poter mettere dei cartelli nel proprio giardinetto per esprimere le proprie idee su tematiche specifiche che, in genere, finiscono per riguardare la propria visione politica sui diversi temi della vita.

Tra le cose che mi piacciono di più ci sono i gatti e lo stile delle case in generale.

Camminando per strada mi accorgo di quanti gatti ci siano a guardare fuori dalle loro bow – o bay-window.

I bay window sono quei finestroni che non sono allineati con il muro ma sporgono esternamente, offrendo una vista più ampia dell’esterno e creando una “nicchia” all’interno. 

Talvolta, immagino di esserci io nella nicchia, dietro uno di questi finestroni, mi vedo mentre sto rivedendo sul computer le foto appena scattate o sto leggendo, assieme al mio gatto che dorme, vicino a me.

Owl, il mio gatto portato dall’Italia – per fortuna in cabina con me – mi sta mostrando come non ci sia bisogno di sforzarsi più di tanto per adattarsi.

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In Italia, Owl aveva un grandissimo giardino dove poter stare libero tutto il giorno.

Qui, invece, non ci sono recinzioni, quindi anche per lui c’è stato un grosso cambiamento forzato.

Ma, come è sempre accaduto in qualsiasi situazione, si è adattato senza mai darmi nessun problema né facendo mai “dispetti”.

Ha creato il meglio da ciò che si è trovato a disposizione, qui ed ora: tante finestre al piano terra che gli hanno fatto scoprire animali che prima non aveva mai visto e a cui parlare dalla bay window.

E quando, poi, c’è qualche gatto libero che gira intorno alla casa, me ne accorgo subito, perché Owl cerca di seguire il percorso dell’altro gatto.

Comincia a correre da una finestra all’altra su tutti i lati della casa, dove trova sempre un qualche tipo di rialzo o una scrivania che gli permetta di salire ed avere il controllo della situazione.

Grazie a lui, poi, ho avuto l’opportunità di conoscere la gente che passeggia regolarmente in questo tratto di strada, sia con cani che senza.

Uno degli aspetti positivi, qui, è che le persone ti salutano anche se non ti conoscono, soprattutto se passano davanti casa tua e tu sei fuori in giardino.

Qualche volta, poi, attaccano discorso magari proprio parlando di Owl che sta buono seduto sulla sedia con me, mentre io sono immersa nella lettura.

Per fortuna, già da qualche anno e complice la mancanza di lavoro prolungata – ho cominciato a dedicarmi ad un nuovo hobby.

Non potevo passare il mio tempo solo leggendo  annunci di lavoro tutto il giorno, tutti i giorni.

Dovevo far “lavorare” il mio cervello, stimolarne la curiosità verso qualsiasi cosa nuova che mi distraesse dai pensieri focalizzati sulle cose che, nella mia vita da expat, mi mancavano febbrilmente.

Dovevo costringermi ad utilizzare al meglio ciò di cui disponevo in quel momento.

Ho scoperto così che, al contrario di quanto pensassi, mi piace studiare ed imparare di tutto, in qualsiasi campo.

Sono passata dal lavoro a maglia, al cucito di vestiti con cartamodello su misura, allo studio della semantica culturale scoperta per caso da un articolo che dava consigli su come imparare bene le lingue.

Questa ultima scoperta mi ha aperto un mondo e mi sta veramente aiutando a comprendere la mia nuova cultura oltre le apparenze, per me a volte difficili da capire o accettare.

Cultura  che, anche se potrebbe non sembrare così lontana dalla nostra, invece per molti versi lo è.

Esattamente un anno fa, poi, ho deciso di comprare una macchina fotografica ed ho scoperto di avere una grande passione per la fotografia.

La fotografia si sta rivelando anche un ottimo metodo di “immersione” ed “accettazione” della mia nuova vita, che è una fase ancora in corso.

Stile di vita, abitudini diverse, modi di relazionarsi diversi: non sono cose semplici da cambiare, o almeno da comprendere e non giudicare.

Con la fotografia sto riuscendo a vedere le cose in maniera più flessibile.

Sto aprendo la mente non solo a diversi aspetti della vita quotidiana, ma anche a paesaggi e climi diversi e alla natura in generale.

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Non mi è mai piaciuta la neve, per esempio, la montagna, il freddo, ma adesso non vedo l’ora che nevichi (previo rifornimento tempestivo di spesa!) per uscire a piedi e fare foto qui intorno.

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Sentire il silenzio ovattato e vedere come cambi l’aspetto del luogo, notando magari qualcosa di colorato che spunta attraverso il manto bianco.

Non mi è mai neanche piaciuta la campagna. Insomma…se non vedevo un centinaio di persone al giorno e un po’ di negozi aperti girando in auto, non era la mia situazione ideale.

La pioggia è ancora un ostacolo, per me.

Ma ora, una volta finito di piovere, l’idea di andare in giro a cercare pozzanghere, riflessi e gocce sulle foglie per terra mi spinge ad uscire.

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Prima, invece, mi chiudevo in casa finché non spuntava di nuovo un raggio di sole.

Per non parlare dell’autunno che, in città, percepivo solo come l’addio all’estate che io amavo tantissimo per via del caldo. 

L’autunno significava anche l’avvicinarsi dell’odiato freddo.

Ora, invece, da settembre a gennaio è il mio periodo preferito: viali pieni di foglie colorate, decorazioni giganti e buffe per Halloween fuori dalle case ed il giorno dopo già vengono esposte quelle di Natale.

E poi la neve, a rendere tutta l’atmosfera più’ “calda”.

Tutto questo non l’avrei mai sperimentato se non fossi stata portata oltreoceano dalle circostanze.

In realtà non importa dove si va, se vicino o lontano: è dover uscire dalla propria comfort zone la chiave di tutto.

Oggi la temperatura si è abbassata all’improvviso di molti gradi; sono previsti già alcuni fiocchi di neve: questo quindi darebbe una spolverata d’ inverno alle foglie che sono ancora nel picco dei caldi colori dell’autunno.

Quanta bellezza ovunque se si apre lo sguardo alla differenza, senza blocchi mentali!

La fotografia che mi spinge, poi, a scattare sempre di più facendomi esplorare qualsiasi via del quartiere, ogni vicolo del paesino vicino, o abbracciare con la vista le distese dei campi di mais, è quella dei dettagli e della bellezza colta laddove prima non avrei mai guardato.

Il mio obiettivo non è fare una foto ad un’opera d’arte o ad un tramonto ricco di calde sfumature.

Lo fotograferò sicuramente, un giorno, ma sarà l’eccezione che conferma la mia regola, perché non è questo che dà significato alle mie foto.

Io voglio essere in grado di camminare nelle viuzze dietro casa mia, senza un gran passaggio di macchine o persone e senza negozi o palazzi giganti con architettura spaziale, e saper riconoscere e cogliere la bellezza che vi si cela.

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La bellezza anche in ciò che, facendo parte del quotidiano, non attrae l’occhio su di sé  semplicemente perché non si presta abbastanza attenzione.

Ho scoperto, quindi, che si può trovare il modo di “aggiustarsi” al nuovo ambiente con qualsiasi mezzo si abbia a disposizione in quel luogo e in quel momento.

Il mio si è rivelato essere principalmente – insieme alla lettura su culture diverse – la fotografia.

Senza dimenticare le lezioni di apprendimento che mi impartisce il mio gatto.

Lui ha accettato il cambiamento adattandosi al nuovo senza fare storie di alcun tipo.

Lo ha fatto nel miglior modo possibile e con quello che aveva a disposizione, ora e qui.

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Per vedere le fotografie di Beatrice: https://www.instagram.com/pantakofa/
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